Prosimo speise om zapon e’m vadì om zugret e dui len quatro cioi rusgiuren e ‘m techet da carbon Apene crompei nèe in Pasquei inciodèe i len spachei e tajei da musuru Portèe scià an el drapon con denn chel torleri e cavèe la tere e ‘l geron Fei cito tucc e vardei can c’a slanzi in do becc el drapon col torleri e ag daghi feuch con ‘na tolo da nafta e a quarci da tere e a pichi la crous e a scrivi: Va propi a cheghèe
gene
Postilla E lasciamo stare che l’uno cittadino l’altro schifasse e quasi niuno vicino avesse dell’altro cura… (Giovanni Boccaccio, descrivendo la peste)
Era da poco passata l’una, quando il pomeriggio parte in tromba sulle ali dell’estate. Al Bar Piazza, Janos e il Gus discutevano della tempesta in arrivo: il loro capo sarebbe stato licenziato e la cosa si era saputa solo in mattinata senza che nessuno ci credesse, nemmeno il capo stesso. A Janos squillò il telefono. – Passa in direzione – gli disse la voce della segretaria del giornale. – Subito? – Subito. Janos guardò il Gus e seppe che era finita anche per lui, che fino a trenta secondi fa immaginava un’apertura coi fiocchi. Lavoravano alla redazione sportiva. Ci mise un minuto per riprendersi dal freddo che gli saliva alla schiena. Attraversò la piazza, percorse il viale, arrivò al palazzo del giornale, aprì la porta, salì le scale. – Di là – gli indicò la segretaria, come se non sapesse che lui sapeva. Dentro l’ufficio, l’editore del giornale alla scrivania e in una sedia davanti il direttore. Un’altra sedia vuota per Janos. L’editore, che chiameremo la Iena, gli comunicò il licenziamento. Il direttore, detto il Lombrico, non alzò nemmeno la testa. Janos chiese spiegazioni e le ebbe dalla Iena: non ci piace come scrivi. Non me l’avete mai detto prima però, obiettò. La Iena lo squadrò: e poi guarda come sei vestito. Janos aveva i jeans e una camicia azzurra, lo stesso stile da circa sei anni. La Iena, un maglioncino di cashmere color salmone, gli occhialini rotondi, i capelli brizzolati all’indietro e la bocca come una tagliola. – E tu non dici niente? – chiese Janos al Lombrico, che arrossì dicendosi d’accordo con il padrone, con una vocina che rotolava dalla sedia. – Va bene – disse Janos alzandosi. Gli veniva da piangere dalla rabbia, ma non aggiunse altro. Poi la vita andò avanti e Janos fece altre cose gratificanti e non gli andò poi così male. Ma il dolore rimase da qualche parte sconosciuta. Altri, oltre al caporedattore, subirono negli anni la stessa sorte, imposta con cinismo dalla Iena e sottoscritta strisciando dal Lombrico. Oggi, sono passati sedici anni da allora, Janos se ne sta lì a scorrere notizie online. È un giorno di settembre luminoso e caldo, pensa alla sua laurea letteraria e si sente bene, come uno appostato sulla sponda del fiume a impigrire. E da lì passa fluttuando il Lombrico, gettato in acqua dal figlio della Iena. Janos alza le spalle, butta la lenza e pesca una bella trota.
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Postilla Se vi è una magia su questo pianeta, è contenuta nell’acqua. Loren Eiseley
Quattro notizie di questo venerdì: educatore di strada, voto ai sedicenni, droghe giovanili, strade senza bambini. Non ci vuole del genio per capire il ponte tra presente e futuro. Le prime tre pubblicate dai media, la quarta osservata in prima persona. Il presente è questo 2020 casalingo, nel senso che dopo i rigori dell’inverno a cavallo della stufa, ci hanno confinato in casa lanciando i seguenti allarmi caritatevoli: epidemia, canicola, alluvioni (seguirà di nuovo epidemia). Desertificazione applicata alla perfezione. Ma con alcune “finestre”, che nel gergo penitenziale sono le ore d’aria, con la stretta osservazione degli adulti, che come dice Silvano Agosti, mentono sempre. Siano essi padri, madri, politici, giornali, docenti, esperti. Mentono perché non dicono che questi spazi di presunta libertà non sono altro che fosse, nelle quali scaraventare i giovani e se non tutti si rialzano c’è pronta la predica o il cioccolatino all’asino. Bellinzona propone l’educatore di strada, che a grandi linee vuole travestito da gendarme, ovviamente adulto, che pattuglia strade e piazze e segnala disagi; ovviamente, visto l’Alcatraz in cui viviamo, di spazi giovanili nemmeno l’ombra e così i ragazzi e le ragazze si riversano, giustamente, nelle piazze e nelle strade durante le poche ore svincolate dalle pastoie (tra cui anche la scuola, ovviamente, dove si sta in fila indiana, mascherati, a distanza e tutt’orecchie alle disposizioni sanitarie e programmatiche senza la minima possibilità di imparare, ma solo di studiare cose vuote stabilite dagli adulti). Logico che la libertà vada poi ricercata nei paradisi artificiali, venduti dagli adulti e incontrollati dato che lo Stato di polizia si guarda bene dallo scovare i pesci grossi del veleno, preferendo forzare gli usci dei diseredati della terra. Per dare la fallace idea che i giovani ci interessano, ecco che il Parlamento alza l’ingegno, si fa per dire, e propone di abbassare il voto ai sedici anni, che sarebbe una bella cosa, ma come diceva Mark Twain (uno che di infanzia libertaria se ne intendeva, tra l’altro), “se votare facesse qualche differenza, non ce lo lascerebbero fare”. Intanto che i parrucconi corrono con i picconi per scavare torrenti e portare acqua ai rispettivi mulini elettorali cavalcando l’idea, nelle strade svuotate di essere umani, i bambini vengono portati dal domicilio all’autobus, scaricati a scuola e da lì deportati in aula con tapparelle abbassate per proteggersi dal sole. Già bello che, oltre alla mascherina, non bendino loro gli occhi per non fargli vedere il mondo. Mondo che ovviamente viene poi raccontato, mentendo di nuovo, con i bambini allineati al banco. Poi saranno educati in strada a non stare in strada, li si farà studiare senza imparare niente di importante, li si inviterà al mercato globale della merda, li si accuserà di ogni vizio e quindi si tornerà ad educarli, a opprimerli, a drogarli, a punirli. Siamo solo a settembre ma il futuro è già alle spalle.
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Postilla Essere giovani vuol dire tenere aperto l’oblò della speranza, anche quando il mare è cattivo e il cielo si è stancato di essere azzurro. Bob Dylan
Raminei da buzu i vegn d’insù a fèe ‘me vess da nui e i smense a parlèe streisgiui e verui. Ma se ai scoltei pulitu a sentii ch’i sono sbajei e che i parol ié storsgiui. Fin can che om dì ìu dis furenti e cioch “A speri che te crapi, prest”, dasdegn impiosò ’me ‘na maledizion sola taura da l’ostei. A craperem peu un po’ tucc a pensei, da sgiovon o da vecc, ma i parol i starà ilé, pagin scicc o lusenn, ‘me crous in l’aria
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Postilla Nota dell’autore. Occorre spiegare come questo testo in dialetto di Preonzo riguardi un anatema lanciato da un uomo a un altro. Un’allegoria sui rapporti interpersonali di un’umanità in disfacimento.
Ho seicentomila chilometri nelle ossa e la montagna non mi piace più. Ma sbaglio subito: non mi piace più camminare in montagna, o meglio, non mi piace più andare in salita. Ancora più in particolare, odio le erte, e più sono lunghe e più le detesto. Eppure ci ricasco e ci vado, in montagna, anche se solo ogni tanto. Come oggi. Ci vado controvoglia, come se abitando in mezzo a loro, le montagne mi facessero sentire in colpa per la mia assenza. C’è un laghetto su a 2410 metri di altitudine, si chiama Matörgn e non so nemmeno cosa voglia dire. Mi obbligano quasi, o forse sono io che mi dispiaccio nel lasciare la Maddalena da sola nel suo intramontabile piacere per le camminate. C’è un pezzo con la teleferica fino a Robiei, che sarebbe anche comodo se non fossimo tutti rinchiusi e mascherati come lebbrosi. Ci sono due o tre bambini e un’ottantina di semi-vecchi come me. Tra i quindici e i quarant’anni, nessuno. Pochi ticinesi, più donne che uomini. Sulla teleferica penso che sarei più contento di fermarmi subito al ristorante in cima a bere qualche birra, poi pranzare e attendere la teleferica del pomeriggio. Ma non oso dirlo nemmeno per scherzo. Ovviamente, il primo pezzo della camminata è una scarpata di cinquecento metri, così in piedi da sentire l’odore dei vermi nella terra, come diceva il Mapeta. Il fastidio è moltiplicato dalle presenze degli altri camminatori, partiti tutti insieme e che prima di sgranarsi stanno lì a infastidirsi su un sentiero sbriciolato dalle capre. La noia mi ha già preso alla gola e non posso nemmeno fumare che il fiatone mi serve per non scoppiare. Non sono in forma, ma oggi è peggio: ieri sera ho giocato una partitella di calcio che mi ha risvegliato un tendine del ginocchio ricordandomi che è sfibrato. In più, con le scarpette di gomma dura, le unghie degli alluci pulsano ormai irrorate di sangue. Allora vado su di forza, staccando la Maddalena che così almeno non sente le mie imprecazioni. Poi il sentiero spiana. Ma non sono ancora tranquillo: “Quando finisce il brutto, di bello non ce n’è più”, dice un terrificante motto cavergnese. Però invece il sentiero si dipana in una valle aperta e dolce, sovrastata dal Basodino in mutande, nel senso che il ghiacciaio è ridotto a perizoma e tra poco gli si vedranno le pudenda. Ci sono fiori e stagni, batuffoli di qualcosa come cotone che al tatto sono morbidi come paraffina. C’è da stabilire se fare il giro dello sperone in cima al quale sono sdraiate le acque del Matörgn (più lungo ma più agevole) oppure tagliare su dritti per un sentiero marcato di bianco e azzurro, che significa arrampicarsi. Propenderei per la circumnavigazione, ma poi mi sovvengo della noia e scelgo la verticale. Ecco. Salgo davvero tediato. Mi diverto solo in un passaggio roccioso dove ci si attacca a una catena. Poi ancora pietraie e buchi, tutti ugualmente uggiosi. Pe farla breve, almeno a parole, dopo due ore sto per vedere il lago. E lo vedo. E subito cerco un posticino per mangiare salametti. La Maddalena dice che è ancora presto, ma a me sembra già dopodomani e allora, da seduto, con la bocca piena, sto bene e posso dire “Che bello! Però non ci verrò più”. Proposito confermato dalla discesa, che mi piega le ginocchia dopo che il sole mi ha già bruciato i polpacci. Ci sono in giro i soliti turisti vecchi, nessun cinese e zero giovani. Il che conferma come abbiamo sbagliato tutto, quanto a trasmissione del piacere. Non voglio qua fare il trombone, ma ci sono generazioni intere e popoli al completo che alla prima avversità spariscono, fragilissimi e spaventati, privi di coraggio. Io invece sono un eroe che ha affrontato la montagna ancora una volta, aspettandomi una controffensiva naturale alla quale opporre bestemmie. Invece, la natura è socievole, non mi ha lanciato sassi sulla testa e non mi si è sgretolata sotto i piedi; mi si è offerta senza chiedere, spiazzandomi. La Maddalena è leggiadra più di sempre, illuminata dalla montagna e mi fa un gran piacere. Il problema sono io, Uomo, il cretino. E di eroico zero, se non in alcuni propositi, in questo specialmente: non ci torno più.
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Postilla Arrivato in cima, la pietra della montagna si mescola con le gambe, le braccia, i polmoni. Con gli occhi e i respiri. Con il coraggio e lo stupore. Fabrizio Caramagna
Facendo caso per bene ai dettagli, e sommandoli tra di loro, esce la realtà artefatta (fatta ad arte) in cui viviamo: distanza sociale e un pallone a testa, o a ciascuno le sue palline di tennis, o una corsia sì e due no. Raccomandata la playstation, ma da soli, onanistica materia che diverrà disciplina olimpica facendo da traino ai mondiali di pac-man, per i quali concorrono vecchi attorno ai sessanta, intesi come anni. Resistono, con le regole di sempre, la pesca, la caccia e il tiro con l’arco. La scopa e la scala-quaranta vedranno erigersi muri divisori visibili dalla luna, le bocce da lanciare solo nel vialetto di casa, in solitaria e con tanto di litigi tra sé e sé (per i quali occorrono predisposizione e allenamento, altro che). C’è qualche apertura per la pesca subacquea o per l’inabissamento in apnea solitaria come Maiorca. Per lo sci, no problem, sono tutti già sufficientemente scafandrati e i cronometri verranno fatti scattare in un continente diverso da dove si svolgono le gare, che si disputeranno un giorno per uno, nel senso che la Gut-Behrami scenderà il martedì, la Goggia il mercoledì e così via. Il nuoto si disputerà in vasche piene di diluente, mentre per il parapendio si stanno predisponendo piattaforme di atterraggio nel pacifico, alla deriva da tutto. Si vedono già catamarani in navigazione al largo dei Bastioni di Orione. I nipoti degli Abbagnale sono già in viaggio trascinando canoe nella foresta pluviale con Fitzcarraldo al comando. Nel pugilato, se proprio, si consiglia di darsi pugni in faccia da soli davanti allo specchio, per valutarsi meglio in caso di verdetto ai punti. Il curling prevederà lanci di sassi da in cima alle montagne, come già si usava a Giornico. Per lo sci di fondo non sono ancora stati elaborati protocolli, in attesa che spariscano tutte le nevi di una volta. Per l’hockey, invece, si stanno riesumando le versioni da tavolo in voga negli anni Settanta, con le manopole manovrate da un umano e tre replicanti, versione Monte Verità da contrapporre al digitale e che dunque permette una certa nudità (risultati raccolti in una bottiglia di disinfettante da affidare al mare). Nessuno potrà assistere alle gare. Ai tifosi, verrà raccontato tutto alla cieca, come ai bei tempi di Rigassi dove si ascoltavano partite mai disputate ma chi se ne frega, è bello lo stesso. Quindi, almeno, ci sarà un’impennata di immaginazione, con la quale ognuno può vincere senza rendere conto a nessuna giuria.
gene
Postilla Sono passato attraverso momenti davvero terribili nella mia vita, alcuni dei quali sono realmente accaduti. Mark Twain