Le storie sono normali, ma i personaggi no, non ci riescono. Uno di loro fu licenziato per
corrispondenza, firmata dal tagliatore di teste. Un lavoro come tanti, in ufficio con la cravatta, solo che a svanire era il suo di lavoro e se la prese maluccio. Salì in soffitta, tolse dall’armadio la Mauser che il padre aveva tenuto via come ricordo dell’esercito e scese in strada piuttosto calmo. Si fece una decina di isolati a piedi, ciondolando pistola in mano, senza fare caso al fuggi fuggi della gente, tra cui molti incravattati come lui. Che però, la cravatta se l’era tolta e si era calato un sombrero di paglia con la scritta Birra Bellinzona stampata sulla fascetta di carta. Teneva un sigaro spento tra i denti, ai piedi scarponi delle truppe del genio induriti come sassi.
Di fronte all’edificio si fermò come per legare un cavallo immaginario. Aprì la porta girevole con la scheda magnetica, e non con un calcio come si fa di solito. Puntò la pistola in fronte al portiere che si era avvicinato col fare del prete che confessa e gli intimò di precederlo fino alla porta del tagliatore di teste. Lo scacciò e poi, stavolta sì con un calcio vero, aprì la ridicola porta a vetri con nome e funzione del parassita che vi stazionava.
Il tagliatore di teste, seduto in poltrona come un padre della patria, alzò le mani farfugliando le solite cose che si dicono in punto di presunta morte. Tenne la pistola spianata per svariati secondi, fino a quando non cominciò ad alzarsi un forte odore di merda dalla poltrona presidenziale. Abbassò l’arma, sogghignò, girò le spalle e uscì.
Attraversò la strada fino al bar di tutte le sue mattine da vent’anni e passa, entrò, si appoggiò al bancone spostando patatine e caramelle per depositare il sombrero e con la pistola indicò al barman la bottiglia del Jack Daniel’s. Gli fu versato con cautela e terrore, poi la bottiglia venne rimessa al suo posto. Lui alzò la pistola e sparò all’innocente bottiglia, come nei mille copioni della frontiera.
– Non ti ho detto di metterla via, uomo!
gene
Postilla
Quando un uomo con la cravatta incontra un uomo col sombrero, l’uomo con la cravatta si caga sotto.

legno. Mi ha caricato la cadola sulle spalle e sul momento le ginocchia non parevano reggere il carico, e invece sì. Mi sono voltato quando ero già su di un bel po’, dove i larici sono pochi. La mamma sulla panca era un puntino appena più minuscolo del papà in piedi. Non ho potuto più guardarli. Un po’ dopo ho sentito due spari e anche se sono piccolo ho capito. Meglio andare, devo farcela anche se sono solo, come ha detto papà.
furono rinvenute quarantacinque schede valide ancora intatte nelle loro buste. Vennero conteggiate in fretta a furia e l’autorità annunciò che queste schede non avevano modificato gli esiti della consultazione, tranne per il trascurabile fatto che il sindaco di quindicina non era più lo stesso, ma il rivale.
dell’inaugurazione. Quel treno che si protendeva a becco d’uccello sui binari sfavillanti sembrava in agguato prima di mostrarsi al mondo intero. La linea ferrata, costruita in vent’anni e costata più denaro del previsto, aveva chiesto l’inevitabile tributo di vittime che le opere grandiose reclamano come dèi maligni. Lui stesso aveva perso un amico, “effetto collaterale” di un crollo imprevisto. Il potere era già metaforicamente a bordo dell’Uccello, da mesi, a bearsi dentro un turbinio di dichiarazioni indistinguibili tra delirio, propaganda e retorica.
quando la parrucchiera gli disse che s’era rovinato i capelli.