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  • Barilete a mezzanotte

    In redazione, nei momenti caotici in cui si sta per chiudere l’edizione e il giornale sembra completo, c’era sempre qualcuno che diceva, per mettere un po’ di agitazione finale: “e se adesso muore Maradona?”.
    Poi sono arrivati i media online e l’ipotesi non ha più avuto l’effetto destabilizzante di quando per una notizia arrivata a mezzanotte bisognava bloccare le rotative, scrivere di furia, scegliere cosa buttare, rifare l’impaginazione e sperare di approdare in edicola ancora in tempo per farsi leggere prima degli altri giornali. I media online sono il futuro (aiuto) e Maradona ha perfino avuto il buon gusto di morire a la una de la tarde, o giù di lì, dando a tutti il tempo di interiorizzare, pensare, scrivere. E una volta lampeggiata la notizia su tutti gli schermi del mondo, dare fondo a commenti e a dolori personali. Per un paio di giorni scarsi, la morte di Maradona ha cancellato tutto, dal Covid a Trump. Un ultimo colpo di genio del D10S, che stavolta non ci ha trasportati nell’iperspazio, preferendo riportarci alla normalità di un mondo impazzito, alle cose di tutti i giorni: i discorsi sul barilete cosmico e i comportamenti da tenere in caso di ribellione.
    Così, senza la pressione della notizia a mezzanotte, anch’io ho potuto scrivere qualcosa di mediocre su di lui senza farmi venire l’ansia di dover consegnare in fretta e furia.
    Quindi, caro Diego, ti ringrazio per quest’ultima magia.

    gene

    Postilla
    “Tengo dos sueños: jugar una copa del mundo y ganarla”.
    Diego Armando Maradona

  • Il fenicottero Doris

    Saltò sul mondo balzando fuori dalla tormenta, in un giorno d’inverno a Bad Gastein, nel 1977. Tutte le altre sciatrici non se la sentivano di affrontare quella discesa complicata e sommersa dalla neve che riempiva il cielo e la pista. Doris De Agostini, che era ancora minorenne, non si azzardò a dire di no e si lanciò, lasciando nel pulviscolo tutte le rivali. Era nata una stella, non di quelle del jet-set: una che amava il Sasso della Boggia e parlava un dialetto difficile, quello di Airolo, ma esprimendo concetti luminosi su sé e sul mondo che la circondava. Una stella bellissima, un fenicottero delle nevi mai visto prima.
    “Mi criticano per il mio corpo, ma non lo cambierei mai con nessuna, perché momentaneamente mi interessa lo sci, ma soprattutto mi interessa vivere anche dopo” disse una volta. E mantenne. Quando a 25 anni vinse la Coppa del Mondo di discesa libera, smise di gareggiare e cominciò un’altra vita, riservata ma con lampi accecanti quando appariva per una qualche causa, una tra tutte l’opposizione al raddoppio del tunnel del San Gottardo.
    Quando noi sciatori rovinosi andavamo ad Airolo, a volte la vedevamo, bella e slanciata, sorridente, popolare e seppur quasi coetanea ci appariva irraggiungibile come una divinità.
    Ora lo è definitivamente, almeno nel mio cuore.

    gene

  • 2021

    Vagheggiare di strade
    come varchi nei prati
    in cataclismi d’asfalto
    Osserva:
    gramigna fogliata
    intralcio a fiori
    che alcuno coglie
    L’orizzonte sfoca
    pigrizia d’amaca
    tra cielo e suolo
    silenzio d’acciaio
    e sordo volteggio
    Assenza d’ombra
    né pena né dubbio
    Desiderio scaduto
    sepolta ambizione
    nel lutto evacuato
    nell’anno feroce
    Consacrato finale
    è adesso e domani
    alla risorta Utopia

    gene

    Postilla
    Utilizzo le mie capacità nel modo più completo, il che, per un’entità cosciente, è il massimo che possa sperare.
    HAL 9000

  • La resistenza della tomba

    Stamattina mi sono imbattuto in un articolo di giornale e, dopo un primo istante di tristezza, ho provato un moto di soddisfazione. Nella foto a corredo del pezzo si vedeva la violenza usata a un prato, nel paese di Claro: scavi, recinti, un capannone e sullo sfondo una casupola in sasso miracolosamente scampata alla furia edilizia. Terra disordinata, impoverita, proprio lì dove andavamo a slittare e mio nonno falciava nella bella stagione.
    Claro è un paese ripido, ormai quasi completamente cementificato, ma fino a pochi decenni fa era uno splendido cono di deiezione con alcune frazioni abitate e separate tra loro da prati, a loro volta marginati di muri in sasso, pietre strappate alla terra per renderla più facilmente falciabile e coltivabile. Un mirabile lavoro di urbanistica cancellato dalla furia con cui sono state costruite centinaia di case. Andate a vederle, meritano disprezzo.
    Uno dei pochi spazi verdi rimasti è proprio quello dove si andava con le slitte, prima che anche lì si procedesse alla mortificazione del cemento.
    Ma ecco la splendida sorpresa. L’articolista ha spiegato che i lavori di costruzione sono fermi sul nascere e il casino nella foto è dovuto al ritrovamento di una tomba antica. Niente palazzine, ricorsi, deroghe, reclami e via discorrendo. Niente da fare: a quanto pare quella tomba potrebbe far parte di un sito di valore archeologico e quindi tutti devono stare calmi.
    La casupola ai margini del cantiere, piccola e pericolante, sembra sorridere e se potesse andrebbe a mettere fiori su quella tomba sconosciuta, magari gli stessi fiori che cresceranno ancora in quel prato dove i cubi di mattoni devono rispettare il riposo eterno del titolare della sepoltura.
    Se al primo colpo di vento anche il capannone volasse via, torneremmo lì a slittare.

    gene

    Postilla
    Mi piace quando un fiore o un piccolo ciuffo di erba crescono attraverso una fessura nel cemento. E’ così dannatamente eroico.
    George Carlin

  • I punti positivi della nostra classe politica

    1.

    2.

    3.

    4.

    5.

    Mi sono stufato

    gene

  • Le biglie dei piccini

    Voglio raccontare una serie di fatti che successero. Alcuni anni fa ero ospite di una coppia di amici, per qualche giorno appena prima della fine dell’anno, quando la placida campagna oltre Montecatini, dove era immersa la loro casa, sembrava addormentata in un groviglio di paglia secca e arbusti verdastri. Ci ero già stato alcune volte in precedenza e sempre mi ero trovato bene per l’allegria di Susi e l’arguzia di Gianni. Avevano due figli: Cecco, che aveva vent’anni e stava a Firenze, e Lello, di sedici che viveva ancora lì con loro. Oltre a due cani, un setter e un pastore tedesco, placidi e amichevoli.
    Come in occasione delle altre visite, la maggior parte della sera l’avremmo passata mangiando a più non posso fino a notte fonda, come vuole l’ospitalità toscana, e raccontandoci cose dei nostri rispettivi mondi, più lontani di quanto sembrasse.
    Nelle visite precedenti, l’argomento di cui riferirò non era mai affiorato e le loro bizzarrie le avevo ascritte al puro e semplice piacere di vivere o, a volte, alla celeberrima propensione dei toscani per la polemica e dei romani (Gianni era di Roma) per lo sberleffo. Questa volta c’era con me anche Angela, una ragazza con cui stavo a quel tempo.
    La casa era di tre piani, più una soffitta inutilizzata e della quale non si parlava, ma credo fosse normale: a quale ospite potrebbe mai incuriosire la soffitta di una casa altrui? Non certo a me, che preferivo il tavolo del tinello dove si ergevano bottiglie e cibi di ogni sorta e attorno al quale le sedute erano improntate alla convivialità.
    Gianni, pensionato dell’aeronautica militare, godeva di un’ottima rendita che permetteva a Susi di stare a casa, e di curare la sua salute cagionevole, e al figlio minore di studiare e giocare a calcio (nel pomeriggio eravamo andati a Empoli per una sua partita nella quale aveva mostrato buone doti da centravanti di stazza, secondo il mio parere).
    La cena si protrasse a lungo, come al solito, e quindi erano già passate le undici, o così poteva essere. Il figlio si era seduto sul divano ad ascoltare musica con le cuffie di fronte alla tele spenta. Noi ancora a tavola parlavamo del più e del meno, tra un vin santo e un amaro; poi Gianni ci propose un enigma da risolvere, uno di quei giochi che se sposti due fiammiferi da un quadrato fai due file, qualcosa del genere, piuttosto complicato. Mi concentrai talmente sul gioco da non accorgermi, se non dopo po’, che il setter si era messo a ringhiare, cosa che non gli avevo mai sentito fare in precedenza.
    – Perché ringhia? – chiese Angela, un po’ in apprensione (non amava molto i cani, anche se quelli li tollerava proprio per la loro mitezza).
    – Oh, perché protegge Lello – rispose Susi.
    – Non avevi bisogno di dirglielo – aggiunse Gianni, con un impeto che avrei dovuto considerare strano se non avessi avuto ancora in testa i fiammiferi.
    Sul momento non badai molto a quel breve dialogo: stavo per svelare l’enigma. Con un paio di spostamenti fu risolto; mi sentii soddisfatto anche se, a giochi fatti, risultò abbastanza semplice. Per un po’ tornammo dunque a conversazioni ordinarie e divertenti. Angela teneva però la sua mano stretta sul mio ginocchio, senza partecipare alle ciarle, e sapevo che quando faceva così era per attirare la mia attenzione. Improvvisamente un vaso di fiori cadde da una mensola e finì al centro del tinello sbriciolandosi con un rumore simile a uno sparo; una dinamica strana, come se fosse stato sospinto. Ma ciò non era possibile, eravamo tutti seduti al tavolo, e di solito i vasi cadono verticalmente, non a tre passi dalla mensola.
    Sentendo l’ansia crescente nel mutismo di Angela, sorvolai sulla questione del vaso e chiesi a Gianni cosa significasse quel breve dialogo di prima, e soprattutto cosa non bisognasse dire a noi.
    – Che il cane protegge il ragazzo – specificò lui, però in un certo qual modo sbrigativo, come se volesse chiuderla lì.
    Ma Susi da un po’ si stava trattenendo, lo si notava dal suo spazzare frenetico le briciole dal tavolo, dopo aver raccolto la terra e i cocci del vaso frantumato.
    – Lello “sente” – disse con cupa tranquillità e sedendosi di fronte a me. – L’abbiamo anche portato in chiesa per farlo vedere da un prete, ma quello ci ha detto che non poteva fare niente ed era meglio se non fossimo più tornati da lui. Il cane sta tutta la notte sulla soglia della sua stanza e lo protegge. Cecco è dovuto andare via di casa tre anni fa perché non capiva questa situazione e ne aveva paura.
    Mi scappò un sorriso a tutte quelle fandonie e cercai gli occhi di Angela: stava per piangere.
    Nel silenzio che ne era seguito si sentiva solo la musica che usciva dalle cuffie di Lello, che di spalle se ne stava nel suo mondo, o almeno così pareva e così dettava la logica.
    Cercai di rimanere tranquillo nella mia indole razionale, senza aggiungere altro, ma Susi riprese con una punta di rimprovero nella voce.
    – Sono almeno dieci anni che va avanti così. Credimi. Non succede mai niente di grave. Se Lello lancia una biglia sotto la credenza gliela rimandano indietro. Spostano alcuni oggetti e di notte provano a entrare nella stanza del ragazzo e il cane glielo impedisce. Non so cosa vogliano fare, forse solo giocare. In fondo son piccini.
    Neanche Gianni parlava più e Lello continuava ad ascoltare musica. Ormai era un dialogo solo tra Susi e me. Non osavo girarmi verso Angela per non peggiorare il suo stato, che avvertivo come una cortina che la avvolgeva e pronta a spezzarsi al minimo gesto. Il setter ogni tanto ringhiava rivolto alle scale.
    – Scusate: ma di chi state parlando? – chiesi, incuriosito.
    – Ma dei piccini, non sappiamo chi siano o come siano fatti. Lello un po’ ne soffre, anche se ormai ci convive.
    Non avevo mai visto Lello a disagio per qualcosa e sempre più pensavo che tutto l’argomento non fosse che una burla ben congegnata.
    – Va bene, simpatici questi piccini – dissi, cercando di chiudere quel discorso. – Mi pare di sentire un rumore di sopra, tra l’altro.
    Aggiunsi quella frase per stare al gioco e allentare la tensione, ma voltandomi verso Angela in cerca di complicità la vidi in preda al terrore e mi pentii per non aver saputo resistere alla mia voglia di scherzare.
    – Stanno in soffitta, quando c’è gente – disse Gianni all’improvviso. – Non era un discorso da fare Susi, sono cose nostre, ma a questo punto tanto vale…
    In quel preciso momento, Lello si alzò di colpo dal divano, si tolse le cuffie e, rivolto a me e interrompendo Gianni, disse con calma: – C’è una figura accanto a te, una donna bionda. L’ho vista riflessa nel televisore.
    Il setter ringhiava con più insistenza. Il pastore tedesco non si era mai mosso dal suo angolo e dormiva.
    – Sarà Angela, non vedi che bei capelli biondi che ha? – replicai sorridendo divertito.
    – No no, è una donna non più giovane, ti sta guardando.
    Angela non poté più trattenersi e proruppe in un pianto sfrenato. Le strinsi le spalle fino a quando non riuscì a ricomporsi un po’.
    – Tu non hai qualcuno di caro che è morto e per il quale ancora sei afflitto? – chiese Susi con cautela.
    – Mia mamma, sì, una decina di anni fa. Morì di cancro – risposi. Mi accorsi di aver smosso un pensiero che latitava nella mia mente e che di rado dava segno di sé. E mentre pronunciavo quelle parole percepii un leggero alito all’orecchio destro.
    – Se n’è andata– concluse Lello, rimettendosi le cuffie e tornando a sedere sul divano di fronte al televisore spento come se niente fosse successo.
    Impossibile, pensai che il ragazzo dovesse per forza aver udito i nostri discorsi e si fosse aggiunto al gioco, non si spiegava altrimenti. Ma la musica nelle cuffie era fortissima, la sentivo anche a tre metri di distanza. E lui era stato sempre di spalle, fuori dai nostri discorsi. Non si era nemmeno mosso quando era caduto il vaso con tutto quel fracasso.
    Il setter si era accovacciato vicino al pastore tedesco e finalmente non ringhiava più.
    Da sopra sentii rotolare qualcosa, come biglie su un pavimento di legno.
    – Li sentite? Giocano. Son piccini – disse Susi cercando di minimizzare, più che altro per calmare Angela che era ancora in preda al terrore. Ma a quel punto pure io, che non credo a niente che non possa vedere coi miei occhi, ero alquanto a disagio.
    – Andiamo via – disse la ragazza con un filo di voce, come se qualcosa le serrasse la gola.
    Guidai di notte verso casa nostra. Angela mi strinse con entrambe le mani il braccio destro per tutta la durata del viaggio, senza dire una parola. Per giorni non si allontanò da me neanche per un minuto. Provai a scherzare sui piccini una volta sola, ma quando rividi il terrore nei suoi occhi pensai che fosse meglio seppellire quella storia nell’oblio.
    Non so più nulla di quella famiglia. Non li rivedemmo mai più.
    A volte sento ancora un rotolare di biglie nel silenzio della notte.

    gene

  • Addio a Ray e Argante

    Ray Clemence fagocitava le nostre passioni minorenni, con quella maglia gialla (a volte verde) sull’orlo della bellezza in mezzo al furore rosso dei suoi compagni, con quei balzi di qua e di là a bloccare palloni tedeschi e italiani.

    In un paese piccolo come il nostro, dove ci si salutava con richiami di montagna, uchèe in dialetto (in italiano boh), anche la politica aveva un peso e la fede liberale tramandata di generazione in generazione contemplava la lotta ai conservatori di ogni specie. Ai comizi arrivava sempre Argante Righetti che con parole scolpite nella roccia del pensiero, da Lumino a Roosvelt, ci accompagnava nei primi passi verso la cosa pubblica. Ma Ray Clemence incombeva e nelle rade dirette televisive dall’altro mondo s’incamminava verso la sua porta e poi la difendeva con lo stesso vigore con cui Argante Righetti difendeva, tra le altre cose, la laicità dello Stato.

    Erano i capitani di due squadre leggendarie: il Liverpool e i Radicali. Prestazioni e idee europee, per non dire mondiali.

    Ieri ci hanno lasciato, modo delicato e vago per non dover dire che sono morti. Ma se il Liverpool, e la città stessa, continua a brillare con il suo continuo rinnovamento, l’anima radicale del partito liberale ticinese è cancellata, nessuno più se ne fa carico, lasciando campo aperto al conservatorismo più bieco, fratello dell’ancor più ferale liberismo.

    Oggi Alisson difende con passione e talento la memoria e la porta di Clemence, il posto di Righetti è vuoto.

    gene

    Postilla
    “Mi concederete pertanto che io qui dichiari oggi la mia radicale fierezza, che è quella di chi sa riconoscersi ancora oggi nei valori e negli ideali che hanno alimentato i sogni e le speranze della mia giovinezza: la libertà e la giustizia coniugate con la solidarietà e il senso dello stato laico, anche se alto può essere stato il prezzo della coerenza”.
    Argante Righetti

  • La triste storia dei Somari e del loro Sovrano snaturato

    C’era una volta l’Epoca dei Somari, che era un tempo piuttosto bello per tutti e il popolo si divertiva. I Somari sapevano fare qualsiasi cosa: ballare, cantare, recitare, dipingere e scrivere storie che tutti leggevano. Poi venne una carestia tremenda e il Re decise che ai Somari bisognava dare meno da mangiare. Non che prima s’ingozzassero, mangiavano il giusto ed era abbastanza per offrire spettacoli e allegria, contribuendo non solo alla gioia del popolo, ma anche al suo bisogno di conoscenza. I Somari mettevano in scena opere di tutto il mondo, favorendo la fratellanza tra le genti.

    Insomma, con la carestia il Re ridusse il foraggio ai Somari, da 1000 libbre a 50. I Somari si adeguarono all’editto e cercarono di mettere in piedi i loro spettacoli con meno sprechi, per conservare le energie. Ma la carestia non dava tregua e il Re, dopo aver mangiato un gigot d’agnello e sorseggiato vino spumante, decise che le libbre per i Somari dovessero scendere a 5. Una decisione che avrebbe messo al sicuro lui e la sua corte dal pericolo che le scorte finissero.

    Furono giorni tremendi per i Somari, che scioperarono e protestarono. Intanto il popolo, privato della gioia e della conoscenza, si stava incattivendo. Allora il Re decise di aumentare le libbre di foraggio per i Somari, da 5 a 30. Nel frattempo molti Somari erano fuggiti in cerca di un mondo migliore, non pochi erano morti e le 30 libbre furono prese dal popolo come una beffa. Assaltarono il palazzo, ammazzarono il Re e svuotarono i magazzini, portandosi via l’immensa scorta di foraggio.

    Purtroppo i Somari non tornarono. Il popolo, finito il foraggio, si ritrovò più povero di prima e gli toccò emigrare in cerca di fortuna. In poco tempo quella terra si inaridì e oggi nessuno più vi abita.

    gene

    Postilla
    Grazie a tutti, ma proprio.
    g.

  • Assembra Menti

    Frullare tutte le menti
    dopo averle shakerate
    shake shake sake
    per ottenere in breve
    omogeneo composto
    da consumare fresco
    slurp slurp slurp
    nelle craniche calotte
    a mo’ di brindisi
    Indurito alla bisogna
    il composto fa le veci
    dell’argilla primordiale
    per modellare manichini
    da vestire a piacimento
    fashion fashion

    gastrogene

    Postilla
    Il prodotto si presta alla surgelazione e potrà essere riutilizzato al prossimo Decreto. Ottimo per prevenire manifestazioni non autorizzate.
    g.

  • Albero

    Come capelli antichi di Medusa
    ritte all’orlo di una vita e
    di quel poggio ove il mio seme
    in un maggio ormai scordato
    guardava al cielo come meta

    Rinsecchito ancora eretto
    tra le fiamme inaridito e solo
    senza cure e senza mani
    a frenare la tragedia che mi colse
    quand’ancora avevo speranza

    Sei passato alla mia ombra
    e non so se mi hai guardato
    o soltanto immaginato
    in un telefono che pur io so
    che tutto intende e tutto fa

    Quanto ancora non lo so
    le cadaveriche radici
    i miei rami e il fusto inerte
    sosterranno come pietra
    inane il cuore e l’essere

    gene