tuttologia in direzione contraria

Sogni olimpici

A un certo punto toccava alle olimpiadi, attorno a giugno, solo che non sapendo bene come funzionassero ne veniva fuori un qualcosa tipo i Giochi senza frontiere. Che quelli sì li vedevamo alla tele del zio Gino, con lui sul tetto a girare l’antenna e noi sotto a dire bon no fermet amòbon bon bon no amò apene bon. Una delle prove era trasportare una padella colma d’acqua camminando sulla cinta in sasso del letamaio, quello dove era planato il Nandel con il velivolo fatto di ombrelli. Bisognava versarne il meno possibile, ovvio, ma c’erano sempre discussioni quando si misurava l’acqua rimasta, la giuria era fatta dai concorrenti e ognuno la tirava al suo mulino. La caduta nel prato valeva un meno cinque, quella nel letamaio un terribile meno quindici che non si recuperava nemmeno col fil rouge (prova di rotazione del secchiello col latte). Credo che la parte olimpica fosse quella del camminare, ma così, proprio per tirarla; la parte senza frontiere era il dileggio del Belgio che arrivava sempre ultimo e la terribile scelta dell’Italia, che non la voleva fare nessuno e quindi la si affidava a qualche bambino terrone. La Svizzera era contesa, ma neanche tanto, andava bene anche la Francia per i paladini o la Gran Bretagna per via dei Beatles nel mangiadischi del Dixan.
Un giorno che non c’era neanche uno degli infelici emigranti mi toccò l’Italia, con un sorteggio che francamente mi pare sospetto ancora adesso, dato che a tenere i legnetti era il Gat. Investito di tale onta, non sapevo se lottare per vincere in nome mio o perdere di brutto per il disdoro di tutta la nazione avversa.
Alla prima prova, che consisteva nel lanciarsi da una corda per balzare oltre la ramina (uh, quanto simbolismo), la Gran Bretagna rappresentata dal Dani e dalle sue braccia a stecchetto si schiantò contro la rete. Non andò meglio nemmeno alla Francia che con il Nandel alla guida si impigliò e cadde appena al di là, con le braghette stracciate e un porcoqualcosa. Poca fortuna anche per la Germania del Denco e la Spagna del Franco (non lo sapevamo, giuro, del connubio), ma non ricordo per quali intoppi. Il Gat della Svizzera, e al sorteggio non avevamo dubbi che sarebbe toccata a lui ed era meglio non discutere, aveva fatto un balzo che neanche Tarzan. Infine io, col dilemma ad appesantirmi: da un lato la voglia di farla vedere allo svizzero, dall’altro il desiderio di un meno quindici da fondoclassifica.
Non sapendo come uscirne, con la corda già stretta in pugno e il sole che inondava beffardo il mio sacrificio, sopraggiunse il Nono, ma grazie in eterno, dicendo di sgombrare che doveva far uscire le galline e gara soppressa.
Il giorno dopo ci riprovammo, ma la notte mi aveva portato consiglio e mi lasciai cadere senza neanche dondolare. Da terra, misi in mano la corda a uno dei bambinetti riapparsi e proveniente da qualche parte in Calabria, appioppando per acclamazione un meno quindici che sommerse definitivamente la penisola.

gene


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