Forgiato su solide basi, il Pratico condusse un’infanzia a picco sui lavori dei padri per poi mettersi in proprio e scardinare territori con pietre e legna. Nel fulgore della maturità, realizzò denaro con la forza inarrestabile delle sue mani e con il calcolato funzionamento del raziocinio. In poche parole: costruì, demolì, ricostruì e riempì di denaro la sua vita operosissima. Non si chiese mai perché, ma solo quando e come. Il Pratico divorava la sua vita a colpi di martello e calcolatrice. Maturò una splendida rendita con i risparmi, che in aggiunta ai contributi, gli prospettò una pensione dorata. Smetterò di lavorare e mi godrò la vita, annunciava. E quando arrivò il momento del riposo, fece il giro del mondo
assiepato su pontili di navi immense, abbuffandosi di cibarie per terra e per mare. La moglie gli leggeva i menù e lui ordinava e pagava. Parlava nelle sua lingua a tutti i popoli stupefatti da quei suoni. Non era importante capirsi, per quello bastava levare il portafoglio come si leva una Colt, ottenendo tutto senza nemmeno contare fino a tre. Poi le gambe gli divennero di legno e dopo una prima fase di resistenza in carrozzina si trovò inchiodato alla poltrona della veranda di casa. Per un po’ si godette il sole e il whiskey, la televisione e la compagnia cheta della moglie. Che, ovviamente, morì. Rimasto solo, accudito da una badante remunerata come una nababba, il Pratico fece un passo nel vuoto e comprò un libro, uno grosso e costoso come da suo imperioso desiderio. Non ricordo se fosse una versione illustrata di Guerra e Pace, ma quando si accorse che oltre alle strambe stampe d’arte c’erano da affrontare anche le parole, si arrese e morì.
gene
Postilla
Le uniche cose indispensabili sono le cose inutili.
Francis Picabia




ve lo chiedete a vicenda: dove sei stato? Hai fatto vacanza? Ebbene no, nessun volo, nessuna apericena, nessun afterhours, nessuna coda. Nessun viaggio, tranne quello dentro la mia anima, che però è un tempo che mi prendo tutto l’anno, gratis e in buona compagnia. Beh, buona… a volte stare con se stessi è impegnativo e contradditorio, ma sempre leale, profondo e divertente. Mentre voialtri spiegavate sdraio o vi accodavate a griglie, io ho letto e discusso, a volte da solo, a volte con altri. Mentre voi tornavate alle vostre occupazioni di sempre, bofonchiando, con l’abbronzatura che stinge alla prima curva e la libertà oppressa, io sono andato avanti nelle verdi terre della mia anima, proprio come faccio il lunedì, alla fine del mese, in dicembre e in agosto. Mentre voi sospendevate la vita, dimentichi di miserie e sopraffazioni, come se l’estate fosse una lunga tregua, io mi sono occupato di sorvegliare ladri e mascalzoni che potevano agire indisturbati, tanto voi eravate al bianchino o alla pennichella. Tra l’altro, dico sempre “io”, ma siamo in buona compagnia invece, la compagnia dai pirach inverséi sense om ghèl. Potrei dire noi, ma non mi va di rappresentare altri alla cazzo. Ma ce ne sono di fratelli che suonano per il gusto, che contano storie belle, che spezzano il pane, che ridono senza bisogno di stare al sole di una riviera. Mentre voi vi sorprendevate per il burkini e ammiravate il coraggio dei sindaci e la tempestività dell’informazione, noi ricordavamo le nostre nonne. La mia, per dire, la vidi sciogliere per la prima volta i capelli bianchi lunghissimi quando sfiorava i novant’anni. Prima di allora, panét in tescte, fazzoletto in testa. Non credo le sia venuto in mente di andare al riale per il bagno, ma se fosse successo l’avrebbe fatto vestita. Quest’estate avete sfoggiato ninnoli e guardato culi, e chi se ne frega se avete figli o se siete in età pericolante. Io, noi, abbiamo coltivato peperoni e promosso Jannacci. Siamo meglio di voi? Certo. Mentre voi sognavate di voi, noi sognavamo gli altri.
tiracchiare in porta per scaldarci prima del via e il Mansueto, al solito, svirgola d’esterno come un cavatappi difettoso. Tiretti che di solito muoiono a dieci metri dalla partenza, come ogive di carnevale. Gli faccio vedere come si colpisce di collo, al che lui dice che non è capace, ma io insisto stupidamente. Da notare che dietro la porta c’è la buvette, con gente assisa e totalmente disinteressata ai nostri drammi incanutiti o stempiati, o le due cose assieme. Bene. Il Mansueto cosa fa? Piazza il primo tiro di collo pieno della sua vita da impiegato, con forza inusitata. La palla sorvola felice l’asta, e plana…