Home

  • La Rosa del Deserto

    A ruava a Louisville col vapor
    el sach
    e quatro ghei robei
    Quatro ghei da fèe foro
    biri e gam
    sense gnan ‘na letre a ca’

    O cognosù la Flora
    la Reuse dal Deseert
    in d’ona stanza col lavandin
    Ecc biuvit e boco roso
    el pass
    di praterii sguarei

    Ag vei ben ala mè Flora
    la Reuse dal Deseert
    ag vei ben ma el da copala

    La stava co’ la sgenn
    par mestei
    e forsi an par piasei
    A fèe ne la rodo con quairun
    ch’u pagava
    par fèe cito e tucc contenn

    Om dì da venn e polgro
    o crompò
    ‘na Colt lusente ‘me vedro
    L’am peisava in do paltó
    e intann i can
    i boiava ai furmiigh

    Ag vei ben ala mè Flora
    la Reuse dal Deseert
    ag vei ben ma el da copala

    O verù denn la porto
    lei in do lecc
    lui in pei com’om lifroch
    O vardò ben tut quet
    e d’om bot
    dui colpi a lou e un al lavandin

    I ma minò in preson
    e doman
    im teserà vii dal pan
    Con la gordo atorn al chel
    vers i cin
    am scaperà da ghignèe

    Ag vei ben ala mè Flora
    la Reuse dal Deseert
    ag vei ben ma el da copala

    gene

  • Disarmonia

    Chel pisei pinin um varda quet

    u ga in man ‘na preponto roso,

    la matoro con su ‘l scosèe net

    l’aria ‘me chele da l’umbrii

    Sense fèe parolo ié capiit

    ch’el pa’ e mam ié dré par scarpinas

    A provi a fèe parense da noto,

    a resist ala rabia dadenn

    preson ch’am sugu ‘me goto,

    ma Danedèe l’é chilé arenn

    sense len in do feuch

    gene

  • Viva la Radio

    Il 2021 era cominciato con la neve, a metri, che mi aveva confinato per davvero nel silenzio della montagna. Oltre al soliloquio, con cui mi sollazzo da sempre, solo la radio spezzava questo isolamento, in parte volontario, in parte indotto dallo schifo per la sterilità delle mascherine e delle piazze, simboli di una tragedia che allora era solo agli inizi e che pensavamo di risolvere di mese in mese con idee balzane. C’erano ancora tre reti, in quella radio con l’acronimo (RSI) da balilla. Qualche balilla là dentro in effetti c’era, o transumato dalla politica o così per indole. Tre reti, dunque: la Uno generale, la Due culturale, la Tre edonista (non mi viene un altro termine). Ero un esperto di radio, esperto da caverna s’intende. Quindi flottavo da una rete all’altra in cerca del mondo nelle sue più variegate forme, ma prediligendo la Uno.
    Forme che si manifestavano più o meno così, se la memoria non mi si distorce.
    Uno: Radiogiornale con preferenze apocalittiche; Chalet o Tutorial con teatrino a due, più ospite; Rumore Misterioso con appositi attrezzi per; Sport e Musica affannatissimi; Meteo in perenne allerta. Biografie succinte. Interviste a medici poliziotti politicanti sui due filoni: tempo libero e minacce.
    Due: Radiogiornale con preferenze apocalittiche; Musica da camera che uno pensava sempre fosse morto Breznev o l’attuale Putin; Musica dal mondo, specialmente sommerso; Spiegazioni dotte e abbaglianti su musica, artisti, libri, teatri; Interventi di tizi più o meno noti che parlavano di immaginazione e creatività; Radiodrammi; Interviste fluviali e inedite, con rari e cauti inviti alla nazione. Meteo in perenne allerta.
    Tre: Radiogiornale con preferenze apocalittiche; Ripescaggio delle facezie e delle minacce di medici poliziotti politicanti; Meteo in perenne allerta; Voci contraffatte di personaggi immaginari; Musica moderna; Telefonate di tizi con voci in cammuffa; Prese in giro bonarie; a volte, Umorismo ottocentesco.
    In mezzo alla neve, nessuna connessione internet e così mi perdevo tutte le perle del web. La radio era tutto ciò che avevo e sentivo, a parte il rumore della neve che cade e lo scoppiettare della legna.
    Quando infine giunse il disgelo e potei tornare a casa, ormai parlavo come la radio, mescolando reti e argomenti. Moglie e figli mi mandarono in quarantena in cantina, ma ancora oggi ogni tanto vaneggio di rumori misteriosi, nemici invisibili che balzano fuori dalle bombe d’acqua di grado4 e conclusioni nello specchio.

    gene

    Postilla
    La Radio è il teatro della mente.
    Steve Allen

  • La Guerra di Geo

    “Cantami o Diva, ancora una volta, della città di Geo e della sua tragica e infinita guerra”.

    Dapprima soffiò un vento aromatico e tutti pensarono che in tre giorni se ne sarebbe andato via, come tutti i venti. Il profumo dell’aria era cambiato in modo insolito, qualcosa di nuovo e misterioso, che destò il vecchio e rappresentativo sovrano dalle stanchezze e che tutto il popolo di Geo annusò con noncuranza. La città ribelle si era difesa da nemici tremendi, per secoli, che volevano di volta in volta sopraffarla per imporre una lezione a tutto il mondo o semplicemente depredarla. Dunque cosa volete che fosse un vento profumato? Una bizzarria.
    Ma la bizzarria, dopo una settimana era ancora lì, incessante, e oltre alla polvere delle strade sollevava dubbi. Dopo un mese morirono alcuni vecchi malandati, ai quali mancò il respiro, come sempre succede. Ma, proprio mentre i medici constatavano il decesso e cominciavano a voler approfondire le cause, da sotto le mura squillarono trombe. Tutti si sporsero e videro una distesa di uomini dal volto coperto. Il vento era cessato. Uno di loro avanzò e nel silenzio pieno di curiosità così parlò:
    – Un potente nemico invisibile e mortale è entrato nella vostra città dopo aver devastato le nostre terre. Veniamo da tutte le parti del mondo per comunicarvi lo Stato di Necessità, che consiste nell’applicare la sola misura di protezione possibile: rinchiudervi nelle vostre case e lasciare al nostro Comitato di Salute la gestione della vostra vita sociale, economica, relazionale, sessuale. Chiuderemo le taverne e i granai, e al tramonto le strade dovranno essere vuote. Inoltre non potrete avvicinarvi l’uno all’altro a meno di tre passi. Se qualcuno si ammalasse, non potrà ricevere visite se non da un membro del nostro Comitato. In caso di morte, una nostra delegazione provvederà a portare il corpo fuori dalla città e bruciarlo per evitare ulteriori contagi. Vi lasciamo il tempo per organizzarvi, ma domani all’alba entreremo nella vostra città e controlleremo che tutte le misure vengano messe in atto.
    Non ci furono domande o repliche. Gli abitanti di Geo, che vivevano in pace da tempo, si guardarono perplessi, alcuni preoccupati, certo, ma subito illuminati dall’idea che sarebbe toccato loro difendere la città, ancora una volta. Riunirono il loro Consiglio e discussero dello strano assedio che si era materializzato come per magia sotto le loro mura, come un tempo fecero altre moltitudini di uomini in armi venuti da lontano, scatenando una guerra che durò dieci anni e quasi ridusse in sabbia la città. Decisero, quindi, nel solo modo possibile.
    Con la luna brillante nel cielo, tutti gli uomini e le donne salirono sulle mura. Osservarono la distesa di esseri raccolti attorno alla loro città, che alla livida luce notturna sembravano scarafaggi.
    Alle prime note, improvvise, di Badlands, la notte si sbriciolò in un boato che fece tremare i cuori e i guerrieri di Geo si lanciarono dalle mura.

    gene

    Postilla I
    https://www.youtube.com/watch?v=f3cecpC75vw

    Postilla II
    In qualche modo bisognerà pur morire, e allora facciamolo qui, almeno daremo a qualcuno la sua gloria, o qualcuno la darà a noi.
    Alessandro Baricco

  • Albero

    Vorrebbe mulinare i rami per dissipare la nebbia, la natura è sempre così, tenta di aiutarci senza chiedere niente in cambio. Ma noi vediamo solo la nebbia e ci affanna, ci toglie prospettiva, annichilisce lo sguardo. L’albero ci sembra uno spettro, in mancanza di sembianze umane, quelle sembianze con cui ammantiamo ogni essere vivente, con la sicumera di chi pone l’umano al centro del mondo. Facciamo parlare gli animali nei film, li dipingiamo con occhi acquosi di ragazza, li mettiamo al nostro servizio anche nella musica e nel teatro, sono protagonisti senzienti nei libri. Parliamo di loro come se avessero la nostra voce, un pretesto per non dire chiaramente che l’uomo viene prima di tutto e la terra è sua. Forziamo perfino i boschi, le sterpaglie, gli arbusti e i fiori al servizio dell’Antropos dittatore, a volte imprigionandoli, spesso distruggendoli. Anche quell’albero che vorrebbe mulinare i rami è piantato in un prato lindo nei dintorni di Neuchâtel, albero domestico del quale non ascoltiamo la voce selvaggia che stilla dai suoi canali linfatici quando gli facciamo del male senza averne coscienza: tagli, potature, incisioni, frastuono, concime chimico, decorazioni. Quest’albero non recede dal suo compito di darci ossigeno e vorrebbe appunto mulinare i rami per toglierci di torno la nebbia. Ma la nebbia è dentro di noi, penetra nella nostra caverna, spegne il fuoco che un altro albero sacrificato ha permesso, ci addiaccia, ottunde le voci fino al mutismo assoluto. Nel silenzio finale, allora, sentiremo solo il fruscio dell’albero che, in un’ultima vana speranza, mulina i rami.

    gene

    Postilla
    Se ci si fermasse ad ascoltare il lavoro delle radici, chi riuscirebbe a dormire?
    Fabrizio Caramagna

  • Il mostro

    Cosa fai mostro al limitare di questo grande spazio? Tu, vituperato e temuto, mai amato da nessuno quando eri in vita, ora sei invece un gigante di bronzo, sbilenco nella tua andatura ma anche per questo maestoso. Io ti guardo sempre quando passo a Plainpalais, spesso mi avvicino e vorrei parlarti, ma mi metti ancora troppa soggezione. Sei bellissimo nella tua sofferenza eterna, che cominciò col ripudio da parte di tuo “padre”, che per dolore è secondo solamente al ripudio materno. Ma ti è stato scontato questo dolore, perché madre non avevi. Dunque cosa fai ancora su questa terra, che tanto ti ha oppresso scacciandoti dalle case, dalle piazze, dalle montagne, costringendoti a un rogo nei ghiacci del nord? Plainpalais pulsa di vita in modo irregolare, tra bancarelle, teatri, skateboard, fisarmoniche, camminato da uomini e donne di tutto il mondo. Col tuo passo sghembo non sembri in fuga, ma alla ricerca perenne di un contatto benevolo, nonostante il furore che ancora ti brucia il cuore. Ma non succede, non ti muovi, e quando giunge la notte resti solo in quel grande spazio circondato da alti casamenti. In quel momento arrivo io e sto un po’ con te, sempre senza parlare. Non mi guardi mai, ma sento che stai meglio e nella debole luce giallastra dei lampioni ti ergi in una regalità disperata che non ha pari. Anche il tuo volto, scavato da tutte le sofferenze possibili, appare disteso, e gli stracci che ti avvolgono si trasformano in indumenti principeschi. Il tuo andare è sempre sbieco, ma adesso sembra una finta di corpo all’emarginazione che patisti in vita. Un riscatto, ecco. Mi aspetto che un giorno, o meglio una notte, tu mi guardi e colga la profonda ammirazione per la tua resistenza, la compassione per il tuo dolore infinito che porti nelle membra e che ti impedisce di fermarti anche da immobile. Un giorno, una notte, mi guarderai e partiremo assieme. Io allineerò il mio passo banale al tuo incedere tanto insicuro quanto imponente e andremo chissà dove, oltre Plainpalais, verso qualcosa di buono. Te lo prometto. Aspettami mostro.

    gene

    Postilla
    Quante cose saremmo sul punto di conoscere se il timore o la negligenza non frenassero le nostre ricerche.
    Mary Shelley

  • Il messia

    – Vedrai che questo Virus lo rimpiangeremo quando non ci sarà più. Lo ricorderemo come un messia, anche se stiamo per metterlo in croce.
    – Non dire cazzate.
    – Stai argomentando alla grande, come sempre. Come tutti del resto. Ma io dico che questo tempo incerto, portato dal Virus, è quanto di più nuovo potessimo immaginare, proprio mentre stavamo camminando curvi sotto il peso delle diseguaglianze e del soldo come dio, del consumo di tutte le risorse come stupro al pianeta, dimenticando la fratellanza e la sobrietà. Il piacere ritrovato delle cose minute, un lavoricchio in cantina, una mano a carte con i figli, i vecchi cd, la libreria riposta nell’angolo meno utile della casa, le parole nelle sere lunghissime e dolci: ecco. Con il Virus è una riscoperta di cose che la frenesia da schiavi ci aveva fatto scordare. Questo tempo è rivoluzionario, e anche se ci si lascia le penne si sa che qualcuno andrà avanti e tutto cambierà.
    – Ma che cazzo dici? I ricchi diventano più ricchi, la politica sta agli ordini dell’economia, il popolo è in lotta fratricida, tra chi si mette la mascherina anche a letto e chi non si farà mai vaccinare.
    – Sono d’accordo, solo chi è abituato a non cagare più in alto del culo andrà avanti, chi pensa di tornare a comprarsi tutto è spacciato. Ma sono proprio i più poveri, i più ingegnosi, i più generosi a cambiare il mondo, i ricchi hanno solo conservato i loro regni, tutti caduti tra l’altro, la storia insegna. Cadrà anche questo, vedrai. E una volta sistemate le cose per tutti, dovremo dire grazie al Virus, come in passato ringraziarono la peste che diede nuovo slancio all’umanesimo.
    – I potenti avranno ancora più denaro per sottometterci.
    – Dipenderà dai nostri bisogni. Se torneremo a darci una mano, a non avere paura della pioggia o del freddo, a essere capaci di mangiare poco, a chiedere e a dare, a scambiarci le cose, i potenti di cui parli potranno fare poco: rimarranno con le loro pentole e i loro telefoni in mano. Saranno loro a dover chiedere a noi, tutta quella gente che si lava dieci volte al giorno e non cammina in strada per paura della polvere. Uomini e donne con i vestiti di seta che si sfaldano chiederanno i nostri sacchi di iuta per ripararsi, i nostri fagioli per gonfiarsi il ventre.
    – Vaffanculo. Tu sei pazzo…
    – Può darsi. Ora vado a vaccinarmi, dicono sia gratis. Vieni?
    – No.

    gene

  • Cent’anni di mio padre

    Mio padre è morto di fame, in piena notte. Già ne aveva patita un po’ da bambino, mitigata nell’esercito e vinta in età adulta, assieme al Ticino rurale che usciva dalla guerra per entrare a balzi nel boom economico. Forse il suo corpo la ricordava ancora quando a 85 anni ha ceduto il passo ai miseri pasti del ricovero. La sera prima di morire era stato portato in ospedale per inedia, ma mi aveva detto che quel posto lì era bello. Le sue ultime parole. Il mattino, mia sorella mi aveva chiamato dandomi la notizia della sua morte. Solo e abbattuto, dalla fame. Non me lo toglie di testa nessuno. Oggi, in questo 13 dicembre 2020, avrebbe cent’anni. Ha cent’anni. Perché lo tengo in vita dentro di me anche se spesso il suo punto di vista ancora mi opprime e preferirei che se ne stesse nel suo nuovo mondo. Per altri motivi potrei finire alla fame pure io, che l’ho provata solo in qualche giorno sbagliato e subito sorpassato. Ma non ho mai rischiato la morte per fame. Lui invece, che come tutti quelli della sua generazione è schizzato fuori dalla tenaglia delle due guerre mondiali, ha scalato la sua vita tenendo piedi e mani attaccati alla parete, senza mai arrivare in cima ma aggiungendo centimetri ogni giorno. Riscatto, si chiama, una forza incontenibile ben più urgente del sacrificio o della prosperità. Tutta questa operosità per poi finire al ricovero e nel giro di qualche mese morire in modo beffardo, di fame. Per disattenzione altrui, non so, e per la dimenticanza che incatenava la sua mente. Lui che amava sedersi all’orario giusto e mangiare come se praticasse un rito onorifico nei confronti di ciò che c’era sul piatto. Vantando anche le sue opere culinarie, riso patate polenta. Lui. Proprio lui, raggiunto ai meno cento metri da quella fame che credeva di aver seminato e che invece l’ha beffato con un colpo di reni al fotofinish.

    gene

    Postilla
    E io sono qua che mi lamento e pretendo…
    g.

  • E non sono Maradona

    Ho giocato con i piedi sanguinanti, in domeniche affrante o luminose, tentando finte e praticando rudezze. Con la mente sgombra o vilipesa, ho provato a tenermi stretta l’innocenza del gioco e l’irritazione per come sono fatto. Vale ancora adesso, ma con l’ottundimento che l’età consegna a chi è vissuto di folgoranti passioni e rimpiangendo quella spinta che irrompeva appena sveglio e buttava fuori dal letto. Mi è capitato di non finire una partita, per una tibia rotta, una caviglia spezzata, una lacerazione muscolare dell’anima, un’espulsione. Ma mille volte più spesso ho finito partite in condizioni tali che l’accasciato mondo di oggi avrebbe rifiutato ogni indennizzo, deridendomi e offrendomi una birra per pietà (che avrei rifiutato).
    Mi ricordo di una partita di coppa in una sera d’agosto, un derby dei disgraziati contro altri disgraziati più impediti di noi, di me. C’era molta gente, tutta nervosa. Per molta gente intendo un centinaio di persone, giocatori compresi, che nella vita di tutti i giorni abitava al massimo a cinque chilometri di distanza, e quindi si conosceva, e che per due ore si odiava senza stupirsi.
    Però io mi meravigliavo di come uomini con cui cantavo e bevevo mi insultassero a sangue.
    Segnai un gol (grazie Diego) che pareggiò i conti, appena prima di essere sbilanciato in volo da un tizio che giocava goffo ma picchiava sodo. Caddi male e la spalla destra s’incendiò di un dolore lavico, costringendomi a correre sbilenco per il tempo che restava. Avevamo una maglia bianca e nera, fuori contesto. Ci riconoscevamo solo per fratellanza. Ai supplementari non pensai a Beckenbauer nel Settanta, ma solo ad arrivare in fondo, sempre più storto e annebbiato. Al momento di scegliere chi dovesse tirare i rigori, mi chiamai fuori, non potevo nemmeno immaginare una rincorsa. Un giovanotto designato disse all’ultimo secondo che non se la sentiva, capite? Cazzo! Non si sentiva di tirare un rigore in una partita della coppa degli ultimi. Mi feci avanti nel silenzio vile dei miei compagni, che mi fece un male cane e che cancellò per un istante il magma alla spalla. A cinque metri dal pallone sentii la certezza di fare un buco immenso in mezzo alla rete, ma a un passo dal colpire cambiai idea e depositai il pallone sulla destra del portiere, a due all’ora, sbeffeggiando ogni forma di sportività in cambio di una poetica da due soldi. Funzionò. Percorsi tutta la linea laterale sfidando la rabbia dei figli di puttana (ancora grazie Diego) che mi avevano insultato per ore e che per almeno un altro anno se ne sarebbero stati lì dove meritavano, sotto i piedi.
    Una volta calmato, mi ricordai del dolore, tornato terrificante. Andai all’appuntamento concordato nel pomeriggio con una ragazza, alla golena. Tra profumi d’estate calante, non potevo tirarmi indietro, non avrebbe capito, nessuno capisce. Mentre facevamo l’amore svenni e lei, più che preoccuparsi, fraintese.
    Eppure, di quella sera, quando fatico ad addormentarmi, riesumo solo il ricordo del pallone in fondo alla rete: quella sensazione eterna mi toglie i dolori, ai piedi, alla schiena, all’anima. E non sono Maradona.

    gene

    Postilla
    Non siamo mai così indifesi verso la sofferenza, come nel momento in cui amiamo.
    Sigmund Freud

  • Breve concordia d’inverno

    Sattel 2020

    Risparmia tracce
    di spighe rinfuse
    per poco ancora
    la neve
    Cadranno altri metri
    sul covone scordato,
    sui passi affrettati
    all’istante abbracciato
    La pace si oppone
    alla pena infinita,
    vana e ferale che,
    senza sapere
    del sangue rappreso,
    chiamano guerra

    gene