Una vita immaginata

Nel mio paese in bilico tra folate di vento c’è il piccolo cimitero, che mi era ormai sconosciuto. Non entravo da anni, ma quel giorno ci andai d’impulso. Padre e madre dimoravano lì, ridotti in cenere dentro a un loculo, al riparo dal vento e dagli occhi. Mia sorella in terra, come i nonni, i bisnonni, i prozii e tutti gli antenati ignoti. Il cigolio del cancello interruppe lo stridere meccanico che, tenue ma inesorabile, mi abitava da qualche tempo. In fondo a destra c’era la minuscola tomba tutta compresa nel suo candido marmo abbellito di ghiaietto. La luce del giorno accarezzava appena la cima delle montagne ma lì era ancora quasi notte, quel momento in cui gli uccelli si preparano a cantare il loro inno alla vita. Tutto era ancora silenzio e i miei venti passi scandirono il tempo. La foto incastonata mostrava il volto di una bambina di pochi mesi, un tempo breve come il cammino dal cancello a lì, il soffio di un 1964 impietrito. Ai piedi della foto, alcune primule, fiori precoci che sbiadiscono in poche settimane eroiche. Andai fino alla fontanella, riempii d’acqua l’innaffiatoio che pietoso aspettava e tornai alla sepoltura versandone qualche goccia, come a segnarmi il cammino nel caso mi fossi perso. Bagnai le primule, posai l’innaffiatoio e aspettai l’arrivo del sole. Immobile, pensai.

Pensai a mia sorella a sei anni e al suo primo giorno di scuola. Al caffè e latte dei mattini d’inverno, ai regali di Natale e per lei una bambola, ovvio, alle corse nella primavera, ai pianti sommessi per un capriccio, all’avvento della femminilità, allo studio e ai suoi occhi scuri. Alla sua gioia del primo amore, alle lacrime dell’addio che sarebbero durate qualche settimana, al suo nuovo amore. Pensai ai suoi vestiti, dapprima dismessi da altri e poi tutti nuovi per lei, le scarpine allacciate e poi scamosciate che spuntavano appena dalle zampe elefantesche dei jeans. Gli abbracci e i litigi. A lei che si sposa, che ha figli ai quali trasmette dolcezza e ribellione. La vedo affranta quando muore la mamma che non ha nemmeno sessant’anni e lei invece nemmeno trenta. E la guardo sommergersi di dolore per mesi, trafitta nel camminare e nel respirare. E poi rialzarsi senza inginocchiarsi mai più. Capire il suo volermi bene senza dirlo perché sono complicato. E ora la vedo trepidare per i suoi figli così diversi in un mondo ribaltato. Mi sento che le dico di stare tranquilla, che i giovani ce la fanno sempre, ma senza essere sicuro di averla consolata.

Non so se la vita che avevo immaginato per lei le sarebbe piaciuta, ma il sole arrivò e le primule umide brillarono come oro. Seguendo le gocce ancora fresche arrivai senza smarrirmi al cancello, che cigolò per un istante prima di lasciare il posto allo stridere meccanico e indefesso che non mi abbandona mai.

gene

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