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  • Il dialetto sono io

    Il dialetto sono io

    I motivi per scrivere in dialetto sono due: eternare l’idioma e bearmi dei suoni.
    Ultimamente anche per registrarli in audio. Allora, io non so se tutto questo farà piacere o darà il semplice e implacabile fastidio, quello del “Ancora con queste cose Gene? Non si capisce un cazzo e mi intasi la pagina e le palle/ovaie”. In entrambi i casi, il piacere e il fastidio, mi appongo medaglie.
    Anche questo spiegone è da medaglia dato che non è richiesto e va a infilare un randello tra i riti del bel tempo e della salute – bastano due gocce di pioggia e un raffreddore per scatenare dibattiti che con un raggio di sole e un fazzoletto sarebbero risolti e si passerebbe ai soldi (il jolly da calare nei silenzi).
    Tornando al dialetto, devo dire che ho trovato una forma grafica, in combutta col Guido Pedrojetta, che toglie allo scritto i pesi degli accenti e degli apostrofi. È un meritevole ritorno all’ortografia di massa, quella che non si perde via con i dettagli e segue le indicazioni degli studi da strada e che tanta fortuna ha portato alla politica (e a me).
    Adesso scrivo qualcosa che possiamo capire in ventitré, e per il resto del mondo non ci sarà traduzione, che si arrangi.

    Urizzi chel te fa conn da fèe?
    Tes rasustu a sbrisèe codon in breghe?
    A saress miou ch’igh crodi sola beite

    Ecco.

    gene

  • Non glielo dico

    Non glielo dico

    Se non ricordo male, quando mia figlia era qua c’era sempre il sole, gradi freschi e limpidi, con quell’arietta che sposta i cirri come fatti di panna. Ora mi chiama da Berlino lamentandosi della pioggia, del gelo e dell’afa. Ma che ci sei andata a fare? Lo penso solo neh, perché, se glielo dicessi veramente, o piange o appende.
    Qua, prima, c’era sempre anche la neve polverosa d’inverno, la slitta, le foto vere (con la reflex). Ora ci mandiamo miriametri di byte informativi, ci inerpichiamo in videocall con sfondi flosci di cucine o piante da giardino. Con sottofondo di diesel carburante per bus o vociferare di treni pendolarizzati, che è tutto un: Eh? Non ho capito! Ripeti! Tichiamodopo.
    È che qua, a quei tempi che non erano miei neanche allora, io avevo centotrent’anni di meno (superato Bertoli, il Pierangelo) ed era lei a colorare il mood. Era lei a lanciare la primavera nelle vene e a produrre idee lisergiche sui platani o per la polly pocket. Non che sia male nemmeno adesso, se non ci fossero massacri e perdite – guai a lamentarsi, dicono tutti, anche alla cassa della cooperativa. Ma insomma.
    Quando poi so che torna per qualche giorno, io comincio a immaginare con anticipi clamorosi che non tengono conto delle mie possibilità: Pizzo di Claro, Vallemaggia a piedi, concerti improvvisati. Ma finisce che stiamo in terrazza a parlare per ore e ci diciamo cose fiammanti, delle quali non avevamo idea fino a mezzo minuto prima.
    Tanto vale confessare tutto: lei avanza, io arretro. Altro che Pizzo di Claro o ragionamenti lineari. Mi richiama all’ordine e per due giorni tengo botta con i propositi, ma quando gira l’angolo riparto con l’arretramento, che al momento mi situa cognitivamente ai tredici anni. Non glielo dico, neanche questo.
    Però, però… questo posso dirlo: credo di farcela. E, tra un’insicurezza e un consiglio non richiesto, aspetto che torni, che spazzoli il cielo e le foglie. Che piazzi una solida luce, mentre andiamo come nei film belli verso l’eterna gioventù che ci spetta di diritto.

    gene

  • Quattro giorni al Primo Maggio

    Quattro giorni al Primo Maggio

    Le processioni nella vastità della Svizzera stanno per finire, me ne mancano circa tre da qui alla fine di maggio e poi fino a luglio stop. Ieri sono andato a Basilea e ho portato con me l’Arcano Mistero. Che non è un rosario, non è una bibbia e non sono ancora in zona-sandali, col freddino che rimasuglia. Non posso dire cos’è, e lo so che ‘sto segreto può: incuriosire, innervosire, indurre alla noia. Ma alla maggioranza silente non importa nulla.
    Sto contando: sei righe per non dire niente. Ma tanto il mio amico Fazio mi diceva: scrivi Gene, i parol i costa nient.
    È che sono in una di quelle zone come quella al confine tra le due Coree: piene di uccelli e piante che proliferano indisturbate nell’ostilità dei popoli. Così libere da non avere bisogno di idee che non siano mangiare e dormire. Lo so che non dura e che il furore della mente ricomincerà, ma me la godo come un airone coi piedi nell’acqua.
    Per Basilea ci vogliono otto ore di treno e bus, e di tempo ne hai per guardare palazzi e montagne, immaginando steppe e oceani. Un altro paio di orette vanno via per la partita, alcune mezzore per le bibite da villeggiante sul Reno. La pigrizia sta lì accostata e tenera come una morosa mansueta.
    Ma l’Arcano Mistero fa dentro e fuori dallo zaino, mi distoglie, mi inquieta, mi emoziona. È quel tremore dell’attesa. Il Primo Maggio, che è un bel venerdì, si svelerà e nel giorno sacro dei lavoratori mi stenderò sul divano a vedere che succede, col pugno alzato e stretto attorno alla pipa.
    Il giorno dopo sarò ancora in processione, di nuovo Basilea e poi Zurigo e di certo al Shannon Pub per finire il cammino. Lo so come mi sentirò: di un bene, ma di un bene. Ma così contento da poter stare al riparo dalle guerre e dai bisogni minuti.
    Non ho detto niente, me ne rendo conto e chiedo un po’ perdono. Ma cosa sarebbero gli Arcani Misteri senza il silenzio che li precede? Sono poi solo quattro giorni.

    gene

  • Il ritardo

    Il ritardo

    Abbiamo attaccato tutte le prese ma la musica non ha funzionato. Dopo tre canzoni, non mi ricordo quali, ma suonate malissimo, l’abbiamo piantata lì e abbiamo detto alla Mara di mettere su i suoi dischi contemplativi.
    Mi sono detto che era meglio così. Abbiamo bevuto, io il giusto, e perfino ballato quando si stava in piedi, un po’, verso le due e mezza. Il Fred ha rischiato di accoltellare un tedesco che rompeva. Limonate, forse due.
    Saranno state le cinque e nel risveglio degli uccellini pigolanti ho preso la vespa e sono andato dalla morosa clandestina, senza casco per riprendere un’idea del corpo e della mente. Fatto un po’ di sesso, credo, non è che ricordo tutto. Sono tornato schivando il mondo e mi sono buttato sul letto che talmente che ero fuori non sono sicuro che fosse il mio, ma bah.
    Il telefono che sembra funzionare solo ore-pasti parte dall’ignoto di un sogno distorto, invade e poi trapana. Da quanto? Al terzo tentativo ho pensato che qualcuno potesse essere morto e devo, ho dovuto alzarmi.
    – Ohla, sono io…
    – Eh sflgrtgh… Stt bnene?
    – A gh’am busegn, vieni a giocare oggi, par piasei.
    La partita… La partita? Ho smesso, mi pare.
    – Allora?
    – Eh bbb… bbon…
    Di mangiare non se ne parla, la Mam la prende sul personale, banderale, egoista, ciocatt, chel te facc.
    Senza spiegazioni. I piedi sono gonfi.
    Siamo andati fino in fondo alla Mesolcina, dove di solito si passano alcune sere d’estate a rovistare nei grotti, ma oggi c’è un sole del cazzo che spacca sassi e capelli.
    Io non lo so perché, ma prima di partire ho scritto sulla suola bianca delle copa mundial “No surrender”. Credo per darmi coraggio. O per vantarmi di un infantilismo implacabile.
    Per fortuna sarò solo di riserva e già assaporo il sollievo dell’asciugamano bagnato che tenga unita la testa al resto del mondo.
    Invece!
    – Numero otto, Gene, copri gli spazi, dalla via semplice, usa l’esperienza. –
    La vita è fatta di momenti così, almeno la mia.
    Le scarpe quasi non sono riuscito a calzarle, forse per il gonfiore o forse per la scritta.
    – Ma riscaldamento, col cazzo che lo faccio. –
    Con esperienza arrivo a un minuto dalla fine, nessuna resa. Salto di testa e un capraio mi pianta un gomito e mi spacca il naso.
    Lo sento che è rotto e storto. Lo raddrizzo e sento crack e giù sangue come al porscell.
    Ci sono stati i supplementari, una mezzoretta in coma; ho tirato un rigore con la porta che sembrava quella dove passa il gatto.
    Poi sono andato fino alla Moesa, ci ho buttato le scarpe sperando che si sciogliesse la scritta maledetta. Ma no, non si arrendono mai le parole.
    Abbiamo rifatto festa e a notte fonda sono di nuovo in ritardo.

    gene

  • 21 aprile 1967

    21 aprile 1967

    Yannis fa cadere il pane e la parte spalmata di yogurt si spiaccica sul pavimento.
    Il primo sparo mi ha impedito di ridere.
    Il secondo esplode un istante dopo che Eupridice trascina Yannis a terra. Mi abbasso, guardo dalla finestra: il Partenone è in fiamme.
    Piazza Syntagma formicola di persone che corrono.
    Come tutte le mattine, penso.
    Il terzo sparo è più vicino.
    Mi butto a terra, appoggio l’indice alle labbra e mi vedo riflesso nella paura che sempre fa brillare gli occhi.
    Quelli della mia sposa sembrano uscire dalle orbite.
    Gigenis!
    Dov’è Gigenis?
    Uscita.
    Il pensiero della figlia in strada mi scuote, apro la porta, scendo le scale e fuori dal portone c’è il vuoto.
    Venerdì ginnastica.
    La mente calcola e fibrilla, metri, minuti, aree scoperte e muri sacri.
    Corro radente nell’alba non ancora sciolta e sugli edifici riverberano le fiamme.
    Scanso due o tre ombre di umani stravolti, nella taverna di Alexandros c’è una folla indistinguibile al mio sguardo teso nella corsa.
    All’angolo di Xenofontos svolto a destra e vedo la palestra.
    Corro ancora fino al piazzale vuoto. Il portone è sbarrato.
    Lo prendo a pugni.
    Arriva guardingo un custode, lo apre con una specie di angoscia negli occhi.
    Ma non ho tempo.
    Gigenis è seduta nel corridoio, la prendo per mano e mi segue con la sua mirabile calma.
    Sto per uscire di nuovo, ma oltre il piazzale sfilano carri armati neri.
    L’hanno fatto, hanno mantenuto la promessa: hanno preso il potere.
    Aspettiamo.
    La mia mano trema, ma Gigenis la tiene.
    Ora il silenzio è totale, i carri sono passati, il popolo è sepolto nelle abitazioni, negli uffici, nelle fogne.

    È come il fango, quando avvolge la città,
    Questo silenzio, che nasconde rabbia,
    Bestie feroci in libertà
    E le parole in gabbia,
    E le parole in gabbia
    .*

    Ci siamo ormai solo io e Gigenis.
    Chiede di Yannis e della mamma.
    A casa, sono a casa.
    Andiamo, per le strettoie più oscure di Atene dove a quest’ora le luci delle botteghe saluterebbero il giorno.
    Ora no.
    Come viaggiassimo nelle fiamme di Prometeo e le eruzioni di Efesto, come spinti verso il futuro già presente, sentiamo il destino cambiare direzione.
    A casa, governati dalla serenità aliena di mia figlia, saliamo, apriamo, chiudiamo.
    Eupridice ancora cinge Yannis tra le braccia.
    Non si sente più nulla, niente spari, nessuna voce.
    Il fuoco al Partenone è solo un nembo di fumo grigio.
    Ma le vene della terra vibrano, gonfie di sangue guasto.

    gene

    *Ventun d’aprile – Alex Devezoglu

  • O contato su al Nono

    O contato su al Nono

    Il Nono cammina male e non ha potuto venire su con noi e allora glielo dico io com’è andata. Anche se non ho gnanche cinque anni non sono piccolo e ho camminato tutto daparmì. Ma tanto. Era anche molto in piedi la montagna. Il Nono lo sa mi dice. Il Pa’ è uno scannato dell’Ipée e con noi c’erano anche i ragazzi grandi del fotbal che li allena lui e io li guardo sempre al sabato. In salita corrono e il Pa’ gli grida di fermarsi almeno al Gaisg ad aspettare che arriviamo tutti. La Mama che è più quete mi tiene per mano dove i bocioni sono alti. Il tempo era nuvole e a ciapom l’acqua dicono tutti. Dopo quel ponte con sotto la cascata. Ah sì Rapian. Il sentiero ci correvo sopra anch’io perché è piano e non ci sono gnanche i bresci e la Mama mi lascia. Ma ci fermiamo sotto a uno sprugo che piove. Il Pa’ dice che smette subito e io al Pa’ ci credo. Non dice bugie e sa tutto. Gli altri ragazzi vogliono andare. Si annoiano a far niente sotto lo sprugo e allora vanno dabon. Aspettiamo su dice l’Alex che sembra il loro capo ma secondo me non è il capo e il Gabi gli dice di fare cito.
    Il Nono mi domanda se poi sono andato su daparmì anche dall’Orel che è quella salita che è l’ultima da tenere duro fino a Gariss. Ma sì adesso è cessato di piovere e un po’ si sbrasigava e la Mama allora mi teneva. Ma andavo daparmì che non ero gnanche stracco tanto mi pare. Però il Pa’ camminava vicino. Certe volte non si fida.
    Siamo arrivati su alla fine. Adesso ho spiegato al Nono com’è l’alpe che lui non ci va su dal ’48 che prima c’era la guera e dopo la casa e la Nona da darci una mano. Nono ci sono i laras e i fou prima di rivare, ma poi l’erba in mezzo alla cassina e al camarello che sono sotto i biezzi altissimi. Si vede il pizzo d’Erba me mi ha detto il Pa’. Le vacche sono andate su in Cusal ma poi tornano per farsi mungere non so quando. I porscei ci sono invece e fanno ridere. Mangiano su dalla preseu e poi fanno le pirolette nella palta. Anche io ho fatto una piroletta ma non volevo e sono caduto e mi sono impaltato e la Mama mi ha sbiottato per mettere le braghette e la maglietta a sugare vicino al fuoco e al fumo.
    Mi pare che ho dormito nel cagnozzo con le foglie. Tornano i ragazzi che con il Pa’ sono andati su a Cusal per allenarsi. Il Pa’ mi ha detto che hanno anche lanciato sassi per la forza delle braccia e che non ci sono mica solo le gambe eh. I vestiti sono sugati e l’acqua del camarello è buona. Anche la polenta del Teo coi luganigh.
    Hanno cantato. Anche la Mama. Delle canzoni con alcuni morti lontano da casa e io non ci ho creduto perché non conosco persone morte. Gnanche a casa. Forse solo la mia sorellina ma lei era malata. Però la Mama un po’ piangeva.
    Mi sto un po’ stufando e dico al Nono che del tornare in giù mi ricordo gnente e che al Vaad mi sono bagnato i piedi e che il Gabi mi ha fatto un bastone di niscioro. E anche dell’Alex che ha scarpusciato e ci è rimasto male quando hanno ghignato tutti e il Pa’ si è inversato per il disordine.
    E poi basta è tutto.
    Il Nono mi fa fare un tiro dal toscano e a tussissi e mi scende l’acqua dagli occhi. È proprio contento e appena la Nona chiama andiamo a mangiare.

    gene

  • anonimi eroi

    anonimi eroi

    I militari danno fuori di matto in aprile quando si sentono di invadere, rovesciare, occupare. Noi ci hanno chiamati per le tre settimane di ripetizione in Leventina, infagottati come nel ’18. Appena su, ci dicono che per tre giorni non vedremo più la mamma, c’è da organizzare il dispositivo – Operazione Mammuth – e staremo in tenda con i piedi di fuori – non so, ma prima era un esercito di nani?
    Ovviamente, piove.
    Lo schioppo si fa rosso di ruggine, la palta sommerge e la muffa aggredisce la gamella nelle ore di guardia alla minacciosa abetaia – gli alberi sono immobili, ma non si sa mai. Il Caprara mi manda a chiedere pane di sfroso giù alla masseria. Ci vado strisciando per non farmi colpire, me lo dà una signora e costa un franchetto, anche se è pane posso per le galline. Le sento su dal Caprara.
    Alla seconda settimana, del nemico nemmeno l’ombra – si sarà cagato sotto -, ma andiamo in giro lo stesso carichi di maschere a gas, caschi e bende d’emergenza, casomai. Il gulash in scatola lo facciamo esplodere, c’è più gusto. Io provo anche a darmi per ferito, ma non ci credono e addio orette in infermeria a far niente.
    Alla terza, a quanto pare, il nemico è scappato vinto battuto, e possiamo fuggire di sera fino a Rodi, sdraiati in sette nel furgone rosso del Galfeton, che sta alla guida con due occhi che sembra un diavolo – De Gregori si è ispirato a lui.
    Siamo ormai all’antivigilia della liberazione, il 25 aprile, che non è quella ma la nostra. Io ho preso qualche chilo. Non ci siamo snervati nell’attesa, e da casa ci hanno inviato mucchi di salame e formaggio, nonché fiaschi di vino.
    Il Mammuth come Operazione è perfettamente riuscita, fa il comandante. Si complimenta con la truppa per l’abnegazione e la disciplina.
    Siamo salvi.
    Noi, ferrei, ascoltiamo compunti, tiriamo assieme il materiale e finalmente possiamo tornare a casa, cioè, circa, non subito. Col furgone rosso da Giornico a Preonzo combattiamo ancora fino all’ultimo, e quasi illesi, in tutti i grotti disseminati a trappola sul percorso.
    Eroi.

    gene

  • Fame

    Fame

    Drici la ferense da neu tolbro,                
    munudru e scici, la nosso mata.             
    Incruscei ‘mé a l’altèe                                
    a scrussii ‘l careisg.                                    
    A quedèe ‘l caldireu                                   
    co’ la goro da sarbuiit.                             

    gene

    Dritta la linea di neve torbida, / esile e macilenta, nostra figlia. / Inginocchiati come all’altare / a indagare la caligine. / A bramare il paiolo / con la voglia di bollito.

  • Acero platano

    Acero platano

    Una figlia, sei libri, un albero. Questo albero. Piantato alla fine di marzo, a forza di braccia e riflessioni, dopo averlo trascinato in mezzo ad altri rami e sassi, disceso la scala di pietre taglienti, posato nella buca che prima di lui inquietava come un pozzo artesiano. I cristi e le madonne, gassose, hanno fatto posto al suo essere acero e platano e lui si è messo subito d’impegno. Le foglie, solo immaginate, in dieci giorni diranno: eccoci qua, siamo belle e lo sappiamo.
    La mia chioma è in competizione con la sua, cangiante e ribelle, infoltita di pensieri e squilibrio. L’albero ha preso posto e di notte sento le sue radici avanzare poderose nella terra madre che l’ha accolto. Lui è placido, fermo e stabile. Io no. Per questo chiedo il suo aiuto: mi serve per trovare un senso alla folgore del tempo, di questo tempo incistato di umani violenti.
    Questo albero platanico e aceroide è famiglia; è venuto a lenire il vuoto del frassino antico e morto in piedi in un inverno delle coscienze, forse stanco per qualcosa che non capiva più. Con la Maddalena, il Meo e Julieta, e la figlia da Berlino, abbiamo raccolto in una scatoletta di metallo i nostri pensieri scritti, un gioiellino e una pietra colorata. Poi l’abbiamo deposta al suo fianco e coperta di terra. Un giorno qualcuno la troverà, forse. In un futuro lontano quando noi non ci saremo e l’albero potrà finalmente sentirsi stanco, tra duecento anni.
    Ecco. Duecento anni sono giusti per una figlia, per i libri e per lui, l’acero che si sente platano, come i nostri desideri che la vita cambia, ma non per questo si molla la presa dell’amore.

    gene

    Postilla
    L’Acer platanoides è un bellissimo albero di grandi dimensioni a crescita medio rapida. Raggiunge i 20-30 m di altezza. Generalmente ha un fusto principale che poi si divide in molti rami principali e secondari, la chioma rotonda e compatta.

  • Pasqua

    Pasqua

    Due uomini sono in piedi all’ombra di un acero. Uno parla, l’altro ascolta.

    Com’è che sono qua adesso? Era venerdì di una settimana sprecata, come tutte. Il capo mi ha chiamato in ufficio e in grave ma falso imbarazzo mi ha detto che ero licenziato.
    Mi spiace, la decisione del Consiglio è insindacabile, io sono perplesso, abbiamo bisogno, hai lavorato bene, i costi, il calo. Ma hai diritto a due mesi pagati.
    Ah beh… Non mi interessa.
    Ho raccattato un’agendina. E sono uscito.
    Te lo dico sinceramente: mi frullava da tempo l’idea di lasciare tutto, di non vedere più i padroni e le mie percentuali, di non fregare più la gente con cianfrusaglia. Avevo voglia di andarmene in giro senza quella croce sulla schiena. A far niente di serio, o di vedere che succedeva qua e là. Forse era un’idea balzana di chi come me consumava vent’anni allo stesso modo, dall’alba al tramonto, giorni e settimane e poi mesi. Come fai con una vita di quel genere a liberarti dai riti? Il programma, il telefono, la pausa, la sera a calcio e pizza, o la ciolatina. Io sentivo che un giorno sarei morto senza sapere niente. E senza che gli altri sapessero di me.
    Mi hanno licenziato, li ho mandati a fanculo tra me e me, ho pensato se magari ero afflitto, mi sono tappato in casa.
    Il sabato l’ho passato a definire spoglia la mia vita e poi a comperare zaino e scarpe vere, non quelle da ufficio che perdono la vernice. Non mi sono fatto vedere da nessuno, forse hanno pensato che ero morto o sepolto.
    La domenica sono riemerso bello solido e sono uscito nell’ora del pomeriggio quando la noia abbatte tutti e la città è abbandonata. Avevo lasciato un biglietto sul tavolo, una di quelle cose dove dici che stai bene, che penserai a tutti, non cercatemi.
    Non mi hanno cercato.
    Sono qua adesso e domani magari riparto.

    gene