Vent’anni di solitudini

23 febbraio 2005

Un mattino me lo sono ritrovato con una benda come Van Gogh, il Pa’. Sul momento non è che realizzi. Sì okay, è chiaro che è morto, è steso su uno di quei letti malefici dell’ospedale, non parla, non respira. Gli hanno messo quella benda come si fa coi morti per tenerli assieme ancora un po’.
Poi ho pensato alla sera prima. “Ah, ma l’é propi bel chilé”, mi fa, da seduto su una poltrona, che insomma, proprio bello a me non pareva, ma non è che noi due si abbiano avuto le stesse vedute su qualcosa. Su niente, o quasi. Però era vivo cristo, e il mattino dopo era morto.
Ma com’è possibile una cosa del genere? Capita a tutti? Ma davvero?
È inaccettabile, dai: prima sei vivo e parli e sei pure contento nella tua semi-infermità, poi no, citoforever. E non è che dormi e ti svegli: dormi e non ti svegli. Ma non come da ragazzi che il sonno si protraeva fino a mezzogiorno e poi comunque ti rimettevi in moto nel pomeriggio e la sera eri di nuovo in cima al mondo. Qua non si sarebbe protratto un bel niente, a meno che il Pa’ credesse nelle celesti praterie di Manito, il che è da escludere.
Insomma, sia io che lui siamo rimasti con le parole in bocca, quelle che andavano dette e invece no. Una parte dei silenzi miei è riempito da cose come questa, dei suoi non c’è traccia, anche se ogni tanto me lo immagino che salti su e dica “Pense mighi gnomà al fotbal”. O magari qualcosa che non contenga un non fai non sei non hai: “L’è propi om bel lavoor”, invece. O tipo così.
Sono vent’anni che vado avanti senza di lui, ma non passa giorno senza che mi venga in mente un dialogo inventato o un gesto immaginario. Senza reprimende, nemmeno quando le cazzate sono gigantesche.
Vorrei togliergli quella benda e dirgli di alzarsi e smetterla di simulare.

gene

2 risposte a “Vent’anni di solitudini”

  1. Lacrime di nostalgia. Per me.

    Bravo.

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Scrivi una risposta a doloresvinante06 Cancella risposta