E tu donna che viaggi con i piedi nel fango nero e duro dell’inverno senza il riparo della giacca trascinando figli tuoi o di altre Io ti guardo dallo schermo al riparo nella forma quieta del pensiero alla mia cena preparata come sempre senza scossa alcuna Diaccio dovrei stare nello scoscendere del mondo vorace che si prende te mentre io lamento l’insostenibile furto di un francobollo sulla busta Davvero io ti guardo donna e sappi che non posso ripararti e lo vorrei ma solo di quel poco che mi basta per poggiare la testa sul cuscino e pensare con cordoglio moderato alla colazione di domani o alle rondini sul tetto
Il sottosuolo ci appartiene? O siamo suoi prigionieri? Come le case, del resto, che sembrano una protezione e invece sono trappole e le bombe lo dicono. Fedor ha scritto del rintanarsi tra lo sporco sotterraneo e quello dell’anima, il sottosuolo come sepoltura della ragione. Lui sapeva, cinque erano stati gli anni di prigione per le sue idee espresse in parola. Adesso siamo qui noi, cacciati in queste caverne percorse da binari disabitati che non portano più né a destra né a sinistra, ammassati in un lieve tepore dolciastro uguale a quello della morte appena giunta, tra scritte e pitture, con la fame e il pianto. Come agli albori dell’umanità. Nell’abiezione a precipizio, senza più la percezione del nostro stesso corpo, che scorgiamo solo come ombra riflessa sui muri istoriati. Non è una vita, ma l’ombra di una vita sfumata, per questo ogni momento è buono per morire, forse siamo già morti e anche le ombre sono solo spettri. Quando finirà questa tornata, qualcuno aggiungerà capitoli alle memorie del sottosuolo, sfuggendo alla propria ombra per riprendersi il corpo e disvelarlo. Ma il sottosuolo sarà un libro mai finito, altre depravazioni attenderanno i nuovi sopraffatti, altre caverne si chiuderanno sui sopravviventi. Il tepore dolciastro, i binari inariditi, altre ombre, altri graffi sui muri, altre illusioni. La morte e il ritorno.
Parteggiano per il tizio a torso nudo a cavallo come simbolo virile, in realtà un vigliacco che manda gli altri a massacrare una nazione indipendente. Un criminale con i tratti della follia stampati sul volto, che scatena propagande raccolte perfino dal Partito Comunista ticinese e lo spinge a una manifestazione sotto lo slogan “No alla guerra contro la Russia”. Prese di posizione deliranti, infarcite di termini ottocenteschi e false certezze (i nazifascisti ucraini che operano la pulizia etnica del Donbass, una fake-news gigantesca). Ora i comunisti da operetta (ma è una tragedia), ben avvitati agli scranni del Gran Consiglio, parlano di neutralità tradita, esattamente come la destra peggiore. Ma del resto, le idee sono appollaiate in cerchio, come il quadrante di un orologio: i comunisti stanno alle 11.59, i fascisti alle 00.1, quasi si toccano e basta un inciampo per cadere di là. Sono già caduti. Per fortuna, il popolo ha gli occhi aperti quando si fa la storia, l’ha detto bene De Gregori. Il popolo che i comunisti nostrani pensano sia dalla loro parte senza vedere la miseria del loro consenso, che a questo punto scenderà all’irrilevanza e finalmente potranno riunirsi nella cabina telefonica. Ammesso che ne trovino una non ancora occupata dai libri che non leggono.
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Postilla 1 Gioventù Comunista Ticinese: “Si evita però accuratamente di menzionare il fatto che le truppe russe non si sono mosse dal territorio russo e che sono invece USA e Gran Bretagna ad inviare provocatori al fronte in Donbass per creare un casus belli e giustificare l’aggressione contro le repubbliche autonome di Donetsk e Lugansk”.
Il campo è tutto una buca, una dopo l’altra, ma nel pomeriggio si può ancora giocare. Usciamo di soppiatto, fingendo di andare al cesso per non farci bloccare dagli adulti. Poi suonano le sirene e dobbiamo rientrare sottoterra e un po’ avviliti aspettiamo il giorno che verrà per continuare la partita. Mi vergogno quasi a dirlo: giochiamo a baseball in un paese di calcio e hockey. Mi sono fatto una mira notevole e un braccio elastico che produce svariati effetti alla palla. Con i buchi di adesso bisogna stare attenti ai piedi. Quanto alle mani, nessun problema. Con la mazza me la cavo meno bene, Stanislav invece è un campione. Ci alleniamo anche nel rifugio, ma senza palla e senza mazza, solo fingendo, altrimenti è un casino. La notte è la peggiore, esplosioni vicinissime e il cigolio spaventoso dei carri. Il mattino sembra sospinto dal fracasso che entra nel rifugio dalla presa d’aria. Le vibrazioni fanno cadere le mensole e i bambini più piccoli piangono così tanto da prendere i nervi peggio che il frastuono là fuori. Stanislav mi dice Andiamo. Dobbiamo farli smettere. Ha in mano una molotov e sotto la giacca intuisco la mazza. Mi metto in tasca la palla e prendo anch’io una molotov, ce ne sono tre casse piene e due in meno non saranno mica un problema. Dallo spioncino della porta si vede un carro col cannone girato a sud. Quei pachidermi sono ciechi, vedono solo davanti. Apro la porta e tiro la palla dritta con tutta la forza. Il carro sussulta tra le buche del campo, il colpo arriva sulla torretta e il mostro si ferma, come punto da un moscerino. Si alza una botola, spunta una testa e la mia molotov tutta fiammeggiante è già nell’aria, un tiro curvo che si infila tra la testa e il vano. Il soldato viene lanciato in aria dalla pressione del fuoco e rotola in una buca. Stanislav corre come alla conquista di una base e mentre il soldato sta per rialzarsi gli sferra un drive sul viso, in bello stile, con le ginocchia piegate e la mazza che sembra avere una vita sua. Guarda per un secondo l’inferno di fiamme che si scatena e poi corre a casa base. Il soldato si è rialzato, ma è malfermo. Prendo la molotov di Stanislav, la accendo e la lancio. Esplode ai piedi del soldato che in pochi secondi è una torcia. Si dimena, barcolla per alcuni passi e finalmente crolla. Immobile. Non un grido. È orribile, tutto. Rientriamo di nascosto e andiamo a sederci in fondo al rifugio, per piangere nel silenzio. La mazza e la palla sono inservibili, il campo è distrutto, penso.