Fermi all’incrocio

Il Pedra era sceso apposta dalla montagna. Si era lavato nel torrente gelido di febbraio, cambiato d’abito, incamminato nella bruma della campagna e bello duro dal freddo e dall’orgoglio era arrivato alla festa del carnevale. Prima di varcare la soglia del padiglione, si era specchiato nei vetri di Ca’ dal Geni e si era visto bello, coi capelli scolpiti dal gelo.
Una volta dentro si è fatto subito accalappiare da noi soci di sempre. E uela, e pup di fochi, e chel te beu, e te sta ben. Siamo andati al solito posto, a due passi dal bancone. Transitano tutti da lì, in attesa delle patate che la voce del Re, dal microfono, annuncia per le sette e mezza. E allora, campari per gli esuli di città, birre per i più rurali, compreso lui.
Si vedeva di rado il Pedra. Noi lo sappiamo che ha i suoi crucci, io lo so che ne ha uno che sembra scomparso ma è solo sopito dallo spazio e dal tempo che ha messo di mezzo per salvarsi il cuore.
Lo tengo bene d’occhio e per ora è dedito alla memoria condivisa che permette derisioni non ancora in prescrizione, e allora ci vuole cautela. Tutti sanno più o meno tutto, e attenzione alle orecchie di chi passa, che non si sa mai come le prendono, le beffe.
Ma tengo d’occhio anche lei. Lei.
Il Pedra non scruta tra il centinaio di persone, è tutto preso dai discorsi. Ci passano davanti mascherine, ragazze, giovanotti, uomini e donne di varia età.
Ne sono trascorsi di anni, dalla sbandata: l’ascesa all’amore, la discesa nelle rinunce, il burrone delle ossessioni. La fuga del Pedra è ancora in corso ma non penso che c’entri lei, dai, tutto si supera, perfino la morte. Sta in giro perché ha trovato una dimensione, o almeno qualche recinto dove ripararsi.
E invece.
La vedo che si alza da un tavolo stipato di parenti e amici. Il Pedra mi sta raccontando di un tronco con un volto e delle mosche che gli girano intorno, un disegno che aveva fatto su in montagna. Naturalmente si ride, ma io controllo l’avanzata e la vedo che lo guarda. Il bancone è spazioso, però lei s’infila proprio davanti a noi.
Lui le dà le spalle e non può accorgersi della manovra. Si accorge però che delle birre e dei campari sono rimaste poche tracce e allora chiede chi ne vuole ancora.
Intanto lei parla con il ragazzo del bar. Il Pedra aspetta il suo turno a due passi e ancora non la nota, distratto dalle nostre storie che sembrano fare barriera contro l’inevitabile. Lei ci mette del tempo, sono certo che lo fa apposta.
– Ma si può ordinare in questo posto qua? – esclama il Pedra, finalmente orientato al da farsi e col tono che usa quando vuole fare il brillante.
Lei non si volta, lui si avvicina e ancora non l’ha riconosciuta. È vestita di scuro e ha dei tacchi che seppur modesti la alzano di qualche centimetro e le danno uno slancio che di solito non ha. Il barista sogghigna.
Ormai io non posso più fare niente, lui le si affianca e finalmente la vede, di profilo, il volto delicato, le labbra scarlatte, il naso diritto. Era be’ ora.
– Ah… Uh… ciao… –
– Ciao, come stai? – replica lei fingendo sorpresa.
– Oh… Mi chiedevo chi è questa tizia… che occupa, sì, insomma… –
Poi ritrova un po’ di coraggio.
– Se sapevo che eri tu ti chiedevo di sbrigarti. –
– Sempre gentile eh? –
Il Pedra sblocca la paresi e la bacia sulla guancia, stringendole un braccio, e lei vedo che rimane lì con gli occhi accesi e che si sporge un po’ avanti in attesa di un secondo bacio. Che a lui però pareva già tanto il primo e si ferma lì.
E lei se ne va.
Lui distoglie lo sguardo e si gira verso di me.
– Lo so – gli dico.

gene

2 risposte a “Fermi all’incrocio”

  1. Avatar dependabletriumph733af307f0
    dependabletriumph733af307f0

    Bellissimo racconto sensibile, delicato, e poi vuoi mettere, l’ intuito….”Quando uno sguardo suscitava turbamenti….”. Un abbraccio. Lo Stelio

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    1. Chi non si è mai sentito così almeno una volta?

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