
I va furenn i onscei ala brusc’ciu
con la goro dai aar ch’ is lustru
che ié impusibul da tegnii quit,
l’é ‘me met l’aria in d’om cargaisc
Il sa gnan i onscelusc baloord:
ag uà dighil da mighi sconfondlo
co’ la brusc’ciu di pagn o di vach
gene


I va furenn i onscei ala brusc’ciu
con la goro dai aar ch’ is lustru
che ié impusibul da tegnii quit,
l’é ‘me met l’aria in d’om cargaisc
Il sa gnan i onscelusc baloord:
ag uà dighil da mighi sconfondlo
co’ la brusc’ciu di pagn o di vach
gene

Mi è toccato piegarmi, infine, a confessare: “Sono una strega”. È vero, non ho mai amato il dio dei miei conterranei, quello della religione alla quale si riconducono castità e regno dei poveri in terra. Andavo nei boschi dove uomini pii, che in chiesa si inginocchiavano nei banchi di legno per pregare, anche mio padre e mia madre, e per assolversi dai peccati che la dottrina considerava mortali, quali l’adulterio e la bestemmia, godevano del mio corpo oltraggiandolo con oscenità rivolte a me ma che chiamavano in causa i loro precetti. Concedevo loro il sesso nella bugia del silenzio che ne sarebbe seguito. Concedevo loro erbe per guarire il mal francese e la tosse asinina che colpiva le loro indesiderate, sottomesse mogli, e la loro prole innocente.
Perfino il prete mi seguiva nelle forre, indugiando tra le pieghe delle mie sottovesti, per poi prendersi la sua parte di lussuria. A me piaceva, per il gusto, ma quanti mesi ho passato discosta in attesa di sgravarmi in cima a una rupe, dalla quale poi cadeva il frutto del mio amplesso e della loro vergogna. I padri di famiglia lasciavano pane trafugato e qualche crosta d’avanzo, come pegno e come indulgenza.
Figli miei non ne ho cresciuti, non ho accudito mariti, ma uomini sulla mia strada ne sono passati, sempre ordinando e mai chiedendo. Ho preso quello che veniva sulle mie orme selvatiche per godimento e pietà. Pietà per quelle vite onorate davanti a dio e al villaggio, disonorate da loro stessi negli atti della selva.
Quando il prete non poté più possedermi, per inadempienza del suo pendulo membro, convocò il tribunale.
Mi arrestarono mentre raccoglievo fiori, mi condussero nelle segrete dove volti sconosciuti e stravolti dalla lascivia cercarono di strapparmi dalla bocca ciò che io non sapevo. E più non sapevo, più loro mi martoriavano sulla ruota.
Quando capii che il solo modo di chiudere quei supplizi sarebbe stato confessare ciò che non ero, vidi sui loro volti un moto di delusione per dover chiudere le delizie dello stupro.
“Sono una strega”.
Oggi, nei bagliori di fiamme che nella logica del paradiso purificano terre e cuori, aspetto l’ultimo ballo guardando il turgore nascosto nelle loro brache di fustagno e nelle loro vesti nere. Tra chi assiste alla mia fine, molte donne con gli occhi bassi. Nei loro volti leggo: “Tu morirai, ma noi no”.
No, voi no, non oggi. Voi avrete ancora tempo per acconsentire a nuove efferatezze solo perché non avete il coraggio di dire: “Sono una strega”.
gene
Ti guardavo, gli occhi miei a milioni,
tu che in combutta con la terra
ti inzaccheravi in passi mattutini,
e lieti pomeriggi di ritorno
aperti di luce già allungata
Mi recitavi ad alta voce,
argentina la tua, come me,
che picchiavo su tetti e bruscoli
Ora sto rannicchiata e cupa
tra mie nubi senza quiete,
né boato, né tuono, né fiamma
Indefesso, il secolo veloce
s’è trascinato sugli oceani,
ha scorticato praterie,
con icastica protervia
e l’avarizia del progresso
Eppure, io, ti amerei ancora,
radunata così piccola,
spossata in questo marzo
disperatosi nell’uggia
dell’inverno avaro
Ti amerei ancora
I milioni di miei occhi
rimpiangono il tuo amore,
ma lacrima non cade
e io non vedo più
gene


Si ricorda dei sentieri il Lupo, tutti, uno per uno dei mille che percorre. Li scova tra il fogliame sbriciolato della primavera che stenta a palesarsi, costretta da un inverno arso. Son rimaste in alto anche le prede selvatiche, e quelle domestiche ancora stanno nei recinti e nelle stalle. Si ricorda anche di questo atavico passaggio, percorso nei ricordi tramandati per istinto dagli avi sterminati in questi luoghi. Lo ricorda come se l’avesse camminato egli stesso, anche se lo segue per la prima volta. È un tratto dritto che taglia la campagna, ma il terreno non è morbido, sente sotto le zampe l’asfalto – si chiama così, lo sa – e con gli occhi segue questa lingua grigia che conduce a un gruppo di case sconosciute di cui nessuno degli antenati gli ha lasciato una memoria. E lo affiancano carri rumorosi, senza cavalli e gli uomini seduti dentro la carrozza lo guardano con degli strani occhi di vetro. Lo affiancano senza tema, lo scrutano per alcuni istanti e poi danno di frusta e con ruggiti se ne vanno.
Il Lupo prosegue sul sentiero che svolta verso la montagna, attraverso le case, ma un altro carro lo insegue dappresso. Sotto le zampe ancora asfalto e il passo si allunga resistente, è abituato a miglia e miglia, ma il carro non demorde, con quelle luci che abbagliano e non si possono guardare. Risale il sentiero d’asfalto, ormai è chiaro che l’uomo dentro al carro vuole prendersi gioco di lui con l’ottusità dell’inseguitore, forse pensando all’ottusità dell’inseguito. Il Lupo lascia fare, lascia che lo guardi con il suo occhio di vetro, ha capito che in questo mondo quello strumento è indispensabile all’uomo per la sua sopravvivenza.
Il sentiero d’asfalto si snoda già nel cuore dei boschi quando il Lupo scarta a sinistra, lasciando il duro cammino per le morbide foglie tra gli alberi. Il carro si ferma, non lo può seguire, e allora anche il Lupo si arresta a sua volta per un ultimo sguardo all’uomo, che è uscito dal carro e lo scruta ancora con quel suo occhio luccicante. Poi se ne va, ma sente che l’uomo fischia, come quando chiama uno dei suoi cani, chissà perché.
gene

Vardal ilé l’Uli, che par l’ultum viagg l’é catò foro el trator. “Ao ch’ l’é ch’ am toco nèe?”. Ig rasponn gnisun e aloro u invii el tratorocchio co’ la manovelecio inrusgiurente. I tusiss tui dui, dal fum. L’Uli u salta su in canotiera, coi banderett dala Parisien piantei sol stomich, ‘me ‘m toor.
Apene prim l’ere al Larice col Remo da Molon, l’Ardo e ‘l Junf, a sughee vinoc, coi maledizioi ai Gomitoli s’ i n’impiosava ‘m got. “Daman amò un”, u fa l’Uli apene prim da i deis da matin.
Ul sugu e peu u meer da colp.
L’é ilé, ch’ u deciid da nee dal gó col tratoor. Ag vegn in menn, u salta su, u pasa foro in Busciarini e u fronto el Signorocc ch’ u traverse i prei. “Oh Signorocc! A pensava propi mighi che te gh’ére”, ug fa.
“Uli, Uli… no le mica parchè non mi hai giammai veduto, se no inciodato a una croce, che no ghe sono davero”.
Ma varda tì che robo, u pense l’Uli, saltandan sgiù dal tratorocc e metendes dré a smargajèe.
“Mi credo che te dovria andar lazzù a l’Infero, no te poso far entrà nel Paradiso, te gà dito robe brute su la gésa e i Santi. E a mi? Poreto inciodaa? Te me ga dito de tuto, a mi e al me Pare, te m’ ha paragonato ale bestie. Va là in fondo, gh’è sta quei come tì, busarde e fanuloni”.
L’Uli u salta su amò pal trator e u s’invii in campagna, e sense gnan saludee chel Signorocc u cridi: “Ho facc ben a ditin da tucc i sort, brut merdon”.
“Maleducat d’un maleducat” u cridi amò pisei el Signorocc, prim da strozzas con la polgro valsada dal tratorenchio da l’Uliocc coi banderet infilsei in do stomich.
In fon ala strada, adoss a l’arginell, i l’ spece tucc quagn e intan i canta. Om Diaurocc ug slongo ‘m tazzin. “Bevetti Ulio, che quirro se face come in de l’altro mondo de prima. Se canta, se maja, se beue, se pianze, se ridolacchia, se caga e se sacramentasse liberi. E nemeno se trabacca”.
L’Uli u salta sgìu amò om bot, u ciapa el tazzin valiiu da barbera, ul sugu e peu u domanda ch’ el l’é ch’ agh guà fee in cambi. “Nientissimo” u rasponn el Diaurocc infeugò.
“Murii l’é miou che viiu, crisctoc”. E aloro l’Uli us met dré a cantèe tan ‘mé prim, se mighi miou, coi altri torlerusc da Prons crapéi d’om pezzon.
gene
14 ottobre 2016

Postilla
Contrariamente, non ci barcameniamo a destra e a sinistra.

Varda che se te stà da foro
can ch’ a piou tes bagna
Allora rientro affranto
Miou ‘m ladro in ca’
che om prevet a l’us
E sono d’accordo
seppure inesperto
Va in do lecc prest
che iscì te sta su prim
(alle tre del pomeriggio
e dopo uno sbadiglio)
Smette di piovere,
esco e mi dicono:
Su gh’ ha su el capel
o ch’ a fa brut, o ch’ a fa bel
Dipende poi dai gusti
Incontro il Savin,
che passa per saggio
L’é miou veisg ai bocc
che peerd ai caart
E poi le galline e le uova
e fai oggi invece di domani
Ié fastidi, dabon
gene