Sfida finale.
Un racconto con un bellissimo gioco d’attacco. Ha battuto un avversario subdolo, l’Intelligenza Artificiale Modest Club, con un netto 37.5 a 27.5. Nel girone di qualificazione sono stati eliminati altri tre racconti, rimasti a 15, 10 e 10 punti.
Di seguito, i due racconti.
***
Il momento arrivò quando fu chiaro che la nostra terra non era più terra, ma territorio. In ritardo, ritrovai la voce. Il Meau era già morto da decenni, col sorriso sulle labbra. Immagino che la prendesse così alla leggera anche fuori nella campagna col formentone o la pioggia. O con le manze che prendevano a correre senza senso verso l’argine. Aspettava, tanto i giorni sono poi sempre uguali.
Quando già lui non camminava più, e resisteva ironico sulla poltrona come se finalmente potesse riposare senza rotture di balle, io ero un ragazzo e di vacche ne avevo ancora viste alcune all’alpe Gariss.
Certo, Gariss era stato luogo di sventurati. Il Mepà ci aveva passato le estati a fare il bocia che non aveva ancora sette anni; la zia gli sequestrava il cioccolato, che gli portava su il Sopà, lasciandolo lì con la ciotola di polenta e latte a mezzogiorno e sera, e lunedì martedì mercoledì eccetera. Il Mepà odiò per tutta la vita la zia, intendo la sorella del Sopà.
Comunque, quella era ancora terra, eccome, in salita, in discesa, a destra a sinistra, magra grassa.
Era terra anche dopo, quando i piani cantonali definirono che qui si potevano costruire villette del cazzo, e là no, per adesso, dopo vediamo. La terra centuplicò il valore di mercato, ma fertig con il formentone e il fieno.
Il Mepà, forse per colmare il vuoto da civiltà perduta, piantò una decina di alberi da frutto. Nel giardino della casetta che i piani cantonali e il Boom gli avevano permesso.
Al bordo della campagna, fuori dalle povere case del paese vecchio, addossate l’una all’altra. Dalla finestra vedevo il campo di calcio e la scuola, senza neanche un letamaio in mezzo. Vedevo anche le pome e i peri del Mepà, che mi hanno rovinato mille sabati strappati al gioco, sciupati con la pala e il picco a fare buchi per piantarli. Prometto che di quelle piante non ne parlo più, la Mesorele le ha sradicate, e chiusomilano!
Mi viene in mente che nel nostro paesello anticlericale, dove quel galantuomo del Borromeo non osò posare orma, mi viene in mente che si faceva la processione di una Madonna tal dei tali. Circumnavigava l’abitato.
Ah già. Madonna della Cintura.
Forse la cintura del paese, la correggia che tiene su i campi. Per benedirli e proteggerli da non so bene cosa, la tempesta, l’aridità.
Mi pare che la facciano ancora quella pagliacciata, ma saranno ormai lì a girare sull’argine del Tasin, dato che il paese si è allargato e l’autostrada ha inferto un colpo di karate alla campagna.
È come la cintura disperata di uno che ha messo su troppi chili.
Però ci stavo dentro a quella vita, era impensabile immaginare di andare via dal mio paesello.
La mia terra. Eh…
Si vive di illusioni no? Il fotbal, l’amore, gli amici, i libri, le sbevazzate e i canti da ciocchi. Voglio dire: erano l’illusione di avere tutto lì. Mica a Barcellona Amsterdam New York. No, lì, tutto lì, anche il lavoro.
Ma non ci sono stato dentro vent’anni e poi via a guardarsi in giro: molti di più. Con le parole degli altri che ingigantivano e le mie che si ritraevano.
Un giorno, ma ero già grandino, sui trenta, mi svegliai che non parlavo più.
Ma come?
Altro che parole ritratte. Sparite!
Ci provavo be’, ma la voce niente. Da principio la Memam si sentì sollevata per la tregua della logorrea. Poi si preoccupò: e infine mi assolse da ogni incombenza.
Riposa caro.
Finalmente potevo sognare e costruire frasi nella mia mente, potevo leggere. Indisturbato.
Ma parlare no.
Mi fecero filare dal dottore che mi guardò con calma e poi mi mollò uno schiaffo a tradimento.
Ahia! cazzo! Ma sei scemo, gridai. E mi voltai verso i miei: avete sentito?
E invece non si era sentito un bel niente. Solo lo sc-ciaff del doc e un forte soffio d’aria, mia.
Si misero tutti e tre a riflettere.
Anche a me toccò riflettere, cosa insolita. Poi mi ricordai del Meau che oltre a essere imprigionato dalle gambe che non andavano più, per un ictus parlava a stento. Eppure, mai uno sconforto, a vederlo. E se qualcosa non gli andava giusta con quelli che gli giravano in giro o gli facevano visita, si addormentava, o fingeva.
C’è bisogno di parlare? No, già.
Il dottore mi diede delle pillole, che buttai dal ponte di Claro mentre i miei si attardavano a parlare di pecore.
Fine dei discorsi, delle spiegazioni, delle scuse, delle bugie.
Uno spasso. Il pianeta ruotava e io stavo in equilibrio sul suo asse. Assursi a martire in tutte le occasioni favorevoli, che so, picchiettare il bicchiere sul tavolo per farmi versare da bere; non studiare; buttarmi sul divano con sfinitezza. Rispondere? Obiettare? Ubbidire? Mai.
La Trixi, bellezza nordica, finì per baciarmi dopo un ovvio silenzio, la prova schiacciante che le donne non si innamorano degli uomini per i loro discorsi.
Credo che dopo un po’ facessi ridere, non proprio come lo scemo del villaggio, ma lì lì.
Non potendo parlare, raffinai l’ascolto.
Udii il Mepà che nel perdere la pazienza mi accusò di fare l’invalido per non tagliare l’erba attorno alle sue piante. E la Memam che mi difendeva con il peso della mia disgrazia. Le posizioni mi parevano chiare: avrebbero litigato tra loro e io ero a posto.
Piano piano svanivo ai loro occhi e finirono per tornare alle solite cose, cosa c’è di cena, o domani andiamo a Lottigna. La Mesorele mi accompagnava in Pasquei, la piazza, dagli amici che poi dopo un po’ mi lasciavano perdere perché non ero più divertente. Solo la Trixi scambiava il mio mutismo per una forma di dolcezza e parlava in mia vece, seppur con accento sassone.
Mi si era acuito l’udito e mi erano divenute chiarissime le menzogne televisive e radiofoniche, in particolar modo quando sortiva qualche ganassa a parlare di territorio da bonificare; da vendere, da comprare, da riqualificare.
Mi prostrava.
Non potevo neanche imprecare a voce, e col pensiero non ha la stessa resa.
Ogni tanto compariva qualche agricolo a lamentarsi che prati e pascoli erano sempre meno. Si riduceva la terra. Anzi, si riduceva la parola stessa, terra.
Imperava anche il termine terreno, inteso da costruzione. Qualcuno cominciava a dire il mio terreno, per indicare una proprietà sempre più minuscola, che certo aveva perso lo status di terra. Anche quando qualcuno scavava e palava, diceva smuovo terreno.
La vita terrena, anche, come se ce ne fosse un’altra. Il territorio che va dalla casa dei Forni a quella degli Angelini. Il MIO territorio, come i gatti.
Cose così. Non me ne scappava una e cominciava a darmi davvero noia: volevo obiettare, ma niente.
A meno di mettermi a produrre manoscritti, coi miei pensieri da esibire alla bisogna. Idea scartata quando il Puda mi disse che ero fortunato, e io mi misi a scrivere, e quando avevo finito lui già si era addormentato sulla panchina come al solito.
Lentamente cominciai a non poterne più. Ma come faceva il Meau sulla sua poltrona? A sorbirsi stronzate tutto il tempo senza dire bah?
Un giorno che mi decisi ad andare in città col postale, appena passato San Giuseppe, che è il confine a sud del mio paesello, mi scappò un rutto che risuonò fino ai sedili davanti. Che cos’era quella roba? Provai a dire una delle parole con cui allenavo la mente per far tornare la voce.
Vacca!
Ah, aiuto parlavo. Una signora mi guardò male, ma non azzardai a spiegare, casomai che non uscisse un bel niente. Parlai solo nella mente, e una volta sceso in città lessi ad alta voce da un cartellone:
Proteggi il tuo territorio!
Vendi la tua terra!
Compra la tua casa!
Immobiliare Future.
Che orrore.
Per scrupolo, al ritorno, oltrepassato San Giuseppe dissi Vacca, ma sommesso. Niente, di nuovo muto.
Allora mi fu chiaro, come la mia voce ritrovata: era il territorio a non farmi funzionare.
Il momento dell’esilio era arrivato.
Andai alla tomba dei Menoni. Scrissi una serie di lunghe lettere ai Mesgenn, alla Mesorele, alla Trixi e a qualche soci.
Me ne vado a curarmi, cercate di capire.
Vi voglio bene, bla bla. Addio.
Non tornai più.
Giorgio Genetelli
***
Nota: un giudice l’ha scambiato con quello dell’IAMC, motivando la sua scelta con “la confusione”. Che tra l’altro è un ulteriore motivo di vanto.
Ora spazio al racconto dell’IA Modest club.
***
Era mezzogiorno di un martedì qualunque quando entrò il tedesco. Elia lo capì subito dalla guida turistica che spuntava dallo zaino e da quel modo di guardarsi intorno come se ogni cosa fosse interessante. Il bar era quasi vuoto: due pensionati alle carte, la signora Marta che aspettava l’autobus bevendo un’orzata.
«Buongiorno. Un caffè, per favore.»
Parlava un italiano preciso, da manuale. Elia preparò il caffè, lo posò sul banco. L’uomo bevve, annuì soddisfatto, poi si sporse verso di lui con l’aria di chi sta per chiedere un favore.
«Lei è di qui, vero?»
«Da sempre.»
«Perfetto.» Il tedesco abbassò la voce, come se stesse per condividere un segreto. «Cerco il Ticino vero. Non quello delle cartoline, capisce? Non i laghi per turisti, non i grotti con le tovaglie a quadretti. Il Ticino autentico. Quello che conoscete voi.»
Elia rimase con lo straccio in mano. Era una domanda semplice, in fondo. Eppure non trovava risposta.
«Il Ticino vero» ripeté, come per guadagnare tempo.
«Sì. Un posto che solo chi vive qui conosce. Qualcosa di speciale.»
Elia pensò al Mulino del Ghitello, giù alle Gole della Breggia. Da bambino ci andava con la madre a raccogliere erbe di campo: le ruote di legno ferme nell’acqua scura, i muri di sasso coperti di edera, l’odore di muschio e di umido. Adesso al suo posto c’erano i ruderi del cementificio Saceba, silos abbandonati e gallerie vuote che chiamavano «percorso del cemento». Pensò alla Valle della Motta, dove il torrente Roncaglia scorreva tra i prati e d’estate si poteva pescare. Poi avevano costruito la discarica e il torrente l’avevano infilato in una galleria, sottoterra, come se l’acqua desse fastidio.
Ma il suo Ticino autentico non era nemmeno quello. Il suo Ticino era più piccolo, più vicino.
Pensò alla bottega di Pinza, l’elettricista. Via Selvetta, seconda porta a sinistra. Ci portavi la radio rotta e lui la riparava raccontandoti storie del paese. La bottega aveva chiuso nell’ottantanove, Pinza era morto nel novantadue. Al suo posto c’era un garage.
Pensò al banco di Pepòtt, il fruttivendolo. Stava davanti alle scuole, con le cassette di mele e il grembiule sempre sporco. Conosceva tutti per nome, sapeva chi aveva il diabete e chi la suocera difficile. Anche quello era sparito, e al suo posto c’era un parcheggio.
Il tedesco aspettava, paziente.
«C’erano delle botteghe» disse Elia, non sapeva bene perché. Come glielo spiegava, al turista, che a lui era rimasto nel cuore non un paesaggio ma un negozio? «Un elettricista, un fruttivendolo. Gente che conosceva tutti.» Si accorse che stava parlando al passato, come si parla dei morti. «Ma sono chiuse. Da anni.»
Il tedesco annuì, pensieroso. «E oggi? Cosa c’è oggi?»
Elia guardò fuori dalla vetrina. La strada principale, le auto parcheggiate, l’insegna di una banca. Poteva essere un paese qualunque, in un posto qualunque.
«Il Ticino vero?» disse, e gli uscì una mezza risata. «È già partito. Prima di lei.»
Il tedesco rise, credendo fosse una battuta. Elia non rise.
Ci fu un momento di silenzio. Poi il tedesco pagò, ringraziò, chiese un ultimo consiglio.
«Vada al lago» disse Elia. «È uguale dappertutto.»
L’uomo uscì, soddisfatto del «carattere locale». La campanella sulla porta suonò due volte, poi silenzio.
Elia restò dietro il banco. I pensionati giocavano a carte, la signora Marta era uscita senza salutare. Un martedì qualunque.
Fu solo in quel momento che gli tornò in mente la masseria. La masseria della Pobbia, a Novazzano. Quarantaquattro metri di muri, cinquanta stanze, seicento anni di storia. Da bambino ci andava col nonno, che gli mostrava le travi del soffitto. Una volta aveva provato a spostare un sasso enorme che bloccava il portone della stalla. Il nonno l’aveva guardato, divertito: «Lascia stare, che quella non la sposti neanche col trattore». Invece l’avevano spostata. L’avevano spostata tutta, la masseria. Duecento camion, pezzo per pezzo, fino in Svizzera interna. Ora stava in un museo a Ballenberg, come un animale impagliato.
Alle tre chiuse il bar. Non lo faceva mai, di martedì. Salì in macchina e guidò verso Novazzano.
La strada era la stessa di sempre: capannoni, rotonde, insegne. A un certo punto, dove c’era stato un campo, ora c’era un distributore di benzina. Elia non se ne era accorto, prima. O forse se n’era accorto e aveva fatto finta di niente.
Arrivò alla Pobbia che il sole era già basso. Fermò la macchina, scese.
Dove una volta c’erano i muri della masseria adesso passava una strada. Due corsie d’asfalto, un guard-rail, e più in là i binari della ferrovia. Il traffico scorreva regolare, indifferente. I camion che l’avevano portata via dovevano essere passati di lì, su quella stessa strada che aveva preso il suo posto.
Elia restò a guardare. Gli tornò in mente il nonno, le travi del soffitto, il sasso che non si spostava. Aveva creduto che restare bastasse. Che finché lui era lì, qualcosa sarebbe rimasto. Invece il Ticino se n’era andato lo stesso, sotto i suoi occhi, un pezzo alla volta.
Risalì in macchina. Guidò per un’ora, poi un’altra. Quando vide il cartello per Ballenberg era quasi sera.
Parcheggiò, camminò fino all’ingresso. Il museo era ancora aperto, la biglietteria illuminata. Elia si fermò davanti alla porta.
La masseria era lì dentro, da qualche parte. Ricostruita, etichettata, spiegata ai turisti. Poteva entrare, vederla, toccare le stesse pietre che aveva toccato da bambino. Ma quelle pietre non erano più a Novazzano. Erano qui, in un posto che non c’entrava niente.
Non entrò.
Si voltò, vide il quaderno dei visitatori sul bancone dell’ingresso. Lo aprì, prese la penna.
Scrisse due parole, poi chiuse il quaderno e uscì nel buio.
C’era scritto solo: «Addio, Ticino.»
IA Modest Club
Postilla
Chel ch’a gustu a rasustu.




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