
Trentacinque anni dopo il gioco è fulgido, cancella solitudini e insicurezze con la ritrovata energia collettiva. Suonare e giocare, jouer, spielen, play, jugar. Ancora in giro come da ragazzi, riuniti da posti lontani in un locale e poi nelle piazze. Quante volte ci siamo detti: che bello, incredibile, grazie. E riportare negli strumenti e nelle voci canzoni lontane, che tornano nuove. Ho coccolato la chitarra elettrica da due soldi come se fosse quella di Jimi, il piccolo ampli preso spaccando il salvadanaio. Ho ascoltato i compagni nel loro impegno, a fior di pelle. L’andare e tornare in treni e bus, nel cuore della notte, con un senso di appagamento. Le birre dopo le prove, il rifiorire del mio paese, del nostro paese.
Poi, come un veleno a piccole dosi, che non ti accorgi, si inocula l’egoismo e si ingigantisce fino a diventare slealtà e ipocrisia, e ciò che era tornato nel cuore esplode, in colpo solo, in una frase, ma è solo l’ultima. La musica si spegne, il gioco è finito. E poi fu solo in mezzo al blù.
Addio Oregiefregie. At last.
gene



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