tuttologia in direzione contraria

Signore delle cime

Erratici fermi – fotogene

Ho seicentomila chilometri nelle ossa e la montagna non mi piace più. Ma sbaglio subito: non mi piace più camminare in montagna, o meglio, non mi piace più andare in salita. Ancora più in particolare, odio le erte, e più sono lunghe e più le detesto. Eppure ci ricasco e ci vado, in montagna, anche se solo ogni tanto. Come oggi. Ci vado controvoglia, come se abitando in mezzo a loro, le montagne mi facessero sentire in colpa per la mia assenza.
C’è un laghetto su a 2410 metri di altitudine, si chiama Matörgn e non so nemmeno cosa voglia dire. Mi obbligano quasi, o forse sono io che mi dispiaccio nel lasciare la Maddalena da sola nel suo intramontabile piacere per le camminate. C’è un pezzo con la teleferica fino a Robiei, che sarebbe anche comodo se non fossimo tutti rinchiusi e mascherati come lebbrosi.  Ci sono due o tre bambini e un’ottantina di semi-vecchi come me. Tra i quindici e i quarant’anni, nessuno. Pochi ticinesi, più donne che uomini. Sulla teleferica penso che sarei più contento di fermarmi subito al ristorante in cima a bere qualche birra, poi pranzare e attendere la teleferica del pomeriggio. Ma non oso dirlo nemmeno per scherzo.
Ovviamente, il primo pezzo della camminata è una scarpata di cinquecento metri, così in piedi da sentire l’odore dei vermi nella terra, come diceva il Mapeta. Il fastidio è moltiplicato dalle presenze degli altri camminatori, partiti tutti insieme e che prima di sgranarsi stanno lì a infastidirsi su un sentiero sbriciolato dalle capre. La noia mi ha già preso alla gola e non posso nemmeno fumare che il fiatone mi serve per non scoppiare. Non sono in forma, ma oggi è peggio: ieri sera ho giocato una partitella di calcio che mi ha risvegliato un tendine del ginocchio ricordandomi che è sfibrato. In più, con le scarpette di gomma dura, le unghie degli alluci pulsano ormai irrorate di sangue.
Allora vado su di forza, staccando la Maddalena che così almeno non sente le mie imprecazioni.
Poi il sentiero spiana. Ma non sono ancora tranquillo: “Quando finisce il brutto, di bello non ce n’è più”, dice un terrificante motto cavergnese. Però invece il sentiero si dipana in una valle aperta e dolce, sovrastata dal Basodino in mutande, nel senso che il ghiacciaio è ridotto a perizoma e tra poco gli si vedranno le pudenda. Ci sono fiori e stagni, batuffoli di qualcosa come cotone che al tatto sono morbidi come paraffina.
C’è da stabilire se fare il giro dello sperone in cima al quale sono sdraiate le acque del Matörgn (più lungo ma più agevole) oppure tagliare su dritti per un sentiero marcato di bianco e azzurro, che significa arrampicarsi. Propenderei per la circumnavigazione, ma poi mi sovvengo della noia e scelgo la verticale.
Ecco.
Salgo davvero tediato. Mi diverto solo in un passaggio roccioso dove ci si attacca a una catena. Poi ancora pietraie e buchi, tutti ugualmente uggiosi.
Pe farla breve, almeno a parole, dopo due ore sto per vedere il lago. E lo vedo. E subito cerco un posticino per mangiare salametti. La Maddalena dice che è ancora presto, ma a me sembra già dopodomani e allora, da seduto, con la bocca piena, sto bene e posso dire “Che bello! Però non ci verrò più”.
Proposito confermato dalla discesa, che mi piega le ginocchia dopo che il sole mi ha già bruciato i polpacci.
Ci sono in giro i soliti turisti vecchi, nessun cinese e zero giovani. Il che conferma come abbiamo sbagliato tutto, quanto a trasmissione del piacere. Non voglio qua fare il trombone, ma ci sono generazioni intere e popoli al completo che alla prima avversità spariscono, fragilissimi e spaventati, privi di coraggio. Io invece sono un eroe che ha affrontato la montagna ancora una volta, aspettandomi una controffensiva naturale alla quale opporre bestemmie. Invece, la natura è socievole, non mi ha lanciato sassi sulla testa e non mi si è sgretolata sotto i piedi; mi si è offerta senza chiedere, spiazzandomi. La Maddalena è leggiadra più di sempre, illuminata dalla montagna e mi fa un gran piacere.
Il problema sono io, Uomo, il cretino. E di eroico zero, se non in alcuni propositi, in questo specialmente: non ci torno più.

gene

Postilla
Arrivato in cima, la pietra della montagna si mescola con le gambe, le braccia, i polmoni. Con gli occhi e i respiri. Con il coraggio e lo stupore.
Fabrizio Caramagna


2 risposte a “Signore delle cime”

  1. Nonostante io viva in una zona di mare e le passeggiate sul litorale sono forse meno faticose di un sentiero roccioso la montagna mi affascina. Forse perché richiama a quel silenzio dell’anima che porta alla meditazione… bello questo scritto dove si lascia emergere proprio tale stato d’animo

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