Quando lasciammo la Valascia, no. Eppure l’addio di Cornaredo ha avuto uno strano effetto, sul me bellinzonese con l’inquietudine del Ceneri. Sento come se qualcosa si addolcisse, non per tifo o appartenenza, ma gnanche. È più un fremito da funebri in ultima pagina, con volti e nomi sconosciuti ma con date vicine alla mia, argh. Forse è l’invecchiare, battaglia che non considera nessuna ritirata, nessuna resa. Forse è che Cornaredo aveva soppiantato il Campo Marzio, dove il mio Pa’ e alcuni zii batterono il Tresa per andare in Seconda e vantarsene con orgoglio oltre la mortalità. Al so mighi.
Capisco, da cronista asettico con l’alibi della cuffia per essere equidistante, che per molta gente è un braccio che si stacca, con la protesi pronta qualche metro più in là. Oh, bello, funzionale, l’arto nuovo, ma quant’era mio e forte quel braccio imperfetto? Ma poi i dottori, come sempre e anche se non ti va, ti convincono: Europa, lounge, fitness, fashion e ics e ipsilon. Tutto da conquistare, ma ce ne vorrà per eguagliare miserie in dialetto e trionfi di Cornaredo. E quando e se mai succedesse, non sarà rimasto nessuno di quelli di ieri pomeriggio, domenica 17 giugno. Non diciamo i Brenna, i Colombo o i Bottani: no, intendiamo il popolo.
Allora, in un futuro lontano lontano, Cornaredo spunterà da qualche foto in onedrive, tra un maguardaunpo’ e un cigiocavailnono. Senza crederci troppo perché il domani sarà un andirivieni di sconosciuti in campo e di care comodità da astanti. Non pioverà nemmeno più, tanto sarà bello.
Criticoni e nostalgici, astenersi please. O sparire con Cornaredo.
gene




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