tuttologia in direzione contraria

I soprannomi

Mia madre mi chiama Angiolon, a volte anche Zioluisin. Una volta stavamo mangiando in cucina e io avevo sete, ma visto che lei mi diceva sempre di non urlare e di non allungare le braccia per prendere la bottiglia di bergamotto, mi sono limitato a picchiettare il bicchiere sul tavolo, che a me sembrava buono come sistema. Solo che lei, mentre mi versava il bergamotto, mi ha detto: Hitler. Oh, beh, non ero tanto piccolo da non sapere chi era quello lì e non mi pareva bello che mi chiamava in quel modo, ma poi ha sorriso e la cosa è finita lì, non lo ha detto più.
Ma dei nomi di adesso, ho certezza solo di Zioluisin, che è il nostro zio e consuma subito quello che ha, tipo il vino o i soldi. Ma io non bevo vino, non ancora, e non ho nemmeno soldi, neanche pochi (tranne quelli della gazosa, che non sto a spiegare), e allora ho capito che lei intende Zioluisin perché se mi compra una maglietta nuova io la voglio mettere subito, mentre lei forse si aspetta che la metto solo alla domenica e invece no, e allora pensa che sono come lo zio, tutto subito e niente dopo. Ma che poi è vero: a che serve usare le cose dopo? Dopo cosa? Non so, non rispondo mai a queste domande mie e mi metto la maglietta nuova appena sono a casa, anche se è già notte. Lo dice anche, Zioluisin, quando bevo a canna, ma questo è chiaro: perché anche lui fa così. Ma anche qua non capisco l’errore, o la colpa, non so.
Ma Zioluisin va bene.
È quell’altro, Angiolon, che non so proprio da dove viene e a chi si riferisce quando lo dice a me. Però so il perché. È quando sto col pullover di giorno in estate. Me lo dice proprio sempre, anche se spesso non sento, un po’ perché mi stufa non sapere chi è questo Angiolon a cui mi paragona, ma pure perché sono concentrato. Quando leggo seduto vicino al sentiero non è che mi accorgo di chi passa e di chi parla, non è che posso distogliermi dalla Leggenda di Orlando per dar retta alla gente o al caldo. Poi, come adesso, non mi piace neanche far vedere le mie braccia nude, sono troppo magre e il Lelo non mi ha ancora portato l’acetone, che è una pomata che fa lui e che fa crescere i muscoli. Almeno, se mi chiama Lelo sarei contento, che lui è un eroe (ha un braccio artificiale con un uncino e le cordine di ferro, che usa per stringere le carte di briscola e la bustina di fiammiferi).
Niente da fare, non mi chiama Lelo.
Fattostà che poi, a chi è questo Angiolon, ci penso quando andiamo a dormire vicino al fienile, ma non ho ancora risolto il mistero e poi mi preoccupo. Di chiedere a mia madre non se ne parla, non sarebbe valido e magari non mi dice neanche niente per dispetto. E agli altri, a domandare intendo, c’è il rischio che poi mi prendono in giro e io dopo mi arrabbio e non riesco più a leggere bene e mi tocca stare lì come un bambo.
Insomma, per mia madre sono uno che beve senza educazione e non sa se è giusto mettere una maglietta o un pullover, e visto che le spiegazioni, quelle sul perché bisogna fare le cose in un certo modo suo, non funzionano bene preferisce paragonarmi a qualche sconosciuto come l’Angiolon che non saprò mai chi è, e il Lelo invece sì e mi saprei regolare, come con lo Zioluisin. Magari l’Angiolon sarà un prete.

gene

Postilla

Tucc i pian i gà la soo gianda
con tanti nom e sempre lei
te la curu da daleisc, forsi agn,
ma l’as veed e amò ilé lustru
in d’om maisc lavò da l’acqua

(g.)


2 risposte a “I soprannomi”

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