Setò in sol scagn
a vardi ‘na lambroto
in mez i pei
ch’l’as ravolto par seterass
sense gnan dii ‘na parolo
Am vegn da pensèe:
ma chel te sbat a fann
che tan te mutu e storno
e at toco scondos sot tere
par scampèe quatro dì
gene


Setò in sol scagn
a vardi ‘na lambroto
in mez i pei
ch’l’as ravolto par seterass
sense gnan dii ‘na parolo
Am vegn da pensèe:
ma chel te sbat a fann
che tan te mutu e storno
e at toco scondos sot tere
par scampèe quatro dì
gene

Intanto che lo Ziogino finisce il salame di là, con la Ziaanda apolide, noi due abbiamo il tempo per simulare la partita contro il muro del cesso, tra i ciottoli appuntiti della carraia e le possibili intemperanze dell’Ugopedrani con la fionda. C’è quell’idea forte dell’estate, con la chiusura della scuola all’orizzonte e la libertà sconfinata dei torrenti e dei boschi.
La finale di Coppa è il grande appuntamento, anche se solo alla tele perché andarci di persona è ancora e solo un sogno d’infanzia. Di andarci come calciatori in campo, mica sulle gradinate a fare tifo. Ci sarà tempo per la gloria, ora ci attende il divano sotto la pendola, dal quale guardare i colori catodici dell’evento dell’anno. Ancora un tiro a mascelle serrate contro il muro del cesso e l’ora è giunta, e l’Ugopedrani e i dispetti non si sono visti, buon segno. Lo Ziogino ha tenuto da parte un paio di fette, da mangiare nei minuti dell’inno, una specie di eucaristia norcina.
Da quando abbiamo quattro anni va così, antenna sul tetto permettendo.
Il fischio d’inizio trapana il vetro del Gründig e ci fa fare un giro di sangue. Il divano ci contiene a fatica, è uno raccattato alla discarica, okay, ma la misura è perfetta. Lo Ziogino a sinistra, in posizione comoda per alzarsi senza calpestare nessuno – lui è sempre un po’ inquieto e la Ziaanda non è che lo lasci proprio in pace -, il Dani in mezzo, io a destra, sotto la finestra spalancata dalla quale entra il frinire delle cicale e i passi di chi non è interessato alla partita o non ha la tele o altre cose.
Poi, io non so davvero se il risultato mi interessi: ci sono cose magnifiche e spaventose, tiri da migliaia di chilometri di distanza o tuffi nei baratri dell’area, dove i piedi aguzzi come scogli scarnificano stinchi e tempie. In campo corrono così tanto che ho paura che qualcuno cada fuori dal televisore. In certi momenti danno di quelle pedate al pallone che sembrano avere l’idea di volerlo rompere.
Falo corner punigon torleri pasala upaarelvezion centralf bech scarpuscion
La Ziaanda borbotta cose come feicito o blagoi, più spesso qualche Ginofascià o Ginofalà.
Adesso però smetto di raccontare, la partita ci risucchia e dobbiamo sostenere la squadra tutta rossa, che senza di noi rischia di non farcela nemmeno a stare nell’inquadratura.
Forza Liverpool.
gene (tempo di maggio)

Signorina Primavera,
che fosti anche di Praga e Botticelli,
scarmigli i capelli alle ginestre
Non vendichi e rivendichi, eppure,
nel tuo tempo ch’è rinascita,
col vermiglio dei fiori tra le ciocche,
c’è quel sangue che ci affoga
senz’empiti ribelli
gene (tempo di guerra)

Dasedet col dì
da foro da ca’
a l’umbrii d’on arbro
ch’u brama primivere
e coi pensei ingarbiei
Peu a pous col sach in spala,
con sgiù mez che noto,
rampighi soi sgruss
apene soro i drous
Ruvu in bochete di fra’:
vardal el sentei ch’u taja
la paret e tramoro
Gnomà ti e i marmot ch’i suru
‘me si gh’aress paguru
pai tè pass malferm,
un apreu a l’altro, e dassot
votanta metri da sassada,
che se te vara it trovo a tech
Varda mighi
Dasorenn amò scajoi e ‘l ciel bló,
om stolsc u vara quet,
forsi ut specie
El sentei di fra’ ‘me la viti
la tovo adess, ma amò ‘m pass
‘me ‘na salveze pinini
La bochete d’albagn
l’as ver spianada sot i pei,
te fiada e a fon as veed
cusal e gariss, l’aria d’om bot
e ‘m camoss stremiit
sol sentei cuarciò d’erbe
Te va par insgiù, te vidù? spediit
mighi gnamò variit, no,
ma te pò fagla amò
an dapartì
gene (tempo di rinascita)

Svegliati con il giorno
fuori di casa
all’ombra di un castagno
che brama primavera
e coi pensieri imbrigliati
Poi vicino col sacco in spalla,
con dentro quasi niente,
arrampicati sulle frane
appena sopra gli alni
Arriva alla bocchetta dei frati:
guardalo il sentiero che taglia
la parete e trema
Solo tu e le marmotte che fischiano
come avessero paura
per i tuoi passi malfermi,
uno vicino all’altro, e sotto
ottanta metri di parete,
che se voli ti trovano a pezzi
Non guardare
Di sopra ancora macigni e il cielo blu,
un gheppio vola quieto,
forse ti aspetta
Il sentiero dei frati come la vita
la tua adesso, ma ancora un passo
come una piccola salvezza
La bocchetta d’albagno
si apre spianata sotto i piedi,
respiri e in fondo si vede
cusall e gariss, l’aria di un tempo
e un camoscio spaventato
sul sentiero coperto d’erba
Vai in discesa, hai visto? veloce
non ancora guarito, no,
ma puoi farcela ancora
anche da solo
Non ci sarò più, è vero, ma non ci sarai più nemmeno tu, Uomo, è solo questione di tempo. Questa pallottola vicino al cuore che mi paralizza a terra è la scheggia che chiuderà la mia epopea e tu l’hai esplosa con solerzia cieca, perfino trionfante, ma un’altra pallottola attende anche te. O forse sarà solo una banale malattia, oppure un incidente, o la vendetta di un altro, epidemia o catastrofe, ma anche tu finirai. La vedi la tua scadenza? Ti sto guardando, Uomo, hai il coraggio di specchiarti nei miei occhi? Oppure sei solo stupidamente fiero per la salvezza del tuo gregge? Nessuno è salvo. Io sto morendo, tu morirai, il gregge non avrà più pascoli e moriranno anche pecore e agnelli. Guardati in giro: vicino a noi ci sono strade e palazzi, sequele di case, fumi e vapori, alberi tagliati, malanni, violenze, sopraffazioni, veleni e parole terribili.
Sono l’ultimo dei miei, ti abbiamo sempre evitato e scrutato da lontano, non ti abbiamo mai attaccato e siamo fuggiti nei radi sentieri ancora liberi, nelle poche foreste ancora inviolate, sulle cime innevate e ventose di queste Alpi violentate da te e da quelli come te. Siete milioni, noi poche centinaia. Avete divorato territorio, confinandoci e continuando a infamarci con fiabe e leggende, con cronache menzognere, con istigazioni all’abbattimento, con leggi inique. A uno a uno siamo caduti sotto i tuoi fucili, fino a me, che solo vagavo, ormai senza futuro e senza stirpe. Un destino che è la tua stessa condanna, perché tu, Uomo, ti uccidi da solo. Sei uno spaventapasseri immobile a difesa di un campo avvelenato da te. Ora muoio… il mio pelo arruffato da questo vento velenoso… Ti aspetterò all’inferno.
gene
Postilla
La fame fa uscire il lupo dal bosco.
Giovanni Verga
A pos gnan vardau,
ag n’ho mighi dal busegn
au senti fiadèe, l’é asei,
valtri padroi dala guere
Ragordeves gnomà che ‘m dì
a finirì an valtri sot ala scendre
ch’a i spandigò in giir
e gnisun i pregherà coi fiuu in man
Gnisun i dirà ‘na parolo
né bono né grama
pal viag a l’infern, contò su
in tucc i libri e i canzoi
Gnan a mam vosso ag vegnerà
più el nom ch’la va dacc
Tucc i canicitt i spuderà
sola vosso fotografii
Intan fele pur grosso la vous,
a stremii sgenn ch’i scapa da cà,
coiscei ‘me bochèe di pouri,
ma ragordeves che mi a sarò ilé
a vardau crapèe col rabutò in sol muson
e i pirach folei da sol robei
Profondei, masarei,
padroi dala guere, totoi:
mì, pitost che netau,
a bruserò lavet e savon
insem al ves tof
gene (tempo di guerra)
