Arcaneide indomabile

Di Elda Pianezzi

Recensione pubblicata su laRegione del 2 giugno 2026

Arcaneide – Una fine del mondo di Giorgio Genetelli, edito da Temposospeso, è un libro volutamente inclassificabile. Romanzo distopico, poema epico, raccolta di voci, ibrido indomabile: nessuna etichetta sembra bastare. Un’opera entusiasmante e spassosa, ma anche disorientante, che sfida il lettore e conferma la voce inconfondibile di un autore che abita la letteratura della Svizzera italiana come nessun altro, con un Ticino sospeso tra il reale e il mitico, tra lo spicciolo e l’epico.
A livello formale in Arcaneide si celebra una vera e propria “guerra tra stili”, perfettamente in sintonia con la guerra e la distruzione che il libro, con un linguaggio evocativo dell’Odissea (non a caso uno dei personaggi si chiama proprio “Ulisse”), preannuncia più e più volte fin dalle prime righe. Dopo un primo istante di smarrimento, l’ossatura dell’opera appare chiara: sedici sezioni numerate, ciascuna introdotta da una poesia in corsivo che funge da cerniera narrativa e che descrive l’assemblea intorno ai fuochi nella Città assediata, quella che il lettore si aspetta stia per essere sbaragliata e distrutta. Dentro ogni sezione si alternano i monologhi dei personaggi.
Una simile struttura promette scontri e sangue, paura e sgomento, gesti eroici, confessioni di amori e tradimenti, piani di fuga, codardia ed eroismo e tanto tanto pathos, invece nulla di tutto ciò accade. I monologhi – a volte dialoghi, a volte digressioni filosofiche – poco o nulla ci svelano delle passioni scatenate da una situazione tanto estrema come la minaccia della distruzione di una civiltà. Ne segue un senso di straniamento, che porta alla riflessione e alla ricerca di una chiave di lettura. Genetelli ce ne offre più di una. Per esempio a pagina 56, quando il narratore spudoratamente strizza l’occhio al lettore affermando: “Ma qui ce ne sbattiamo, siamo partiti per fare una cosa e invece ne facciamo un’altra!”. Oppure a pagina 60, in cui si riflette su ciò che si sta raccontando: “E qui c’è l’aggancio con l’inizio della storia, quell’incipit semi-aulico e di forma lenitiva che è d’aiuto al giovane, e a noi adesso, per attrezzarsi alla nuova vita che lo attende, che attende tutti.”. Una metascrittura, questa, che rimanda al post-modernismo di un Calvino – quello di Se una notte d’inverno un viaggiatore – dove il narratore rompe la quarta parete non per confessare un’impotenza, ma per rivendicare una libertà. Non solo: qui il narratore definisce il frammentarsi della propria scrittura come una “Città delle parole”: parole come divinità, parole come ultimo baluardo, parole destinate all’oblio e ciononostante pronunciate. E allora si arriva a porsi un quesito: le parole possono davvero opporre resistenza al nulla? Le storie – di banale  quotidianità, di quadretti familiari, di marachelle di gioventù, di piccoli litigi e di piccole invidie, di sgangherate avventure nostrane – bastano a scongiurare il pericolo, a metterlo in secondo piano, a rimpicciolirlo fino a farlo scomparire? L’autore non ce lo dice. Ciò che però Genetelli fa, e che fa in ogni suo libro (e dicendo ciò non si dice certamente poco), è cospargere le pagine di pensieri e immagini così vivide da risultare indelebili. Perché quando osserva e descrive il mondo, è in grado di mutare per sempre il modo in cui lo percepiamo.
Ci si ritrova così davanti a piccoli gioielli di scrittura, che il lettore coglie un po’ alla rinfusa, come staccati da una cornice che grida sangue e battaglia, ma comunque potenti per il linguaggio radicalmente originale in cui sono scritti: dialettale, comico, memorialistico, aneddotico, picaresco. Fra di essi spiccano senza dubbio i monologhi di Ombra e di Lupo, quest’ultimo il personaggio forse più epico e coerente di tutta l’opera che, nel parlare nel buio della notte dell’assedio, crea un cortocircuito metaforico tra predatore braccato e città assediata che funziona alla perfezione:
“Vibra la terra violentata, freme la mia rivincita. Ardono le carni sulle braci. Ribolle il mio sangue. Gli occhi prudono, naso e orecchie dolgono. Morde la fame, divampa la sete. Ma devo resistere, calmo e invisibile, attendere l’attimo, un gesto solitario, un passo nell’ombra, una disattenzione, una cieca sordità. (…) Sono ormai troppi, incontenibili, avidi, eppure pensano di non morire, di non avere il dovere della morte; che il morire, solo il loro, sia indegno e immeritato, convinti che la natura piegata al loro volere basterà sempre per tutti.”
Da questo passaggio appare chiara la poetica di Genetelli, che dalle pagine del suo blog definisce “libertaria” e che traspare nei suoi scritti, in particolare nelle raccolte di racconti La conta degli ostinati (Capelli, 2017) o Ingombranti (Temposospeso, 2025). Una scrittura tagliente, ribelle, obliqua e polemica che non lascia spazio ai mezzi termini. Un aspetto ruvido e battagliero che sì prevale, ma sa anche ammorbidirsi al momento giusto, come in questo passaggio in cui Ombra si rivolge all’umanità:
“Certo, non posso immaginare cosa ne sarà di te, ma il presente è enciclopedico, so fare tutto senza sbagliare di un millimetro, non mi vedrai mai anticipare un tuo desiderio o attardarmi in una nostalgia. Sono il tuo cuore e non ti tradisco; mi difendi e ti difendo, e tutto quello che desidero è un orizzonte verso il quale camminare con te, davanti a te, o dietro, o di fianco, ma sempre dalla tua parte. Non disperare. Io ti amo.”

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