Le braccia del Puda

Mi chiamo Defendente Genetelli, ma più che un uomo sono un simbolo. Forse stremiti dal mio nome, non si appellavano al cognome, uno tra i cento. La mè Mam se la prendeva sempre, povera, da quando seppe che mi soprannominarono Puda. Cominciò il Nono a chiamarmi così, aveva letto di una specie di santone che stette fermo nel deserto senza fare niente fino a quando gli caddero le braccia e poco dopo morì, quasi contento: il Budda. E quindi, nel suo ristretto vocabolario: Puda. Perché anche io non facevo quasi niente e se c’era qualche lavoro sparivo a pensare. E cristo, ma se non mi piaceva? Spostare letame e cassette di strozzocavai duri come sassi, ma nemmeno pampani da raccogliere o carretti da spingere. A me piaceva giocare con la sabbia, a sfidare il Dani con i nomi dei concorrenti a forma di biglia. Ma anche lui prese a chiamarmi Puda.
Adesso che sono belle che vecchio, sono Puda per tutte le generazioni che sono seguite. Mi vedono straccione e povero, ma il mio spirito mica lo sanno. Ho letto libri quando gli altri pregavano, ho guardato mille partite di calcio senza sforzarmi. Quando le ragazze fiorivano le ho ammirate senza volerne nessuna per me. Ho assistito alle discussioni con qualche parola qua e là. Se tirava aria di litigio, andavo al riale e quando scoppiò la guerra non mi chiamarono. Del fieno non me ne importa nulla, le pecore mi fanno compassione.
Il prete voleva farmi andare chierico e ho dovuto spiegargli che come Puda faccio parte di un altro credo, anche se avrei preferito che mi chiamasse Defendente.
– Defendente non fa niente, Puda non suda – cantavano in coro dopo un po’ di vino, che è una specie di diritto per chi ha lavorato tutta la giornata. Anche io lo bevevo alle feste, ma dai bicchieri abbandonati, rimasugli che messi insieme valevano almeno mezza bottiglia. Gli avanzi di pane li portavo via e con un po’ di cicoria la cena era fatta.
Sono riuscito a vivere con calma e nella mia catapecchia sono stato bene.
– Come fai a vivere così? – chiedeva qualcuno. Come fai tu a vivere così? rispondevo, senza commiserarlo per la foga dei soldi, dei figli, del lavoro.
Però adesso sono stanco.
Questa mattina di maggio che sto sulla panchina di sasso come una laspra al sole, mi è caduto il braccio sinistro e ora si sta staccando anche il destro. Senza dispiacere, aspetto di morire. Ciao a tutti.

gene

Lascia un commento