-
Mascherine e pollastri
Mentre ripone i cucchiai nel cassetto pensa che la rivoluzione è necessaria. Dentro casa si sta bene, la stufa accesa e quel senso di pacatezza che distoglie da molto, se non da tutto. Fuori, anche se non li vede, transitano concittadini con la mascherina. Vanno a votare, poveracci, come se dipendesse dal loro gesto la possibilità di campare. Lui non vota più, non ci crede. Preferisce immaginare che un giorno, tanto per cominciare, nessuno compri più acqua naturale in bottiglia. Aveva pensato che tutti comprendessero l’ideale anarchico, ma visto che nessuno capiva, aveva intimato ai commensali occasionali di bere acqua del rubinetto, che è buona e costa poco. Poi aveva rinunciato anche a quello e si era dato alle elucubrazioni, come a costruirsi un perché. Infine si era ritirato, dichiarandosi libertario in un mondo di servi.
E oggi ripone cucchiai in buon ordine, perché l’anarchia è ordine assoluto. Tende a non lavorare più e quasi quasi potrebbe anche non mangiare e dormire mezzora al giorno, o forse meno, tanto per evitare sogni che lo scuoterebbero da chissà quale anfratto della coscienza. Non si lava per giorni e ha la fortuna di non emanare afrori che di solito connotano a dipendenza di cosa uno mangia. Inoltre, visto che cerca di fare il meno possibile, non suda e non si sporca. Ha notato che il gatto randagio si adegua meglio se lui non si butta addosso saponi e deodoranti, e questo va bene.
Finiti i cucchiai, passa alle forchette, con lo stesso metodo. Fuori, le mascherine fanno avanti e indietro come a sospingere il mondo. Dicono sia in atto una pandemia dovuta ai polli, o ai piccioni, o comunque a qualcosa che vola. Viene dalla Cina, la grande Cina comunista che percorre la via della seta per vendere e comprare, e intanto schiaccia tibetani e mongoli, per non annoiarsi.
Gli viene in mente suo nonno in Spagna, che malediceva i comunisti traditori degli anarchici in nome della suprema idea sovietica di quel maiale di Stalin. Ma almeno lì se le davano a più non posso, mentre adesso girano con le mascherine per via dei polli e ti guardano male se tiri una paglia, poveretti che si intasano con lo spruzzo sintetico a mascherare i nostri umori.
Forse gli piacerebbe avere in giro un paio di bambini mentre sistema i coltelli, a completare la perfezione del cassetto. Ma poi pensa che ci sarebbero anche le mamme ad affannarsi per un ipotetico, e sottolinea ipotetico, ginocchio scorticato e allora preferisce il gatto randagio che non chiede niente.
Non ha soldi da metter via per il kalashnikov e ha ripiegato da un po’ sulla molotov con lo spirito della fondue, ma si rende conto che quelli della mascherina, cioè tutti, non comprenderebbero e allora pensa che non ne vale la pena.
Cucina un pollo alla cacciatora e si dice che se si deve crepare, lo si faccia almeno con la bocca piena, la mano votante inerte e la coscienza accesa.
E che se non muore, gliela farà vedere lui, porco zio.
gene
Postilla
Una rivolta è in fondo il linguaggio di chi non viene ascoltato.
Martin Luther King -
El Brusu e altre storie
Estratto del romanzo Merluz Vogn, autore Giorgio Genetelli, Gabriele Capelli Editore. In più la poesia Infiniit e altre cosette a Dialett in sacocia, 29 dicembre 2019, con Isabella Visetti e Nico Ferretti
Ades te dis noto, ma a videi cui caniciusc ch’is la pasa in difesa pitost che librèe am vegn su ’l fum. Nui sì c’a punigavom mighi: bogio daleisc l’è pisei cheisc. Bon… Sta pur ilé con cui barbiis da blagon c’ul sa sempre tut, ma varda che s’ag serom mighi nui dadré a podevom videle in dinsegn al Campo Marzio. Tra ti e el Luciano a fèe i da più… Par furtunu a gh’ere el Pruvini a dèe ’na man in difesa, pisei visch da valtri ganasa. Fa com te vou, raspondom mighi, a scometi che te dré a pensèe ch’el ganasa a sem mi. Te gà rason, ti te ilé bel quet, e mi al so mighi que fèe c’a sem chilé gnomà nui dui e sto pouro merluz. Te doveve propi dasmetle con la viti? Votantacin agn, bon, ma at dasdegnava tan a nèe innanz amò om pezet? Te gh’ere tucc cui pom e pesei da podèe e tut chel maneisgèe par quatro pian gragn ’me ’m ghel: mi sì c’a mò dasfò co’ la vigni, altro che pom e pesei da raghignèe i dì da feste. E peu, at l’o mai dic parché t’e permalous: chele porto da Pian Caman te l’ha francada da frizi, tan a sem mi el tarluch e a podeve iscì specièe. Oh sicur, ades a pos specièe fin can c’a scampi, s’a staghi chilé a fèe con so da ti intan che te sparis dal gó in chele casa da merde. Aloro tel sa chel ca faghi? A vaghi a cà e in trii dì, giustu el tem da saludèe, a crapi an mi e peu a vegni a catat. Ganasa.
gene
-
Nasce un ribelle

Un presepe ateo, senza appartenenza Le montagne le vedevamo là in fondo, ma le doglie sono arrivate in questa pianura e mio figlio è venuto al mondo qui. Ero sola, mio marito era andato a cercare qualcosa per mangiare. Quando è tornato, ha smontato la cadola e ne ha fatto una culla. Il bue e l’asino hanno scaldato il piccolo. Il giorno dopo siamo ripartiti e ora che vi scrivo siamo ancora alla ricerca di una terra dove vivere. Il figlio, così piccolo e gracile, è sempre più ribelle e temo che un giorno si metterà nei guai.
gene
Postilla
Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: “Noi vediamo”, il vostro peccato rimane.
Gesù -
Il becaària – Trailer
Estratto de Il becaària, romanzo del 2010 che uscirà in ristampa nell’aprile del 2020. Un decennale che non ha cambiato Mario, il protagonista che si districa nelle nefandezze del mondo raccontando balle e scansando ogni responsabilità.

(…) – È difficile non essere un bambino e non essere adulto, non avere certezze, provare timore per i propri sentimenti, sentire la paura di essere feriti – disse la mamma con rassegnata comprensione. – Però devi dire al papà che vuoi bene anche a lui, fallo per me.
– Ci proverò – promise Mario.
Quel “ci proverò” era un rimandare: a mai, possibilmente. Di certo, non ci provò quel giorno. Mentre vedeva l’auto azzurra svoltare dietro la curva di Fontana si rese conto che l’occasione era sfumata. Anzi, capì solo in quel momento che era un’occasione.
Si sentiva davvero solo, anche se Remo si era ripresentato fischiettando il motivo di Orzowei. Ci riusciva alla grande, ma non gli risollevò il morale.
A mancargli di più era Giulia.
Con i suoi due vecchi era una fatica insopportabile anche solo l’idea di un trasporto emotivo che non implicasse una rivalsa materiale, e quindi non se ne faceva nulla in partenza. Ma con la sorellina, una tiratina di capelli per farle mettere il muso e subito dopo darle un bacio, mentre ancora lei recalcitrava, era un contatto quasi animale. Senza la mediazione di qualche dannato pensiero razionale, tutto era più facile. Al massimo, Giulia avrebbe protestato per la sua riluttanza a farle fare la campana.
Anche quella giornata si era stortata.
La sera nemmeno uscì; niente fotbalino, niente Anna. Si sentì quasi in dovere di chiudersi in stanza e affrontare Fontamara, che se ne stava ancora in valigia come se gliel’avessero rifilato per sbaglio.
Dopo venti pagine si consolò. Quelli del romanzo erano decisamente messi peggio. (…)gene
Postilla
Suru mighi! Suru mighi!
M.Z. -
Gli irlandesi

Il Cicino non ha una maglietta verde, Lord Guinness sì, l’Emme ne ha addirittura due. Quella con la pubblicità della Carlsberg la presta al Cicino che la indossa con il piacere che non ha provato quando lo stesso Emme alcuni anni addietro gli aveva rifilato quella gialla di portiere di riserva in occasione del debutto in squadra alla bella età di undici anni, per questioni di sovrannumero e pensando di fargli un piacere. In quella tremenda occasione tanto attesa, il Cicino incassò anche lo sbeffeggio del fratello Fintus: Ah ah ah! Portiere di riserva!
Andò in cesso a vomitare e poi scappò a casa.
Ma adesso, con la maglia della verde Irlanda addosso, si sente molto meglio e si allinea a passo deciso verso il debutto della squadra gaelica contro l’Italia ai Mondiali. Vanno i tre verso il Bar Tennis, che sta dove una volta c’erano rovi e serpenti e ora alcuni dilettanti in bianco si scambiano palline pretendendo il silenzio di Wimbledon.
Fidatevi, sono belli con quel verde che è ancora primavera ma allude all’estate in arrivo tra qualche giorno.
Nel bar ci sono solo due signore, forse mogli dei due che sotto il solleone del campo da tennis sudano senza altra gloria che la loro. Lo stadio dei Giants alla tele, invece, è un ribollire atavico di irlandesi e italiani espatriati, che ancora si attaccano all’identità come lumache all’insalata e normalmente si pestano per le strade. L’Emme, Lord Guinness e il Cicino sono pregni di una spettacolare neutralità che consente di schierarsi per l’Irlanda senza scrupoli o patimenti.
“Il tifo-contro ha due grandi vantaggi: la stessa gioia del tifo-per in caso di vittoria e l’alzata di spalle in caso di sconfitta” spiega Lord Guinness con una Eichof dunkelperle nella sinistra.
L’Emme approva, il Cicino non capisce bene ma è d’accordo. Il gerente li guarda di buon occhio, pregustando franchetti.
La partita comincia e i tre si tendono come se ne andasse della loro stessa patria. Le due signore sorseggiano il prosecchino con le olive a fare da pendant.
Non dura molto la pace, solo undici minuti, fino a quando il numero otto in maglia verde, Ray Houghton, porta avanti la palla sui venticinque metri dalla porta di Gianluca Pagliuca, il quale sembra ancora immerso nella beatitudine dei connazionali in rivalsa sugli spalti e perde tempo ad aggiustarsi il ciuffo anni Novanta. Intanto, però, il numero otto in maglia verde ha già caricato il sinistro e i tre del Bar Tennis intuiscono che. Che la palla viaggia e viaggia arcuata e poi si infilerà sopra il John Travolta avanzato a fare il bello nella febbre del sabato. Proprio così.
Non vedono la piroletta di Houghton.
I tre saltano in piedi sui tavolini, rovesciando prosecchi e birre. Le due signore invecchiano di colpo.
L’ordine torna dopo una trentina di secondi e una delle due nobili dice che è una vergogna, che se segna l’Italia balzeranno anche loro sui tavoli, che qua e che là.
Ma la favoritissima Italia non segnerà mai e se ne andranno indignate.
Durante il match, fra imprecazioni e incitamenti, ci sono almeno due tentativi da parte dei dilettanti tennisti di abbassare il volume della tele, senza nemmeno chiedere il permesso. Si sfiora la lite, ma il rumore rimane tale e quale, mentre le birre scure si assommano. C’è un altro sommovimento tellurico quando Sheridan colpisce l’asta. Si domina il mondo, dice Lord Guinness.
In quella Irlanda, a fronteggiare le alchimie da riviera romagnola del Sacchi (al gol degli avversari sgrana gli occhi e si fa cadere la bocca fino al mento, come se non fosse possibile), ci sono fantasisti fuori categoria: il difensore Mac Grath che si allena solo sulla cyclette a causa dei muscoli e della vita notturna; il portiere Bonner vestito da Uomo Ragno; il centrocampista Keane che randella ogni cosa che si muove e nessuno osa avvicinarglisi, nemmeno i compagni; il terzino Staunton che a un certo punto avanza tenendosi un asciugamano sulla testa. E soprattutto l’inglese Jackie Charlton, detto “Giraffa” a fare il coach e che quando la palla entra nella porta italiana deve tenersi il cappellino per non farlo soffiar via dallo spostamento d’aria generato dagli irlandesi del Giants Stadium. E anche da quello dei nostri tre al bar Tennis.
L’Emme lascia la maglia verde al Cicino fino alla fine del Mondiale, che è praticamente vinto in partenza, e gli promette che alla prima di campionato lo metterà dentro dal primo minuto, ed è un azzardo non da poco. Farà capitano Lord Guinness, fino alla fine del mondo.
Si naturalizzano irlandesi, pagano un conto spropositato, ma sono soldi spesi bene. Delle due signore non si vedranno più nemmeno le bollicine.
Per strada incontrano il Senesio: ha una camicia verde scuro chiazzata del sudore da sfalcio. Sono segni che allietano. Li invita dentro all’Eiron e tutti quanti si sbevazzano grappa fino a quando il Cicino, che è minorenne, crolla e, su consiglio del Senesio che ne ha viste, lo riportano dalla sua mamma su una scala, come un pouro cristo. Lo scaricano sul pianerottolo e fuggono senza farsi vedere, come un Phelan sulla fascia.gene
Postilla
Se te mighi bon da beu sta a cà, rotam
Moris -
Un barberino

26.
Cosa fate ancora qua! Che mi incrinate lo stile e il raccontare diventa un puerile sterminio di aneddoti senza nesso. E invece hanno dignità solo se viste nell’insieme, queste storie che sono poi di tutti e allora mi domando perché non le raccontate un po’ voi. Forse vi piace prendermi per i fondelli, o forse è l’insieme che vi sfugge. Bene, ve lo dico io cosa è l’insieme: è questo posto dove siamo nati e cresciuti, dove hanno vissuto altri prima di noi, per costruire una comunità della quale fanno parte non solo gli esseri viventi, ma anche i sassi e l’acqua, il vento e gli escrementi, i prati che si dipanano dalle ultime case verso il fiume e che qualche deficiente ha sfigurato tagliandoli non con la falce ma con l’autostrada, per la quale avete beccato dei soldi e vi pare una gran cosa. Ma i soldi finiscono, l’autostrada no, sarà lì in eterno, intanto che voi dimenticherete cosa c’era e non ci sarà più. I vostri figli forse chiederanno, ma voi non saprete e così se ne andranno e voi giù a piangere e a lamentarvi.
– Oh, ma stasera ti butta di traverso eh!
Sì, mi butta di traverso. Vanificate ogni sforzo dialettico con la richiesta di fatti fatti fatti. Ogni cosa è un fatto, tutto è prosaico, come un estratto conto o una statistica sullo spostamento delle morene. Ma ogni fatto ha dietro un pensiero, ha dentro uno sviluppo e davanti una conseguenza, una catastrofe o una redenzione. Passare le sere qui solo per sentire accadimenti senza indagarne le pulsioni è una cosa da poveretti, da vittime di questo mondo ma con la spocchia dei calli sulle mani come stimmate del fare e disfare.
– Che voglia di spaccarti la faccia. Sapientone, io mi faccio il culo tutto il giorno, non come te che guardi fuori dalla finestra e hai il tupé di dire che stai lavorando. Non fai un cazzo, non hai nemmeno i soldi per pagare un giro, per cambiarti d’abito, per andare fuori a cena. Voglia di farne a mazzi, già.
A questo punto, non racconto più niente. Ne avevo una bella…
– Sé! Fai il permaloso. Sì, vai allora, Vai!
E mi incammino nel vento di gennaio, bramando cicuta. Bah! Torniamo indietro, col freddo che fa un barberino ci sta da sciori.
…gene
Postilla
Il vino mi spinge, il vino folle, che fa cantare anche l’uomo più saggio e lo fa ridere mollemente e lo costringe a danzare, e tira fuori parola, che sta meglio non detta
Omero -
Na mam

In d’om zapel
in fonn a ‘na semede
‘na caura la bregere
Om verset, dui salti,
om ieret nazz coi garlan
l’è scià
Om truus in do pec,
la caura l’’al tofo,
l’è el sé
Franco Genetelli
Postilla
Una poesia di mio padre, che conoscono tutti tranne me
g. -
Meriggi
…
Guardando la parete, la nona mi disse che oggi era festa grande e che ci sarebbero state messa e processione della Madono dala Zenturu.
– Ioo! T’es da videi com ié bei i confratelli vistiit dala feste, cara.
Pensai che si stesse confondendo e andai fuori a chiedere al nono.
– Ogni tanto si incanta davanti a quel quadro e le vengono queste idee.
Il quadro era una specie di illusione ottica che se lo guardavi da destra raffigurava la Madonna, da sinistra Gesù. Per questo la nona sembrava guardare la parete, disorientata.
Non mi sembravano molto allegri i due, la madre e il figlio, intendo. Con i loro occhioni languidi sembravano sempre lì lì per chiedere qualcosa, muti come pesci, senza severità ma con una pedante remissione che mi faceva andare di traverso la colazione, se non davo loro la schiena. E poi, il figlio con questo cuore trafitto in mano e lei con le mani giunte. Mi chiedevo: ma come faranno a far qualcosa in quella posizione? Anche quando mi mandavano ancora a messa trovavo strano che nessuno dei personaggi del Don Lanzetti facesse davvero qualcosa. I fumetti che ci passavamo col Nandel erano zeppi di gente indaffarata e divertente, anche quelli delle biotte: quelli del libro del prete sempre seri e fannulloni.
Mai un sorriso.
Per esempio: mentre Tex inseguiva messicani mettendo a posto un sacco di cose strada facendo, gli apostoli aspettavano e basta, senza fare niente se non mangiare qualche pesce moltiplicato dal nulla. Perfino Paperino si industriava a pescare di suo, o cose così; i santi invece tutti lì a dipendere da qualcuno, anche a costo di crepare di fame. Eppure, nelle case c’erano i quadretti del tale e del talaltro, con tanto di ramoscelli d’ulivo e catenine. Quadri di Zagor o Gufo Triste mai.
Le avventure dei libri del prete le avevamo sentite mille volte, sempre le stesse storie noiose. Topolino ne aveva di nuove ogni settimana, anche se a noi toccava saltarne diverse dato che con le mamme andavamo in città solo ogni tanto (scambiandoceli, ci aggiornavano abbastanza bene).
Il Nandel non aveva mai organizzato imprese sul Mar Morto o nell’Orto degli Ulivi, ma a El Paso o nella Sierra Madre. Siamo stati più volte circondati dagli infidi Hualpai, cavandocela sempre con qualche ferita di striscio. Scontri coi Farisei neanche uno. Una messa con processione per festeggiare la sconfitta della Mano Rossa non sarebbe stata più opportuna?
Lo dissi al Nandel quella stessa mattina che secondo la nona era festa grande e, raccogliendo il Dani e il Uoter nel pomeriggio infuocato, rotolammo sassi nel torrente per sotterrare i Mescaleros. Il tutto finì con un discorsone a torso nudo del Nandel, in piedi su un masso e col cappellino della Campari a cui aveva aggraffato due piume rossicce. Parlò alle tribù delle Terre calde (il Uoter che abitava giù in piazza) e delle Terre alte (il Dani che stava al Rii All), finalmente riunite dopo i disastri della discordia. Io ero il suo pard.
– Pace e prosperità per i nostri popoli. Voi figlioli starete qui a proteggere le donne e i bambini. Noi andiamo a Frisco a svolgere una missione per i ranger.
Che rimandammo all’indomani perché non avevamo ancora le idee in chiaro su come svilupparla ed eravamo anche un po’ stufi.
A cena i due dell’illusione ottica sembravano guardarmi con riprovazione.
“Niente avventure con voi”, pensai con la fermezza del malumore che mi stava venendo su.
…gene
Postilla

-
Siamo nella melma

Il giramento delle tre (…) Oh quelle feste nate con un pretesto qualunque, anche il più futile, per convogliare gente e incassare alla grande dentro capannoni impregnati di birra rancida… La Festa delle Fragole, per dire dell’ingannevole titolo per una cosa che poi consiste in qualche torta col frutto sopracitato e che finisce in poltiglia tra fiumi di bevande rovesciate. La musica concede qualche ripassata di Santana alla cazzo che si perde in Romagne mie e Scarpette. Scarpette? Stivali ci vorrebbero, quando piove e la melma, scavata dalle auto alla caccia di un posteggio in prati convertiti, inzacchera anche l’anima. Il fango viene trasportato a quintali sulla pedana e non si sta in piedi neanche coi lenti da 1,8 per mille. Ci si imbratta anche al bar, pestandosi i gomiti per un posto che non è neanche a livello e i bicchieri di plastica cadono alla velocità del suono. Ormai i ragazzi crescono e barcollano nel rito iniziatico di non vomitare troppo presto.
– Ma stai a casa se non ti piace no?
Dovete farmi introdurre l’ambientazione, sennò non si capisce perché il Blaise è finito nella camionetta della pola. Dunque, in quel bailamme di corpi fuori controllo, parte una delle solite risse scatenate da un “cos’hai da guardare?” o per un casuale ruzzolone sulle note di Bandiera gialla. Il Blaise, che non raggiunge ancora adesso i sessanta chili, ha attaccato briga con uno che ne pesava di più ed è finito al volo di fuori, in mezzo alla palta. I pola stavano per entrare e l’hanno agguantato al volo e sbattuto nella camionetta.
È lì che lo intravede l’Emme. (…)
potrebbe continuaregene
Postilla
No!
La Titanus presenta -
Fotbal #92

– Domani ci troviamo alle dieci in Campirasc, che poi andiamo a pranzo tutti insieme. –
È la prima di campionato da che l’Emme si è rimesso a fare il coach dei boys, dopo quattro anni di abbandono e c’era il rischio che la squadra si ritirasse dal campionato dopo i disastri del Ghiggia, allenatore il cui motto era “Se nessuno sbaglia si finisce zero a zero”. Solo che si sbagliavano in tanti e piovevano gol, generalmente nella porta del duo Berlinga – Vito, i portieri che si alternavano a guardia del risultato fin da quando avevano dieci anni e guai a cambiare turno.
Abitudine che l’Emme aveva intenzione di continuare, solo che bisognava decidere chi giocasse la prima e per una volta, per dargli fiducia, aveva comunicato già al mercoledì che sarebbe toccata al Berlinga. Ma conoscendo i vezzi dei virgulti di tutto il mondo quando arriva il venerdì, l’Emme ha fatto una capatina al Peter Bar per vedere come andavano i suoi, dediti in mandria al fascino dell’heavy metal e derivati.
Giganteschi nei loro sedici anni, si erano dati alla pazza gioia della birra. Quando il coach è entrato nel locale, e si è appoggiato al bancone tra gli sguardi sfuggenti dei metallari in erba, lo ha raggiunto il Berlinga urtando nel tragitto un paio di sgabelli.
– Uela Capo – fa, baldanzoso, il portiere ormai titolare.
– Stai bene? – gli chiede l’Emme.
– Da dio. Una minerale – dice alla cameriera, come se fosse la sua bibita tradizionale.
Il Berlinga in bilico sullo sgabello rovescia immediatamente la bibita, mantenendo comunque un certo aplomb, sta a piombo, cioè.
L’Emme ha visto abbastanza e subito elabora il piano per domani. Poi va a casa, senza una parola.
Oggi è sabato e alla spicciolata arrivano comunque tutti. La mattinata di marzo annuncia la primavera, le facce meno.
– Cosa facciamo prima di pranzo? – chiede il Cicino, che è così curioso da chiedere alla sua stessa mamma come si chiama, tanto per sparare domande alla cazzo.
Dato che è così bello, spiega il coach, andiamo in montagna e poi scendiamo dritti al Crot per la teoria e il pranzo.
Non ascolta le lamentele e rintuzza ogni obiezione su calzature non adatte e sentiero pieno di foglie marce che si slitta. Rampano su, dietro all’Emme che si è tenuto bello fresco proprio per accasciarli. In fondo alla fila, fanno a turno a spingere il Berlinga, che tra cinque ore difenderà la porta e l’onore della squadra rinata.
In Pian dala Roso è una distesa ansimante di puberali col cerchio alla testa, alcuni ancora col chiodo. Poi discendono quatti quatti, come dietro a un feretro. Le maledizioni, proferite a bassa voce, si frangono contro la corazza dentro cui l’Emme ha rinchiuso l’empatia.
Al Crot li sistema come vacche nella stalla, il Berlinga in fondo di fianco al Lisse, e poi prende la parola.
– Oggi è il primo grande giorno, quello della rinascita. Abbiamo un nome e una maglia da onorare. Vi do la formazione, così incamerate i concetti sapendo dove dovrete giocare.
– Scusa coach, il Berlinga non sta bene – interrompe il Lisse.
– Portalo fuori.
E vanno, il Lisse che sostiene il Berlinga come una vedova inconsolabile. L’Emme riprende la teoria, ma con la coda dell’occhio segue dalla finestra le manovre dei due fino a quando si vede il Berlinga chino sotto un acero, le mani sulle ginocchia, e il Lisse che si guarda in giro circospetto e lo tiene per il collo della giacca.
Il Berlinga vomita. Tutti si affacciano e ridono, felici di non essere al suo posto per un pelo.
Poi mangiano, vanno al campo, si cambiano, si schierano, cominciano a giocare e perdono.
L’Emme è un po’ deluso, ma in fondo anche contento, così magari imparano. È contento anche il Berlinga, perché al suo posto ha giocato il Vito e ne ha presi tre. Toh.
Solo che lo capirà anni dopo di aver sbagliato tutto lui, l’Emme, con quel compromesso perverso tra disciplina e libertarietà che gli sembrava necessario al sentire comune e alla sua responsabilità. Si è tradito da solo. Tanto valeva fulminarsi subito col Berlinga al Peter Bar e fanculo le regole.gene
Postilla
Fa niente se fai il portiere di riserva?

