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  • singulto di naufraghi

    Ridere e ridere ancora, quando
    da Samarcanda si dipartì e non era
    via della seta per ciascuno di noi che
    il mare medio fu solo nostro in senso
    d’abbandono di giovani spose ridotte
    ad abbraccio per figli lattanti e già
    morti come i padri caduti alla difesa ultima
    vana e dei naufragi alcuna allegria
    Ridere e ridere ancora e perché? In salvo
    ma in salvo per cosa in questa ignota
    terra di anime aride e armati opliti
    a guardia delle signorili cravatte a colori
    Umani usurpatori e feroci, come
    non s’usava per onore nell’Odissea pudica
    d’Ulisse, il re naufrago e abbacinato
    cosparso di piaghe e affronti di colpe
    dimenticate, tra sabbie e marosi ormai
    anneriti di sangue e abisso, di Calypso assenti
    Ridere e ridere ancora e forse una speme
    minuta che poggia sui cuori rimasti sepolti
    in battigia a non battere più per gloria
    di questa accidia che incendia gelida
    le vie di un presente senza la vista
    di terre, o almeno d’orizzonte linea
    E si resta, scuri e spogliati, e nemmeno
    prospetta un filo spinato, uno solo, di meno

    gene

    Anadiomene – Barbara Pietrasanta

  • Terapia di coppia

    Ava
    Ma aloro t’é propi masc’cheisc
    sempre dré a rognèe par quatro ball
    sempre ‘na pagina da più da i altri

    Au
    E tì? Che te derm an in guere
    ma s’as rom on tazzin, leh
    e comedi par la porto dal galinei?

    Ava
    Piaca che l’altru dì t’é nacc foro di pezz
    pa ‘na question da cui da Borgh
    Chel ch’a t’a n’infà, pup di fochi?

    Au
    A m’a n’infà da tutt chel che l’é brut
    par mì e pan pai altri ch’il sa mai noto
    e i maja e i beu s’ag n’è, un rucc e tut finiit

    Ava
    Aloro sta chilé a parlèe dapartì
    sense da beu e da majèe, brutu pituru
    La padele l’é ilé, rangiat

    gene

    Nonna
    Ma allora sei proprio scomodo
    sempre dietro a rognare per quattro balle
    sempre una pagina più degli altri

    Nonno
    E Tu? Che dormi anche in guerra
    ma se si rompe una scodella, ecco
    e sceneggiate per la porta del pollaio?

    Nonna
    Taci che l’altro giorno sei andato fuori di testa
    per una questione di quelli di città
    Cosa te ne frega, pupazzo dei fiammiferi*?

    Nonno
    Mi importa di tutto ciò che è brutto
    per me e pure per gli altri che non sanno mai niente
    e mangiano e bevono fin che ce n’è, un rutto e tutto finito

    Nonna
    Allora stai qui a parlare da solo
    senza da bere e da mangiare, faccia di merda*
    La padella è lì, arrangiati

    * Sta per sciocco, stolto
    * Letterale: brutta pittura, brutta faccia

  • Ospite inatteso e benvenuto

    Per solidarietà, accogliamo sul nostro blog le parole apparse di notte in uno striscione a Cevio, peraltro rimosso da mani ignote dopo poche ore. Ci piace questa trasposizione del pensiero di un animale controverso. Che ha messo la sua firma.

  • Voglio qualcosa che non so

    Per il mio compleanno voglio qualcosa, me lo merito perché è la sessantaquattresima volta che chiedo qualcosa e mi regalano qualcos’altro, che è meglio di nessuna cosa a volte, ma altre volte sono imbarazzato. Però non è mai quel qualcosa che desidero. L’anno prossimo potrei chiedere l’avièss, ma me la impacchetteranno anche se non la vorrei, quindi non vale e poi forse porta anche rogna e quindi non c’entra e ci penserò tra un anno, o prima, previa burocrazia infernale. Oggi voglio qualcosa, un qualcosa. Qualcosa che dia un senso ignoto a ‘sto giorno di compleanno che cominciava a stufarmi già da un paio di anni, tra pipe e catenelle, che rompo o perdo e l’anno dopo sono daccapo. Qualcosa che resista più di un paio di scarpe o della vita. Ma non qualcosa che ho già, tipo l’amore, una figlia, un albero o un’idea, o qualcosa di materiale, cibo o bevande. Qualcosa di solido ma che non si può trattenere, che vaga in libertà per i prati, ma non un cane o un asino, e neanche un tosaerba digitale o un innaffiatoio a impulsi. Qualcosa più tipo un’aria di maggio o l’aquerugiola di settembre, o il brivido di un gol insperato. Ma per me, solo per me, non per tutta la vallata o per ogni cielo, o che me lo stropiccino altri fanatici. Qualcosa tipo qualcosa che non so, ecco. Aspetto almeno fino alle undici di stasera. E ringrazio anche per niente.

    gene

  • Figlio perduto

    da terra raccolsi quel legno divelto
    fulmine o sasso dal cielo non so
    forse solo e solo vecchiezza di madre
    la rigida betulla vegliava sul ramo
    privato di foglie e la scorza a brandelli
    e parve affranta da torto sofferto
    come al suolo fosse un figlio abortito
    attesa d’acqua pietosa che togliesse
    alla vista giacente d’inerte postura
    attorcigliato della morte lo spasmo
    pioggia non venne e allora le mani
    le mie di donna che colsero quiete
    misericordia antica di urgenza presente
    andata per mare o burroni e tornata
    quel ramo infine attizzato anche solo
    a scaldare minestra di porri e fagioli
    per il sabato gelido del giorno dei morti

    gene

  • La voce della Terra

    ippomasso 2024

    Dovrai chiedere alla polvere se stare o andare, quando la gabbia si aprirà e la vista presenterà il conto finale. Anche ieri sul sentiero offeso che costeggia il fiume, timidi fiori e rovi indomiti già tornavano a svolgersi, mentre a te si sgarbellavano le gambe e le braccia. Le tracce sulla sabbia indurita non erano i segni di una prossima civiltà, e il dipinto affranto ti parlava solo della vita precedente. Inquieta il percuotere del maglio. È ancora notte. Bagliori e ombre. Istoriate rocce sono apparse, cangianti di ere dove ancora si avvertono voci mediterranee o polari. Ma dall’orto non raccogli niente e nel bosco inghiaiato gli artigli dei fragili ontani vorrebbero ghermire il cielo crollato. Se fosse tempo di andare, nessun rimorso, ma se imperasse il dovere di restare, non saranno solo argini fermi o strade schiuse: sarà agognare le oscure vie nei cuori degli altri. Ci vorrà pazienza per tracciarle, se lo vuoi, ma si potrà. Non saranno il fato o la vanità a guidare, ma la ragione. Tocca ancora a te.

    Traduzione di Giorgio Gianni Genetelli Chiaberto

  • Gli alberi del Minotauro

    Sonlerto 2024

    Porto con me le spoglie del Minotauro, che uccisi con l’inganno. Non era colpevole, eppure fu esiliato nelle stanze interrate e piene di specchi del manicomio. Il re ne aveva deciso la sorte dopo averlo procreato con vergogna e l’infelice fu lasciato solo nel cuore della terra che batte vicino agli inferi, con la sua rabbia che diventava inconsapevole vendetta. Mangiò vivi i guardiani che lo vessavano e più nessuno volle scendere in quegli abissi che dominava senza poterne fuggire.

    Non aveva colpe, ma io non lo sapevo. Non gli parlai: cosparsi di olio all’arsenico il corpo di un bambino schiavo che nemmeno capì la sua morte, divorato dalla fame del Minotauro ormai ridotto agli stenti, conficcato al centro della terra. Le urla atroci mi squassarono i timpani per quattro ore, tanto durò la terribile e immeritata agonia di quell’essere metà bestia e metà uomo e metà me stesso, di quell’infelice ridotto alla metà di tutto quanto.

    Non era colpevole della sorte toccatagli, altri avevano sempre scelto per lui e anch’io usai il tranello per paura e viltà, o forse per non guardare i suoi occhi, dove certo brillava la disperazione dei reietti, l’interrogazione degli innocenti, la paura dei condannati, la ferocia degli assassini.

    Non mi bastò la principessa, figlia del re, che ebbi in dono e che piantai in Naxos per scacciare la sventura. Ora le mie vele nere mi portano in patria, con il carico di infelicità mia e del Minotauro a marcire nelle sentine della nave. Ma le vele sono diventati alberi con foglie e fiori, forse una redenzione per me, forse il perdono del Minotauro per tutta la mia ignobile impresa, forse la pace. Ma come troverò le parole?

    gene

    Postilla
    Sognò come gli esseri umani sognano gli dèi, l’uomo con la tristezza degli uomini, il minotauro con la tristezza degli animali.
    Friedrich Dürenmatt

  • Becaària e altre storie

    La festa era bella e c’erano voluti tredici anni per arrivare, dall’uscita del romanzo alla fine delle riprese del film. La festa conteneva e scioglieva lo sforzo di una decina di sceneggiature riviste e le peregrinazioni del Regista per capire come fare. Oltre al bussare della Produttrice in cerca di soldi. L’Autore del libro, intanto era già andato oltre con alcuni romanzi e non è che fosse stato lì ad aspettare. Anzi, lo innervava un certo scetticismo, ma non ci pensava neanche tanto. Poi però alla festa di chiusura delle riprese c’erano tutti, compresi gli attori, soprattutto il giovane Mario e il contadino Rinaldo e loro tre composero quella sera una specie di banda della sangria prima e della birra poi. L’Autore e Mario avevano rischiato lo scherno e cantato una canzone composta proprio per l’occasione, schivando i diritti con una versione in una lingua comprensibile solo all’Autore, ma che il ragazzo Mario aveva imparato al volo in una domenica di sole a casa, col Meo estasiato (il Meo è l’alter ego dell’Autore, in versione potenziata).

    I tacherà su ‘l Giorda con ‘n cadene d’oor
    l’é propi ‘na furtunu
    l’é robò gnomà sedes cauri dal Re
    e vendui ai pouri matlosen

    In piedi sul muretto. Applausi, il Regista commosso e poi via ancora di birre, con i discorsi che si andavano facendo vivi e ingarbugliati. Con l’aggiunta di Davide a completare un quartetto sempre più godereccio. Attorno a loro, tutti in festa e però con quell’aria di vacanza imminente che un po’ di malinconia la mette, quella cosa di quando si finisce e chissà se ci vedremo mai più così belli e impegnati.
    Due mesi prima, nel giorno in cui avrebbero dovuto cominciare le riprese, il cielo precipitò sulla valle, una alluvione che scoscese le montagne. Furono giorni terribili, morti e dispersi, una terra violentata. Nessuno del film si fece male e le riprese cominciarono lo stesso con due settimane di ritardo, con l’approvazione della popolazione che vedeva nell’opera una forma di rinascita.
    Ci sono film sfortunati, dove attori, registi, cameraman, costumiste eccetera sono morti sul set, o dopo anni. Ci sono film impossibili da girare, come se una maledizione aleggiasse. Ci sono film in cui tutto si rompe o si perde.
    Anche questo, che aveva già dovuto fare i conti con una gestazione travagliata, era cominciato male, ma poi era andato avanti con gioia e solidarietà, senza altri incidenti. La sera della festa erano state stampate delle magliette con scritto davanti “I love Vallemaggia” e dietro “Becaària” e un disegno di un ragazzo che sfreccia in motorino. A un certo punto sembrava che una popolosa squadra di calcio avesse invaso la terrazza. E ancora musica e sangria, rievocazioni, abbracci, sproloqui alcolici. Andava tutto benissimo.
    Poi.
    “Andiamo a fare il bagno al fiume”, disse qualcuno. L’Autore era da tempo impegnato a reggersi in verticale, ma fu trascinato all’avventura, perché dentro era ancora un ragazzino come quello del suo libro e guai a tradire. Mario, Rinaldo, Katia, Davide e una mezza dozzina di altri intrepidi partirono per il fiume, che per raggiungerlo dalla strada occorreva passare da un sentiero moderatamente ripido in condizioni di forma normale, ma che divenne subito un Everest ribaltato per l’Autore. Che chiudeva la fila, con la pipa in bocca e la nonchalance dei bevitori. E saltando, perse il passo e finì a testa in giù nella scarpata, in un roveto intricatissimo e buio dal quale sembrò essere inghiottito senza che nessuno se ne accorgesse. All’Autore risuonava nella testa

    Pedro Pedro Pedro
    Pedro Pé

    anche mentre tentava di aggrapparsi a qualcosa per non finire nel fiume. Ci mise tantissimo, udiva lontane le voci gioiose dei compagni ai giochi d’acqua. Cadde ancora, sentiva il sangue scendergli sul viso, le braccia scorticate ardevano, la pipa scomparsa, lo zaino a impedire i movimenti e Pedro Pedro a sbeffeggiarlo senza impedimenti.
    Ma strisciando raggiunse il sentiero, lo risalì barcollando e infine ritrovò l’asfalto. Alla luce tipica dei lampioni alle tre di notte si toccò il volto e le mani restituirono rivoli di sangue. E partì alla volta della fontana che ricordava fosse vicina alla chiesa. Naturalmente, chiusa, nemmeno una goccia. Però c’erano i cessi pubblici. Aperti! Acqua e sangue ovunque, la carta degli asciugamani rossa come la maglia del Liverpool.
    Per tornare alla casa della festa, scese la scala del cimitero e un’auto passò in quel mentre, sgasando come se avesse visto qualcuno uscire dalla tomba.

    Pedro Pedro Pedro
    Pedro Pé

    L’Autore arrivò infine alla casa della festa, e lo aspettavano in ansia tremenda. Si misero a fargli domande.
    “Hai picchiato la testa?”
    “Ma dove sei finito?”
    “Ti ricordi come ti chiami?”
    “Chi sono io?”
    (No. Boh. Sì. Non so.)
    Mario aveva anche provato a chiamarlo sul telefono, ma non aveva avuto risposta e seguito dal Rinaldo se n’era andato a dormire. Anche il Regista aveva mollato da tempo. Restavano alcune ragazze che lo presero in consegna mentre il dj imperterrito lanciava hit. Katia lo fece sedere sul cesso e gli disse di togliersi la maglietta I love Vallemaggia crivellata dai rovi mentre arrivava a dare un’occhiata il marito e la cosa poteva sembrare imbarazzante. Ma l’autore flagellato cancellò le eventuali perplessità.
    Rimesso in piedi e più o meno ripulito, l’Autore stava benone e bevve una birra, ma nessuna delle samaritane voleva perderlo di vista e allora lo accompagnarono a casa e la cosa finì bene, anche in modo divertente, più o meno.
    Certo che se, per una congiunzione di destini, l’Autore fosse morto nel fiume, il film sarebbe stato sì (forse) maledetto, ma avrebbe raggiunto il primo posto nella classifica mondiale. E invece l’Autore è ancora vivo oggi e il film non è ancora uscito nelle sale. Non si sa cosa sia meglio.

    Pedro Pedro Pedro
    Pedro Pé

    gene

  • La diga

    Passo del Bernina, agosto 2024

    all’albergare dei passi pallidi e assorti tra inquietudini dell’acqua
    non quella delle nuvole candide nell’aria rarefatta
    di un agosto che storrida nelle pianure immobili
    ma bensì
    certo
    l’altra che si ammassa inerte alle mura
    ecco che il declivio è ancora dei primordi brulli
    quasi
    e non dà serenità
    non regala sguardo aperto
    non ancora
    se non alle spalle
    almeno di lato
    fino alla morena salvifica e petrosa
    il riparo immaginario
    dalla vedetta che del sentinellare si fa vanto spudorato
    ma infine concessa alla valle dall’oceano carcerato
    che con elettrica energia abbandonerà l’alpeggio
    andato nel progresso
    solo aguzzi massi e melma
    e poi giù per svellere la fiducia muta degli anemoni
    per cancellare amore e guerra
    per cambiare l’universo
    (non lo fa e allora pizzoccheri e autoscatti)

    gene

  • a sono

    stamatin l’acqua in seledre la sono Vuduu Ciail
    e gnan om n’altro cip as senn
    o divoll l’é che i fernicri dal dinsegn i va coi got
    top top den den top top
    e i lassa lustri i pensei bei dai dì da feste
    mighi cui dricc neh, cui controman dal Gimi
    col tof dal ragordass da noto

    gene

    stamattina la pioggia nella grondaia suona Vuduu Ciail / e neanche un altro cip si sente / o magari è che le ubbie dei sogni vanno con le gocce / top top den den top top / e lasciano lucenti i pensieri belli dei giorni di festa / non quelli dritti, quelli mancini del Gimi / col profumo del ricordarsi di niente