tuttologia in direzione contraria

Donna di marzo

mimose


La giovane Olimpia era un mistero di marzo, mese di nascita. Da piccola era la custode della casa, nel senso che agli ordini di Georgette lavava e puliva, riassettava e portava la legna avanti e indietro. Di nascosto, sognava mondi colorati e lontani. Poi, in un giorno di novembre, quando la sua adolescenza la trasformava di irresistibile bellezza, un carico di legna mandato giù col filo a sbalzo le frantumò la testa. Stette cinque giorni tra la vita e la morte, riemergendo con i capelli completamente bianchi e una malinconica fierezza. Aveva sedici anni. Smise di fare la schiava in casa e andò in camiceria a imparare cucito e gusti. In mezzo a quelle stoffe, ritrovava i colori dei suoi sogni. Si tinse i capelli di biondo, cominciò a fumare e andare al bar la sera. Le discussioni con Georgette si fecero furiose, Olimpia piangeva in camera tutte le notti, ma il mattino ripartiva con una luce ribelle negli occhi. Adorava la musica americana, Billie Holiday e King Cole. Più in avanti, si infatuò di Buscaglione e Modugno. Quando, già sposata e esule oltre il fiume, morirono in pochi mesi Tenco e poi Meroni, esibì un lutto manifesto e impenetrabile. C’ero già io a quei tempi e con lei andavo al Bar Sport del suo paese natale, che Piero aveva rilevato ma al quale non si dedicava anima e corpo, delegando qua e là la gestione di quel posto. Olimpia ci andava il mercoledì pomeriggio e il sabato, tirandomi dietro come una valigia. A piedi attraversavamo campagna e bosco, ferrovia e stradone e mentre lei distribuiva sorrisi e caffè, io mettevo Battisti e Celentano al jukebox, leccando gelati e ascoltando gli incomprensibili discorsi dei grandi.
Un giorno decise di imparare a guidare la bicicletta, cosa che fino ad allora era stata totalmente impensabile. Prese una Graziella, che era un mezzo per bambini che devono mettere piede a terra facilmente. Cento esercizi nel prato dietro casa, molte cadute e la costituzione di uno stile funzionale, ma precario. E via al Bar, io davanti e lei dietro.
Una volta cadde rovinosamente finendo contro le barriere bianche e rosse del passaggio a livello. Si alzò sbucciata e affranta, ma rimontò in sella e ripartì in lacrime furiose. Per lei la bici era una conquista, non avrebbe ceduto mai.
Maria tentava ogni volta di dissuaderla, e ogni volta Olimpia rispondeva che la bici le piaceva. Era fatta così, quando s’incamminava in una scelta non tornava indietro. Anche quando si ammalò, decise di continuare a vivere come prima. Tre giorni prima di morire, era ancora in equilibrio sul davanzale della cucina a pulire i vetri. Cadde, si rialzò, si ripulì, andò a letto e attese la fine. E io con lei, seduto di fianco a coglierne pensieri e respiri. L’ho amata disperatamente.

gene


2 risposte a “Donna di marzo”

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