Sono falegname, come Giuseppe, e come lui non ho pretese, se non stare al servizio della mia stessa coscienza. Non siamo che padri putativi, un compito che ha mille volte più importanza della natura o della divinità, entità irrefrenabili e cieche. Sono sempre stato dalla parte del popolo ebraico, vessato in ogni anfratto della cristianità, nei secoli, e infine trucidato in massa dal nazismo d’Europa. La memoria, la Memoria, dell’Olocausto perde testimoni come foglie d’autunno, ma io ricordo bene da figlio e studente, e poi uomo, le testimonianze delle sofferenze ebraiche, del migrare per scampare alla morte, del non avere una patria e in tutte le altre patrie essere reietti. Acceso dalle parole di Levi, incarnate nell’eternità e frantumate dall’adesso.
Ora basta.
In questi anni mi sono tormentato per non stare da nessuna parte, se non quella delle parole e dello scambio di pace, della bellezza che pervade la convivenza nelle differenze. So anche che questo sembrerà un proemio a chissà quale trattato eroico. Invece è un atto di dolore, l’infrangersi di una compassione.
Si stagliano padroni della guerra, orribili esseri umani; ulteriori vigliacchi. Ma occorre dirlo: nessun popolo è eletto e tutti lo sono. Non si sceglie tra Barabba e Gesù, ci si ribella invece contro chi chiede la scelta.
Il popolo ebraico – la sua cultura, le sue tradizioni, i suoi diritti, i suoi doveri – si accascia mentre in suo nome si vestono gli stessi panni bruni dei suoi assassini. Si dissolve quando infanga il diritto con la violenza e se ne compiace. Sembra egli stesso aver perso la Memoria.
Non posso andare avanti, per sconcerto e repulsione, per il mio essere apolide e senza dèi. Ma una cosa ancora: Occhio per occhio, dente per dente? Farai del male fino alla fine dei tempi e delle generazioni?
gene




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