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Persia

Lascia fare non ti muovere
e osserva da uno schermo
l’impersonale e precisa
eliminazione del Nemico
Dalla base di controllo
un pugnale supersonico
gli spacca il cranio
Sulle bianche mani
nemmeno un filo
di sangue o bavaE mangiamo il cibo
in attesa di conferme
che arrivano a fiotti:
Il Nemico è morto /
ci sono le foto, /
è ufficiale, grazie. /L’hai guardato il Nemico?
Prima dell’assassinio
non hai visto te stesso
nei suoi occhi
Non hai camminato nella polvere
Non odori e nessun gusto
Non tremore e neanche dubbioTi chiedo
In quell’attimo di fronte
all’abisso della morte
avresti pregato o pianto?
Ti dico
Avresti potutoNon è il coraggio
non è il diritto
non è la forza
non è la giustizia.
È il male, invece
Del Nemico e il tuo
Il miogene
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L’ultima acqua

Non so leggere, fa niente, ricordo tutto. Il traghetto sul fiume Ticino, gli scherni, le mele raccolte da terra per cena, i fondi dei bicchieri abbandonati nelle feste in piazza. La mia infanzia sotto il rigore della zia dopo che i miei erano morti cadendo in montagna. E niente scuola, peregrinazioni nei campi e nei boschi. Nessun mestiere imparato, lunghi mesi a Mendrisio, con le cinghie e le pastiglie. La fuga.
Arrivai a piedi in questo posto, non so neanche come, saccheggiando orti prima di accasciarmi clandestino in pollai e fienili. Nella piazza di questo paese crollai, mi dissero. Di ciò che non ho memoria, ci sono solo quei giorni dai quali mi svegliai ripulito nella coscienza e negli arti. In un letto senza cinghie, soffice, con le foglie che scricchiolavano come un canto. E una donna molto vecchia che mi diceva di bere, che ce l’avrei fatta. Non era la Morte, dunque? E poi mangiare da un piatto, che buono. Infine, di nuovo in piedi. Forte. Restai in quella casa, non avevo ancora vent’anni credo, ma non sono sicuro perché il tempo al manicomio non correva giusto e allora non so. La donna morì e nessuno mi scacciò.
In fondo alla campagna, tra gli acquitrini, arginarono il fiume e costruirono il traghetto. Di là c’era il treno e il mondo a aperto. Che io nemmeno potevo immaginare. Non sapevo niente. Ma volevo lavorare, esserci in qualcosa che desse senso alla vita ricominciata, alla testa liberata dai fantasmi di prima, al corpo che chiedeva fatica buona e cibo meritato.
Il signore che l’aveva costruito mi affidò il lavoro, lui aveva altro da fare e a nessuno del paese interessava. Mi misi sotto come mai prima. Una semplice fune sospesa tra le due rive per guidare una zattera di tronchi con le corde e un palo per spingerla. Ci stavano comodi o impilati gli animali e le genti. Dalla stazione arrivavano i carri con il grano. Quanto mi piaceva… Il Re delle Acque. Il rispetto e la fiducia, la forza delle braccia, l’aria bellissima che sorge dal fiume in movimento e che mi commuove anche oggi che è l’ultimo viaggio.
Trasportai e imparai i segni sulla carta, le X da apporre sul registro quando un carico andava di qua o di là. Annotavo con delle piccole barre ogni persona che trasportavo da una riva all’altra. Chiudevo in una cassettina di ferro i cinque centesimi. Passavano le parole e le storie, i giorni lucidi e le sere placate.
Ho visto i volti di tutti, contenti, arrabbiati, tristi. Le parole insicure di chi si trova sull’acqua e non controlla più il suo destino, anche solo per mezzora. Le parole ebbre di chi invece va all’avventura e non sarebbe tornato più, con il treno, o l’amore, lanciato verso luoghi sconosciuti.
Sono stato in balia della piena del ’18, ho maledetto la siccità e il traghetto incagliato. Ma sono stati piccoli timori nella gloria del navigare.
Ho mangiato, ho bevuto, mi sono sentito un Uomo.
Con dolcezza, l’ora è giunta, solitaria. Metto il cinque centesimi nella cassettina, traccio una barra sul registro. Nessuno mi saluta alla partenza, nessuno vedo di là. Traghetto me stesso e spero di raggiungere senza incagli l’altra sponda del fiume, dove starò leggero e in pace come da vivo.gene
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Fermi all’incrocio

Il Pedra era sceso apposta dalla montagna. Si era lavato nel torrente gelido di febbraio, cambiato d’abito, incamminato nella bruma della campagna e bello duro dal freddo e dall’orgoglio era arrivato alla festa del carnevale. Prima di varcare la soglia del padiglione, si era specchiato nei vetri di Ca’ dal Geni e si era visto bello, coi capelli scolpiti dal gelo.
Una volta dentro si è fatto subito accalappiare da noi soci di sempre. E uela, e pup di fochi, e chel te beu, e te sta ben. Siamo andati al solito posto, a due passi dal bancone. Transitano tutti da lì, in attesa delle patate che la voce del Re, dal microfono, annuncia per le sette e mezza. E allora, campari per gli esuli di città, birre per i più rurali, compreso lui.
Si vedeva di rado il Pedra. Noi lo sappiamo che ha i suoi crucci, io lo so che ne ha uno che sembra scomparso ma è solo sopito dallo spazio e dal tempo che ha messo di mezzo per salvarsi il cuore.
Lo tengo bene d’occhio e per ora è dedito alla memoria condivisa che permette derisioni non ancora in prescrizione, e allora ci vuole cautela. Tutti sanno più o meno tutto, e attenzione alle orecchie di chi passa, che non si sa mai come le prendono, le beffe.
Ma tengo d’occhio anche lei. Lei.
Il Pedra non scruta tra il centinaio di persone, è tutto preso dai discorsi. Ci passano davanti mascherine, ragazze, giovanotti, uomini e donne di varia età.
Ne sono trascorsi di anni, dalla sbandata: l’ascesa all’amore, la discesa nelle rinunce, il burrone delle ossessioni. La fuga del Pedra è ancora in corso ma non penso che c’entri lei, dai, tutto si supera, perfino la morte. Sta in giro perché ha trovato una dimensione, o almeno qualche recinto dove ripararsi.
E invece.
La vedo che si alza da un tavolo stipato di parenti e amici. Il Pedra mi sta raccontando di un tronco con un volto e delle mosche che gli girano intorno, un disegno che aveva fatto su in montagna. Naturalmente si ride, ma io controllo l’avanzata e la vedo che lo guarda. Il bancone è spazioso, però lei s’infila proprio davanti a noi.
Lui le dà le spalle e non può accorgersi della manovra. Si accorge però che delle birre e dei campari sono rimaste poche tracce e allora chiede chi ne vuole ancora.
Intanto lei parla con il ragazzo del bar. Il Pedra aspetta il suo turno a due passi e ancora non la nota, distratto dalle nostre storie che sembrano fare barriera contro l’inevitabile. Lei ci mette del tempo, sono certo che lo fa apposta.
– Ma si può ordinare in questo posto qua? – esclama il Pedra, finalmente orientato al da farsi e col tono che usa quando vuole fare il brillante.
Lei non si volta, lui si avvicina e ancora non l’ha riconosciuta. È vestita di scuro e ha dei tacchi che seppur modesti la alzano di qualche centimetro e le danno uno slancio che di solito non ha. Il barista sogghigna.
Ormai io non posso più fare niente, lui le si affianca e finalmente la vede, di profilo, il volto delicato, le labbra scarlatte, il naso diritto. Era be’ ora.
– Ah… Uh… ciao… –
– Ciao, come stai? – replica lei fingendo sorpresa.
– Oh… Mi chiedevo chi è questa tizia… che occupa, sì, insomma… –
Poi ritrova un po’ di coraggio.
– Se sapevo che eri tu ti chiedevo di sbrigarti. –
– Sempre gentile eh? –
Il Pedra sblocca la paresi e la bacia sulla guancia, stringendole un braccio, e lei vedo che rimane lì con gli occhi accesi e che si sporge un po’ avanti in attesa di un secondo bacio. Che a lui però pareva già tanto il primo e si ferma lì.
E lei se ne va.
Lui distoglie lo sguardo e si gira verso di me.
– Lo so – gli dico.gene
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Domani vedrò

Pare bello conoscere ogni sasso e ogni curva del sentiero. Ma con lo stereo attaccato in cima allo zaino, e Cash baritonale sul rigare dritto, non facciamo caso alle cose note e sempre uguali. In più, mi chiedo se sia giunto il momento per non tornare più, e dopo un paio d’ore a rimuginare tra i castagni ne parlo al Dani.
– A Gariss par sempre? –
– No, intendo andare via dalle solite situazioni, quelle dalla nascita fino a qui, la casa, i Noni, el fotbal, i femen. Il lunedì che va fino al venerdì, il sabato e la domenica a immaginare qualcosa oltre il bar e la partita. –
– E i soci? –
– I soci sono soci per sempre, anche se fossimo lontani. Va bene la gioventù, ma sfinirla dentro la fermezza dei riti non è invecchiare? –
– A capissi mighi – la chiude il Dani mentre Cash è già passato due o tre volte dal blues della prigione. E quindi lascio perdere.
Quando i prati e i biezz ancora non si scorgono, so già che lassù non dormiremo per tre giorni, presi dalle birre, dal fuoco, dalla scatola magica delle cibarie. Spaccheremo le notti trascrivendo le canzoni dallo stereo per cantarle come all’Hallenstadion. Disturbando l’alpe. Lo so che il Cicio si inventerà una processione sacrilega solo per il gusto di scampagnare alcolici tra i rododendri. E se ci sarà neve, giù per la riva coi sacchi dei rifiuti a fare slitta, a deridere il Denco che si spancerà come una foca monaca.
So che ci sarà tempo per scrivere cose sul quaderno della capanna, senza un minimo d’attenzione e pensando che nessuno si offenderà. E invece la gente si offende, non sa ridere di sé.
Neanche a me viene una gran voglia di ridere. Già mi prende la malinconia per quest’ultima volta da selvatici, al pensiero che andare via è uno spezzare cuori.
Il mio batte a singhiozzo sull’ultima erta. Non piango solo perché non mi lascerebbero in pace e verrei meno alla mia solida ignoranza emotiva.
Gariss. In capanna accendiamo il fuoco, vado al riale a prendere acqua e quando torno si può già mangiare e bere.
– Per sempre giovani, anche se l’ignoto mi attende sulla strada sconosciuta che prenderò, quella della maturità. –
– Piaca! Beu! – mi dice il Dani allungandomi una lattina, mentre i fantasmi già galoppano nel cielo.gene
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quaresima

La quaresima è una specie di digiuno. Infatti, al Meo hanno strappato tre denti del giudizio e oggi può solo mangiare gelato. Che gli piace, ma piange dal dolore e allora penso che sia un santo vero, innocente, non quelli da calendario. Io non so se per i credenti la quaresima sia un modo per onorare le angustie del Cristo, povero cristo. So solo che da bambini ci rifilavano una bustina viola dove mettere dei soldini da dare alla chiesa. Per farne cosa? Boh, le ostie, il vino, gli spaghetti del prete a Ca’ dal Geni, tra il fumo delle sigarette e le bestemmie che sopportava senza prediche. A pensarci adesso, se fosse stato per tutto questo, i soldini nella busta viola erano validi.
Che poi tra l’altro, per noi che il carnevale è ambrosiano, la quaresima comincerebbe domenica e allora ci sono ancora quattro giorni per dilapidare tutto, conciarsi la pancia come om fotbal e rendere il fegato immangiabile anche per i più livorosi.
Non voglio dire niente sul carnevale, che mi pare un momento in cui non si limona più come prima, e sembra già una quaresime anticipata. Io non limono più a carnevale non solo perché non ci vado, ma pure perché sono quasi antico e bon, quel che ho dato ho dato. Io. Ma gli altri? I coniglietti e i leoncini, le scimmiette e le zebrucce? Sono sempre col bicchiere di plastica in mano e sono impediti/impedite nell’approccio linguistico. E quando sono a mani vuote, la bocca è talmente impastata e sull’orlo del rigurgito che è molto meglio appartarsi in dignitosa solitudine.
Anche la solitudine, in fondo, è quaresima. Anche non riuscire a pensare, o non volere, è un digiuno, che peraltro in molti applicano tutto l’anno e bisognerebbe fargli un monumento, ma non sono sicuro.
Dopo la quaresima c’è la pasqua e risorgono tutti, in moltissimi in coda al Gottardo, che come santo ha una pazienza. Alcuni non risorgono però, tipo quelli senza nemmeno i soldini per la busta viola, e nemmeno per gli spaghetti del prete a Ca’ dal Geni perché Ca’ dal Geni è sparito nell’oblio del tempo.
Quaresima o non quaresima, appena il Meo risorge dal mal di denti ci spazziamo un ragù alla napoletana, pagato con i soldini che non metteremo nella busta viola, tanto il prete degli spaghetti è morto e gli altri che si arrangino.gene
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Povero gioco

Il gioco. Ma sì, inventiamone una al giorno per avviluppare nelle norme ciò che era nato nella semplicità, sviluppato nella correttezza e nel rispetto reciproco. Ma sì, ormai, diamo tutto alle scrivanie e alle moltitudini di esperti da camera. Credo, sono convinto, che al tempo dei fogli su cui scrivere ci si conteneva, data la fatica della stesura a mano delle proprie idee, ed era meglio pensarci bene prima di mettersi al calamaio; oggi che con un semplice bondì si fa tutto in digitale, senza neanche mettersi a schiacciare tasti sul computer, che tanto ci pensa l’intelligenza artificiale (artificiosa?), si ufficializzano norme sovrapposte e contrarie. Neanche la bibbia è così estesa, perché a un certo punto finisce anche lei di indicare in modo arbitrario agli umani come debbano vivere. I regolamenti invece vanno avanti oltre i bastioni di Orione, inseguendo l’espansione dell’universo. Dimenticando, nelle dimensioni ormai sfuggite di mano, l’origine del mondo e la sua evoluzione: l’educazione e la ragione.
Povero gioco, così vicino agli incompetenti e così lontano dal suo spirito. Anche lo sport è un gioco, ma vallo a spiegare ai teoretici dell’ordine e del risultato. Se ti lamenti perché ti sei sbucciato sei un perdente, se esulti sei un insensibile. Quindi, giù regole nuove, per non piangere e non ridere. Se protesti per un rigore negato è la stessa cosa di quando protesti perché non hai un lavoro. Se fai il simulante sei trattato alla stessa stregua di chi finge una invalidità. Se denunci una combine è come denunciare un capocosca. Naturalmente tutti questi infingimenti sono definiti o furbizia o ladroneggio, scambiando gli epiteti a seconda del bisogno. E giù a ingigantire le parole, dal bar in tre ai social in tre miliardi.
Hanno tutti ragione, titolava Sorrentino. Ma era per dire che hanno tutti torto, che abbiamo tutti torto. È per eliminare i torti che nascono i regolamenti. Estesi da chi ha torto pure lui. In una situazione del genere, ci sarebbe una sola cosa da fare e la diceva anche Gaber: non insegnate ai bambini. Aggiungo: lasciamoli soli a giocare e noi saliamo sull’astronave dei regolamenti in viaggio eterno verso la fine dell’universo e oltre.gene
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Mattinata con Laura IA

Sono qui che non so se avere freddo o far finta di accaldarmi; sono qui che rimugino sul fatto che uno dei mie grandi desideri sarebbe avere qualcuno che mi carichi il tabacco nella pipa; sono qui che a mezza mattina sono già al crollo dei pensieri, se non quello che il pomeriggio sarà ancora più ottuso; sono qui che provo a ragionare in italiano, ma mi escono solo frasi come A vej el beglo o Tan simense ag n’am mighi; sono qui che allora è ora di una poesia in lingua preonzese, che l’ultima era uscita in tempi di virus.
Sono qui. Poi ecco. Una sfida.
Voglio proprio vedere come mi affronta una macchina.
Metto in fila quattro versi e chiedo a Laura, l’Intelligenza Artificiale, di metterne insieme quattro anche lei.
“Ciao. Ti propongo un esperimento. Prova a scrivere una poesia di quattro righe in dialetto di Preonzo. Il tema è: Freddo. Elementi: una slitta con la legna per il fuoco spinta da un uomo, e bambini che si scaldano.”Laura:
El frécc al strenza la pèl e ‘l fià el fa fum,
ün òm spènta la slèda, legna dura cömm al grum.
I bagài i s’strènzen i man, ross sü la guanza,
drént al frécc l’è ‘l föch che tegn sü la speranza.Poi le posto la mia:
A m’ha tocò runèe ‘l barezz
cola gordo roto dal sgell
Quatro ciapoi pal feuch
coi canicc apreu al teviE aggiungo che in italiano sarebbe:
Mi è toccato spingere la slitta
con la corda rotta dal gelo
Quattro stecchetti per il fuoco
coi bambini vicini al teporeE lei, Laura, dice, “Se la riscrivessi in italiano mantenendo la tua misura asciutta, senza aggiungere nulla, potrebbe stare così”:
Mi è toccato spingere la slitta
con la corda spezzata dal gelo.
Quattro stecchetti per il fuoco,
coi bambini vicini al tepore.Una fatica relazionale per arrivare a un aggettivo diverso, due punti e una virgola in più. An vaar la pene.
gene
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Lo saprò be’ io

Come un bambino, ricordava soprattutto le ultime cose successe e le elevava a valori assoluti. Poi, nel rievocare il suo passato vecchio di decenni, snocciolava fatti con una precisione tale da destare parecchie ilarità, e sospetti.
– Ma se non ti ricordi cosa hai mangiato mercoledì, come fai a dire che nel ’74 avevi bevuto la tua prima sambuca? –
– Lo saprò be’ io cosa ho fatto e cosa non ho fatto! C’ero io, mica voi, col Nieddu a Ca’ dal Geni! –
Ecco, per questi dettagli inconfutabili veniva ascoltato, e perfino lui ci credeva che le cose fossero andate proprio così.
Al capitolo conquiste, vantava avventure che in principio erano spesso di qualcun altro, ma che faceva talmente proprie da crederci sinceramente, fino alla convinzione.
– Con la Dele sono finito sul tetto con gli stivali in mano per scappare da suo marito. –
E come potevamo confutare, a quel punto? Al massimo schernire. Tipo chiedergli se l’altro ieri si ricordasse dell’incontro con una tizia e poi prenderlo per il culo quando se ne usciva con il classico: che tizia?
Un giorno raccontò di quando lavorava al Cern e che se non c’era lui le cose non sarebbero funzionate.
– Al Cern? A far cosa al Cern? –
– Abbiamo montato il capannone per la festa, con tappeto rosso e scalette in legno per abbellire. –
Però, per un attimo avevamo pensato all’acceleratore di particelle, inutile negarlo. Ci incantava. Poi tornava alla smemoratezza dell’oggi, quella che gli permetteva di non presentarsi ai lavori comunitari o all’appuntamento coi fastidi.
– Scusami neh, ma è meglio che mi scrivi. –
E tornava agli accadimenti dell’infanzia, la sua, quella senza obblighi, nemmeno lavarsi le ginocchia o ubbidire ai maestri.
Era vero? Non era vero? Nel dubbio, la chiosa era sempre quella: Lo saprò be’ io.
Che poi ci fossero guerre in corso o che bisognasse andare dall’avvocato, o dal medico, ah, non ricordo, non ti credo, non è vero, fatti i cazzi tuoi.
È morto contento. E noi qua a ricordarlo con fatti e piaceri così finti da essere veri.gene
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Dieci anni

Quando ho aperto questo quaderno, dieci anni fa, si rivelava perfetto nella sua complessità. Era vuoto. Nessuno mi avrebbe potuto aiutare, stavolta toccava a me e alla mia solitudine. Mareggiavo tra la collina inquieta di fantasmi e la pianura stravolta di caseggiati. Spesso non avevo nemmeno i soldi per il bus, o magari solo per la discesa. La salita, il ritorno notturno cioè, a piedi, per un’ora. Rientravo con la sensazione dell’arrestato di notte che di giorno non trova la spina da attaccare.
Mi ammalai, perfino. L’intestino annodato da un’appendicite operata alla cazzo nel ’66 e da un dispiacere inafferrabile.
Nei mesi precedenti avevo scritto parecchi racconti, su una terrazza di notte che però scomparve a causa di uno di quei dissidi luttuosi che ti lasciano lì nella steppa, scalzo e sporco. Solo che attraverso una steppa vera ci puoi almeno camminare: nella mia ero paralizzato.
Dal Frank c’era l’accoglienza e cose da fare, bevendo e ricominciando a ridere, con la spregiudicatezza dei senza patria e senza soldi. La sua stamperia produceva opere calcografiche di inestimabile bellezza. Io, niente, seduto nel piccolo spazio che mi aveva ricavato tra una sega circolare mai usata e alcune scansie. Un tavolino.
Ma scrivi no? Mi disse un mattino che dovevo avere un’aria più sperduta del solito.
Nemmeno a quello avevo pensato. Aprii il documento word, scrissi, ma poi non sapevo cosa farne. Cosa scrivo a fare se nessuno legge?
In fondo alla steppa, la parte digitale di essa, intravvidi un alberello, mi avvicinai col mouse e si aprì questo mondo. In qualche modo lo spolverai e cominciai a scriverci sulla sua corteccia, dapprima furioso col mondo intero e parole sarcastiche per combatterlo. Poi sgangherate poesie in dialetto, alternate a immagini rubacchiate. Poi, rallentando, trovai il ritmo vitale e cominciarono a nascere storie, a volte non sapevo nemmeno da dove. Ricominciai a divertirmi.
E la steppa finì. Finì l’arrancare, tornò l’amore e la fiducia. L’intestino guarì.
Ora il mio blog ha dieci anni e qualche amico mi dice che è un mezzo un po’ sorpassato, che ci sono possibilità ben più veloci e efficaci per divulgare i miei scritti. Sarà, ma io il mio blog non lo mollo, gli devo la vita, ogni giorno mi è fedele. E io a lui.
Sono guarito dalla malinconia, dalla solitudine, dall’inutilità. Grazie anche a chi legge.gene
Maggia, febbraio 2026
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Tristi, solitari e finali

Un cavaliere emaciato e il suo servo grasso sono fermi alla porta della città in fermento.
– Per la questione dei mulini a vento non c’è mai pace in sella ai nostri destrieri, anche se il tuo asino pare fregarsene, magari avessimo la sua serenità d’animo. Che poi, caro Sancho: macinare farina è una cosa del passato, produrre elettrico fa sembrare la pianura un portaombrelli di una discoteca. Tutto questa ingombro va spazzato via! –
– Mio signore, lasciate perdere e cerchiamo una taverna. –
– La tua stoltezza, o bulimia che sia, ti acceca: c’erano lo Zoccolino e il Canetti e li hanno sventrati per metterci vino del sud a prezzi inavvicinabili, o birra da ingollare prima ancora che i fermenti abbiano fatto il loro gioco. Abbiamo affrontato e sconfitto la zipline, abbiamo fioccinato bagnanti al Lido d’Oro, sventrato igloo della Fashion Valley dove si annidavano siliconi e botulino.
– Pieni di lividi e senza il tempo per una salsiccia, vorrei ricordarvi… –
– La pancia è il motore impazzito dell’Uomo, il Mensch. Sei di un’arretratezza che fa svanire la gloria. Non li vedi? Sorgono dall’acciottolato come fantasmi, ci circondano vociferando di selfie e lanciando striduli vocalizzi con l’autotune, seminudi o con delle braghe del trenig. Chi, se non noi, li fermerà? È una domanda retorica, ignavo. Non affrettarti a rispondere.
– Allora non dico nulla. Potremmo però adattarci, in attesa di momenti migliori, non credete? –
– Ti metti anche tu a porre quesiti oziosi? Non ci sono tempi migliori, non ci sono mai stati! Deponi la bisaccia e imbraccia lo scudo, che nel mentre io lancio questo poderoso rampichino, tu mi proteggerai dai lanci di hamburger e sushi, untuosi e crudi armamenti che riducono il genere umano a mostri, tra i flutti di ketchup con tracce di frittura. –
– A me viene fame, mio signore, non potremmo rimandare? –
– Rimandare è un atto vile, indegno di appartenenza alle luminose doti dell’umanità! –
– Non alteratevi e perdonatemi: ma non avete appena detto dei fantasmi, delle braghe informi, dei gusti triviali? Cosa volete salvare?
– Guarda Sancho, questi discorsi imbecilli ci hanno solo fatto perdere del tempo. Il nemico avanza e noi siamo, cioè, tu sei qui a cavillare. Hanno innalzato le mura con le loro scritte, Afterhour, Gusti Grechi, Babilonia! Anche il tuo asino mi dà ragione. –
– Allora, non potendo dare ordine al vostro criterio, direi di assaltare quei cavalli che roteano. –
– Ottima idea! Ma non sono cavalli, non vedi? Sono grifoni dal corpo di bestia e dal busto di svenevoli dame. Non ti tragga inganno, non ti salga la compassione. All’attacco! –
Galoppano alla giostra, acquistano due gettoni e fanno una decina di giri.gene

