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  • anonimi eroi

    anonimi eroi

    I militari danno fuori di matto in aprile quando si sentono di invadere, rovesciare, occupare. Noi ci hanno chiamati per le tre settimane di ripetizione in Leventina, infagottati come nel ’18. Appena su, ci dicono che per tre giorni non vedremo più la mamma, c’è da organizzare il dispositivo – Operazione Mammuth – e staremo in tenda con i piedi di fuori – non so, ma prima era un esercito di nani?
    Ovviamente, piove.
    Lo schioppo si fa rosso di ruggine, la palta sommerge e la muffa aggredisce la gamella nelle ore di guardia alla minacciosa abetaia – gli alberi sono immobili, ma non si sa mai. Il Caprara mi manda a chiedere pane di sfroso giù alla masseria. Ci vado strisciando per non farmi colpire, me lo dà una signora e costa un franchetto, anche se è pane posso per le galline. Le sento su dal Caprara.
    Alla seconda settimana, del nemico nemmeno l’ombra – si sarà cagato sotto -, ma andiamo in giro lo stesso carichi di maschere a gas, caschi e bende d’emergenza, casomai. Il gulash in scatola lo facciamo esplodere, c’è più gusto. Io provo anche a darmi per ferito, ma non ci credono e addio orette in infermeria a far niente.
    Alla terza, a quanto pare, il nemico è scappato vinto battuto, e possiamo fuggire di sera fino a Rodi, sdraiati in sette nel furgone rosso del Galfeton, che sta alla guida con due occhi che sembra un diavolo – De Gregori si è ispirato a lui.
    Siamo ormai all’antivigilia della liberazione, il 25 aprile, che non è quella ma la nostra. Io ho preso qualche chilo. Non ci siamo snervati nell’attesa, e da casa ci hanno inviato mucchi di salame e formaggio, nonché fiaschi di vino.
    Il Mammuth come Operazione è perfettamente riuscita, fa il comandante. Si complimenta con la truppa per l’abnegazione e la disciplina.
    Siamo salvi.
    Noi, ferrei, ascoltiamo compunti, tiriamo assieme il materiale e finalmente possiamo tornare a casa, cioè, circa, non subito. Col furgone rosso da Giornico a Preonzo combattiamo ancora fino all’ultimo, e quasi illesi, in tutti i grotti disseminati a trappola sul percorso.
    Eroi.

    gene

  • Fame

    Fame

    Drici la ferense da neu tolbro,                
    munudru e scici, la nosso mata.             
    Incruscei ‘mé a l’altèe                                
    a scrussii ‘l careisg.                                    
    A quedèe ‘l caldireu                                   
    co’ la goro da sarbuiit.                             

    gene

    Dritta la linea di neve torbida, / esile e macilenta, nostra figlia. / Inginocchiati come all’altare / a indagare la caligine. / A bramare il paiolo / con la voglia di bollito.

  • Acero platano

    Acero platano

    Una figlia, sei libri, un albero. Questo albero. Piantato alla fine di marzo, a forza di braccia e riflessioni, dopo averlo trascinato in mezzo ad altri rami e sassi, disceso la scala di pietre taglienti, posato nella buca che prima di lui inquietava come un pozzo artesiano. I cristi e le madonne, gassose, hanno fatto posto al suo essere acero e platano e lui si è messo subito d’impegno. Le foglie, solo immaginate, in dieci giorni diranno: eccoci qua, siamo belle e lo sappiamo.
    La mia chioma è in competizione con la sua, cangiante e ribelle, infoltita di pensieri e squilibrio. L’albero ha preso posto e di notte sento le sue radici avanzare poderose nella terra madre che l’ha accolto. Lui è placido, fermo e stabile. Io no. Per questo chiedo il suo aiuto: mi serve per trovare un senso alla folgore del tempo, di questo tempo incistato di umani violenti.
    Questo albero platanico e aceroide è famiglia; è venuto a lenire il vuoto del frassino antico e morto in piedi in un inverno delle coscienze, forse stanco per qualcosa che non capiva più. Con la Maddalena, il Meo e Julieta, e la figlia da Berlino, abbiamo raccolto in una scatoletta di metallo i nostri pensieri scritti, un gioiellino e una pietra colorata. Poi l’abbiamo deposta al suo fianco e coperta di terra. Un giorno qualcuno la troverà, forse. In un futuro lontano quando noi non ci saremo e l’albero potrà finalmente sentirsi stanco, tra duecento anni.
    Ecco. Duecento anni sono giusti per una figlia, per i libri e per lui, l’acero che si sente platano, come i nostri desideri che la vita cambia, ma non per questo si molla la presa dell’amore.

    gene

    Postilla
    L’Acer platanoides è un bellissimo albero di grandi dimensioni a crescita medio rapida. Raggiunge i 20-30 m di altezza. Generalmente ha un fusto principale che poi si divide in molti rami principali e secondari, la chioma rotonda e compatta.

  • Pasqua

    Pasqua

    Due uomini sono in piedi all’ombra di un acero. Uno parla, l’altro ascolta.

    Com’è che sono qua adesso? Era venerdì di una settimana sprecata, come tutte. Il capo mi ha chiamato in ufficio e in grave ma falso imbarazzo mi ha detto che ero licenziato.
    Mi spiace, la decisione del Consiglio è insindacabile, io sono perplesso, abbiamo bisogno, hai lavorato bene, i costi, il calo. Ma hai diritto a due mesi pagati.
    Ah beh… Non mi interessa.
    Ho raccattato un’agendina. E sono uscito.
    Te lo dico sinceramente: mi frullava da tempo l’idea di lasciare tutto, di non vedere più i padroni e le mie percentuali, di non fregare più la gente con cianfrusaglia. Avevo voglia di andarmene in giro senza quella croce sulla schiena. A far niente di serio, o di vedere che succedeva qua e là. Forse era un’idea balzana di chi come me consumava vent’anni allo stesso modo, dall’alba al tramonto, giorni e settimane e poi mesi. Come fai con una vita di quel genere a liberarti dai riti? Il programma, il telefono, la pausa, la sera a calcio e pizza, o la ciolatina. Io sentivo che un giorno sarei morto senza sapere niente. E senza che gli altri sapessero di me.
    Mi hanno licenziato, li ho mandati a fanculo tra me e me, ho pensato se magari ero afflitto, mi sono tappato in casa.
    Il sabato l’ho passato a definire spoglia la mia vita e poi a comperare zaino e scarpe vere, non quelle da ufficio che perdono la vernice. Non mi sono fatto vedere da nessuno, forse hanno pensato che ero morto o sepolto.
    La domenica sono riemerso bello solido e sono uscito nell’ora del pomeriggio quando la noia abbatte tutti e la città è abbandonata. Avevo lasciato un biglietto sul tavolo, una di quelle cose dove dici che stai bene, che penserai a tutti, non cercatemi.
    Non mi hanno cercato.
    Sono qua adesso e domani magari riparto.

    gene

  • Venerdì di Pasqua

    Venerdì di Pasqua

    La processione commemorativa della Passione coinvolgeva figuranti, amici, parenti, curiosi e turisti. Grande tradizione in vigore da quattro secoli. Adattata eh. Ormai anche il Cireneo fustigava secondo le indicazioni dell’intelligenza artificiale. I legionari replicavano la truculenza spaccando le schiene con lunghe salamelle di capra. Il Cristo sanguinava col ketchup, attaccato al wi-fi per sentire Richie Havens e motivarsi di brutto. E la Madonna? Oh la madonna! Siliconata e gonfia alla bisogna, ma meno erotica della Maddalena che con sguardo languido sventolava la mini.
    Il planing richiede la velocità dei flashmob, sennò i giovani mica ti guardano. Ci vuole anche qualche big fail, per sorridere. Il popolo in processione innalzava paramenti sacri con le scritte della pubblicità locale, che altrimenti la Pasqua non starà in piedi e il santo sepolcro non ce lo danno più alle Cantine Riunite.
    Passando davanti al Neuro, salutano tutti. Una bellezza.
    Ma le nuvole nere discesero dal Generoso come massi e si scatenarono su farisei e pilates. Alle tre, con le campane ammutolite, navigavano nella Breggia cartonati di Caifa e di Erode, mentre Giuda rideva, in salvo.

    gene

  • Figure e figurine

    Figure e figurine

    Dove si discetta dell’Italia, ma in senso figurato

    Di figure e figurine è fatto il martedì magro. La bella lingua di Dante dà una mano con le sue allegorie rinascimentali, ma sono i fatti a stagliarsi e lampeggiano come fiamme dell’inferno. Bisogna spiegare ai bambini che le figurine possono essere figure stilizzate, o anche adornate; che le figure sono immagini o imbarazzi. Miti delle caverne quando Enotria ancora andava per il mondo a spezzare le reni ai popoli subalterni, dosando la sublime arma del contropiede e le soporifere perdite di tempo. Tutti i rivali finivano preda della melassa immaginifica che dipingeva le piazze di tre colori risorgivi.
    Sui libri di storia che venivano stampati a Modena campeggiavano fieri gli eroi olimpici come nell’antica Grecia e il popolo scambiava i doppioni nei mercati delle scuole e degli oratori. Panini per tutti.
    Va’ che le figurine mica sono sempre uguali. Alcune diventano icone, dei santini a protezione dalle paturnie e dalla sfiga; altre si incollano sulle lapidi e giù a piangere. C’è tutto il mondo, nei libri di storia stampati a Modena; vi appaiono volti somiglianti a Bruce Lee o Jimi Hendrix. O magari un Von Ribbentrop al quale sovrapporre Maradona nelle giornate estive. Fierezze di popoli, bandiere, scudi, stemmi, arene, colossei.
    Poi, le figure, ah, le figure. Quelle retoriche – le metafore sulla battaglia, le perifrasi sull’inganno, le similitudini divine – e quelle reali. Terre di incantamenti, i Balcani ne innalzano di ingannevoli e spaventose. Ringhi e bastoni non li scacciano, il malocchio politano non s’innesca e finisce tutto in barella, con un’aria un po’ da buffon.
    Allora toh! I libri di storia non si stamperanno più a Modena. Staranno lustri in America, al Topps. E là,tra figurine e figure, infantini e trampan veglieranno sui poveri bambini che non hanno ancora visto il papà ai Mondiali, ma solo le brutte foto degli altri.
    Pestalozzi e Freud si sarebbero grattati la testa.

    gene

  • L’estraneo

    L’estraneo

    La piazza è molto ampia e lastricata di basalto consunto. È racchiusa da imponenti edifici. Non c’è gioia nelle movenze mute delle persone che, come maschere, la percorrono senza un’idea di logica a me nota. Il senso di morte è quasi visibile e disorienta i sensi: una spessa nebbia di suoni putrefatti. Mi tocco il volto per confermare la mia esistenza.
    Non andarci, mi dicevano gli amici. Ma il suo nome era un richiamo troppo forte per un ateo come me. Volevo indagare le mie certezze e quelle degli altri. Partii.
    La vidi, la Città, le membra moderne dipanarsi da un torso calcinato e oppresso dalla furia umana di cemento e androni. Poi questa piazza, della quale non voglio nemmeno pronunciare il nome.
    Dio qui non c’è, ammesso che da qualche altra parte ci sia.
    O sono io che non vedo e non sento. Osservo uomini allucinati e dagli abiti anneriti o ialini, a capo coperto; donne velate e schive, periferiche. Chi sta appoggiato a un muro con la fronte, chi scalzo, chi prono. Tra litanie a fior di labbra serrate che di rado vengono interrotte da gridi laceranti, le bocche mutate in fauci.
    Sirene fischiano all’improvviso e in pochi secondi resto solo. Sarà Dio che chiama? Il dubbio è subito travolto dai soldati che sono sciamati dentro la piazza livida, come esplosi dalle pietre, i volti nascosti da visiere nere, il corpo gonfio d’armatura e fucili. Possono sparare solo a me, l’unico estraneo rimasto.
    L’ordine arriva da un dio che non sono riuscito a conoscere? Mi uccidono.

    gene

  • arancione asfalto

    arancione asfalto

    Dal Pilotti è cuccagna di colori e fogge viste solo in tv, spesso in bianco e nero. Fino a lì, i pantaloncini dell’estate erano straccetti sbiaditi e dismessi dai più grandi. Magliette alla marinara o al massimo come quella che mi aveva portato il Pa’ da Zurigo, gialla con la Lotus di Fittipaldi listata d’oro stile il carro funebre del Barenco.
    Dal Pilotti sono apparse braghette bianche con tre strisce sui fianchi di colore blu o rosso. Belle inguinali che così il sole giaguaro abbronza come i brasiliani. Con le magliette è ancora un po’ indietro, il mitico di viale Portone. La vorrei quella dell’Olanda, arancione con  le tre strisce bianche (ma Cruijff ne aveva una con solo due, tanto per esagerare nell’anticonformismo con cui portava il 14, numero storico della riserva).
    L’altro giorno ne è arrivata una bianca con le tre strisce blu, spettacolo. L’ho presa ma è durata una mattinata, il tempo di rovinare sull’asfalto col motorino e lasciarla a brandelli nella strada di campagna. Con le croste mi ci gratto adesso che sono davanti alla vetrina del Pilotti, che espone anche scarpette arancioni con le tre strisce gialle, che il Grazianet, tradendo la sua ammirazione per la morigeratezza della Cortina di Ferro, aveva esibito contro il Cresciano.
    Niente da fare, i colori del nuovo mondo non ci sono ancora. Con la squadra ne abbiamo una verde stinta, di cotone infeltrito e con le braghette altrettanto fruste, ma rosse. Io penso che l’estate porterà consiglio: se non le trovo io le magliette in ordine, potrebbe trovarle il presidente.
    Infatti, miracolo!
    Siamo alla prima di campionato e come sempre arriviamo al campo due ore prima e con la pancia ancora in subbuglio per il brasato. Ma sul tavolo! La meraviglia. Maglie arancioni, che disturbano la vista non abituata alla modernità. Vabbè, le strisce sono nere, ma almeno sono tre, vere, originali. Io penso che la tombola sia andata benissimo, se no si andava avanti col verde moscio degli avi, simile ai prati in novembre. Qui c’è invece il tramonto infuocato dei mari del sud.
    Non riesco neanche a correre bene, vestito così di tutto punto. Mi guardo le gambe, mi fermo a spolverare i calzettoni, osservo gli altri, mi pavoneggio impettito con occhiate al pubblico sconcertato.
    Gli avversari, rimasti indietro nell’abbigliamento, se ne fregano e mi sorpassano come si fa con un carro di fieno. Ce ne infilano quattro e non facciamo neanche la foto.
    Il presidente, con la faccia offesa, negli spogliatoi annuncia che alla prossima torniamo al verde infeltrito, così impariamo. Ma chissenefrega. Sono certo che il Pilotti domani le avrà di tutti i colori mondiali.
    E invece: Ne ho una bianca se ti va, dice.
    Mi viene in mente l’odore dell’asfalto e rinuncio.

    gene

  • Notiziario in lingua facile

    Notiziario in lingua facile

    Sono rientrato in garage a passo di corsa, sfidando la sciatica che mi è saltata fuori sfidando una bambina di cinque anni a fare la ruota. Ho acceso la radio. C’è una canzone di Caparezza che mi fa sorridere dopo lo spavento. Poi il notiziario.

    Buongiorno, l’esercito nelle strade e nelle piazze è per proteggere la popolazione in tempo di pace, ha detto il capo delle forze armate Colonnello Ursulo Vermen – il capo delle forze armate è incaricato dal Consiglio in stato d’emergenza, porta i capelli corti sulla nuca e la pistola alla fondina anche al battesimo della figlia Eva, quale esempio.
    Vermen ha aggiunto che i centri di reclutamento sono aperti a orario continuato e invita tutta la popolazione a recarvisi per l’iscrizione e la consegna del pacchettaggio – il pacchettaggio è il corredo militare, compresa la carne di scimmia in scatola molto apprezzata dalla famiglie patriottiche.
    Vermen ha inoltre detto che la delazione – la delazione è fare la spia – è sollecitata e ci sono premi in denaro per ogni informazione su persone sospette – sono considerate persone sospette quelle che si riuniscono a gruppi di due o più individui.
    Il Colonnello ha aggiunto che le donne sono esentate dal reclutamento e devono dedicarsi alle vettovaglie e ai rammendi – vettovaglie e rammendi sono attività connaturate al genere femminile.
    Il Consiglio, in una nota, ha comunicato la decisione di ridurre l’attività scolastica – l’attività scolastica è una moda che ha pervaso tutto il Novecento senza risultati rilevanti per il Paese. Il Paese è la Patria! non Preonzo o Cavergno. Le attività scolastiche, così come quelle sociali, tolgono risorse alla difesa armata.
    Dopo il sequestro dei mezzi di trasporto privati e pubblici, ha proseguito Vermen, l’esercito si occuperà dei viaggi dal domicilio al posto di lavoro, nel caso non vi si possa recare a piedi. Non verranno accettati certificati di dispensa – la dispensa è quando un cittadino inadempiente cerca di venir meno ai suoi doveri con delle scuse puerili.
    Chiudiamo con la meteo. Oggi soleggiato – soleggiato è quando c’è il sole. Ma è meglio stare al coperto per evitare i colpi.
    Linea all’animazione.

    Mentre riparte Nella Martinetti, chiudo la radio e mi trascino nel bosco – il bosco è quel posto pieno di alberi e buche dove alloggiano molti disertori.

    gene

  • Il buco del Righino

    Il buco del Righino

    Il Righino aveva il padre cacciatore, ma lui non era capace con le mani e gli cadeva tutto e forse si sarebbe sparato nei piedi. Un po’ grandino, scartate tutte le attività artigianali, disse che voleva fare il giornalista. Il suo pa’, che insomma, qualche porticina l’aveva costruita, lo portò al Corrierao, sezione “dei Piccoli”.
    Fu in quel tempo che lo conobbi, al corso semestrale di giornalismo. Il Righino non era male, anche pur parendo appena sortito da chiesa col vestitino della comunione, ma un po’ vecchio in confronto ai suoi anni.
    Intanto che alcuni di noi passavano mattinate e pomeriggi al corso tra la noia e la protesta, il Righino prendeva appunti con la sua bella biro. Poi, la sera, tornava al giornale – era finalmente stato promosso al Corrierao, seppur cronaca locale.
    Ci pareva proprio indefesso, con sprazzi di simpatia quando si irrigidiva come punto da un cactus in occasione di qualche intemperanza verbale. Veniva anche lui, ogni tanto, in birreria per il pranzo disgraziato che avrebbe introdotto il pomeriggio di sonnolenza. Ma, agli schiamazzi etilici, tendeva ad andar via con qualche scusa – il meccanico, la stireria o altre cose che delegava.
    Un venerdì sera che avevamo deciso di fare una festa di chiusura del corso – che in realtà non era neanche a metà – cantò in playback Adesso tu, che se non sbaglio parlava di uno nato ai bordi di periferia. Il Righino sollevò moti di tenerezza, forse un’infanzia complessa, forse una scarsa frequentazione pelvica, magari un orizzonte imposto di vedute strette. O quella cosa che prende certi individui nel confrontarsi con l’ingombrante figura paterna, che nel suo caso sparava colpi di fucile e intemerate politiche.
    Boh, vai a sapere, non sono uno psichiatra.
    Ma alla festa seguente, qualcuno a torso nudo sul tavolo, qualche altro all’arrembaggio delle pericolose e quasi vergini terre dell’altro sesso. E il Righino e un paio d’altri, invece, a dissentire. Ma non eravamo tutti parte di un collettivo ribelle contro il sistema?

    Nubi nere all’orizzonte.

    Accadde il fattaccio. Verso mezzanotte, quando tutti eravamo ormai dal Luis o alla Clava con le birre, il dramma: il Presidente del governo era morto all’estero.
    Il Righino, che appena prima era in redazione a ultimare le pagine che tutto il piccolo mondo antico avrebbe letto il giorno dopo, tornava in auto a casa e gli telefonarono per metterlo al corrente della notizia clamorosa. Lui, già sulla strada consumata dell’esperienza, disse che nessuno l’avrebbe pubblicata, troppo tardi, e andò a nanna.
    Il giorno dopo, oltre a radio e televisione che ampliavano servizi, la morte del Presidente era in prima pagina su tutti i giornali del Paese. Tranne che sul Corrierao.
    Penso che siano stati mesi difficili per il Righino. Concludere il corso, quasi ammutolito e inane alle beffe, e dare un senso alle cose.
    All’inevitabile festa di chiusura, non partecipò. Superammo il lutto protraendoci fino alle prime luci dell’alba, anche per lui.
    Diploma a tutti e poi via per le strade del mondo a svolgere la nostra professione, tra splendori e miserie. Il Righino, e io sono proprio contento, ce la fece a riemergere dal profondo buco e adesso che è passato mezzo secolo è salito così in alto da ambire alla massima poltrona del Corrierao.
    Diciamolo senza troppi giri di parole: che culo!

    gene