Il ritardo

Abbiamo attaccato tutte le prese ma la musica non ha funzionato. Dopo tre canzoni, non mi ricordo quali, ma suonate malissimo, l’abbiamo piantata lì e abbiamo detto alla Mara di mettere su i suoi dischi contemplativi.
Mi sono detto che era meglio così. Abbiamo bevuto, io il giusto, e perfino ballato quando si stava in piedi, un po’, verso le due e mezza. Il Fred ha rischiato di accoltellare un tedesco che rompeva. Limonate, forse due.
Saranno state le cinque e nel risveglio degli uccellini pigolanti ho preso la vespa e sono andato dalla morosa clandestina, senza casco per riprendere un’idea del corpo e della mente. Fatto un po’ di sesso, credo, non è che ricordo tutto. Sono tornato schivando il mondo e mi sono buttato sul letto che talmente che ero fuori non sono sicuro che fosse il mio, ma bah.
Il telefono che sembra funzionare solo ore-pasti parte dall’ignoto di un sogno distorto, invade e poi trapana. Da quanto? Al terzo tentativo ho pensato che qualcuno potesse essere morto e devo, ho dovuto alzarmi.
– Ohla, sono io…
– Eh sflgrtgh… Stt bnene?
– A gh’am busegn, vieni a giocare oggi, par piasei.
La partita… La partita? Ho smesso, mi pare.
– Allora?
– Eh bbb… bbon…
Di mangiare non se ne parla, la Mam la prende sul personale, banderale, egoista, ciocatt, chel te facc.
Senza spiegazioni. I piedi sono gonfi.
Siamo andati fino in fondo alla Mesolcina, dove di solito si passano alcune sere d’estate a rovistare nei grotti, ma oggi c’è un sole del cazzo che spacca sassi e capelli.
Io non lo so perché, ma prima di partire ho scritto sulla suola bianca delle copa mundial “No surrender”. Credo per darmi coraggio. O per vantarmi di un infantilismo implacabile.
Per fortuna sarò solo di riserva e già assaporo il sollievo dell’asciugamano bagnato che tenga unita la testa al resto del mondo.
Invece!
– Numero otto, Gene, copri gli spazi, dalla via semplice, usa l’esperienza. –
La vita è fatta di momenti così, almeno la mia.
Le scarpe quasi non sono riuscito a calzarle, forse per il gonfiore o forse per la scritta.
– Ma riscaldamento, col cazzo che lo faccio. –
Con esperienza arrivo a un minuto dalla fine, nessuna resa. Salto di testa e un capraio mi pianta un gomito e mi spacca il naso.
Lo sento che è rotto e storto. Lo raddrizzo e sento crack e giù sangue come al porscell.
Ci sono stati i supplementari, una mezzoretta in coma; ho tirato un rigore con la porta che sembrava quella dove passa il gatto.
Poi sono andato fino alla Moesa, ci ho buttato le scarpe sperando che si sciogliesse la scritta maledetta. Ma no, non si arrendono mai le parole.
Abbiamo rifatto festa e a notte fonda sono di nuovo in ritardo.

gene

2 risposte a “Il ritardo”

  1. Quasi incredibile, ma sicuramente vera. Lo Stelio

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