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  • I nomadi

    Gitane avec une cigarette – Eduard Manet

    Facile per voi che piantate le vostre case nella terra, solide, ferme, chiuse, ma noi che invece viaggiamo con la vita in spalla che cosa possiamo fare? Ci sono frontiere dappertutto, non solo quelle tra gli stati. Ne avete disseminate a ogni angolo di strada e appena vedete una nostra carovana erigete un muro di gendarmi dal volto coperto, che potrebbero anche essere briganti. Vi tappate in casa come fosse normale, e per voi lo è, lo fate da secoli e in questo millennio ancora di più, spaventati da tutto, perfino dall’altra gente che abita nello stesso quartiere. Non avete più bisogno di muovervi, vi rintanate per consuetudine. Ma noi invece, che non abbiamo e non vogliamo la terra e che le sole proprietà sono i nostri carrozzoni e le nostre tende, siamo costretti a valicare montagne quasi inaccessibili e acque incustodite, per trovare uno spiazzo discosto dove fermarci per un po’, con il timore di essere scacciati nel cuore della notte, con la paura di vedere il fuoco appiccato da mani oscure. Il diritto al viaggio è sconvolto dalle vostre leggi appena nate, che a noi non interessano e nemmeno le vogliamo. Ma io dico: se dobbiamo stare discosti, che problema c’è? Stiamo discosti da sempre, spesso per forza, per evitare sberleffi e violenza. Abitiamo campi polverosi o boschi incolti, commerciamo quando possiamo e con chi non ci scaccia. Inoltre, ve lo voglio dire, da noi non si ammala nessuno, si vive e si muore come la natura vuole.
    Ora volete rinchiuderci nei vostri istituti, che sono poi locali sotterranei di cemento dove l’aria non passa. Dite che andrà tutto bene, senza spiegare se l’andar tutto bene si riferisca a voi o a noi. Penso che a noi non andrà bene per niente, dentro le mura di cemento, senza vedere la luce o sentire l’aria. Senza accendere il fuoco che ci serve per i canti e le storie, oltre che per il cibo. Ci serve fiamma e aria per affilare le nostre lame e lavorare il rame, abbiamo bisogno di argilla per piatti e scodelle. Come facciamo qua dentro? Non riusciamo a mangiare il cibo che gentilmente ci portate in piatti di plastica, cibo con poco gusto e tutto quasi uguale. Non possiamo insegnare ai bambini, non riusciamo a spiegare alle donne e agli uomini l’assenza di desiderio, non ci sono parole per i vecchi. Ieri Manfri è morto e l’avete portato via. Siamo rimasti con le preghiere in gola e il male nel cuore. Aveva quasi cento anni e aveva visto tutto, ma voi l’avete messo in un sacco come se fosse un legno marcio.
    Non va bene. Domani notte fuggiremo, anche a piedi. I carri li ritroveremo e mangeremo qualcosa che scartate voi. Altrimenti ruberemo senza pensarci troppo. Per le lame ci arrangeremo coi sassi della strada. Almeno i morti li potremo seppellire noi. Non vi disturberemo, ve lo promettiamo. Ma smettetela di cercarci.

    gene

    Postilla
    Non dovremmo negare che l’essere nomadi ci ha sempre riempiti di gioia. Nella nostra mente viene associato alla fuga da storia, oppressione, legge e noiose coercizioni, alla libertà assoluta, e la strada porta sempre a Ovest.
    Emile Hirsch

  • Da Rii All al Pontasell

    Da Merluz Vogn – Giorgio Genetelli – 2020
    Gabriele Capelli Editore

    Il varo – foto Claudia Iseli

    (…) Prima di assemblarlo come descritto, c’era la scelta degli equipaggi e la stampa in pennarello delle iniziali sui triangoli, altrimenti nel colmo della regata c’era il rischio di far casotto e addio all’affidabilità della cronaca in diretta.
    Il pennarello scoloriva, ma si capiva lo stesso.
    Gli equipaggi: Santin/Neli; Toni/Puscere; Puda/Pantoni; Miniet/Renatin. Invariabili.
    Coppie navigate, con la stragrande maggioranza dei membri defunta da un pezzo, ma sempre viva nelle leggende da osteria, alle quali io e il Nandel eravamo stati ammessi in età prescolare. La partenza stava sotto l’ultima cascata del Rii All, che scende ripido dalla montagna.

    Merluz Vogn a Prons, miuto 13.13


    Il percorso. Partenza; transito sotto il ponte dell’Albiet; tirata che costeggia la Cà di Mengotei e la Cà d’la Catalini e procede per lunga tratta tra vigneti e pascoli; appena oltre il Tecc dala Mìa, il canale si allarga in lago, detto Camera, dove la corrente si spegne e si deve far capo alle vele (i famosi triangoli di carta); in fondo al lago, la terribile cascata che si butta nel Rio Bass, largo almeno un due metri; lungo bordeggiare nello stesso Rio Bass che diventa Roisgio di Campì quando dalla Lischi si dipana fino in fondo alla prateria, detta appunto Campì; traguardo al Pontasel (le barche devono passargli sotto e spuntare di là).
    La mappa un giorno la disegno.
    La preparazione. Come sul mare, occorre aspettare le condizioni propizie per ore, a volte anche per giorni. L’attesa, in caso, viene occupata con simulazioni belliche nelle strade del paese e nei boschi adiacenti, o giocando al fotbal in Pasquéi; vi partecipa anche il pubblico, di solito in numero variante tra le dieci e le venti unità, o meno se ci sono castighi o colonie in corso. Dopo le forti piogge, bisogna ancora attendere per far quietare la buzza. Poi finalmente si tolgono le imbarcazioni dal cantiere navale (dal lavatoio) e si comincia.
    Non avevo mai visto il mare, se non nelle cartoline che il pa’ aveva spedito le estati precedenti, ma quest’anno ancora no.
    Neanche il Nandel aveva mai visto il mare, neanche in cartolina. (…)

    gene

    Postilla
    ‘na viti coi pei in do rièe
    g.

  • Il Rio Bass

    Nel romanzo Merluz Vogn c’è un momento di navigazione che rasenta l’epica

    (…) La preparazione. Come sul mare, occorre aspettare le condizioni propizie per ore, a volte anche per giorni. L’attesa, in caso, viene occupata con simulazioni belliche nelle strade del paese e nei boschi adiacenti, o giocando al fotbal in Pasquéi; vi partecipa anche il pubblico, di solito in numero variante tra le dieci e le venti unità, o meno se ci sono castighi o colonie in corso. Dopo le forti piogge, bisogna ancora attendere per far quietare la buzza. Poi finalmente si tolgono le imbarcazioni dal cantiere navale (dal lavatoio) e si comincia.

    Non avevo mai visto il mare, se non nelle cartoline che il pa’ aveva spedito le estati precedenti, ma quest’anno ancora no.

    Neanche il Nandel aveva mai visto il mare, neanche in cartolina.

    La partenza. Nelle acque, giudice io, radiocronista lui. Canottiere che, oltre al nome giusto, mancano di maniche, e la cosa va bene negli inceppi.

    Le tifoserie infantili si assiepavano sulle rive ma potevano spostarsi lungo tutto il percorso. Si chiedeva però loro un certo contegno: tirare sassi ai natanti? Vietato. Ogni tanto qualche barca s’incagliava e toccava rimuoverla manualmente (o con un bastone), affibbiandole una penalità discrezionale. Alla Camera, gli equipaggi parevano già stremati e le barche giravano in tondo come mosche senza un’ala. Risucchiate infine verso la cascata del Rio Bass, vi scendevano come andare al patibolo, o come quelli che si buttano nel Niagara in una botte. Ne uscivano quasi sempre con le vele lacere ma affrontavano stoicamente la traversata dei Campì, fra manovre ostacolate da erba, sassi, uova di rane e canneti. In un tanfo di melma e fermenti.

    “Miniet/Renatin ié finìt el vasell e ié primm. Toni/Puscere ié ultim parché i sa scarpìni pal tazzìn. Santin/Neli ig veed noto e i s’a incociei in di sciscpit. Puda/Pantoni i poso, fegnanti”.

    Sotto il Pontasel, in vista dell’ultima boa (un fazzoletto legato a un bastoncino), succedeva di tutto ma nessuno riusciva a vedere e nessuno ci andava, tanto è buio là sotto. Appoggiato alla spalletta di ferro, il pubblico si accalcava allo sbocco, mentre il Nandel elencava l’ordine d’arrivo e io stilavo la classifica in tempo reale, completa di distacchi e mutilazioni. (…)

    Giorgio Genetelli

    Romanzo pubblicato da Gabriele Capelli Editore


  • I pastori

    Cargaisc e sciuei – #gene 2020

    Presero infine gli armenti
    per togliere il poco
    e mutarlo nel nulla

    Ascolta queste parole, le senti?
    se forse resistono
    al tempo e alle voglie

    Già stavamo sul Monte ad aprile
    quell’anno la peste regnava
    ma buona l’erba ed il latte

    Sull’Alpe lontano la luce guariva
    al piano la gente
    moriva e moriva

    Tornammo giù al Monte a settembre
    un cartello chiodato alla porta:
    La roba del piano è in sequestro

    Giunse dicembre sul Monte
    in gerla lo strame ancora ci stava
    e freddo non era poi troppo

    Poi quasi a Natale salirono
    in gruppo di sette
    sfondarono porta e presero armenti

    Restammo noi quattro
    poi due
    poi io

    Poi niente

    gene

    Postilla
    Ils montent du printemps quand s’allongent les jours
    Ou brûlés par l’été descendent vers les bourgs
    Les bergers

    Jacques Brel

  • Cacciato dalla Terra

    Dove si descrive quella che poteva essere una sceneggiatura di un film, progetto premonitore (gennaio 2020) abortito dal precipitare degli eventi. Dove si osserva che la catastrofe si è avverata prima della finzione, per mano del virus e della malignità umana.

    Capitolo Ultimo – Ciò che doveva essere

    Ambiente

    Livido, senza riferimenti antropici, natura inospitale, forse morta. Freddo, il sole non si vede. Non piove e non ci sono suoni di animali.

    Trama

    Un uomo chiamato A. cammina in una terra abbandonata, tra pianura, montagne, sassi, alberi caduti e spogli. Senza tracce di altra vita. Non si sa da dove venga, non si sa dove vada, ma cerca acqua. Forse è braccato, forse è stato scacciato. Stanco, lercio, malvestito, parla da solo poche parole di una lingua ibrida.
    – No agua, no existe nada.
    È allo stremo.
    A un certo punto, come in un sogno, si vede una luce improvvisa e fiammeggiante, senza suono se non una profonda vibrazione.
    Nel buio che segue, A. riaffiora dalle macerie. Fine del ricordo.
    Si rimette in viaggio in un mondo ormai sterile.
    Un altro ricordo affiora, uomini, donne, bambini felici che giocano in un prato nel cuore di un piccolo paese. Sole e luce, voci e movimento.
    A. ricorda che in origine c’erano altri due uomini con sé, prima di partire. Non sa dove siano e allora ne cancella il ricordo.
    La marcia si fa terribile, ma quando sembra ormai vinto vede lontano un buco nella montagna dove potrebbe esserci acqua.
    “Uoter no distant, resiste…”.
    Sale con le ultime forze rimaste e trova una caverna.
    Nel buio, una torcia, stretta in mano a una bambina.
    Sul fondo, illuminato dalla luce della fiamma, appare un grande dipinto, pieno di colori e figure.
    La bambina dice due parole: – Tera! Amamama!
    Poi la fiamma si spegne.
    Uno sparo.
    Quando si riaccende, dalla penombra appare il profilo di una donna.

    Fine

    gene

    Postilla
    Fui cacciato dalla terra per il volere di un dio maligno
    A.

  • Della Peste e altri Demoni

    Oggi, a questo prato in mezzo alle betulle, è salito anche El Niño, che non ha nulla a che fare con il fenomeno climatico ma che è fenomeno anche lui. Questo posto fuori dal tempo e dallo spazio è stato riconquistato dai grilli e dai tassi, gatti e alcune gabbianelle portate da Sepúlveda dentro i suoi libri ribelli. Nel giro di poche settimane, giù in basso, si è instaurata la dittatura, con un bilancio risibile di morti e feriti nei letti di ospedale e grazie alla collaborazione supina della paura che coglie il gregge nei temporali. Quassù si pensa al futuro in mezzo alla sola cosa rivoluzionaria del momento: il ritorno in forze di Madre Natura. Uno più uno fa due? Quindi, la ribellione può essere possibile solo con l’aiuto della Terra, intesa come madre.

    Mentre riflettevo su questo – fermandomi sempre a un passo dal diventare maniacale, come quando si arriva appena sotto il limite della soglia aerobica per alzare il livello delle capacità fisiche e dei battiti del cuore – è arrivato El Niño con una confezione di birre da mezzo litro, versione budget. Di mio ci metto le tazze rotonde. Ci sediamo sotto il tiglio, due sedie impagliate di colore azzurro, come quelle all’esterno delle taverne di Paros; tra noi due un tavolino sul quale le birre stanno a metà strada, come a rubabandiera. Non abbiamo bisogno di scattare per arrivare primi ad arraffare le lattine: con senso comunitario, ne abbiamo tre ciascuno, ma entrambi vorremmo averne quattro, anche cinque.

    Abbiamo difficoltà di parola, pure se nei pensieri i discorsi sono nitidi, penso anche quelli del Niño. Subito trattiamo di calcio e lui dice che nel suo club ci starebbe uno come me, come motivatore. Gli spiego che come santone arrecherei danni e con le mie idee novecentesche sull’interpretazione emotiva del gioco non finiremmo una partita per le troppe espulsioni. Ma non si arrende e oppone proprio il fatto della grinta che manca. Chiudo dicendo che tanto non si può giocare per divieto e lui si avvilisce.

    Scatto ad arraffare la seconda birretta, scatta anche El Niño. Colmiamo le tazze, con l’accuratezza di schiumare a perfezione, quel tanto in meno del di più.

    Intanto le cavallette saltano indisturbate oltre orizzonti che a noi sono preclusi. Passa una volpe con una nonchalance che neanche.

    C’è un’aria limpida che supera tutte le giornate limpide che quassù si sono susseguite per millenni. Ci fa certo meno effetto che nelle pianure, fino a poche settimane fa soffocate dallo smog, ma comunque si coglie questo travaso di vernice trasparente, spruzzata dal vento di questi giorni con una grana così fine da lucidare ogni stelo di erba primaverile. Brillano sassi e tronchi. Anche le vecchie staccionate sembrano tagliate di fresco. Perfino la birra è più limpida e le bollicine impazzano.

    Così, le idee sfavillano ed è un peccato trasformarle in parole aggrovigliate come l’animo. Allora, per compassione reciproca, io e El Niño ci portiamo pazienza capendo più di quel udiamo. Tipo lo scalpiccìo di un cervo, o un capriolo. La bestia osa aggirarsi anche in piena luce del giorno, rinfrancata. Poi esce dal bosco ed è una capra, inselvatichita a suo piacimento. Forse anche lei ha pensieri stupendi che si guarda bene dal consolidare in belato. Volano uccelli di ogni foggia ai quali non par vero di atterrare a beccare vermetti senza essere scacciati da un qualche fragore di motosega.

    Tolgo un’ape dalla tazza prima che anneghi. Ho letto che le api sono tornate a proliferare, specialmente in montagna, e che il paradosso di produrre miele più buono in città è dovuto al fatto che la campagna, prima del contagio e degli arresti domiciliari estesi a tutto il mondo, era avvelenata dai pesticidi. Grazie agricoltori, grazie per essere stati obbligati a smetterla di versare veleni per avere lattughe giganti e fluorescenti. Le piantine dell’orto non le potete vendere? Meglio così, chissà con cosa le avete innaffiate nell’aria viziata della serra.

    Tutto questo non lo dico, non mi verrebbe.

    Scelgo di ascoltare El Niño che mi racconta dei suoi pochi lavori a riparare perdite d’acqua improvvise, emergenze che fanno ridere nella fissità del mondo umano. Un paio di ore a settimana, pensa che affare, mi fa. Meglio saltare il fosso e restare a casa. Non so, oppongo, almeno vedi qualcuno. Ma a che serve? Tanto è tutto il gabinetto da cambiare e fino a quando non finisce questa merda non si può fare niente.

    Poi penso ai rotoli di carta igienica saccheggiati nei grandi magazzini e mi scappa un sorriso: ma se il cesso è rotto e non puoi cagarci dentro, che te ne fai di tutta quella carta? Ma mangiati un chilo di limone, così ti blocchi ben bene. Penso così, ma solo perché il gabinetto di casa funziona e se non avessi carta mi spruzzerei con il getto della doccia. Ma carta ne ho, vado di corpo come sempre, non di più. Forse la quantità di carta serve perché hanno una paura fottuta e se la fanno sotto di continuo ad ogni notizia ambigua anticipata dalla precisazione che la situazione non migliorerà tanto presto. Tanto per.

    Da quassù sentiamo le sirene, a volte l’ambulanza, a volte la polizia. Gli sbirri sono assurti a potere esecutivo, con parole ammonitrici a ogni conferenza del governo, al quale sembrano ormai sostituirsi, come in Argentina ai tempi di Videla. Minacciano multe, dispensano consigli non richiesti in merito a cose che nemmeno capiscono. El Niño sta centellinando la birra, in netto anticipo su di me, che invece me ne sto dimenticando se non fosse che per la felicità dei moscerini che li spinge in quel nirvana di malto e se non li salvo io muoiono ubriachi (sarà una brutta morte?).

    Intanto che mi perdo nell’ascolto dei pensieri miei e del Niño, in un silenzio pieno solo del respiro placido della terra, si avvicina una biscia, che ovviamente non si allarma, dato che non ci vede e di vibrazioni non ce ne sono. Bella nera e lucida, passa oltre e scivola in un cespuglio di ginestra. La saluto con il gesto della vittoria e finalmente posso alzarmi per la terza birra, ma non perché ne abbia davvero bisogno, ma perché El Niño, che invece la brama, non oserebbe fare il primo passo. Mi stiracchio per ingannarlo e lui mette su una faccia delusa, ma senza tenerlo sulle spine gli dico che può prendersela e che salto un giro. Mi ringrazia con un lampo degli occhi.

    Parliamo un po’ degli italiani, che sono messi peggio e appena oltre il confine non possono nemmeno uscire di casa, che gli sbirri di laggiù appioppano multe enormi, altro che minacciarle e basta. Dai balconi di laggiù, la gente lancia invettive a chi si azzarda ad uscire per cercare qualcosa da mangiare, tutti gli uni contro gli altri. Ma non sono convinto che noi si stia messi meglio: possiamo uscire, okay, ma in strada spesso non ci si saluta nemmeno. Ieri ho provato a percorrere i trecento metri che mi separano dalla bottega del pane e in tre hanno cambiato marciapiede, alcuni hanno forse detto qualcosa sotto la mascherina, mentre una coppia ha girato la testa dall’altra parte. L’unico che mi ha fatto davvero festa è stato l’asino che ragliando sommesso si è avvicinato sghembo fino al mio boccone di pane fresco.

    Intanto, il sole è tramontato e i grilli alzano centinaia di canti ipnotici. Per fortuna le birre sono quasi finite, altrimenti ci addormenteremmo qua, cadendo dalle sedie greche tra le braccia della Terra. Pensieri ce ne sono ancora, si potrebbe anche parlare di un mondo da rifare in un certo modo, ma El Niño torna con la proposta del santone. Che sia un modo per rifare il mondo?

    Ci rifletto, e intanto due cerbiatti attraversano il prato in direzione, certamente, del ruscello. Mi pare normale che siano così perfetti nella loro muscolatura: non bevono alcol e non fumano. El Niño e io, invece, siamo viziati da abitudini da poveri in vigore da sempre, e facciamo fatica a scendere a causa della nostra struttura umana decaduta nello scorrere di decenni di benessere che hanno intaccato la nostra natura animale. Io anche perché le ginocchia sono consunte dai calci e dalle rincorse, altro che santone.

    Promettimi che ci pensi, mi fa El Niño quando già si intravedono le luci delle prime case. A cosa? Alla storia del motivatore. Sì, sì ci penso (tanto so che non si tornerà a giocare tanto presto, forse mai più).

    Attraverso le finestre illuminate stanno già preparando cene come se fossero le ultime. Non posso abbracciare El Niño per via della coscienza collettiva. Lo saluto con il classico ci vediamo (che non è cosa da poco) e prima di entrare in casa mi soffermo sotto la tettoia.

    Penso ancora. Stiamo perdendo tutto e abbiamo un bel daffare a tenere viva una parvenza di amicizia, senza poterci toccare, senza pacche sulle spalle, senza baci e abbracci. Penso che dobbiamo smetterla di guardarci l’un altro per vedere come e dove siamo, è una forma di pietà che fa male, quando non è morbosità. Mi accendo una sigaretta e osservo una falena che si attacca alla lampadina, senza scottarsi, che nemmeno le lampadine scaldano più, tanto siamo andati avanti. Il silenzio sembra irreale, così pervasivo da sentire lo zampettìo della faina. Ma ad essere irreale è invece tutto il frastuono che l’uomo ha innalzato nei secoli, per far vedere chi comanda.

    Apro la porta e dal televisore, con voce didattica, sento l’ennesimo procrastinare dell’emergenza. Quale tra le tante? Vorrei chiederlo alle bestie.

    gene

    Postilla
    La carestia, la peste e la guerra sono i tre ingredienti più famosi di questo mondo.
    Voltaire

  • Primulavite

    A maridèe primul e acquaviti
    as penseres a l’aria e al feuch
    A po’ bè an vess, epuur no

    I primul ag guà catai da necc
    par mighi scorentai
    e at paar da vess dapartì

    Insgiunegiass e catai
    metei in d’om panet
    portai ca, metig su zucru

    (e fai posèe)

    L’acquaviti l’é ilé c’la specie
    la cuarcia i primul
    ‘me na benedizion

    (ciaira)

    A sai sara su inseme
    e al scuur par quindis dì
    e lou is fa i vizi

    A sai filtri e a sai met
    in botegliet ch’i paar
    ventri gravei

    A sa specie quai miis
    lou amò al scuur e ti quet
    ogni tan te scolto la cardense

    Peu, om dì, as veer
    e as capiss che da maridass
    i gh’ere propi goro

    gene

    Postilla
    Primula fiore ribelle e in anticipo
    g.

  • Letterina per il Pit

    Questa lettera rimarrà nel cassetto fino al momento buono, quando alcuni fatti saranno dimenticati e alcuni di noi sgomenti. Parla del Pit, in particolare.

    Già, il Pit, che arriva al baretto che sono ancora un bambino con la mamma e lui un giovanotto;

    il Pit che sgasa con le macchine del suo fratello Cech;

    il Pit raccontato dal Gabi, di quando ha vanificato un gol trovandosi sulla traiettoria di una sua staffilata;

    il Pit che entra in campo in caso di gol più bello della storia, cioè spesso e specialmente al gol del Cis a Cadepezzo;

    il Pit che pulisce gli spogliatoi;

    il Pit che quando noi siamo già in Ponton a bere birre, lui ancora sistema cose nel buio della notte popolata di moscerini;

    il Pit con una Simca blu, mi pare;

    il Pit che ci consegna le casacche immacolate;

    il Pit che piange per noi Campioni, attorno al ’77;

    il Pit che ci stramena di qua e di là, in quell’anno incredibile;

    il Pit che stiamo ammassati nella sua auto;

    il Pit che schiaccia il chiodo, abituato ai bolidi del garage;

    il Pit che varca la doppia linea tra le nostre grida di giubilo, in quel giorno di eternità;

    il Pit che in bicicletta no;

    il Pit che mi saluta dopo anni come se mi avesse visto un’ora prima;

    il Pit che se ne fotte della quantità di benzina;

    il Pit che quando torno giù al Ponte dopo tredici anni mi accoglie con un sorriso di felicità;

    il Pit che quelle maglie granata e infeltrite le piega e le cura prima di darcele;

    il Pit con damigiane di tè freddo;

    il Pit con damigiane di tè caldo;

    il Pit con semplicità fondamentali mentre tutti sono nervosi;

    il Pit che ne vede passare a centinaia e lui invece è sempre lì;

    il Pit fedele alla linea;

    il Pit con la bandierina, sempre piuttosto azzeccato;

    il Pit sportivo per indole;

    il Pit che mai lo senti dire qualcosa di brutto agli avversari;

    il Pit che quando c’è il Torneo guadagna fulgore;

    il Pit con borracce limoni creme bende zucchero carmol fortalis ghiaccio;

    il Pit che mi guarda con la calma di un dottore mentre mi stendono con la caviglia spezzata;

    il Pit che mi dice “Ti sta chilé”, nel posto più comodo in panchina;

    il Pit che mi dice “To l’vou sto fotbal che l’é lingeer?”;

    il Pit che i scarp e i fotbai io da vess net;

    il Pit che gli voglio bene e non glielo dico mai;

    il Pit che glielo dico adesso: At vei ben;

    il Pit che sorride e mi dà un bicchiere di isostar.

    Il Pit che mi manca e mi sento diminuito.

    gene

    Postilla
    “S’im tegn mighi da cont a veghi in dal Giubiasch”
    Pit, 1979 (proposito che non ha mantenuto, ovviamente)

  • Get Up, Stand Up

    st’aurì che quet l’o mighi stèe
    coi sgen sarei dadenn in cà
    o soi pogiei a cantèe e cridèe
    o in strada ch’il sa mighi ao chi va

    as po’ mighi videi i pouri moort
    mighi segnai e mighi tocai
    as dasmentighi i vìiu foro di poort
    a sfiuriss matoi e matai

    l’è Pasqua e an s’l’è mighi vere
    l’è ‘l dì da feste par riness
    el Signoor u sta su da tere
    par scapèe ao c’lo vess

    l’è oro da stèe su da tere an nui
    a majèe el sou da chesto aurì
    c’u voress lusii gnomà par lui
    rabosei da stèe in sgiunecc iscì

    ravoltemes stemm in pei
    Stand Up for your right

    gene

    Postilla
    Chi ha paura di sognare è destinato a morire
    Bob Marley

    Traduzione
    quest’aprile che tranquillo non sa stare
    con gente chiusa dentro in casa
    o sui poggioli a cantare e gridare
    o in strada che non sanno dove andare

    non si possono vedere i poveri morti
    non segnarli e non toccarli
    si dimenticano i vivi fuori dalle porte
    sfioriscono ragazzi e ragazze

    è Pasqua e anche se non è vero
    è il giorno di festa per rinascere
    il Signore si alza da terra
    per scappare dove vuol essere

    è ora di alzarci anche noi
    a mangiare il sole di questo aprile
    che vorrebbe luccicare solo per lui
    nauseati di stare in ginocchio così

    ribelliamoci alziamoci
    alziamoci per i nostri diritti

  • Da Maratona per niente

    La maratona era la gara più attesa dei primi Giochi olimpici e intendeva essere la rievocazione sportiva di un evento epico: la corsa di Fidippide (o Filippide, secondo le fonti) dalla città di Maratona all’Acropoli di Atene per annunciare la vittoria sui persiani nel 490 a.C.

    Che incombenza… Era meglio continuare a prenderle e a darle con quei persiani puzzolenti, piuttosto che dover fare questa corsa vestito di ferraglia da capo a piedi. Neanche il mio nome indovinano, che è Fidippide, ma non so se per vergogna o cosa, mi chiamano Filippide, forse perché sono fascinoso e le donne me la danno.
    O meglio, me la davano.
    Da quando è in ballo questa guerra, di donne non ne accarezzo mai e per di più mi tocca anche scansare le circuizioni della soldataglia che in mancanza di filippa punta al retrobottega, come se fosse una moda.
    Il comandante Milziade mi ha dato l’ordine, ma lui non ha mal di milza come l’ho io adesso. Mi sa che ho bevuto troppa acqua, pensandomi cammello. Appena finito di prendersi a botte con i persiani, mi ha convocato nella sua tenda e mi ha detto, in greco antico: – Va ad Atene e digh a tucc c’am veisgiù!
    Vinto cosa, non so.
    Sono magro come un giunco, ho fame, ho sonno e di giacigli con femmina incorporata non ce ne sono. Ho bevuto prima di partire, acquaccia intrisa di laudano, che oltre alla milza mi infiamma anche i pensieri. Rivedo corpi smembrati e bocche urlanti, polvere e rumore di ferro cozzato. Nelle narici ho l’odore della morte, negli occhi la distesa di corpi sotto il sole sferzante, che non si capisce più se siano dei nostri o dei loro. Che poi siamo tutti uguali e ci mandano al massacro stando seduti a mangiare uva e vino resinoso, al fresco dei palazzi, con una corte di flaccidi parassiti che non hanno erezioni neanche se glielo menassero per giorni.
    Corri cretino, poi si vedrà.
    Non so da quante ore corro, ma sempre più gente mi saluta e mi incita. Tra loro, nelle nebbie della fatica, scorgo ragazze innamorate di me: quando tornerò indietro da questa incombenza del cazzo vi amerò tutte, tutte insieme, poi una alla volta, poi a coppie, a quadriglie, a centurie. Sento il cuore che si gonfia, di gioia e di fatica.
    Alla fine di questa pianura incosciente scorgo i palazzi. Raddoppio lo sforzo, con le fauci come braci, i muscoli che gridano.
    Dentro le mura, e poi salendo le scalinate, fino all’Acropoli, dove il consiglio dei saggi se ne sta in vacanza calcinato anch’esso, riesco a pensare che di certo mi daranno una ricompensa, magari tornare a casa.
    Cado in ginocchio col fiato che scivola a terra senza rumore, ma non vorrei maledizione, davanti al consiglio intento al retsina, vinaccio che piace proprio solo ai ricchi e alle loro concubine sceme.
    – Am veisgiù… – esalo.
    Non battono ciglio, nella pesantezza della digestione.
    Esco e quel pletro scarso è più lungo delle otto parasanghe persiane fatte di corsa. Nello splendore del sole greco, sotto il colonnato, un ultimo afrore di donna, inafferrabile, mentre mi appoggio con la schiena al marmo bianco e immortale, lui sì.

    gene

    Postilla
    L’importante è partecipare? No.
    g.