La Mam si alza e beve il caffè, ma piano, che il pavimento rimbomba tutto e poi ci svegliamo, anche se io sono già sveglio e la Doni pure. La Doni è mia sorella. Il Pa’ è da un pezzo che dev’essere su a grattare la terra per scovare l’acqua. Lui non sta lì a fare il modello, ha dei pantaloni di velluto sformati, la canottiera sotto la camicia verde scuro dell’esercito che se anche s’impalta fa niente.
La Mam no. Anche qua in mezzo a sassi e ginestre, e se piove avvolti da nebbia e fumo, veste di colori e fogge moderne, come la Vanoni. La linea degli occhi è parallela alle labbra, non ha bisogno di colorare niente. I capelli sono corti sulla nuca e sulle tempie e quando taglia il fieno li protegge di un foulard con i fiori.
La Doni le assomiglia come una goccia d’acqua, solo che ha gli occhi scuri del Pa’. Anche lei si adorna di un foulard attorno al collo esile e poi con le sue lunghe gambe sfila sui sentieri, a volte imbronciata perché è troppo bella rispetto a noi ragazzotti montani e corti di passo.
Io non è che la capisco. Cioè, non capisco nessuno. Però provo a vederle, fissarle nella mente e poi pensare a loro due quando sono malinconico. Allora ne sento le parole, anche se sono una di qua e una di là. Penso anche al Pa’, ma oggi è il 14 di marzo e la Mam e la Doni fanno il compleanno. Sì, sono nate nello stesso giorno, qualcosa vorrà pur dire.
Il Pa’ torna, mette gli zoccoli e il pavimento trema. Per forza che ci alziamo. La Mam porta il caffellatte col pane, mi chiede se è caldo abbastanza. Accarezza la Doni sulla testa, dice qualcosa al Pa’. Fuori c’è il sole, non come ieri che tuonava.
Io lo so che mi vogliono bene e che mi lasciano stare perché sono fragile. Ma io non è che lo considero. Quindi, esco e spariscono, non le vedo più. Però ci penso a loro.
gene




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