Yannis fa cadere il pane e la parte spalmata di yogurt si spiaccica sul pavimento.
Il primo sparo mi ha impedito di ridere.
Il secondo esplode un istante dopo che Eupridice trascina Yannis a terra. Mi abbasso, guardo dalla finestra: il Partenone è in fiamme.
Piazza Syntagma formicola di persone che corrono.
Come tutte le mattine, penso.
Il terzo sparo è più vicino.
Mi butto a terra, appoggio l’indice alle labbra e mi vedo riflesso nella paura che sempre fa brillare gli occhi.
Quelli della mia sposa sembrano uscire dalle orbite.
Gigenis!
Dov’è Gigenis?
Uscita.
Il pensiero della figlia in strada mi scuote, apro la porta, scendo le scale e fuori dal portone c’è il vuoto.
Venerdì ginnastica.
La mente calcola e fibrilla, metri, minuti, aree scoperte e muri sacri.
Corro radente nell’alba non ancora sciolta e sugli edifici riverberano le fiamme.
Scanso due o tre ombre di umani stravolti, nella taverna di Alexandros c’è una folla indistinguibile al mio sguardo teso nella corsa.
All’angolo di Xenofontos svolto a destra e vedo la palestra.
Corro ancora fino al piazzale vuoto. Il portone è sbarrato.
Lo prendo a pugni.
Arriva guardingo un custode, lo apre con una specie di angoscia negli occhi.
Ma non ho tempo.
Gigenis è seduta nel corridoio, la prendo per mano e mi segue con la sua mirabile calma.
Sto per uscire di nuovo, ma oltre il piazzale sfilano carri armati neri.
L’hanno fatto, hanno mantenuto la promessa: hanno preso il potere.
Aspettiamo.
La mia mano trema, ma Gigenis la tiene.
Ora il silenzio è totale, i carri sono passati, il popolo è sepolto nelle abitazioni, negli uffici, nelle fogne.
È come il fango, quando avvolge la città,
Questo silenzio, che nasconde rabbia,
Bestie feroci in libertà
E le parole in gabbia,
E le parole in gabbia.*
Ci siamo ormai solo io e Gigenis.
Chiede di Yannis e della mamma.
A casa, sono a casa.
Andiamo, per le strettoie più oscure di Atene dove a quest’ora le luci delle botteghe saluterebbero il giorno.
Ora no.
Come viaggiassimo nelle fiamme di Prometeo e le eruzioni di Efesto, come spinti verso il futuro già presente, sentiamo il destino cambiare direzione.
A casa, governati dalla serenità aliena di mia figlia, saliamo, apriamo, chiudiamo.
Eupridice ancora cinge Yannis tra le braccia.
Non si sente più nulla, niente spari, nessuna voce.
Il fuoco al Partenone è solo un nembo di fumo grigio.
Ma le vene della terra vibrano, gonfie di sangue guasto.
gene
*Ventun d’aprile – Alex Devezoglu




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