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I temm ié dré a cambièe

Gnisì scià sgenn
aoo c’a sii
e rendivis con che la buzu
atorn a valtri la cress
e cetei che prest
a sarì slozz fin a i ess
E se ‘l temm par valtri
um var quaicos
a farisut miou a smensèe a nodèe
o a fonderì ‘me sass
parché i temm ie dré a cambièeGnisì scià scritor e cheghesentens
c’a immaginei coi ves penn
e a tegni i ecc ben verui
ag sarà mighi ‘n’altra ocasion
e parlei mighi trep prest
parché la rodo l’è amò dré a girèe
e gnisun c’a po’ dii
chi c’a sarà scernù
‘ché cui c’a perd incheu
i veisgerà doman
parché i temm ié dré a cambièeGnisì scià politican e consiglier
raspundì al ciamèe
e stei mighi sol us
a sarèe el pass
parché chel c’us farà mèe
u sarà chel c’u gà sbarò el sentei
a ghé ‘na bataglia da foro
e l’è furiouso
Prest la sacaterà i ves finestri
e la farà tramorèe i ves muur
parché i temm ié dré a cambièe
Gnisì scià mam e pa’
da tucc i siit dal paiis
e rangognei mighi
so chel c’a pudì mighi capii
i ves matoi e i ves matai
ié foro dal ves ordon
la voso strada vegie
lé dré a finii in prese
Par piasei sposteves da chele novo
s’a pudì mighi deè ‘na man
parché i temm ié dré a cambièeLa righi l’é marcada
la maledizion l’è tirada
El pisei modigh da ades
u sarà peu el pisei svell
e chel c’l’è ades l’incheu
u sarà innanzer doman
L’ordon l’è dré da frizi
a sparii
E ‘l primm da ades
u sarà l’ultum
parché i temm ié dré a cambièe(Bob Dylan 1963 – Trad. Arr. gene 2020)
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La domenica della salme – cronaca

È l’ultima domenica di maggio e cammino nello sconquasso della realtà, da Locarno a Bellinzona e ritorno, forse per sincerarmi che sia proprio così e non un frutto marcio della mia mente. In breve: Locarno coi negozi aperti, Bellinzona no.
Le ho attraversate entrambe e ne ho sentito il silenzio, come quello che segue un’esplosione e tutto è atterrito e sordo.
Nemmeno i passi risuonano, mi pare invece che i piedi struscino, anche quelli dei pochi tacchi di donne di opaca mestizia. Non ci sono baci, gesti ribelli d’amore.
Sul treno, niente di niente, neanche una parola o uno sguardo, nemmeno i miei, che mi rifugio nel telefono come un pirla qualunque. Passano in corridoio due poliziotti pettoruti, non salutano
Mi dispiace se sembra esagerato.
A Bellinzona esco nel sole della nuova sistemazione della stazione e ho la sensazione di una sala operatoria, anche se i bus gialli vanno e vengono. Alla Bavarese, a metri sociali, in terrazza alcuni tavolini alti e tre bassi, alla stecca del sole, niente più ombrellone. Non mi fermo.
Viale della Stazione. Ci sono quasi più persone che prima della reclusione, ma solo in Piazza Collegiata prova ad aleggiare una parvenza di gaiezza, con gente ai tavolini. Ma l’immobilità cancella la breve illusione.
Mi introduco in Piazza Magoria e lì, in quello spazio artificiale ri-dedicato a Buffi, non c’è nessuno e tutto è chiuso. Perfino il parcheggio della Cervia, che ricordavo assaltato a ogni ora (per non dire dei carnevali sotterranei), conta tre automobili. Ritorno sui miei poveri passi condizionati da un’anca che mi punge (e cosa sarà? Non so, certamente un effetto del coma), chiamo il Flavio che mi risponde da una montagna, come un qualunque e giusto uomo in fuga.
Alla casa del Popolo mi siedo fuori, almeno c’è ombra. Non ho ancora potuto, o saputo, rivolgere la parola a nessuno, come se mi avvolgesse un imbarazzo. Appena prima, solo due frasi con l’Antonio, bardato da ciclista elettrico che sta portando la provvista al figlio e gli argomenti si frantumano subito.
Poi, finalmente un lungo intermezzo con mia figlia, con suoni e luci.
Se ne va e torna il senso di vuoto. Un tizio urla delle frasi dall’altra parte della strada, in modo perentorio, come a indignarsi verso qualcuno. Ma non c’è nessuno.
Giunge il Cech e per venti minuti parliamo di libri, totalmente anacronistici come il pesante e folle Kalevala in dialetto di Airolo
Ritorno in treno, nella solita bolla di silenzio. Non guardo neanche fuori, non mi interessa.
A Locarno scendo verso Piazza Grande, attraversando i portici, incrociando turisti flosci o scansandone altri davanti alle vetrine, illuminate come mausolei. In piazza, una corona di tavolini con gente che ormai sembra completamente imbalsamata sotto il sole d’acciaio inossidabile. Qualche bambino sul selciato.
Svolto e a un tavolino del Pardo c’è l’Arnaldo che mi saluta. È con la moglie, passano gli ottanta e sono belli. Lui mi fa: “Nel 1890 i liberali fecero la rivoluzione per liberarsi dei conservatori. Ma guarda: non è cambiato niente, siamo tornati lì, tutti in coda a elogiare Vitta per questa dittatura. E non c’è nemmeno l’intenzione della rivoluzione.”
Sotto la scritta per Bakunin respiro: ci voleva un vecchio e ardito come l’Arnaldo, con un frammento libertario di Novecento, per chiamare a raccolta in questa domenica delle salme.
gene
Postilla
A tarda sera io e il mio illustre cugino De Andrade
eravamo gli ultimi cittadini liberi
di questa famosa città civile
perché avevamo un cannone nel cortile
Fabrizio de André -
Il sasso di Maurito
Pubblicato su Ticino7 il 30 maggio 2020 – https://www.pressreader.com/switzerland/laregione/20200530/282003264639121

Era un’estate secca e ventosa, la squadra scalcinata come non se ne vedeva dai tempi del colera, dicevano i vecchi. Era arrivato il signor Macheda con delle maglie rosse stinte, ma ci aveva detto che per pantaloncini e scarpe dovevamo arrangiarci. Partimmo così, a piedi, verso Gosa, attraversando prati dove il fieno non lo tagliavano più e sembrava una distesa di paglia ritta in piedi a far niente. Maurito stringeva sotto il braccio il pallone, che non aveva un centimetro di pelle, raschiata via dalla ruvidezza del ghiaione di strade e piazze: sembrava una vescica pelosa.
Da Gosa era giunta una missiva nella quale ci sfidavano con parole esagerate, ma era tutto esagerato allora, anche il nulla in cui passavano i giorni caduti da un calendario falsificato a mano e recante un anno ipotetico, 2031, senza che nessuno ne fosse certo. Non si giocavano più campionati da anni, che sembravano mezzo secolo. Erano rimaste le sfide tra di noi, senza regole, se non quelle di non poter prendere il pallone con le mani e colpire la testa di un giocatore a terra. In porta ci andavano sempre due vecchi che non correvano più ma erano capaci di piazzarsi, con lentezza. Due porte senza rete, distanti una cinquantina di passi. Il signor Macheda diceva che ai tempi erano alte attorno ai due metri, mentre ora erano sprofondate e perfino io sfioravo la traversa con la punta dei capelli.
Mia madre aveva preparato un po’ di pane e sciroppo per tutti, che il signor Macheda aveva chiuso nella sua borsa raggrinzita come se stesse mettendo via qualcosa di suo, dicendo che l’avrebbe aperta alla fine della partita e solo se avessimo vinto. Non ci piacque l’idea, la fame era sempre più forte della voglia di giocare.
Camminavamo tra le sterpaglie, fantasmi diurni di un rosso slavato come certe albe caliginose. Non eravamo più di otto, tra cui il Gordo e il Flaco, due gemelli di sette anni che non si assomigliavano per niente e che di solito venivano scelti per ultimi al momento di fare le squadre. Non riconoscevo il paesaggio, forse non ero mai passato in quella campagna riarsa e sabbiosa, tagliata da una strada vuota con l’asfalto screpolato. Avevo fame, ma bisognava che me la tenessi, contando di calmarla dopo la vittoria a cui anelavamo come non mai e il cui pensiero mi irrigidiva le ginocchia.
Il sole batteva già forte e nella noia del vento tra la polvere arrivammo al campo di Gosa, dove quelli dell’altra squadra si passavano un pallone lucido, arrivato da chissà dove, ma come se non sapessero bene cosa farne. Avevano magliette di un celeste indefinito, che spiccava nell’aridità.
– Maurito sta davanti, vicino alla porta degli altri, passatela a lui – ci disse il signor Macheda con la borsa dei panini artigliata nella mano sinistra e il fischietto nella destra.
Maurito era grande, più di tutti, con un’ombra di baffi che ci parevano temibili. Io mi piazzai davanti alla nostra porta, confidando che i sandali potessero tenere duro e che i gemelli ingombrassero.
In quell’istante che precedette l’inizio, con il signor Macheda tutto serio e col fischietto già in bocca, si sentivano solo i grilli e mi domandai di cosa si nutrissero.
Il campo era misurato a memoria, le porte ancora più basse delle nostre, le righe solchi nella polvere e nessuno a guardare. O forse a Gosa erano morti tutti, anche se qualcuno la lettera doveva pur averla scritta. Loro comunque, erano in nove e non accettarono di toglierne due per pareggiare i conti.
– Avete l’arbitro – disse il loro signor Macheda, che forse si chiamava in un altro modo, ma non importava.
Dopo dieci minuti disperati davanti alla nostra porta a resistere con gomiti e ginocchia, quelli del Gosa avevano pensato che potessero abbandonare tutte le prudenze. Davanti a Maurito si aprivano spazi enormi, inutili e pieni solo della sua solitudine, ma quando rilanciai con precisione involontaria lo vidi correre tutto solo e scagliare il pallone tra i pali. Mentre lo abbracciavo, il loro portiere spostava canneti per recuperare la palla dal torrente in secca.
Ostacolammo a lungo in un tempo incomprensibile, tra urla e gomitate, fino a quando il signor Macheda, chissà perché, forse per tenersi il pane e lo sciroppo tutto per sé, fischiò un fallo a pochi metri dalla nostra porta.
Mentre il loro giocatore più alto aspettava che il signor Macheda gli desse il segnale di tirare e noi eravamo affranti, scorsi Maurito che si chinava furtivo, a pochi passi dal pallone. Il signor Macheda fischiò, il giocatore cominciò a correre e colpì il pallone, che però finì sbilenco verso un cespuglio di ginestre. Di colpo la partita finì, avevamo vinto e forse la borsa del signor Macheda si sarebbe aperta.
– Ho tirato un sasso al pallone – mi disse Maurito con lo sciroppo che gli colava dal mento, mentre io, con i sandali distrutti, mi pungevo i piedi nella paglia secca e gloriosa del ritorno.gene
Postilla
Il calcio è dubbio costante e decisione rapida
Osvaldo Soriano -
Dov’è Dulcinea?

Dulcinea del Toboso – Marielle Collins (olio su tela) Dulcinea è un’invenzione, un miraggio, e per questo più vera del reale, tangibile ed eterea. Tanto che Don Chisciotte la rappresenta in molte forme, tutte tese a un ideale di amore, quasi a una conquista, se non fosse che il nostro eroe non ambisce a possedimenti dato che la sua missione è raddrizzare torti. Per Dulcinea, il cavaliere inanella imprese mirabolanti e tutte fallimentari, che lo allietano e lo sconfortano, senza la via di mezzo della quiete che anticipa la resa. A lei dedica ogni conquista e ogni ardimento, ma soprattutto le è fedele fino a sfidare la morte, sprezzando il ridicolo. A niente servono le rimostranze del suo scudiero Sancho Panza, che prova con tutti i mezzi della saggezza popolare a portare ragionevolezza dentro la follia del suo padrone, senza mai riuscirci e alla lunga senza più opporvisi. Don Chisciotte argomenta in modo stravagante, ma così inappuntabile nel suo eloquio retorico da sfuggire a ogni confutazione dei ben più miseri umani che incontra sulla strada, e che incontriamo anche noi tutti i maledetti giorni. Dulcinea è il suo orizzonte, verso il quale cavalca senza posa, insidiato da mulini e leoni che solo la sua mente vede, miraggi così solidi da assurgere a pericoli possibili e a catastrofi certe. Vagano, i due picari, in una terra che si chiama Mancia, inesistente pure lei, anche se segnata sulle carte, sconfinata, arida, inospitale e matrigna. Con la sua forza visionaria, Don Chisciotte non teme né cordoglio né affanno, ma si ritrova nella completa solitudine, con il solo Sancho ad essergli fedele per la potente e cieca amicizia, un valore evanescente negli umani ufficialmente sani di mente e altrettanto ufficialmente impoveriti nello spirito, come visto ancora una volta ieri nel Palazzo. Dulcinea ama Don Chisciotte, anche senza rivelarlo e rivelarsi, nemmeno a noi, e lui è spronato ventre a terra verso la disgrazia degli idealisti. Il cavaliere vive stoicamente fino alla sconfitta, non quella dell’ultimo duello con un cavaliere ingannatore, no: sarà la resa al sogno a confinarlo nel letto di casa sua e a spegnerlo. Confinati gli spazi e calati gli orizzonti, anche Dulcinea svanirà e noi con lei. Don Chisciotte morirà dopo aver perso l’allegria, trascinando con sé anche la nostra. E così abbiamo il mondo in cui viviamo adesso, raggelato dall’assenza di qualcosa che non c’è e che si chiama Utopia, la sola tensione che invita a camminare e a immaginare un qualche tipo di Dulcinea alla quale dedicare avventure e passioni. A immaginare una vita dignitosa. A desiderare la libertà.
gene
Postilla
Se un uomo è un uomo, non una pecora del gregge, v’è in lui un istinto di sopravvivenza che lo induce a battersi… anche se capisce di battersi a vuoto, anche se sa di perdere: don Chisciotte che si lancia contro i mulini a vento senza curarsi d’essere solo e anzi fiero d’essere solo.
Oriana Fallaci -
Il motore del Caretti

Il maestro Rino Caretti ci faceva marciare in fila attraverso la campagna, e che piovesse pure: il motore a scoppio non poteva attendere. Ogni martedì, appena finito di mangiare in silenzio nel refettorio della scuola, le femmine tornavano in classe a cucire o cose così, da lavoro femminile. Noi maschi partivamo, come alla volta di una terra sconosciuta, dietro al maestro. Lui vestito come poteva, braghe di velluto e giacca a quadri, segaligno e inarrestabile. Noi alla carlona, con pantaloni lunghi e corti, magliette e dolcevita, cartella in mano, per la lezione di lavoro manuale a Prosito, nel piccolo asilo dismesso. Ci mettevamo un’ora per arrivarci, cinque chilometri senza dire una sola parola. In otto più lui, il maestro.
Una volta lì, con rigore militare, tiravamo fuori dall’armadio i nostri lavori e li disponevamo sui tavoli. Il maestro, che aveva indossato il suo grembiule da falegname, azzurro e lungo fino alle ginocchia, passava in rassegna l’ordine delle cose, impartiva correzioni e poi dava il via alle operazioni su quel motore a scoppio in legno ed elastici, che doveva funzionare a manovella con tanto di pistone che accendeva una lampadina, la scintilla magica. Niente divagazioni: tutto doveva essere fatto come da progetto e nessuno poteva permettersi di portarsi avanti o di restare indietro. Attaccato al muro, il disegno con centomila dettagli, che il maestro aveva certamente elaborato in chissà quali notti insonni di cui noi non tenevamo conto.
Si avanzava tutti verso il progresso motorizzato con la compattezza del proletariato, uguali e precisi. Naturalmente, non capivamo. Così fioccavano castighi: cinquanta volte “Non devo tirare l’elastico fino a romperlo.”, per domani, Esercizi Di Calligrafia, il quaderno apposito e dal titolo beffardo dentro al quale consumavamo le ire verso di lui e le nostre penitenze.
Durante i lavori, seduto al suo tavolo, ci osservava attraverso le dita della mano destra, appoggiata davanti agli occhi come a sostenere la stanchezza, con un inganno visibile ma incantatore, ombreggiato dalla frangia tagliata in linea retta vagamente monacale. Ogni tanto qualcuno abboccava all’amo e faceva una linguaccia, facendosi infilzare da un commento ironico o sarcastico di cui il Caretti aveva la mente piena. “Galizzi, ti sta venendo il Ballo di San Vito?”. Cinquanta volte, per domani.
Potevamo comunicare tra di noi solo per scambiarci domande sui prototipi, e con lui solo alzando la mano. Al cesso si aveva diritto una volta sola, sempre alzando la mano. Ogni po’ passava tra i banchi e se qualcosa non andava ci indicava l’inceppo e faceva un semplice gesto col capo, il che significava rifare l’operazione, anche dieci volte se serviva, all’inseguimento della perfezione.
Quando finiva la lezione, controllava i lavori con noi in piedi a sperare. Ma c’era sempre qualcuno attardato su una puleggia o un ingranaggio o un colore e bisognava aspettare che si mettesse a giorno: più volte perdemmo l’autobus e ci toccò andare a casa a piedi, nel mio caso altri cinque chilometri che in inverno si dipanavano al buio, sfogliando maledizioni verso di lui.
Eppure mi divertivo. Il maestro Caretti, che insegnava anche storia matematica scienze, mi faceva ridere con le sue sferzanti prese in giro degli allievi più timidi, verso i quali adottava una tattica terrorizzante che forse secondo lui era pedagogica, ma che secondo me non faceva altro che paralizzare i poveretti. Divideva la classe in gruppi: A, B e C, a seconda della bravura. Con promozioni e retrocessioni a ogni interrogazione. I maltrattati erano tutti nel gruppo C, senza speranze di risalita. La pulsione egualitaria del motore a scoppio, nelle altre materie era fortemente a repentaglio, poiché il suo sistema fomentava lo scherno. Eppure, credo che funzionasse, alla fine tutti apprendevano le stesse cose e in egual misura, solo che i tracotanti e gli introversi rimanevano tali, forse peggiori nei loro difetti di carattere. Io stavo nel mezzo, senza che me ne importasse degli sfottò.
Promossi in terza, il lavoro manuale passò a un altro maestro e noi inaugurammo l’aula nuova. Niente più attraversate, niente motore a scoppio, sostituito da un’infantile cassa della sabbia da arredare con animali acquatici di carta, come alle elementari. Niente maestro Caretti. Provvedemmo con flipper clandestini, costruiti col sistema a elastici e le lampadine che brillavano quando la palla faceva contatto con gli ostacoli.
Qualche anno dopo, il maestro Rino Caretti morì cadendo da una montagna, in modo eroico, quasi leggendario.gene
Postilla I
Ammiriamo i maestri, però senza imitarli.
Victor HugoPostilla II
“Eccolo, ce l’ho ancora, l’ho piazzato sulla mia scrivania sul lavoro . Quando lo guardo mi ritorna in mente quella vite rimasta inceppata. Il Rino con il cipiglio di un SS mi disse :
Pasinetti ho perso la stima che avevo di te.
Da allora nella mia vita tutte le volte che ho un problema analogo mi ricordo e combatto con il bullone, si tratta dopotutto di riconquistare la stima”.
Fabio Pasinetti -
L’Amoor

Sti parol ié par cui ‘me mi
ch’i scapa soi piodei
con in man i calsei
in di matin da varèe vii
par pensèe da mai muriiCui ‘me mi che pa’m basin
i traverse el Tasin
col cher c’a ruzu in di vistì
par ruèe a misdì
c’a paar amò innanzerTe’m varda con cui ecc
ch’im fa denn dui becc
par verom i venn dala goro
e fam fiadèe pisei
intann c’te’m respiri soi liffPar cui ‘me mi che i te parol
e ‘na careze dadré ala copo
intan c’te’m diss a vaghi vii
ié ‘me ‘na bandere
piantada in sola schenegene
Postilla
Non si può parlare d’amore in dialetto…
g. -
Il becaària – In libreria la II edizione
Gabriele Capelli Editore ha pubblicato la ristampa del primo romanzo di Giorgio Genetelli, uscito la prima volta nel 2010 per ANAedizioni di Franco Lafranca.

Estratto
(…) L’alpigiano c’entrò poco con quel che gli toccò fare in quei due mesi. In fondo però andò meglio così perché riuscì a non perdere del tutto il contatto con la realtà che più gli piaceva, la ricreazione prolungata.
Se fosse andato in cima a una montagna sarebbe rimasto solo, annoiandosi tutto il giorno con le mucche e chiudendo la giornata andando a letto. Ne sarebbe uscito a pezzi, come sempre gli era successo quando l’oppressione di un’attività non lasciava spazio alle sue cose, ai suoi pensieri, alla dolce deriva di un ozio solo apparente.
Invece venne destinato alla fienagione e al riordino della masseria.
La signora Elda, moglie del Belotti, aveva due figli. Lidia di quattordici anni amorevole come un pungitopo ma della quale non c’era mai traccia, e Remo, miniatura d’uomo, che faticava ad accettare che gli adulti sottostimassero i suoi dieci anni.
Si piazzava tra i piedi tutto il santo giorno perché nessuno aveva tempo di occuparsi di lui.
E quindi, avanti Mario.
– L’hai intagliato te quel bastone?
– Che te ne frega?
Un normale dialogo tra i due. L’arrogante era Remo, ovviamente.
La giornata andava più o meno così.
Sveglia alle sei, colazione e partenza per il fieno, da segare o da voltare o da raccogliere (alle otto Mario aveva già gli occhi come comete per il raffreddore). A mezzogiorno circa, pasto frugale (la birra urana faceva schifo, per lui che era abituato alla BeBi). Ripresa delle ostilità al caseificio (bene) o al silos (male, per via del polline). Attorno alle quattro, merenda di qualità grazie ad un burro che così non se ne fa più. Ultima tappa, un paio di ore interminabili a pulire i macchinari. Cena alle otto. Alle nove liberi tutti. Finalmente senza Remo.Anna fu la prima bella cosa degli ultimi sei o sette mesi. Compaesana di Mario, si trovava lì in villeggiatura, portataci di peso dai suoi due “vecchi”.
La prima sera che la vide scantonò, perché a Preonzo non l’aveva mai tenuta in conto. Se ne pentì subito e rifece il giro della piazza.
– Ehi ciao – improvvisò Mario con uno slancio posticcio.
– Mario? Che ci fai qua? – chiese lei con molta più naturalezza, reggendo del pane nero.
L’altro prese tempo, quasi dalla risposta dipendesse il Nobel. Poi partorì uno stentato – sono qui a lavorare – frase che pronunciava per la prima volta in vita sua, forse.
Il tutto lo rese ridicolo, se ne rendeva conto.
Lei rispose che era proprio bello che ci fosse qualcuno che conosceva, che lì era una gran noia, che stava meglio al piano, che i riccioli le erano diventati orribili.
A lui pareva che avesse dei capelli bellissimi e, visto che la guardava davvero per la prima volta, anche quei due piccoli seni erano proprio a posto. Scelse di non dire nulla al riguardo, limitandosi a un – eh, dai, non è così male – come se il paesaggio fosse diventato radioso solo perché lo illuminava lui.
La luce si spense subito, però.
– E poi mi manca Orlando.
Mario incassò alla Muhammad Alì, ma la mascella un po’ gli cadde.
– Beh, ma verrà a trovarti no?
– No.
– Ah…
“Bene”, pensò Mario senza vergognarsi di gioire sulle disgrazie altrui (che comunque, ne era convinto, non erano mai enormi come le sue di disgrazie).
E poi, il moroso di Anna non poteva essere un moroso. Uno che forse se la ciolava e basta.
E comunque erano due ragazzini in confronto a un uomo come lui.
E poi non ne voleva nemmeno più sapere di quel moroso lontano e cretino.
Come se gli leggesse nel pensiero, Anna lo smontò definitivamente.
– Non può venire perché lavora. Però, se riesco a liberarmi dalla guardia dei miei, domani sera scappo giù io.
– Peccato – disse Mario, cercando di non far trasparire la punta di maligna contentezza che lo aveva colto.
– Perché?
– Mah, boh… magari si poteva andare a fare un giro io e te.
– Se non è domani, sarà poi un altro giorno. Tanto mi tocca star qui un mese.
Mario era insolentito da quell’apparente assenza di interesse per lui, come maschio. Però, ragionando meglio, era pur sempre una porta aperta su qualcosa.
– Allora ciao, tienimi i pugni per domani – concluse Anna, ammiccando di complicità.
“Da sicur…”, pensò.
– Andrà tutto bene, vedrai – le disse invece stirando la bocca in un sorriso pasticciato. (…)
gene
Postilla
“a) se Anna mi dice ancora che le manca il moroso, vuol dire che invece non gliene importa un fico e che è a me che pensa ad ogni battito di ciglia;
b) quando Anna mi dirà che mi pensa spesso, allora vuol dire che è proprio così, perché anche le donne a volte dicono la verità;
c) se Anna non mi dice niente, allora è anche meglio perché significa che i suoi sentimenti sono così profondi che non trova parole”.
Mario Zanetti -
Janos dice che siamo fottuti
Il secondo giorno di libertà vigilata Janos la passerà in giro come ai vecchi tempi. Il primo giorno no perché pioveva, ma il martedì la luce è magica e lui è pronto già dalle sei: un grande giro da Maggia a Lugano, mezzi pubblici strade piazze, come se niente.

Ma già il cafferino al Trifoglio inceppa un po’, con l’Ilvo a servirlo da sotto una visiera come quelle delle motoseghe e i frequentatori abituali muti e distanti, alcuni con la mascherina abbassata come in sala parto, ma non si partorisce che un bel mah. Due parole su cosa è meglio fare in merito a non si sa cosa, poi per fortuna arriva il bus e di buono c’è che non si paga il biglietto. Janos saluta a voce alta, non rispondono, nemmeno il Moro che gioca a scacchi col telefonino ed è preso.
In stazione a Locarno, nessuno che parla con nessuno, nessuno che guarda nessuno, e al saluto fanno finta di avere un chiodo nella scarpa.
Sul treno, forse dieci persone, una per vagone e, se si potesse, qualcuno sul tetto a rischio fulminazione pur di star distanti. Janos, impressionato, tira fuori il disinfettante e ne beve un goccio, come ha suggerito qualcuno che ne sa.
A Giubiasco, cambio di binario a testa bassa e in slalom (sono infidi anche i cani). Janos, già sul treno per Lugano, si rende conto di aver perso la pipa e già ‘sta cosa innervosisce e segnala.
A Lugano, mascherine e mascherine, sguardi fuggenti, sbroja a vario titolo ma è il meno della cavagna: la città è depressa. Va a mangiare con la figlia Gigi, aspettandola con due birre come ai bei tempi di tre secol… ehm… mesi prima, e almeno loro due ancora sanno di musica e immagini, quesillada e burrito in onore del subcomandante Marcos. Per strada, raggiunge per caso il Befi, altro espatriato, giocoso come sempre: un raggio di luce, sc-ciau.
In libreria, la morbidezza della Carmela parrebbe aprire scenari, che però si chiudono sui soliti discorsi di miseria e repressione.
Va male, molto male, tutto è spento, accasciato, fasullo. Diop.
Janos torna a Locarno, isolato sul Tilo come sullo Skylab (sfida a ricordarsi, n.d.a.). Attraversa la città, osservando stanchezze: la libreria ha la solita vetrina appassita di titoli sgargianti e vacui, anche i tecauei boh. Al Bar ba Zu, la signora Cavani a un tavolo, la Francona a un altro e a questo punto Janos vorrebbe sedersi a cento metri, per solidarietà e per non impegnarsi.
Prende il bus, l’ultimo, a distanza sociale da tutto, scende, cammina, fuma, arriva a casa e si dice: siamo fottuti. Poi si apre una birra, come autocertificazione.
gene
Postilla
Agli estorsori di consensi convengono i disagi sociali degli uomini: gli uomini disagiati, senza lavoro, senza soldi, sono facilmente orientabili, sono facilissime fonti di consensi (anche elettorali)
Fabrizio de André -
Un giorno per te
A mia madre

(…) Le discussioni con Odette si fecero furiose, Olimpia piangeva in camera tutte le notti, ma il mattino ripartiva con una luce ribelle negli occhi. Adorava la grande musica americana, Billie Holiday e Nat King Cole. Più avanti si infatuò di Buscaglione e Modugno. Quando, già sposata e esule oltre il fiume, morirono in pochi mesi Tenco e poi Meroni, impareggiabile ala libertaria del Torino e chissà perché suo idolo, esibì un lutto manifesto e impenetrabile. C’ero già io a quei tempi e con lei andavo al Bar Sport del suo paese natale, che Paolo aveva comprato ma al quale non si dedicava anima e corpo, delegando qua e là la gestione di quel posto. Olimpia ci andava il mercoledì pomeriggio e il sabato, tirandomi dietro come una borsa. A piedi attraversavamo campagna e bosco, ponte, ferrovia e stradone e mentre lei distribuiva sorrisi e caffè, io mettevo Battisti e Celentano al jukebox, leccando gelati e ascoltando gli incomprensibili discorsi dei grandi.
Un giorno decise di imparare a guidare la bicicletta, cosa che fino ad allora era stata totalmente impensabile. Si prese una Graziella, un mezzo per bambini che devono mettere piede a terra facilmente. Cento giravolte nel prato dietro casa, molte cadute e la costituzione di uno stile funzionale, ma precario. E via al Bar, io davanti e lei dietro.
Una volta cadde rovinosamente finendo contro le barriere bianche e rosse del passaggio a livello. Si alzò sbucciata e affranta, ma rimontò in sella e ripartì in lacrime furiose. Per lei la bici era una conquista, non avrebbe ceduto mai.
Marta tentava ogni volta di dissuaderla, e ogni volta Olimpia rispondeva che la bici le piaceva. Era fatta così, quando s’incamminava in una scelta non tornava indietro. Anche quando si ammalò decise di continuare a vivere come prima. Tre giorni prima di morire, era ancora in equilibrio sul davanzale della cucina a strofinare i vetri. Cadde, si rialzò, si ripulì, andò a letto e attese la fine. E io con lei, seduto di fianco a coglierne pensieri e respiri. L’ho amata disperatamente. (…)At vedi adess
che te varda foro dala finestre
con la paja in boco e i ecc lusenn
al so mighi parché
e a pensi
che sense da ti
a podres mighi scampèegene
Postilla
Fa mighi trabulèe al pa’ che pou al mangia in prese dal nervoos
Olimpia -
At last

Parlavo
Alla fine si può anche non avere più voglia di uscire.
Alla fine di questa reclusione?
Non so se finirà, forse è appena cominciata. Intendo “alla fine” nel senso di scopo.
Ma dai, lo sai che torneremo fuori, non ci vorrà molto.
Magari è solo un allargare la rete…Ascoltavo
(Dal giradischi veniva Etta James)
At last, the skies above are blue
My heart was wrapped up in clover
Lo dice anche lei… Osserva il cielo e poi guarda la strada e chiediti: quanto durerà quell’azzurro lì sopra?
Non mi sembra un gran traffico, dai…
(Non capiva o non sapeva… uomini…)Odoravo
Sembra di sentire il profumo del canto dei grilli, ma se usciamo non lo sentiamo più.
Non sento niente, con la finestra chiusa poi, al massimo, odore di fritto.
Eppure si sente, prima nemmeno la domenica al parco era così forte.
Comunque non sei ancora uscita e non puoi saperlo.
Lo so invece, disturbavamo i grilli, prima.Pensavo
Oh and then the spell was cast
And here we are in heaven
For you are mine
At last
Quanti secoli sono passati? Adesso ci apparteniamo davvero, serrati e rinchiusi, soli e denudati. Se uscissi si spezzerebbe. Per questo non esco, anche se lui ancora nemmeno lo intuisce.Toccavo
Guarda qua, niente polvere.
(avevo aperto la finestra e passato un dito sul davanzale)Guardavo
C’è perfino un orizzonte, pensa, avevamo perduto pure quello.
Ah sì, si vede proprio lontano.
Intendo un orizzonte nostro, alla fine, un posto dell’anima, che si scorge e verso il quale si può camminare.
Non so se ti capisco…
(erano dieci minuti che gli parlavo e lui non capiva…)
Alla fine si può anche non avere più voglia di uscire.
Oh and then the spell was cast
And here we are in heaven
For you are mine
At lastgene
Postilla
Se ci bastassimo da soli forse saremmo liberi, alla fine
g.

