Andare allo stadio, adesso, non si sa se sia un privilegio o un dovere. Pochi incaricati hanno la possibilità di vedere le partite dal vivo. Oh, dal vivo è un parolone, in un momento così tragico per tutti. A me tocca per professione, quella sempre un po’ fanciullesca del giornalista sportivo, ed è un piacere contribuire a riportare al pubblico l’impegno dei giocatori e cercare di lenire l’orrore del vuoto. Detto questo, a volte la cosa è alquanto divertente, se non comica. Mercoledì scorso a Berna si è messo a nevicare di brutto e a due ore dall’inizio della partita il Wankdorf era bianco. Pazienza, mi dico, e tanto ci sono i trattori supersonici che spazzano il prato di plastica come la Zamboni alla Valascia. E io sono al coperto, tié. Quindi, disposti i fogli con i poveri appunti e poggiata la cuffia, vado in sala stampa a fare il John Belushi con i panini. Quanto torno, il mio tavolo è la Streif in mezzo alla tormenta, i fogli sono appiccicati dalla neve come colla di pesce, la cuffia gronda. Mi aspetto che da sotto la sedia arrivi un qualche animale siberiano a mordermi. Asciugo tutto con la carta da cesso, ma quando provo a scrivere le formazioni sul foglio non faccio altro che buchi e strappi sulla carta fradicia. Guardo il collega romando e si ghigna. Poi comincia la partita, vado alla cieca e a memoria (labile), Siebatcheu segna il solo gol della partita mentre io riverso migliaia di parole nel microfono e non so nemmeno se qualcuno mi senta in quella Patagonia. Bisogna essere positivi, nel bel senso originario del termine. Alla fine, completamente congelato, raggiungo l’auto che si sbrina a Olten, ma tossisce a tre cilindri perché una martora deve aver rosicchiato i cavi come fossero grissini. Dal Seelisberg al Gottardo proseguo a passo d’uomo dietro agli spazzaneve, ascoltando almeno due edizioni del radiogiornale, e poi arrivo a casa. E sapete come? Contento. Dunque, andare allo stadio è un privilegio, per me che ho ribrezzo dei privilegi.
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Postilla Young Boys – Losanna 1-0 Rete: Siebatcheu
Non si può più fare niente, non si ha voglia di fare niente. Niente che contenga in sé un grammo di dignità per dare valore allo stare al mondo. In questo limbo, è più facile imbattersi in un chiodo tetanico che in una prospettiva. Viaggio in lungo e in largo per quel che resta del mio lavoro: vedere e raccontare partite di calcio. Treni vuoti o zeppi, senza un bisbiglio, uno sguardo. Potrei sfruttare la giornaliera a metà prezzo (franchi 75) e girare tutto il giorno senza che alcuno mi rivolga la parola. Anzi, senza vedere alcuno rivolgere la parola a qualcun altro, a meno che non sia il cellulare (il bracciale elettronico allacciato da noi stessi). Ieri le sole parole che mi sono state rivolte sono queste: Lei non può stare qui e si metta die Maske. Ho biascicato un pardon, andando via senza nemmeno un improperio o una maledizione. Ho raccontato per un’ora e mezza dentro un microfono appeso a uno stadio deserto senza avere la minima idea di quanti mi ascoltassero, uno, nessuno o centomila.
Ho parlato al telefono con mia figlia, mi pareva di dovermi nascondere nel lurido cesso del treno per non scatenare i soliti sguardi di disapprovazione. Anche lei è messa così, non dorme, non suona, lavora di malavoglia, da casa. Che la casa dovrebbe poi essere il posto in cui stiamo con noi stessi e invece ci viene invasa dal lavoro a distanza (la odio questa definizione), pagato male come prima, senza indennizzi, senza incentivi, senza pietà.
Allo stadio guardo i giocatori e mentre magnifico le loro gesta come se niente fosse, come in un disturbo bipolare, riesco a pensare che ci dev’essere qualcosa di meccanico a spingerli, una molla da caricare come gli orsetti delle giostre. Non si vede gioia, non si vede rabbia, ma solo un andare avanti e indietro in uno schema mandato a memoria e privo dell’espressione di sé. Una mascherina divisiva e uno schifoso disinfettante (a me anche la pistola puntata alla testa per vedere se sto sotto ai 37 gradi) proteggono e lavano via gli ultimi brandelli di coscienza insieme all’invisibile e ipotetico mostro sellato dai cavalieri dell’Apocalisse che ci comandano senza un piano leggibile, però parlandoci a ogni ora e magari, speriamo, anche loro senza sapere se c’è vita in ascolto oltre la telecamera e il microfono cellofanato.
Nei lividi cambi di treno, le pavimentazioni linde delle nostre stazioni deserte luccicano di passi perduti e di pioggia, illuminate a giorno da lampade design, retaggio dell’inutile. Vicino alla macchinetta dei biglietti, nessun dispensatore d’alcol per disinfettare le mani, ovvio; un chiosco bianco come una sala operatoria, invece, vende alcolici che consumo da solo senza più il pudore della deplorazione sociale. Ormai è normale, accettato, da qui parte la discesa verso il niente, il baratro che seppellisce i fiori e il senso della vita.
Va avanti da un anno, e a dirlo prima ci sarebbe parsa una distopia. Solo che si protrarrà, davvero e ancora. Ogni giorno c’è un aggiornamento dei mesi da allungare, qualcuno osa dire “anni”, e delle cose da togliere al poco che ci resta. Ormai stesi al suolo, franano ancora minacce e rimproveri, scuse e menzogne, come se ci volessero conficcare al centro della terra e che non se parli più. Non si può più fare niente, non si ha voglia di fare niente. Così si muore per davvero, mille volte al giorno. Senza nessuno che ci parli o ci ascolti. Curiosamente rinasco di notte, nella condizione naturale del dormire poco. Faccio sogni che mi pongono in posti sconosciuti. Non si affacciano più luoghi a me noti, è un nuovo mondo popolato invece da persone care e conosciute che si ingegnano nel darmi conforto. Sono viaggi avventurosi in una scenografia nuova di zecca che, penso, sia allestita dal mio subconscio allo scopo di salvarmi. Quando mi alzo li ricordo per brevi istanti, poi il vuoto ricomincia a calpestarmi e il rumore sordo dello sfacelo si fa assordante quando entro a comprare il pane. Su un asse della tettoia, come sul muro di una prigione, con il coltello aggiungo una tacca: non so cosa sto contando, ma di certo è una resistenza. Non posso fare niente, non ho voglia di fare niente.