tuttologia in direzione contraria

La violenza del potere contro il Molino

C’è qualcosa di maligno e rozzo nell’abbattimento del Macello, una legalità deformata e applicata con tutta una serie di menzogne senza pudore. In fondo è la banalità del male già evocata da Annah Arendt. Non si alzino sopracciglia, la linea è quella: la distruzione morale e fisica di un mondo alternativo. Il tutto eseguito con un paternalismo nauseante nel suo nascondere la ferocia degli intenti. Sia chiaro, tutto questo massacro potrebbe essere solo stupidità, ma chi lo sa se non sia peggio di una strategia totalitaria ben definita? Borradori dice di non essere d’accordo con chi lo chiama fascista, ma ribalta la richiesta di tolleranza con la forza e sbatte in strada un modo diverso di vedere le cose, fatto di persone e storie, cultura e inclusione. Come lo chiamiamo? Non può non sapere, lui e la fino a ieri sconosciuta Valenzano Rossi, che l’autogestione è un’intenzione e una prova di società alternativa, garantita dalla Costituzione. E che quindi non ha i crismi operativi della democrazia e nemmeno le strutture (a questo punto, per fortuna). Non può non sapere che il Molino ha altre dinamiche decisionali. Lo sa, lo sanno. Eppure hanno schiacciato il bottone. Come li chiamiamo?

Il potere politico ha deciso di abbattere nottetempo lo stabile ex-Macello, anzi, lo ha fatto abbattere perché queste signore e questi signori non hanno mai piantato un chiodo e non saprebbero come fare, che poi si suda e non sta bene. E allora avanti d’imperio, un dispositivo di polizia alla sudamericana, accuse di vandalismi agli occupatori dell’Istituto Vanoni (poche persone e per poco tempo, più un’azione dimostrativa) e tirando in ballo la famosa goccia che fa traboccare, in questo caso non il vaso ma la brocca (la sacralità di una proprietà privata abbandonata a sé stessa).

Prima, sorridendo, era stata flautatamente buttata lì l’idea che una soluzione alternativa fosse apparsa d’incanto, ovviamente senza dirlo in anticipo, cosa che avrebbe magari fatto saltare il piano. Spiegando poi che nessuna azione era stata pre-concertata, nemmeno l’arrivo di forze dell’ordine vodesi (che probabilmente erano in gita aziendale a Lugano, già) e figurarsi l’abbattimento del Macello (le ditte hanno tutte dei picchetti il sabato notte, ovvio, pagati il giusto, di sicuro). Salvo poi fare retromarcia aggiungendo, a distruzione fatta, che il tutto era un’opzione (la chiamano così) e guai a stupirsi.

Una bugia dietro l’altra, le accuse di provocazioni e vandalismi e di mancata volontà di trattare, il piagnisteo. Tutto con i volti decadenti della politica più bieca. Che, come in questo caso, non ha onta nel mentire, provocare, imporre, distruggere, tanto il dissenso quanto le idee, mortificando non solo il Molino o Lugano, ma il mondo intero.

I veri vandali sono state le autorità, con le ruspe convocate nel buio della notte per distruggere uno stabile. Confiderei nella ragione dei cuori, autogestiti senza ingerenze, dove le ruspe non entrano e dove dire basta è un sollievo.

gene


Una replica a “La violenza del potere contro il Molino”

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