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Il calendario del fotbal

Il Maurito tira qua un coso con dei fogli.
– È un calendario!
– Indoo te l’ha trovò? –
– Era giù sotto un sasso del rifugio. –Avevano portato via tutto, dopo l’esplosione, tranne i sassi che erano risaliti dal centro della terra e precipitati dalle montagne.
– Oggi dev’essere l’otto di qualcosa, credo febbraio. –
– E aloro? –
– Cazzo! Jongbloed il portiere che aveva scelto l’otto dopo un secolo di numeri uno tutti neri come ragni. Lui giallo. Non ricordi, maledetto torleri? Almeno i pensieri non li hanno portati via. E gnanche ‘sto calendario. –
– Ciola! L’Olanda! Deboi amò! –
– Già. I Paesi Bassi. –
– La sarà be’ sprofondada dal tut, l’Olanda… –
– Ma noi no e possiamo ricominciare gli allenamenti. –
– Sense el fotbal? –Il Maurito fa una faccia e con passo deciso da calcio di rigore va giù nel rifugio. Torna su mezzo incazzato e mezzo trionfante, con le mani dietro la schiena come per evitare un hands (enz!). Poi fa apparire un pallone di plastica.
– Cominciamo? –
Si allontanano sollevando un po’ di polvere verso lo spazio vuoto tra i calcinacci e cominciano a palleggiare.
– Verso i primi di marzo c’era la prima di campionato. Segno trenta tacche sul calendario e saremo pronti! –
– An meno, am paar che feurei un gh’ere vintott, da dì… –
– Giusto! –
– Gnomà mì e tì? –
– Una decina di scampati li troviamo di sicuro. Uomini o donne fa lo stesso. –Poi il Maurito, col calendario che gli svolazza nella mano sinistra, tira una legnata e il pallone di plastica si infilza in un chiodo.
gene
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L’arrivo del Becaària

Da Ingombranti – Una raccolta (temposospeso 2025)
Alle tre del pomeriggio il Frank riceve una telefonata e prima di rispondere sogghigna, posando il bicchiere. Non ho sentito la suoneria, ma non ci bado perché lui col telefono fa casotto e a volte lo usa come mouse e si lamenta perché la freccetta sullo schermo non si muove. Altre volte agguanta il pacchetto delle Gauloises, ma la freccetta niente.
– Come! Fermi in dogana? –
Sono in allerta, immagino voci nemiche all’altro capo del filo, una volta si diceva così, ma adesso i fili del telefono non ci sono più, sono rimaste solo le gabole, intatte, incombenti.
– E allora cosa facciamo? –
…
– Domani? –
…
Non ne posso più. Faccio gesti frantumando l’aria.
Appende, o finge.
Questo è un giorno molto atteso: arriveranno tutte le copie del mio primo romanzo del quale lui è l’editore e che è stato stampato a Germignaga, appena oltre il confine col Messico. Ci sono voluti nove mesi per arrivarci, come per ogni scarrafone. Il Frank ha adottato tutta la lentezza dei suoi ritmi, sprofondando in formulari e tecniche, con la maniacalità del suo essere stampatore d’arte. “La copertina non mi convince, i colori non sono giusti, l’impaginazione è una merda, guarda qua quante catene, faccio domani, aspetto una telefonata, Max non risponde, arriva Peter, stanotte non ho dormito, andiamo al Passetto, calma”.
Queste asserzioni, in quest’ordine o rimescolate a piacere, hanno accompagnato tutto l’iter del libro. Ormai mi sentivo come una patata nell’olio bollente, fritto.
Poi, zam! tutto pronto, nel mattino di questo giorno qua che siamo andati al Passetto a bere un rosso alle nove e mezza del mattino (lui si è già portato avanti in casa liquidando un mezzo litro dopo colazione).
– Tutto a posto, arrivano oggi e andremo a prendere il carico a San Quartin, chiamano quando passano la frontiera – mi ha detto ergendosi come un budda sulla sedia di plastica del bar. – Sarà verso le due – ha aggiunto.
Alla una e mezza già pongo la domanda su eventuali notizie dal Messico, ma no, non ancora, pazienza. E siamo ormai alle tre, cioè adesso, che lui ha appena messo giù quella telefonata allarmante e io bestemmio.
Scoppia a ridere.
Ho abboccato e rido anch’io, ma sotto sotto ho il nervoso.
Quel libro lì è il mio riscatto, senza la spinta del Frank non l’avrei mai scritto e sarei andato avanti a montare capannoni, spaccandomi le dita sotto il sole cocente o con i piedi nel fango di novembre. Ma il Frank non può fare così, cazzo, alle tre del pomeriggio, quando l’attesa strapazza le mie viscere come olio di ricino.
– Comunque il camion è partito e tra un’oretta andremo a San Quartin a scaricare – mi rassicura, ma sempre col sorrisetto da sberleffo.
Andiamo in magazzino ad attendere e ci facciamo ancora alcuni bicchieri, che se poi ci fermasse la pola buenas tardes amigos.
Facciamo posto tra le scartoffie per l’imminente carico di cultura che mi aprirà un luminoso futuro di squattrinamento (con la cultura non si mangia, al massimo si beve, vedi Bukowski). Ma intanto non suona niente, il telefono giace inerte come il mouse.
Ma poi suona. È il Luca che chiede se i libri sono arrivati, così tanto per stringere la morsa attorno ai miei poveri nervi.
– Sai come sono in Messico – gli risponde il Frank arricciando i baffi soddisfatto.
Credo abbia avvertito tutto l’entourage sulla possibilità di prendermi in giro.
Infatti arriva anche il Coque, sulla sua bicicletta da levriero, pettorina gialla e cuffiette e piazza lì un “tanto se non arrivano oggi arrivano domani”.
– Domani? Ma ci vado a piedi oltre il confine! – dico battendo un palmo sul tavolo.
E loro ridono.
Ovviamente ci si beve un altro goccio, in una nuvola di fumo densa come ovatta. E saremmo alla fase semi-euforica, che però a me non sale. A loro due sì e intavolano uno scambio di opinioni sulla normalità dei ritardi che una volta hanno allungato l’attesa per un catalogo d’arte a circa una settimana. Mi pizzica la nuca.
Poi il coso suona ancora e già mi accascio, certo che il domani sarà dopodomani.
E invece sono qua, tranquilli che in mezzora siamo alla Perlas de San Quartin, che diamine, siamo gente seria noi, altro che.
In un lampo sono sul pickup, lato passeggero.
Il Frank avanza verso il mezzo nella sera di dicembre come se andasse a visitare un morto, compunto e lento. Ruzza nella tasca del gilet alla ricerca della chiave, si accende una paglia, monta e inserisce la chiave. Parla: non sono sicuro che si avvii, motorino difettoso, batteria vecchia, non so, ah no guarda qua che va.
Lo fa apposta, lo so.
Attraversiamo la pianura a circa quaranta all’ora, in terza.
– Hai rotto la leva delle marce? – gli chiedo, sarcastico ma non troppo, che il coltello dalla parte del manico ce l’ha ancora lui.
Abborda le curve a passo di lumaca, come se dovesse schivare sassolini o contare i fili d’erba secca, e poi sgasa in uscita in modo francamente esagerato, rischiando di travolgere qualche pedone notturno.
Arriviamo alla Perlas, io sono stremato. Ma il camion è lì, mai vista una cosa tanto bella. Non ha una gru, ovvio, e ci tocca fare a mano: mille libri confezionati a pacchi da cinque. Duecento, se il calcolo è giusto.
Il carico, sul pickup scoperto, sembra sempre sul punto di volare via, mi viene il torcicollo a guardare indietro mentre il Frank affonda l’acceleratore con gusto.
Ma arriviamo veh.
Portiamo dentro, quattro pacchi alla volta, in un andirivieni notturno da ladri di polli che allerta una pattuglia della pola.
Gli sbirri si presentano con il loro solito fare e il Frank finalmente se la caga, tirando qua papiri da sotto un mucchio di cartacce per dimostrare che è lui il titolare dello stabile e non un trafficante di droga. Me la godo, tié.
(per fortuna non fanno test dell’alcol)
Finalmente posso scartare un pacco da cinque, prendere un libro, odorarlo, guardarlo, aprirlo. Quasi piango.
È mezzanotte passata. Frank l’ha fatto apposta tutto quel cinema, per farmi gustare completamente la giornata. Me ne rendo conto solo adesso che lui non c’è più. Mi resta il Becaària, di noi due.gene
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Il mondo a ribalta

C’era una volta, in una terra lontana lontana, un paesino ridente di cemento e strade che si chiamava Indrizio, per la rettitudine dei suoi abitanti. Il Generale, abituato alle glorie orientali e mediterranee delle missioni al comando dei suoi battaglioni, vi fu invitato da un gruppo di adoratori delle sue imprese, anche se il Generale nemmeno sul mappamondo riuscì a scoprire dove si trovasse questo Indrizio e dovette farsi accompagnare. Ma immaginò glorie persiane e littorie, e quindi accettò.
Arrivò in un fausto giorno di pioggia, portato a braccia dai suoi fedelissimi della Decima, attraversando una frontiera che ammirò commosso, lui che amava i recinti e le staccionate. Il gruppo dei sostenitori sciolse i liquidi corporali, tanta fu l’emozione per la venuta del Generale nel loro paesino di cemento e strade accovacciato tra le colline.
A braccia aperte, il Generale presentò, nella sala reale del Corcovado, il suo memorandum biblico “Il mondo al contrario”. Dovete sapere, cari bambini, che in quei tempi di carestia e peste, le guerre infuriavano; i poveri e i reietti si disputavano l’immondizia dei ricchi, i minorati imbarcati ancora in fasce nelle acque del Rio Puerco, e tante altre cose brutte segnavano donne e bambini.E allora, ecco il colpo di scena.
Il Generale tenne un discorso di pace e fratellanza, di inclusione, di accoglienza, il suo mondo al contrario di tutto ciò che era il male quotidiano. Sconcertò gli arditi del gruppo di sostegno, che avevano del tutto travisato il suo messaggio, complice la propaganda menzognera del suo regno enotrico,che l’aveva dipinto come un fascista sobillatore e nostalgico. E invece era un santo.
Però è pazzo, dissero i numerosi marchesi, che tra quadri e chiesa avevano restaurato la società in caste inaccessibili e incomunicanti.
Che fare allora?
Visto che il ridente Indrizio era un paesino a modo, con un manicomio che era tornato ai lombrosiani fasti scacciando basaglie e modernità nocive, agirono come folgore, astuti come conigli in fregola. Con l’inganno vi rinchiusero il Generale, dicendogli che era un albergo a millestelle e che sarebbe stato bene.
Il Generale, con la pazienza dei mistici, vi trascorse molti anni, durante i quali completò la sua opera più ambiziosa, “Le mille gioie del sesso libero”. E quando ne uscì, nel tempo ormai ripulito dall’odio, il suo libro era diventato un caposaldo del luminoso mondo raddrizzato.
Morale? Gli spiriti liberi, più sono vessati e offesi, più si oppongono al male. Non si arrendono. JaMas.
gene
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OLOCAUSTO – Giorno della memoria 2026

Prati boschi strade canti
trincee reti muri piantiVita musica cibo amore
morte silenzio fame orroreDonne uomini ragazze ragazzi
stupro spettri rogo pazziErba nascita memoria tempio
fango aborto vuoto empioPane vino amici speranza
forno veleno boia mattanzaAria sole caldo felicità
gas tempesta gelo calamitàTempo fausto
olocaustogene
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Becaària e la grazia di un film

Passi indietro solo per prendere la rincorsa, come da scuola libertaria. E così abbiamo fatto. Così ha fatto Erik Bernasconi, con una rincorsa di quindici anni per agguantare il Becaària. Un tizio che con quel soprannome non sembrava dare grandi garanzie.
Anche me stesso ho preso una rincorsa, di un paio di giorni soltanto però, da Maggia a Berna con fondue il sabato, con Maddalena e Julieta, e poi a Soletta in una radiosa domenica di nebbia e casolari in navigazione dal finestrino del treno.
In stazione ci siamo trovati già in bel numero. Noi tre, poi il Gian e l’Erik. In birreria ecco il Francesco con sorella e morosa, l’altro Francesco, il Silvio, il Pietro. Nessuno ha chiesto come fosse venuto il film, nessuno ne ha parlato, come quando in spogliatoio sei lì a pochi minuti dall’inizio e non sai se cagarti in mano o demolire la porta.
Soletta è bella, le sue giornate del film la riempiono di cultura; di popolo in pace che parla e ride, riscopre il tempo per fermarsi; di compagnie che si ritrovano anche se non si sono mai viste prima. Un po’ il contrario della guerra e della produttività, dell’odio e del rancore.
Poi, nella sala gremita si abbassano le luci e comincia il film.
Mi stordisce di piacere, rido, dico a Francesco al mio fianco, è Mario, che è bravissimo. Mi emoziono, alle musiche di Zeno, alla stella luminosa Sinhead che fa Prisca Elena Anna. Si stappa il mondo vivido di un bar in delirio da ubriachi dove il Pier, che fa il Rinaldo, si prende la scena e tutti, tutti, sono certo che vorrebbero essere lì. Mi commuovo ai silenzi, inframmezzati dai “non lo so”, dagli “eh bon” che Mario oppone agli imperativi di Alessio, il dottor Faustini, che si eleva, per paradosso, a immortale. Il fascino mesto della mamma Margherita che prova a districare incomprensioni, accigliata e fragile.
Tutto il film è pervaso dalla grazia liberata da Erik, che scivola dallo schermo nei nostri sensi. Ha un cuore avventuroso, il Becaària, e trasforma il fondale in un Tibet o una Patagonia, senza mai tralasciare la tenerezza e l’ironia, le prossimità necessarie a procedere verso la formazione ribelle della storia. Che il finale sublimerà con un afflato poetico così semplice da far alzare in piedi tutti.
Cosa vuoi fare dopo, cosa puoi fare? Al bar a bere birra e a ridere, nervosi, felici, fratelli e sorelle, anche Alessia e Naomi. Siamo compagni di rincorsa. Con qualcosa di nuovo nel cuore, avvolto nel Grazie.gene
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Autofiction #Amore

L’Amore è una gran cosa, ma irta di gabole brucianti. Metti che alla tua amata non interessi nulla di calcio, che sbuffa se le parli di una sforbiciata e lei la gira sul raccorciare i jeans; metti che se le dici della tua passione, lei ribatte che già che sei di strada ricordati del sale; o quando ti scendono due lacrime per uno che va in porta scartando tutti, lei osserva che non hai pianto nemmeno quando ti è morto il padre.
Hai voglia a dire che i sentimenti contano.
E io allora? ululerà, e già sai dei sacrifici che ha fatto lei per amare te. Te che sei un irresponsabile bambino. Agli albori della discussione che sai per certo che si svilupperà, tu cerchi di non ribattere, adducendo la cura per la salsa sul fuoco. Ma implacabile arriva il: non mi ascolti?
E tu, sì sì peta.
Peta un bel niente, c’è il recupero di quella volta che hai telefonato alla tua ex e non l’hai confessato.
Ma non ne avevamo già parlato e scusa, ma era per quella teiera che tu, tu stessa, volevi per te, per il nostro focolare domestico?
Però adesso pensi ancora a lei, quando non sei impegnato con il Liverpud.
Anzitutto è Liverpool, non penso a lei, penso a quello che mi pare.
Sei il solito. Senti mangia da solo va’. Io esco.
Sì, esci.
Poi esce e a te dispiace (dopo un po’). La rincorri nei viottoli affollati della città aperitivista, senza un minimo di dignità, e dai di qua, e non fare così (che magari poi ti salta la partita delle nove, che pregustavi dal mattino). Le offri un bianchino, fa l’offesa, piange (lei può).
Non sperare di cavartela così, non tutto si sistema in cinque minuti.
Ma poi accetta, per farti un favore. Un po’ di mutismo, che tu non ti azzardi a interrompere con una delle poche cose che hai in mente, e men che meno con il ritorno sugli argomenti dinamitardi dell’ex e di Cruijff che lui sì sapeva prendere in mano la squadra. Dici, quatto quatto, che i fiori sul bancone, guarda come sono belli. Mettendo su un faccino da fotoromanzo.
Non sono certo un’idea tua e non fare quella faccia da orango, ti risponde, ma sorridendo un pochino.
Ti rilassi, sorridi anche tu, ti alzi, paghi, la baci. L’Amore! E tornate a casa con una bella fame. Ma ti viene subitissimo in mente che…
La puzza di bruciato si sente dal cortile.
Apri la porta e la vedi, la padella in fiamme. Addio partita.gene
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Autofiction #4

Il pomeriggio è di quelli immobili, che si schiaffeggiano tafani e mosche istupidite dall’altura. Anche le piccole cavallette di montagna friniscono di noia. Il Pa’ è su che gratta la roccia per liberare la sorgente, immusonito perché gli ho detto che non ne ho voglia. La Mam e la Doni sono andate dalle cugine per fumarsi una paglia senza rimproveri.
Sono le cinque. Vado.
Cioè, vado giù. Da milleduecento metri giù fino a duecentocinquanta. Fendo l’agosto nei castagni, a balzi. Cazzo, vent’anni, la dinamite nelle caviglie. Spazzo ciottoli e foglie come fa il maestrale insonne. Il caldo del fondovalle è un muro del suono che conduce alla melma dell’afa. La montagna mi piace, si beve si mangia, si sta fuori ad aspettare la notte con un fuoco e la Meni. La Meni che non ci siamo baciati, figurarsi, neanche detti nulla, troppi giochi d’infanzia, innocenza e crudeltà, perché ci si possa poi dichiarare nello sviluppo inatteso degli impulsi.
L’allenamento non attende e scaccia le indecisioni.
Arrivo sul fondo e attraverso campagna e fiume, con buon ritmo, che mi servirà a centrocampo da settembre a maggio. A casa mi gusto il rimbombo, che su in montagna non c’è perché i muri sono vicini.
Al campo il Renzo insiste con le diagonali che scazzano i polmoni. Si sopporta per la questione di settembre, la forma, i recuperi, i contrasti, il gioco senza palla.
Non mangio niente e corro ancora sudato, oltre la campagna e il fiume e su per l’erta di ritorno. La dinamite però si è bagnata. A metà del cammino bevo al ruscello, verso l’imbrunire. Quando riparto e calcolo che in mezzora sono su, la notte scende. Negli occhi, nello stomaco.
La fame. Cazzo.
Ogni passo è da calcolare, le ginocchia sono in rivolta. Voglio mangiare erba, felci, cortecce. La montagna è un incanto macabro, ogni respiro è esalato, i pensieri ridotti a uno scopo solo: mangiare, mangiare, mangiare.
Ma non c’è niente. L’ultimo prato al quale anelo a ogni svolta, senza più memoria di quel sentiero che mi era familiare a ogni metro, è un miraggio che sembra allontanarsi.
Non posso farcela. Mi vengono in mente gnocchi, salamini, polenta, minestroni. Mi inseguono, mi precedono, mi sorvolano come spettri inafferrabili.
Mi accascio. Aspetto domani, basta! Qualcuno passerà con un biscotto o una briciola di qualcosa, no? Il cuore fa panf panf panf come nelle diagonali del Renzo, ma da fermo.
Mi avvinghia la noia e mi rialzo, sembra andare meglio. Dura venti metri, l’illusione, e poi ricominciano le gambe da trecento chili che la testa non governa più. La fame. La fame.
Nel buio, riconosco i primi fili d’era del prato, che voglio mangiare ma ci avranno cagato le pecore. Forza, ancora cinquecento passi. Cinquecento. La lucina della cascina, nei riquadri della porta a vetri. Un faro sfocato che sembra a Ogigia, Circe mi inganna. L’ultima erta, dieci passi e sarò salvo.
Spalanco la porta, forse carponi, e dentro c’è una marea di gente nel fumo, che non sto lì a riconoscere, forse è solo l’immaginazione. Sul tavolo, avanzi di panettone. Veri, vivi, solidi. Li divoro, senza soffocare ma per un pelo. Faccio pietà, ma tutti si divertono.
Anche la Meni. Spiegazioni dopo, se mai rinvenissi.
In settembre, alla prima partita, il Renzo mi metterà in panchina.gene
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Autofiction #3

Le citazioni sono un bisogno d’affetto, disse il Lolo un giorno che mi era scappato Oscar Wilde. Cosa rispondere? L’aveva inventata lì per lì in un momento che a lui non veniva nulla? A lui, che ripeteva frase per frase Platone e Platini? Non gli dissi niente perché il Lugano aveva perso ancora e il suo pronostico d’agosto (Campioni svizzeri, sicuro, una squadra così segnerà cinque gol a partita) si era svaporato a gennaio. Tra un bianchino al Piazza e una débacle a Davos.
Però, il dubbio mi restò, quello dell’affetto e della citazione lenitiva. Mi commosse così tanto, che non stetti a enumerare le sue frasi altrui, mi pareva di mortificarlo con tutto l’affetto che invece richiamava a sé. Sono buono, si sa.
La settimana dopo partì una discussione sulla finale Argentina – Olanda e sul palo di Rensenbrink. Lui solo contro il Gas, il Fazio e me.
– Era nel ‘74 – disse.
Gli spiegammo che era il ’78 e che nel ’74 Rensenbrink nemmeno giocò nella finale contro la Germania. La Germania!
– A ma rigordi ben parché a sevi su a militaar! –
– Nel ‘74 avevi 18 anni, dai… –
– Mi hanno concesso di farlo prima perché ero volontario nei granatieri. A Isone! –
– Ma granatiere cosa. –
– A te ti hanno scartato e hanno fatto bene. Non sai niente.-
Intanto che Socrate impallidiva per il livello, il Gas si era dileguato e io lo sapevo benissimo il perché. Mentre il Lolo si era già inferocito col Fazio per questioni di pelli di foca:
– Sono patrizio della Valle Bedretto, non come te che hai fatto il Papio! –
– Cosa cazzo c’entra il Papio e la Valle Bedretto? –
– Te già vist om prevat in mezz ala neef? –
– No ma… –
– Ecco. Come diceva Martin Luther King, “Nulla al mondo è più pericoloso che un’ignoranza sincera ed una stupidità coscienziosa.”
Mi venne da dire qualcosa sulla richiesta d’affetto, ma riuscii a trattenermi. Aspettavo il ritorno del Gas.
Quando lo vidi che avanzava dal fondo della piazza, riattaccai con la questione-Rensenbrink, per scaldare i motori.
– Fa cito tì. La questione è chiusa, era il ’74 – disse sdegnoso.
Poi il Gas entrò e posò sul tavolino la raccolta dei giornali del 1978, presi dall’archivio. E col dito, dopo aver scorso le pagine con cura ostentata e mentre il Lolo, intuita la mal parata, ripeteva che la cosa non gli interessava più, che solo i mediocri come noi vivono di coerenza (ehm), il Gas col dito indicò:
– Qua. – Con quel fare che si usa con i bambini capricciosi e che farebbe saltare la mosca al naso anche a un prete con gli sci.
– Quel giornale lì non si chiama neanche più così, cosa vogliono sapere! E poi non hai neanche preso quello del 1974, così si vedeva chi ha ragione. –
Non resistetti.
– La realtà è una semplice illusione, sebbene molto persistente. Albert Einstein. –
Volevo poi solo un po’ d’affetto.
E invece il Lolo mi mandò a cagare, mentre tornava a prendersela col Fazio per le pelli di foca. Il Gas ordinò un altro giro di bianchini.
Questa discussione è del 2004, ma il Lolo dice di no, che lui nel 2004 era in Corsica (ci va tutte le estati).
– “L’importante è propagare la confusione, non eliminarla” – gli dico con delicatezza.
– La tua morosa ha fatto bene a piantarti! –
A proposito dell’affetto.gene
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Autofiction #2

Nel 1977 il Professore di italiano stette via per malattia, sostituito da un giovane coi capelli scuri e ricci che lo facevano sembrare Branduardi. Pensammo così di passare dal cinismo autoritario del Professore alla vicinanza libertaria del Supplente. Che invece si rivelò uno stronzo mortificante, una fiera dell’est di chiodi arrugginiti e inestricabili vaghezze agitate dal malanimo.
Il ginnasio di Bellinzona era una cosa strana, per esteso: disciplina e complessità, mascherata con una finta connivenza da sixty-eight ammuffito. I professori si barcamenavano tra espressioni giovanilistiche e rigidità cattedratiche che li avrebbero innervati per sempre. Difficile provare empatia.
Per me era un disastro. Con Dylan che incitava a tempi da cambiare, sì, col cazzo.
Sperai con ardore che il Professore tornasse presto e un mesetto dopo fui esaudito. Il Supplente venne ricacciato nella sterilità da cui era comparso e il titolare cominciò la lezione appiccicandosi un’etichetta sulla fronte sulla quale stava scritto “Sali e Tabacchi”.
Nessuno rise, la capiva solo lui.
Con grande maneggio ci riconsegnò i temi liberi che in sua assenza avevamo scritto sotto l’ignavia sprezzante del Supplente, che manco si era degnato di correggerli. Prodigo di punteggi altissimi che mai avevamo sfiorato, il Professore corredava di commenti stupefatti ogni testo, con lo studente in piedi davanti a tutti. Molti miei compagni erano soddisfatti per gli encomi.
Ma a me suonavano male.
Lui che ci scarnificava con le tagliole di Montale e ci infilava le virgole su per il culo, ora si sperticava in lodi per i nostri pensieri liberi e sparsi.
Non ricordo il titolo del mio tema, ma parlavo della psichedelia che scorgevo dalla finestra della mia camera. Mi ero fatto trascinare da quell’improvvisa libertà d’espressione, che nei giorni infiniti del rigore scolastico non era mai permessa, osteggiata dalla necessità programmatica di parametri occludenti, orari, dinamiche, scopi, risultati, disciplina. Materie!
Quando toccò a me, uno degli ultimi dell’elenco, mi avvicinai alla cattedra con le idee in chiaro. Lasciai che il Professore srotolasse gli elogi, che a quel punto mi risuonavano beffardi, e poi dissi la mia.
“Se lei pensa che io questo tema l’abbia copiato, può tenerselo.”
Sempre con l’etichetta appiccicata sulla fronte, appena sopra gli occhiali neri da orbo omerico, rispose: “Quanto siamo permalosi.”
La lezione proseguì con lo svisceramento a mani nude del solito Montale, e la parentesi creativa andò affanculo tra l’animo nostro informe e il desiderio di un gol di Keegan.gene
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Autofiction

Preonzo Nord – Preonzo Sud (1985) Antefatto, l’ultimo.
Verso il 26esimo mi arriva una palla comoda e anche l’idea di cosa farne. Incrocio il destro, inciampo nella palla e cado, a due all’ora. Chiedo il cambio, esco e annuncio che non giocherò più. Andrà meglio la prossima, mi dice il Gianni. Non c’è una prossima, è per sempre. Non ci crede nessuno.Dunque: 1976 – 2022. Riassunto, o bilancio.
Dolori (elenco ridotto).
Naso rotto due volte, frattura del polso destro, rottura del menisco destro, frattura del piatto tibiale e del legamento collaterale, ernia inguinale, rottura di una vena della tibia destra, strappo del polpaccio, strappo del legamento della spalla destra, rottura dei legamenti della caviglia destra con frantumazione della cartilagine. Poi le bagatelle: escoriazioni, tagli, distruzione unghie degli alluci, ematomi, graffi, infiammazioni, febbri varie, punture, scosse. Immobilità differenziate di durata variabile, da un giorno a dodici mesi. Ho giocato anche in INSAI ora SUVA.Sanzioni disciplinari.
Richiami paterni dirigenziali arbitrali, ammonizioni, espulsioni per: intemperanze insulti falli da tergo bestemmie nervoso proteste minacce inverecondie ribellioni, estromissione dalla squadra, fuori dal club, licenziamenti, vendette, lancio di oggetti come scarpe e maglietta.Delusioni.
Retrocessioni, promozioni mancate, gol sbagliati, passaggi di merda, errori in difesa centrocampo attacco, antipatia, irriconoscenza, ingratitudine, abbandoni, inimicizia, palloni vecchi, maglie stinte, colori sbagliati, disaffezione, rabbia, pianti.Gioie.
Un gol al Pollegio, uno al Gambarogno con gli allievi, qualificazione agli Elite con un due a uno sotto la neve e sedici ammonizioni e quattro espulsioni tra i nostri e i loro, le lacrime del compagno Genini dopo la vittoria a Cadenazzo e titolo di campioni ticinesi allievi A, una rete su punizione al Comano e premio un fiasco di vino, allenare i bambini.Litigi.
Con tutti, spesso o quasi sempre.Però.
Impegno, dedizione, tecnica, grinta, spirito di squadra, amicizia, responsabilità, studio, visioni, esempio (da non credere).Conclusione.
Sono scemo. Ma fiero. Non ho mai preso un soldo, non l’ho mai voluto anche quando me l’avrebbero dato. Ho giocato oltre le mie stesse possibilità e ho smesso quando ho voluto io, senza che nessuno mi prendesse sul serio.
Mi aspetto un monumento. O una lapide.gene
Mi spezzo, ma non mi piego.

