Non so leggere, fa niente, ricordo tutto. Il traghetto sul fiume Ticino, gli scherni, le mele raccolte da terra per cena, i fondi dei bicchieri abbandonati nelle feste in piazza. La mia infanzia sotto il rigore della zia dopo che i miei erano morti cadendo in montagna. E niente scuola, peregrinazioni nei campi e nei boschi. Nessun mestiere imparato, lunghi mesi a Mendrisio, con le cinghie e le pastiglie. La fuga.
Arrivai a piedi in questo posto, non so neanche come, saccheggiando orti prima di accasciarmi clandestino in pollai e fienili. Nella piazza di questo paese crollai, mi dissero. Di ciò che non ho memoria, ci sono solo quei giorni dai quali mi svegliai ripulito nella coscienza e negli arti. In un letto senza cinghie, soffice, con le foglie che scricchiolavano come un canto. E una donna molto vecchia che mi diceva di bere, che ce l’avrei fatta. Non era la Morte, dunque? E poi mangiare da un piatto, che buono. Infine, di nuovo in piedi. Forte. Restai in quella casa, non avevo ancora vent’anni credo, ma non sono sicuro perché il tempo al manicomio non correva giusto e allora non so. La donna morì e nessuno mi scacciò.
In fondo alla campagna, tra gli acquitrini, arginarono il fiume e costruirono il traghetto. Di là c’era il treno e il mondo a aperto. Che io nemmeno potevo immaginare. Non sapevo niente. Ma volevo lavorare, esserci in qualcosa che desse senso alla vita ricominciata, alla testa liberata dai fantasmi di prima, al corpo che chiedeva fatica buona e cibo meritato.
Il signore che l’aveva costruito mi affidò il lavoro, lui aveva altro da fare e a nessuno del paese interessava. Mi misi sotto come mai prima. Una semplice fune sospesa tra le due rive per guidare una zattera di tronchi con le corde e un palo per spingerla. Ci stavano comodi o impilati gli animali e le genti. Dalla stazione arrivavano i carri con il grano. Quanto mi piaceva… Il Re delle Acque. Il rispetto e la fiducia, la forza delle braccia, l’aria bellissima che sorge dal fiume in movimento e che mi commuove anche oggi che è l’ultimo viaggio.
Trasportai e imparai i segni sulla carta, le X da apporre sul registro quando un carico andava di qua o di là. Annotavo con delle piccole barre ogni persona che trasportavo da una riva all’altra. Chiudevo in una cassettina di ferro i cinque centesimi. Passavano le parole e le storie, i giorni lucidi e le sere placate.
Ho visto i volti di tutti, contenti, arrabbiati, tristi. Le parole insicure di chi si trova sull’acqua e non controlla più il suo destino, anche solo per mezzora. Le parole ebbre di chi invece va all’avventura e non sarebbe tornato più, con il treno, o l’amore, lanciato verso luoghi sconosciuti.
Sono stato in balia della piena del ’18, ho maledetto la siccità e il traghetto incagliato. Ma sono stati piccoli timori nella gloria del navigare.
Ho mangiato, ho bevuto, mi sono sentito un Uomo.
Con dolcezza, l’ora è giunta, solitaria. Metto il cinque centesimi nella cassettina, traccio una barra sul registro. Nessuno mi saluta alla partenza, nessuno vedo di là. Traghetto me stesso e spero di raggiungere senza incagli l’altra sponda del fiume, dove starò leggero e in pace come da vivo.
gene




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