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  • Maledizion

    Raminei da buzu
    i vegn d’insù
    a fèe ‘me vess da nui
    e i smense a parlèe
    streisgiui e verui.
    Ma se ai scoltei pulitu
    a sentii ch’i sono sbajei
    e che i parol ié storsgiui.
    Fin can che om dì
    ìu dis furenti e cioch
    “A speri che te crapi,
    prest”,
    dasdegn impiosò
    ’me ‘na maledizion
    sola taura da l’ostei.
    A craperem peu un po’ tucc
    a pensei,
    da sgiovon o da vecc,
    ma i parol i starà ilé,
    pagin scicc o lusenn,
    ‘me crous in l’aria

    gene

    Postilla
    Nota dell’autore. Occorre spiegare come questo testo in dialetto di Preonzo riguardi un anatema lanciato da un uomo a un altro. Un’allegoria sui rapporti interpersonali di un’umanità in disfacimento.

  • Signore delle cime

    Erratici fermi – fotogene

    Ho seicentomila chilometri nelle ossa e la montagna non mi piace più. Ma sbaglio subito: non mi piace più camminare in montagna, o meglio, non mi piace più andare in salita. Ancora più in particolare, odio le erte, e più sono lunghe e più le detesto. Eppure ci ricasco e ci vado, in montagna, anche se solo ogni tanto. Come oggi. Ci vado controvoglia, come se abitando in mezzo a loro, le montagne mi facessero sentire in colpa per la mia assenza.
    C’è un laghetto su a 2410 metri di altitudine, si chiama Matörgn e non so nemmeno cosa voglia dire. Mi obbligano quasi, o forse sono io che mi dispiaccio nel lasciare la Maddalena da sola nel suo intramontabile piacere per le camminate. C’è un pezzo con la teleferica fino a Robiei, che sarebbe anche comodo se non fossimo tutti rinchiusi e mascherati come lebbrosi.  Ci sono due o tre bambini e un’ottantina di semi-vecchi come me. Tra i quindici e i quarant’anni, nessuno. Pochi ticinesi, più donne che uomini. Sulla teleferica penso che sarei più contento di fermarmi subito al ristorante in cima a bere qualche birra, poi pranzare e attendere la teleferica del pomeriggio. Ma non oso dirlo nemmeno per scherzo.
    Ovviamente, il primo pezzo della camminata è una scarpata di cinquecento metri, così in piedi da sentire l’odore dei vermi nella terra, come diceva il Mapeta. Il fastidio è moltiplicato dalle presenze degli altri camminatori, partiti tutti insieme e che prima di sgranarsi stanno lì a infastidirsi su un sentiero sbriciolato dalle capre. La noia mi ha già preso alla gola e non posso nemmeno fumare che il fiatone mi serve per non scoppiare. Non sono in forma, ma oggi è peggio: ieri sera ho giocato una partitella di calcio che mi ha risvegliato un tendine del ginocchio ricordandomi che è sfibrato. In più, con le scarpette di gomma dura, le unghie degli alluci pulsano ormai irrorate di sangue.
    Allora vado su di forza, staccando la Maddalena che così almeno non sente le mie imprecazioni.
    Poi il sentiero spiana. Ma non sono ancora tranquillo: “Quando finisce il brutto, di bello non ce n’è più”, dice un terrificante motto cavergnese. Però invece il sentiero si dipana in una valle aperta e dolce, sovrastata dal Basodino in mutande, nel senso che il ghiacciaio è ridotto a perizoma e tra poco gli si vedranno le pudenda. Ci sono fiori e stagni, batuffoli di qualcosa come cotone che al tatto sono morbidi come paraffina.
    C’è da stabilire se fare il giro dello sperone in cima al quale sono sdraiate le acque del Matörgn (più lungo ma più agevole) oppure tagliare su dritti per un sentiero marcato di bianco e azzurro, che significa arrampicarsi. Propenderei per la circumnavigazione, ma poi mi sovvengo della noia e scelgo la verticale.
    Ecco.
    Salgo davvero tediato. Mi diverto solo in un passaggio roccioso dove ci si attacca a una catena. Poi ancora pietraie e buchi, tutti ugualmente uggiosi.
    Pe farla breve, almeno a parole, dopo due ore sto per vedere il lago. E lo vedo. E subito cerco un posticino per mangiare salametti. La Maddalena dice che è ancora presto, ma a me sembra già dopodomani e allora, da seduto, con la bocca piena, sto bene e posso dire “Che bello! Però non ci verrò più”.
    Proposito confermato dalla discesa, che mi piega le ginocchia dopo che il sole mi ha già bruciato i polpacci.
    Ci sono in giro i soliti turisti vecchi, nessun cinese e zero giovani. Il che conferma come abbiamo sbagliato tutto, quanto a trasmissione del piacere. Non voglio qua fare il trombone, ma ci sono generazioni intere e popoli al completo che alla prima avversità spariscono, fragilissimi e spaventati, privi di coraggio. Io invece sono un eroe che ha affrontato la montagna ancora una volta, aspettandomi una controffensiva naturale alla quale opporre bestemmie. Invece, la natura è socievole, non mi ha lanciato sassi sulla testa e non mi si è sgretolata sotto i piedi; mi si è offerta senza chiedere, spiazzandomi. La Maddalena è leggiadra più di sempre, illuminata dalla montagna e mi fa un gran piacere.
    Il problema sono io, Uomo, il cretino. E di eroico zero, se non in alcuni propositi, in questo specialmente: non ci torno più.

    gene

    Postilla
    Arrivato in cima, la pietra della montagna si mescola con le gambe, le braccia, i polmoni. Con gli occhi e i respiri. Con il coraggio e lo stupore.
    Fabrizio Caramagna

  • Sciori, a distanza par piasée

    Facendo caso per bene ai dettagli, e sommandoli tra di loro, esce la realtà artefatta (fatta ad arte) in cui viviamo: distanza sociale e un pallone a testa, o a ciascuno le sue palline di tennis, o una corsia sì e due no.
    Raccomandata la playstation, ma da soli, onanistica materia che diverrà disciplina olimpica facendo da traino ai mondiali di pac-man, per i quali concorrono vecchi attorno ai sessanta, intesi come anni.
    Resistono, con le regole di sempre, la pesca, la caccia e il tiro con l’arco. La scopa e la scala-quaranta vedranno erigersi muri divisori visibili dalla luna, le bocce da lanciare solo nel vialetto di casa, in solitaria e con tanto di litigi tra sé e sé (per i quali occorrono predisposizione e allenamento, altro che).
    Cè qualche apertura per la pesca subacquea o per l’inabissamento in apnea solitaria come Maiorca. Per lo sci, no problem, sono tutti già sufficientemente scafandrati e i cronometri verranno fatti scattare in un continente diverso da dove si svolgono le gare, che si disputeranno un giorno per uno, nel senso che la Gut-Behrami scenderà il martedì, la Goggia il mercoledì e così via.
    Il nuoto si disputerà in vasche piene di diluente, mentre per il parapendio si stanno predisponendo piattaforme di atterraggio nel pacifico, alla deriva da tutto. Si vedono già catamarani in navigazione al largo dei Bastioni di Orione. I nipoti degli Abbagnale sono già in viaggio trascinando canoe nella foresta pluviale con Fitzcarraldo al comando.
    Nel pugilato, se proprio, si consiglia di darsi pugni in faccia da soli davanti allo specchio, per valutarsi meglio in caso di verdetto ai punti. Il curling prevederà lanci di sassi da in cima alle montagne, come già si usava a Giornico.
    Per lo sci di fondo non sono ancora stati elaborati protocolli, in attesa che spariscano tutte le nevi di una volta. Per l’hockey, invece, si stanno riesumando le versioni da tavolo in voga negli anni Settanta, con le manopole manovrate da un umano e tre replicanti, versione Monte Verità da contrapporre al digitale e che dunque permette una certa nudità (risultati raccolti in una bottiglia di disinfettante da affidare al mare).
    Nessuno potrà assistere alle gare. Ai tifosi, verrà raccontato tutto alla cieca, come ai bei tempi di Rigassi dove si ascoltavano partite mai disputate ma chi se ne frega, è bello lo stesso. Quindi, almeno, ci sarà un’impennata di immaginazione, con la quale ognuno può vincere senza rendere conto a nessuna giuria.

    gene

    Postilla
    Sono passato attraverso momenti davvero terribili nella mia vita, alcuni dei quali sono realmente accaduti.
    Mark Twain

  • Efficienza elvetica

    Nel deserto della sera bellinzonese, Janos si lancia dentro il treno delle nove e mezza, che sembra l’ultimo perché in Svizzera si va a dormire presto. Dopo due minuti di viaggio guardando il nulla oltre il finestrino e assaporando il rientro a casa dopo un periplo infinito, la voce tecnica dell’altoparlante annuncia che i passeggeri sono pregati di scendere alla prossima fermata. Che è poi Giubiasco, per Janos un posto a mille miglia da tutto. Bon, si scende e ci si trascina  verso la strada in attesa del bus sostitutivo che certamente c’è. Ma invece non c’è. Una donna insicura gli chiede come fare per arrivare a Sant’Antonino, un’altra, con accento calabrese, chiede di Cadenazzo. Janos, che è cavaliere, dice alle due signore che certamente qualcosa arriverà e potranno tornare a casa senza patemi. Tutti aspettano, nel senso che sono una trentina gli abbandonati, tutti muti. Janos va a vedere il tabellone elettronico per capire, ma c’è solo l’ovvia dicitura sul bus sostitutivo, bella gialla per far vedere che sì, insomma, siamo elvetici e le cose funzionano, soprattutto nella grafica.
    Nella rassegnazione e nella fiducia cieca tutti si rilassano, anche se alla signora di Sant’Antonino tremano le gambe. Ah, dimenticavo: è l’ultima sera che si può viaggiare senza mascherina, tra poche ore scatterà l’obbligo, come se il prima fosse un’oasi di salute e il dopo un inferno di pestilenza.
    Quindi, quando arriva il bus giallo, tutti si precipitano e si ammassano con la distanza sociale mandata affanculo.
    Il bus parte e immediatamente imbocca la strada opposta e sbagliata. Janos fa notare al conducente che va bene che la terra è rotonda, ma che così arriveranno a Sant’Antonino tra ottocentomila ore. Lo chauffeur invita alla calma, che lui sa quello che fa, ma poi inverte la direzione con una marcia indietro da codice e in gran velocità torna al punto di partenza come se bruciasse qualcosa. Alla signora di Sant’Antonino le ginocchia ormai ballano senza controllo. Una famigliola somala di quattro elementi se la gode, col capofamiglia che annuncia a gran voce una quarantena per tutti fino a Capo Nord, e giù a ridere.
    Il bus si ferma e l’autista, sempre più frenetico, impone ai passeggeri in piedi di scendere, come se tutt’a un tratto il Covid-19 (bel nome, proprio) avesse scatenato un’offensiva a sorpresa. Tran-tran diffuso, aria compressa che scuote le porte, ballamento di ginocchia, telefoni in auge ad avvisare parenti ormai lontani come ai tempi dell’emigrazione.
    Ma poi si riparte, direzione giusta, fermate corrette e arrivo a Locarno trafelatissimi, dopo aver scaricato le signore, quella ansiosa e quella calabrese, in grave ritardo sulle loro speranze. Il capofamiglia somalo nel frattempo è rimasto solo e continua nella sua ilare e contagiosa visione di un mondo impazzito.
    Janos si infila nel bus per la Valmaggia, che parte a manetta e che a Ponte Brolla arriva illeso per miracolo. Domani metterà la mascherina e non si vedrà nemmeno se ride o se bestemmia.
    Che bello. Viva noi.

    gene

    Postilla
    Se puoi trovare un percorso senza ostacoli, probabilmente non ti porta da nessuna parte.
    Frank A. Clark

  • Grasse risate

    La tipa mi si rivolge da dietro la mascherina. Zaino in spalla, bastoncini telescopici e scarponcini in gore-tex lilla con inserti grigi che le slanciano il piede. Siamo ammucchiati sul bus e io vorrei essere lontano da lì, ma ci devo stare per via del lavoro che mi porta di qua e di là.
    – Quando sento i ticinesi che parlano italiano mi faccio delle grasse risate – mi fa, senza essere interpellata, con accento bauscia.
    Losservazione nasce perché io sto parlando in un misto di dialetto e italiano con un ragazzino mezzo schiacciato dalla calca, molto poco preoccupato della forma linguistica, anche lei in pericolo di compressione in quella smania di vacanza pedestre che ingloba turisti di ogni genere incuranti delle raccomandazioni (che diventeranno editti governativi tra pochi giorni, con il pretesto, non certo campato in aria, che da soli non ci sappiamo comportare in questa fase di rilascio post-confinamento da epidemia).
    Insomma, bisogna fare i conti con una certa tensione, ammassati come siamo nello scatolone a diesel che taglia la Valmaggia per consegnarla ai gitanti come fosse la valle dell’Eden. Il contrasto è stridente: fuori, la brillantezza della natura che immagino profumata e squillante; dentro, le ascelle che fluttuano tra aliti inquietanti appena schermati da qualche mascherina. La tipa delle risate grasse ce l’ha rossa con motivi gitani, la mascherina intendo, molto fashion. Però quando butta lì l’osservazione non si fa mica delle risate, né grasse né magre, anche se la sua bocca non si vede per via della maschera-bandana.
    Lo so che non si dovrebbe, ma tengo il ragazzino con un braccio sulla spalla, per proteggerlo dai teutonici in fregola nel salire e nello scendere, tra lo schiacciare bottoni e il sistemare zaini. Non sia mai che qualcuno cavi un occhio con le protesi da nordic-walking della malora.
    – Stai qua che te lo dico io quando devi saltar giù – gli faccio, al bocia.
    – La mia mamma la ma specia per disnaa – spiega, preoccupato più per gli altri che per sé, e già questo mi commuove.
    – Dove sei andato?
    – Al corso di nuoto, ma non sono ancora buono di fare la freccia…
    – La servis mia.
    – Ma gli altri sono buoni a farla – obietta con una punta di pudore.
    – Fa niente, o prima o poi sarai buono anche te.
    È qua che interviene la tipa a modo, con la sua osservazione sui ticinesi che non sanno l’italiano e che la fanno ingrassare dal ridere.
    – Perché? – le chiedo, ancora a distanza sociale dalla stizza che sento montare.
    – Ma dai ascoltatevi… Rispettate la lingua di Dante e la nostra cultura – replica come se lei avesse in mano uno spritz alla Darsena e noi una gazosa al crot.
    Mi vengono in mente cose sull’unità d’Italia, l’analfabetismo funzionale, il politichese e l’arroganza. Ma taccio e aspetto.
    Quando vedo che schiaccia il pulsante per la sua fermata e si agita per trovare lo spazio d’uscita, io e il ragazzino ci stringiamo a coorte, ma con superba indifferenza e facce innocenti, pronti alla morte come direbbero i compatrioti di Dante.
    Pshhh: porta che si apre. Pshhh: porta che si chiude.
    Bus che riparte e tutti ancora a bordo.
    Alla tipa cade lo spritz e inveisce pescando a piene mani dall’Accademia della Crusca, credo. Io e il ragazzino ci facciamo delle grasse risate e andiamo avanti a bere la gazosa e a parlare strampalato.

    gene

    Non esistono lingue morte ma solo cervelli in letargo
    Carlos Ruiz Zafón

  • La versione di Cardellino

    Dove si narra della serietà del gioco e delle sue conseguenze

    Ai pochi giochi che ancora si possono da vecchi, Cardellino partecipa con dedizione. Alle carte, specialmente. Gioca con tutti, è disponibile, abile e leale. Ma intemperante. Se uno parla a partita in corso, aspetta furente la conclusione della mano e lo rimprovera. Non accetta deroghe: le carte sono il gioco dei muti. Senza serietà è meglio non sedersi al tavolo, e neanche stare in piedi a commentare ogni carta o ad alzare occhi e spalle per la tattica.
    Lo chiamano Cardellino per i vestiti colorati, che ama portare fin dai tempi del Brasile a Messico ’70, il più grande campionato del mondo per tutta una generazione, la sua, quella che ha visto Pelé saltare in cielo, Carlos Alberto rullare a destra, Rivelino sfondare il pallone e Jairzinho segnare e segnarsi in ginocchio. Oltre a Tostão e Gerson che facevano tutto. Con Garrincha quella squadra sarebbe stata impossibile perfino a dirsi, ma l’ala destra più divertente dell’universo si era da tempo dedita alla bottiglia e addio finte.
    Cardellino ha giocato a calcio, anche bene, da mediano, calci a stinchi e pallone con criterio tattico e umanità. È andato avanti fino a quasi sessant’anni, gli mancava poco, ma smise quando l’epidemia lo confinò in casa per tre mesi e quando ne uscì aveva perso la poesia. Capitò a molti anche più giovani e non ne fece un dramma: meglio essere convinti che fare le cose alla carlona. In quel momento capì finalmente Garrincha e la sua voglia di bottiglia.
    Cardellino non si diede all’alcol, ma ad altri giochi: un po’ di bocce e qualche partitina a dadi coi nipotini. E poi le carte, alle quali non si era mai dedicato prima, considerandole un accasciarsi del corpo. Imparò in fretta, di bar in bar, serio e attento. Non faceva tornei, non gli piaceva il legno divisorio e l’idea che i giocatori si segnassero le carte, barando. Giocava solo per diletto, ma coscienzioso e riflessivo.
    Oggi c’è un giro di scopa all’Atlantico, locale da dove si vede il mare anche dal finestrino del cesso. Cardellino gioca con il Tela e contro la coppia Arteta/Girovando, due semiesperti e un po’ ganasa. Alla terza mano, Cardellino deve richiamare al silenzio Arteta, che tende ad annunciare cosa giocherà, un modo subdolo per segnare al compagno.
    – Fa mighi l’oregiat – gli dice, a mano conclusa, mentre gli altri due contano i punti, timorosi.
    – O bè facc noto – risponde l’altro.
    Cardellino non replica.
    Ricominciano. E Arteta a un certo punto butta lì un classico del repertorio: – L’è om sgiughèe co’ la Guersce.
    Che nel gergo del porto significa “guarda bene che carta gioco e giocane una uguale”, un invito al compagno ad assecondare.
    Cardellino non fa una piega, ma è chiaro che il suo Settebello è fregato. Ma non è tanto questo a dargli fastidio, è invece l’arroganza di Arteta e di quelli come lui, che non sanno essere onesti nemmeno per un minuto, che disprezzano il gioco e le sue regole.
    Alla fine della mano, Cardellino si alza, estrae il revolver e spara un colpo in fronte ad Arteta.
    – O finiit da sgiughèe – dice.
    Posa l’arma sopra la lavagnetta dei punti e se ne va, in cerca di un’idea su come passare i giorni senza le carte.

    gene

    Postilla
    L’uomo è veramente uomo soltanto quando gioca.
    Friedrich Schiller

  • La bellezza del confino

    Il Meo tornerà in istituto e un pezzo di mondo finirà. Niente sarà mai più così. Siamo stati in “quarantena”, lui, io e la Maddalena sua mamma, dal 10 marzo a oggi, 17 giugno. Ci sono state altre quarantene, di altre genti, di cinque giorni, di quattordici, di ventitré e via dicendo. La nostra è stata di novantanove (99) giorni e novantanove notti, già, poiché star dietro al Meo vuol dire farlo 24 ore al giorno, sogni compresi. Sono cifre, spazi temporali, che non significano molto, tutto è relativo come diceva Albert, esemplificando la soggettività del tempo che passa tra lo stare col culo sul fuoco o ad amarsi in un prato.

    In sostanza, e molto più importante dei numeri, è stato tutto un capirsi e volersi bene, col Meo che ha dato fondo a sé stesso e al suo handicap, mettendo a dura prova anche quello mio e quello della Maddalena, difetti minori ma anche in questo caso è tutta questione di punti di vista. Nel senso che potrebbe essere che lui veda noi due molto più disagiati di lui, che in fondo basta che mangi bene e possa fare quel cazzo che vuole ed è contento.

    Il 10 marzo non pensavamo che potesse durare così a lungo la reclusione, ma a mano a mano che i giorni avanzavano tra notizie sempre più allarmanti noi ci calavamo in una specie di calma felice, fatta di ritmi allentati e ripetizione di gesti. Ci voleva molta pazienza per sopportarci, ma l’abbiamo trovata subito e a cavallo di questa pazienza abbiamo conosciuto noi stessi molto meglio di quanto ci sarebbe stato concesso se fossimo andati avanti nella ferocia delle nostre vite: io in giro per il calcio, la Maddalena ad accudire anziani e malati, il Meo all’istituto con i suoi atelier. Il signor Corona, per bocca di chi ci rappresenta (dotti medici e sapienti, cfr Edoardo Bennato) ci ha confinati a casa, obbligandoci a dimenticare quasi tutto e a pensare a noi tre come gruppo di famiglia in un interno, parafrasando Luchino Visconti e il suo splendido film.

    Ebbene, per i dettagli vedremo in seguito, se avrò voglia di scriverne, ma queste brevi righe sono per dire che ne siamo usciti cambiati e migliori, ma per sempre eh, non solo per il breve lasso di tempo che intercorre tra la gioia della libertà ritrovata e la schiavitù della vita che ricomincia con i soliti rituali da supermarket. Abbiamo fatto i conti, in concomitanza con il confino da virus, anche con la deprivazione della nostra vita in Bavona, per motivi altrui talmente abietti da non poterli raccontare in questo momento.

    Quindi, quando il Meo oggi partirà, sarà sconvolgente per tutti e tre, ma tutti saremo più ricchi e forti, inscalfibili, pieni di idee e di sentimenti. È stato uno dei più bei periodi della nostra vita, a dimostrazione che un altro mondo è possibile.

    gene

    Postilla

    Tu mi domandi infine, carissimo, in che cosa consista la virtù? Consiste nel far del bene. Operiamo bene, e tanto basta; e non staremo a guardare troppo al motivo.
    Voltaire

  • Cronache dal divano

    Tettoia del garage, ombra, aria. I quattro bambini saltano sul divano che sta lì da due mesi in attesa di qualcuno che se lo porti via a gratis; il Meo esce col casco e poi col martello; il Tony è arrivato da poco in bicicletta dopo dieci chilometri, scarsi, di pedalata assistita, sudato come sull’Izoard; la Regina e la Regina Madre sono in casa tranquille; io sto qua, sul divano vecchio, nella bufera di salti e grida a tentare di scrivere, ma non mi esce altro che questo verbale. È domenica pomeriggio, almeno sono già più avanti di Baglioni che invece è inchiodato per sempre al sabato, a piagnucolare con Leopardi.
    Inutile lamentarsi, va così, altro che rumorino: è una bolgia. I quattro sono instancabili, producono frastuono anche quando fingono di dormire sul divano, come i grandi, come angioletti. Prendono rincorse e a mezz’aria annunciano situazioni come da un megafono. Intanto il Meo torna con uno zainetto blu a pallini, in attesa di andare in teleferica, solo che non ha le scarpe, rifiutate da almeno dieci giorni, e la teleferica è chiusa. Il Meo alterna le uscite di casa con casco e senza casco, mi parla di imprese impossibili ma lo ascolto a malapena, sono troppo impegnato in questa cronaca in diretta.
    – Io il mio compleanno faccio venticinque – mi dice indicandosi il petto col dito.
    – Trentuno – preciso.
    – Uno si chiama Giorgio e uno si chiama Claudio, bravi musicisti – devia, girando pagina. – Niente Pietro.
    Conclude e se ne va. Pietro è suo fratello, che al momento non c’è ma dovrebbe arrivare.
    Intanto, dal divano sale un: – Cacca Puzzolente – come affermazione di sé da parte del più piccolo dei quattro, detto Timo, come l’erbetta aromatica, per contrasto. Ma per restare in metafora, non lo caga nessuno. Quindi si mette la coperta e diventa un fantasma. Poi tornano due degli altri, con la Signorinella a gestire le operazioni fantastiche cercando di dare un ordine.
    Riappare il Meo con gli occhiali da sole blu, stile Celentano.
    – Faccio edere ai bambini – poi sparisce di nuovo.
    Intanto fa caldo, ma siamo all’ombra. C’è calma sul divano, il Rossino è arrivato con un dumper giallo e trasporta bicchieri pieni d’acqua, senza rovesciarne nemmeno un po’, ma scommetto che succederà.
    Mamme e papà tirano il fiato e non si vedono.
    Come volevasi dimostrare, hanno rovesciato il bicchiere della Signorinella e lei si lamenta, ma inutilmente.
    Si prova col gioco del silenzio, funziona male, partono versi.
    Le Regnanti e il Tony sono sempre in casa.
    Io ascolto e trascrivo.
    Siamo ai pet, intesi come puzzette, o put. Sono i due piccoli, il Timo già citato e il David. Il Rossino è ancora in dumper, porta piatti di cibo finto.
    Si riapre la porta di casa e riappare il Meo che di nuovo cerca il Pietro, ma non si sa dov’è. Sento parlare il Tony a proposito dell’armadio del corridoio, con la Regina che ne spiega funzionamento e utilizzo. Poi esce, vestito di tutto punto, come se andasse in Turkmenistan e invece si farà due chilometri e poi metterà la bici in auto e stop.
    – È arrivato il Pietro! – grida il Meo, senza più occhiali.
    La banda dei quattro è in pausa, dice la Signorinella assurta a portavoce, ma è già finita, aggiunge. C’è un conto alla rovescia e ricominciano, la Signorinella mi porta un grissino salato come atto di conciliazione. Almeno.
    C’è aria di gelato.
    L’incanto finisce e anche il verbale.
    Andiamo.

    gene

    Postilla
    Il tipo che inventa il divano con il motore e il volante diventa miliardario.
    Maxmangione

  • Il becaària – estratto #09

    Il martedì c’era da andar su sopra Ossasco a cintare un pascolo. Era arrivato uno di Biasca che, chissà per quale motivo, voleva portar le vacche lì. Si chiamava Ardito Papa, e dopo una serie di invettive contro l’ordine ecclesiastico si capì che il nome era giustificato. Per Mario fu subito nella categoria dei “fuoriclasse”, anche per via dell’abbigliamento. Camicia a righe stile materasso (abbastanza all’avanguardia, bisogna dire), bonet e pantaloni ex, quelli che la prima volta che li metti pare di avere le ortiche fin su per il culo. L’uniforme di un’armata di ventura di cui l’Ardito era generale e soldato.
    Col Rinaldo nemmeno parlava: grugniva e rideva. Ma forse era Mario che non stava attento, inariato com’era. Anna lo circondava, e in un certo senso lo inquietava. Quando decise di scrollarsi di dosso quel fantasma, il Rinaldo e l’Ardito erano già al pascolo, pronti a piantare la cinta attorno alla terra appena conquistata. Magari era un miraggio mattutino, ma il Rinaldo sembrava Nixon, l’Ardito Krusciov.
    Quella strana coppia impegnata in discussioni animate sulla superiorità della razza caprina sull’ovina, sul fatto che “le donne sono tutte uguali, anzi sono una peggio dell’altra”, lo aiutò a far passare la giornata.
    Quando tornarono a casa erano le nove di sera, ma Mario era talmente stanco che dopo il bagno e la cena si addormentò sul divano. L’ultima cosa che ricordò, prima di crollare, fu il commiato che l’Ardito gli rivolse, badando di farsi sentire ben bene dal Rinaldo:
    – A speri bè che to vei mia int in gesa almen tì, che chialé ghe né già ‘sei…

    gene

    Postilla
    Mancavano ormai tre giorni al rientro. Mario non aveva ancora un’idea di come tirare a novembre.
    g.

  • Breve trattato sull’amore

    Lo vedevo salire, il Pedra, con il suo peso di troppo, quello della pancia e quello del cuore. C’era da capirlo, dopo la sera all’osteria a svuotare, a ritmo del bicchiere, l’anima gonfia. La Cecilia l’aveva lasciato all’improvviso, come si dice sempre quando le cose non si vedono per tempo e poi piombano. Gli avevo anche proposto di lasciar perdere la cosa che volevamo fare l’indomani, quella gita in altura per andare a vedere il Giro.
    – Giammai – rispose, scalciando il cane dell’oste che, ignaro dell’afflizione, gli strusciava il muso sui pantaloni di gabardine desiderando carezze.
    E giù un’altra sorsata di vino andante, nel quale annegare un mutismo assordante. Non me la sentii di lasciarlo solo ad affogarsi e tenni duro per un bel po’, con la dedizione del salvagente. Me ne andai che erano le due e lui era ancora là a guardare le venature del tavolo come se vi scorgesse risposte.

    Opera di Bernardo Roig

    Il mattino, ai piedi del Passo delle Ginestre, lo aspettai quel tanto e poi mi incamminai a piedi da solo. Sui tornanti, gente accampata e gaia, bandierine, griglie e beveraggi. Sulla strada, scritte col gesso, qualche disegno inverecondo. A metà salita, guardai giù e, appunto, lo vidi curvo nelle sue braghe di velluto che lo invecchiavano di almeno dieci anni, se non quindici, che affrontava ogni tornante come se fosse l’ultimo della sua vita.
    Non lo attesi.
    Quando arrivai in cima e mi piazzai su un sasso, si vedevano solo gli ultimi metri di strada, quelli importanti e provai non pensare all’attesa, di lui e degli altri.
    Niente alberi, niente ombra, aria gelida, noia leggera.
    Giunse prima lui, con la barba malfatta e gli occhi spioventi a dipingerne la fatica.
    – Uei.
    – Uei.
    Non scalpitavamo sui nostri sandali, ma da quella curva sarebbero spuntati comunque, inevitabili come le gabole, ma più divertenti. Attorno a noi la gente sembrava più attenta a se stessa che a quelli che attendeva. A volte i motivi sono più importanti degli effetti e stare lì nell’aria limpida del passo bastava. Mi pareva bastasse anche a lui, che però non parlava e teneva gli occhi fissi allo stradone. Probabile che la Cecilia gli facesse male e che nelle venature del tavolo non avesse trovato le risposte che voleva. Si era seduto su un cippo, il Pedra, meditabondo o qualcosa così. Non osai chiedere.
    Poi, all’improvviso, saltò in piedi come punto da una serpe e attaccò.
    – An var mighi la pene. È come fare un giro del mondo contando i passi, con cautela, soppesando le forze come se occorresse metterci tutta la vita. Uno ci crede nell’amore, anche quando, come dicono tutti, si trasforma. Si trasforma anche il paesaggio quando cammini, solo che non sai mai come lo vede l’altra persona. Tu pensi che sia bello quel posto lì, e l’altro no. A me piaceva arrivare a casa, togliere le scarpe, salutare la Cecilia ai fornelli, buttarmi sul divano, tirare una paglia. Non serviva parlare, andava tutto bene così, calmo, sereno, tranquillo. Una regolarità di azioni che calmava la lotta con l’amore che cambiava dentro di me. Andavo a letto e ogni sera aveva la conclusione pronta: è normale, si cambia. Solo che cambiava anche la Cecilia e, dato che non ne parlavamo, io non sapevo. Ieri mattina ho trovato quel foglietto sul tavolo, con scritto che se ne andava, non sapeva per quanto, ma che così non poteva funzionare. Non so dov’è.
    Lo ascoltai, ma pensavo ai ciclisti. Io ero venuto fin lì per vederli, non per sentire cazzate. Però non glielo dissi, chiaro.
    Le moto coi fari accesi annunciarono il momento e appena passate sorse dal nulla quel ciclista slovacco coi capelli lunghi e il pizzetto da corsaro, solo e in fuga. Ci transitò davanti quasi in volo, impennando la bici come se salutasse noi due e suonando il campanello. Un genio.
    Il Pedra, manifestando un improvviso interesse, s’alzò in piedi per guardarlo imboccare la discesa a folle velocità.
    – Ecco come si fa. Si parte e si lascia indietro tutto e tutti. A mille all’ora, altro che misurando le pedalate per non stancarsi.
    – Magari senza ammazzarsi in discesa però – osservai, offrendogli un panino.
    Lo mangiò con foga, quasi mordendosi le dita nell’operazione e poi tracannò mezzo litro di sciroppo, poteva anche non fargli bene ma cosa ne potevo io? Anche lui come i ciclisti sulle montagne, faceva su e giù nella sua disperazione, anelando a un traguardo lontano o forse solo all’eroismo che coglie quando non ne puoi più di qualcosa.
    Parlò lungo tutta la strada del ritorno, saltellando tra le frasi come sul pavé della Roubaix, sconnesso e pericoloso. Aveva l’anima bucata, povero Pedra, e senza neanche l’ammiraglia a sostituirgliela, gli toccava andare avanti così fino a chissà dove. Non interloquii, non mi avrebbe ascoltato, preso dal suo monologo sgangherato, come se vuotasse immondizia dal cuore. Altro che viaggetto passo passo.
    Non potevo sapere che di lì a un po’ non l’avrei visto mai più.
    A quanto si dice, la Cecilia tornò a casa dopo un paio di settimane, ma il Pedra non si fece trovare.
    Credo sia andato a pedalare da qualche parte in Argentina, anche lui come tanti, sotto falso nome.

    gene

    Postilla
    Dovunque tu vada sarai sempre in salita e controvento.
    Artur Bloch