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  • Fatti e non parole

    Dove col Penagia si discute di elezioni e si prendono posizioni sullo slogan di un candidato, procedendo poi a un esempio pratico alquanto illuminante.

    elezioni

    Che poi, secondo me è uno che confonde il chiodo col martello, pensai.
    La città era stata tappezzata con i cartelloni elettorali: uno stemma del partito confinato in un angolino, un mezzobusto imperioso, a braccia conserte o con una mano a sorreggere il mento, che ti scruta mentre fumi in auto o cammini con la spesa, uno slogan cubitale e preciso che sembra la voce di un ventriloquo. Tutti così, uomini e donne sorridenti, senza traccia di ombrosità o dubbio. Un tale di un partito che non ricordo, fisso e muto, imponeva dal profondo del suo ventre: Lavoro Azione Serietà. Un altro: Avanti Con Voi. Una rossa nel fiore degli anni: Più Lavoro Più Giustizia. Un calvo che pareva appena uscito dalla sauna: Sicurezza Controllo Prossimità. E avanti con questo tono, di strada in strada, di quartiere in quartiere.
    – A me piace quello che dice: Fatti Non Parole – mi fece il Penagia al secondo bicchiere, dal nulla dei discorsi sulla pioggia.
    Il tizio in questione aveva i capelli tinti e una cravatta troppo corta, forse per farla stare nella foto.
    – A me no – risposi.
    – E invece è giusto, c’è troppa gente che chiacchiera senza fare niente.
    – Ma dai… Guardalo, è lui il primo. Non è ancora stato eletto e non ha ancora fatto nulla, però ha coniato il suo slogan, che sono già parole.
    – Che ragionare… Lo dice adesso che farà fatti, non che fatti farà.
    – E ti pare una bella cosa? Vai a votare uno che farà fatti ma tu non sai quali?
    – Basta che li faccia senza perdere tempo a incantarci di parole.
    – Ascolta. Le parole sono l’espressione del pensiero. Prima di fare un lavoro, pensi a come farlo no? Magari non lo spieghi a parole, ma l’hai comunque pensato. Non puoi fare un lavoro senza averlo immaginato e progettato. Se poi lo devi far fare a un altro, perché non puoi certo fare tutto tu, glielo spieghi. E glielo spieghi come? A parole, con la scrittura, con i disegni, così che quello capisca e che sia d’accordo, di modo che il lavoro venga fatto bene. Se in più sei un politico e devi rappresentare i cittadini, oltre che a lavorare assieme ai colleghi per allestire, che so, un finanziamento alla scuola, è sicuro che devi parlare e ascoltare prima di mettere mano al portafoglio dei soldi pubblici, che sono anche tuoi, tra l’altro. Mi segui?
    – Si può anche pensare, non dire una parola, e poi fare.
    – Ma se ci sono altre persone di mezzo e tu non spieghi, come fanno loro a decidere se sono d’accordo o anche solo a capire cosa vuoi fare? Ci sono fatti buoni e fatti cattivi. Bisognerebbe sapere prima le intenzioni per incoraggiare o impedire il fatto. Se facessero una legge che proibisce di fare sesso, senza chiedere o illustrare nulla ai cittadini, saresti contento? Prendi la guerra: è proprio un fatto cattivo e le parole di pace o di tregua arrivano solo dopo, quando un sacco di gente non può più ascoltare perché è morta. Gente di ripiena come te e me, tra l’altro.
    – Sei sempre il solito, fai un discorso infinito su tutto e mi confondi le idee.
    – Vuoi che ti faccia un esempio pratico? Seguimi.
    Uscimmo dal bar, la piazza era piena di gente che bighellonava nell’ozio domenicale. Il Penagia strizzava gli occhi dalla curiosità, ma con una smorfia scettica. Camminammo un po’ senza parlare, per rispetto dell’esperimento. Giunti davanti al cartellone del tizio dei Fatti e non Parole, mentre lui lo guardava come un ebete, gli tirai un pugno in faccia. Il Penagia cadde stupito nell’aiuola.
    – Vedi? Io ti ho dato un pugno, è un fatto – gli dissi con la pacatezza in uso verso i più scemi, mentre si tirava su a sedere nelle viole del pensiero. – Secondo il tuo ragionamento io sono stato in gamba perché ho fatto qualcosa senza sprecare parole in spiegazioni. Fatti e non parole, come il tuo eroe. Sei contento adesso che ti ho dato ragione?
    Il Penagia si rialzò senza rispondermi e sputò sul cartellone senza avvisare il tizio dei Fatti.
    Per qualche settimana non mi parlò, ma poi cominciò a spiegare tutto ciò che avrebbe fatto prima di farlo veramente, dall’accendersi una sigaretta al mettersi a camminare. Mi chiamava di notte per dirmi che sarebbe andato al cesso, che avrebbe colto l’insalata e via dicendo. Un mattino, pensieroso davanti al bicchiere, dopo avermi comunicato che non sarebbe andato a votare, tornò normale, ma fermamente intenzionato a fare il meno possibile fino all’eternità.

    gene

    Postilla
    − Dice che, dopo il voto, taglia le tasse.
    − Digli che lo votiamo, dopo le elezioni.
    Altan

  • Pioggerellina di marzo

    arido

    Guardatemi riarsa come madre
    sterile
    non so se l’aspettate ma io sì la bramo
    tenue
    Un mattino picchierà sui tetti per un giorno
    benvenuta
    da voi che il giorno dopo vorreste nube
    prosciugata
    per ardere di sole come non bastasse mai
    implacabile
    e la pioggia tornerebbe nel suo cielo
    affranta
    Per mesi resterà nascosta in quel confino
    sciagurato
    per il vostro fanciullesco desiderio
    ardente
    del raggio luminoso di quel sole
    avvelenato
    Guardatemi, umani esseri anelanti all’afa
    perenne
    che cambiate giacche e scarpe con bisogno
    vacuo
    che mangiate ormoni dalle scatole
    comuni
    famelici come nessun’altra bestia
    feroce
    che bevete da bottiglie di petrolio
    trasparente
    perché lei non torna più alla vostra bocca
    delicata
    Mentre io al suolo stesa con il peso delle case
    disgraziate
    nelle quali rintanate senza sguardo
    innamorato
    mi dissecco e piango senza lacrima
    versata
    per lo stelo il tralcio e il fiore
    morto

    gene

    Postilla
    Che dice la pioggerellina
    di marzo, che picchia argentina
    sui tegoli vecchi
    del tetto, sui bruscoli secchi
    dell’orto
    Angiolo Silvio Novaro

  • La moleskine

    Dopo milleduecento chilometri di treno e tre partite in quattro giorni, Janos arrancava a piedi sull’ultima salita verso casa come se fosse il Golgota. Stanco ma contento, come nei componimenti delle elementari. Buttò la sacca sulla cassapanca e dormì di un sonno fuso nel piombo. Il mattino seguente, rovistando nella sacca, si accorse che la sua moleskine non c’era più. Durante un primo festival internazionale delle bestemmie, ripercorse le scene delle possibili smemoratezze: treno, bus, bar, immondizia, orto, sottoscale, eccetera.
    Nella moleskine stavano:mole
    – alcune ricevute e biglietti da farsi rimborsare dal Capitale, che senza di quelle avrebbe opposto la burocrazia e ciao quattro soldi;
    – misure (giacenti lì da settimane, mesi e alcune da anni) di tavoli, armadi, e armadietti non ancora costruiti;
    – ricette per mazza casalinga e grappe allucinogene;
    – un ritaglio di giornale sulla bellezza dell’anarchia;
    – poesie allegre e suicide;
    – citazioni che alleggeriscono la coscienza;
    – orari di partenze e arrivi da posti che normalmente non si visitano;
    – promemoria per romanzi che non saranno mai scritti;
    – alcuni numeri di telefono mai usati;
    – domande interscambiabili per interviste;
    – piani che non funzioneranno mai;
    – alcune invettive sensibili al penale;
    – appunti sul caos.

    Chiese aiuto ai suoi conoscenti, che tramite passaparola raggiunsero mezzo mondo. Tutti generosi ma certamente disposti a tutto per essere i primi a ritrovare la moleskine e per poi ricattare il disgraziato, o per eventualmente prenderlo per il culo o al limite per avere le prove di un internamento imminente. Janos avvisò anche le ferrovie, che generosamente gli dissero che avrebbero fatto di tutto per trovarla al modico prezzo di venti franchi.
    Andò in montagna, depresso e con un taccuino sdrucito, ma una volta su gli venne in mente una tasca recondita della sacca e telefonò alla Maddalena di guardare lì. Non c’è niente, disse lei, figurarsi.

    Passarono i giorni e finalmente si decise a prenderne una nuova, come si fa coi cani, che si ama talmente quello di prima che s’impiccherebbe il sostituto al minimo accenno di indisciplina.
    Ieri, mentre si stava preparando a partire di nuovo e imbagagliava all’ultimo minuto, intonò l’eurofestival delle imprecazioni poiché non trovava la tessera per le partite. E mentre ruzzava tra dèi cani e dèi porci gli venne in mente che forse la tessera stava nella famosa tasca recondita. Apre la zip e cosa trova? La moleskine, sulla cui assenza da lì aveva giurato la Maddalena e lui l’aveva presa per buona. Era passato più di un mese.
    Ora Janos non sa se chiedere aiuto ancora una volta per la tessera (bestemmia).

    gene

    Postilla
    Quando cerchi disperatamente qualcosa, non la troverai mai.
    I corollario: La probabilità di perderla è direttamente proporzionale alla sua importanza ed alla sua urgenza.
    II corollario: La ritroverai appena non ti servirà più, nel posto in cui l’avevi cercata per prima o nell’unico posto in cui non l’avevi cercata affatto.
    Legge di Murphy sugli oggetti smarriti

    Corollario di Genetelli: È sempre colpa degli altri

  • Terra madre

    Ulivi

    Il tempo si ridesta stamattina
    coi capelli colorati dei ragazzi
    Li saluta con il garbo della madre
    neve sole pioggia vento
    come a dire grazie
    e mille volte ancora

     

    gene

    Postilla
    Ribellarsi sempre
    g.

  • Il cancello di Greta

    La mamma le ha detto di studiare lo stesso, se vuole, anche davanti al cancello. Così, Greta, ha appoggiato in bella vista il suo cartello.

    greta

    Sciopero scolastico per il clima.
    Si è seduta sul marciapiede a leggere un libro di Astrid Lindgren. Gli adulti, più distratti che incuriositi, hanno dato un’occhiata di fretta a lei e al libro. Invece, i ragazzi della sua età, e anche più giovani, si sono fermati quasi tutti fino a diventare una piccola folla intenta a ridere e parlare, non solo con Greta, ma anche tra di loro. Per volontà o per forza, non guidano auto e nessun altro veicolo. Vanno in bus, in treno, in bici, a piedi. In pochi conoscono Astrid Lindgren, l’autrice del libro che Greta ha tra le mani.
    Le chiedono di legger qualcosa di quel libro. Greta apre al capitolo 3 e legge ad alta voce.

    Ben presto divenne di pubblico dominio, nella cittadina, che una bambina di nove anni abitava tutta sola a Villa Villacolle. Le comari si trovavano d’accordo nel dire che così non la poteva certo durare: tutti i bambini infatti devono avere qualcuno che si preoccupi di far loro le prediche, e tutti i bambini devono andare a scuoia a imparare la tavola pitagorica. Perciò le comari decretarono che la ragazzina di Villa Villacolle dovesse esser messa in collegio.

    Questa bambina del libro, spiega Greta, si chiama Pippi, ha le trecce come me, e vive libera in una casa abbandonata con un cavallo e una scimmia.
    Va avanti quasi tutto il giorno, in silenzio o ad alta voce se gli viene chiesto. Intanto i ragazzi e le ragazze sono diventati tantissimi e a nessuno viene in mente di andare a scuola. Compaiono cartelli a favore di un clima pulito, alcuni incitanti alla responsabilità degli adulti per la cura della Terra, altri sul desiderio di un avvenire più bello.
    Si divertono a prendere in giro i politici più famosi e bugiardi, cantano e ballano, ma da quel cancello e da quel marciapiede non se ne vanno fino a sera. Poi si danno appuntamento per il venerdì seguente.
    Che è proprio oggi. Sarà uno dei venerdì più belli della storia dell’uomo perché cancelli marciapiedi piazze di tutto il mondo si riempiranno di giovani e di cartelli che chiedono un mondo migliore e più pulito. Sciopereranno tutti per il clima e non avranno paura di genitori direttori dipartimenti e docenti che li minacceranno di assenza arbitraria dalla scuola.
    “Il problema non sono io che manco da scuola, il problema saranno l’acqua avvelenata e l’aria irrespirabile”, dirà Greta prima di leggere qualche brano del libro di Astrid Lindgren.

    gene

    Postilla
    Partecipate. Ditelo ai vostri amici e per favore non arrendetevi, mai e poi mai. Non è mai troppo tardi per fare tutto il possibile.
    Greta Thunberg

  • La libertà del nulla

    finestrino 2019

    Te lo dico adesso, solo a te: andai a trovarlo. Da tempo non avevo più sue notizie, a meno di non considerare tali i pettegolezzi non verificati che crescono sulle assenze. Stava in una poltrona di vimini sotto un pergolato.

    Come mai non ti sei più fatto vivo, chiesi.

    E tu e voi, rispose.

    Io sono qua, aggiunsi, già un po’ in colpa.

    Mi sedetti su una panca di sasso al sole, di fronte a lui. Parlò dopo un lungo silenzio.

    Ho fatto molte cose, cercando anche compromessi che mi dessero uno spazio di libertà. Da giovane, lo sai anche tu, il senso comunitario animava il mio cuore, mi sembrava che non potessi vivere senza altre persone che da un lato godessero della mia presenza e che dall’altro mi nutrissero l’anima. Quando cominciai a capire che non erano che gabbie me ne andai da dove ero sempre vissuto, per vedere da lontano il mio passato e tenerlo a bada. Ho cominciato così a creare da solo le cose a cui tenevo e in cui intravvedevo il mio posto nel mondo. Sono stati anni proficui durante i quali ho costituito la libertà di spirito, ma ancora qualche compromesso resisteva: l’aiuto, il cibo, la materia, l’amore, l’amicizia. Ogni dare conteneva un avere e sempre era delusione. Dunque, ho ridotto fino a quasi nulla le esigenze e le povere ambizioni. Ma per farlo ho dovuto allontanarmi ancora un po’. Fino a qui, sotto a questa pergola inselvatichita che mi regala ombra senza niente in cambio, su questa poltrona sfatta che nessuno vuole, dentro questi abiti smessi. Il mio stomaco non brontola, il mio sangue rallenta, le idee sono placide, le ambizioni sono svanite. Anche le parole sono sempre più rade, come le notizie. Vivo per un’utopia, quella di sapere sempre meno fino al silenzio. Probabilmente questo è il mio ultimo discorso. Fanne quello che vuoi, ma non chiedere più nulla.

    Non gli strinsi nemmeno la mano.

    Forse è morto, ma non l’hanno ancora trovato e, se posso dire la mia, non lo troveranno mai. Io non lo cerco.

     

    gene

     

    Postilla
    Immaginare il nulla è altrettanto difficile che concepire il tutto.
    Roberto Gervaso

  • #3 – 2023 – Speciale Elezioni

    maschera

    Come sempre, ogni quattro anni e da che la democrazia cominciò a esistere, a due mesi dalle elezioni piombava il Carnevale. Nel Novecento le allegorie satirizzavano i politici e i fattacci dei politici. Tutto si squinternava sotto i lazzi della follia, la città era preda per cinque giorni degli spiriti improvvisamente liberi. Nulla di organizzato, tutto lasciato al disordine e all’inventiva che, si sa, vanno di pari passo.
    Passati i Duemila, i politici cominciarono a pensare che la derisione e il sarcasmo del popolo ai loro danni potessero essere volti a favore. In punta di piedi, si vide qualche onorevole fare il galante in mezzo all’uragano, poi qualche altro con un cappello luccicante in testa. Il sindaco di turno cominciò a fare discorsi d’apertura dei bagordi raccattando briciole di senso dell’umorismo e consegnando in fretta e furia le chiavi della città al re del carnevale, scomparendo subitissimo nel suo amato grigiore.
    Arrivò il capo della polizia, questo qualche annetto dopo, anche lui intento a far ridere nelle vesti di organizzatore, senza esiti lodevoli sul piano della comicità. Il re, suo amico, accolse la richiesta di controllare un po’ la massa folleggiante e indisciplinata. Circoscrissero la città del carnevale con reti da pollaio.
    Intanto i politici principiarono a essere ospitati sui carri, nei cortei, nel comitato. La polizia chiuse del tutto gli accessi invitando alla morigerazione (pena questo e quello), il cosiddetto “divertirsi sì, ma con testa”, motto impraticabile per i ribelli degli anni Settanta, ma condiviso dai vecchi vecchi e dai giovani vecchi. A quel punto, i politici lottizzarono gli interventi ufficiali vestiti da polli o da somari, protetti dai poliziotti vestiti da gendarmi e applauditi dal servo vestito da re.
    Il popolo, ormai pagante, perdeva inventiva a tutto spiano e addirittura plaudiva alle parole dei politici che si riversavano come melassa dai palchi. Tutti bevevano senza domande.

    Il carnevale del 2023, a due mesi dalle elezioni, fu una grande kermesse.
    Gli slogan ridanciani.
    “Divertitevi e poi votate me che sono il numero tre”.
    “Spendete tanto e bevete il giusto”.
    “Oggi è lui il re ma domani sono me”.
    “Prima i mostri”.
    “Ma il cielo è sempre più blu, votateci”.
    Insomma, cose da sbellicarsi.
    Arrivò aprile e, mentre i candidati fremevano nelle loro sedi pavesate come a carnevale in attesa di plebisciti a favore, grazie anche all’indefesso presenziare nelle feste organizzate e controllate, non votò nessuno. Sul cancello del palazzo un cartello:
    Astensione sì, ma con testa.

    gene

    Postilla
    Il mentitore a cui si ritira la propria maschera prova la stessa indignazione che se l’avessero sfigurato
    Jean Rostand

  • #2 – 2023 – Speciale Elezioni

    quarto_stato_spalle

    Il Parlamento non decise poiché di lì a due mesi ci sarebbero state le nuove elezioni e nessuno se la sentì di ipotecare il futuro degli eletti. La questione era quella di innalzare la paga minima dei lavoratori a 21 franchi all’ora, votata e accettata dal popolo nel 2015 e già rimandata quattro anni prima dal Parlamento per la stessa questione dei nuovi eletti. In questo lasso di tempo, la massa dei lavoratori aveva perso circa 10 milioni di franchi, mentre i vecchi eletti trombati dal voto avevano già incassato una pensione globale di circa 20 milioni di franchi. I padroni avevano risparmiato circa 30 milioni, dato che nel frattempo, e in attesa, avevano diminuito le paghe. Lo stato aveva perso 10 milioni di contributi, senza contare il sommerso.
    Nei due mesi di campagna elettorale che seguirono, i candidati di destra gongolavano per l’insuccesso della proposta e quelli di sinistra ricalcolarono la paga oraria e decisero che forse era meglio proporre, in caso di elezione, di abbassare la paga minima a 19 franchi all’ora. I lavoratori, per il terrore di non ottenere nulla, proposero addirittura 18.
    Quando si insediò il nuovo Parlamento, gli eletti di destra furono 77 e quelli di sinistra 3, di cui due di provata fede cattolica. I padroni proposero allora una paga di 15 franchi all’ora e il Parlamento decise, dopo infinitissime discussioni nelle commissioni, di proporre 10 franchi all’ora.
    Ma a quel punto, passati altri tre anni, e con l’avvento di lavoratori dal Terzo mondo, i padroni imposero un massimo di 5 franchi all’ora, paga concorrenziale con quella dei paesi limitrofi. Il Parlamento, in ossequio, ne propose 2, dopo infinitissime discussioni nelle commissioni. I lavoratori, atterriti, dissero che andava bene 1.
    Allora, a un niente dalle nuove elezioni, i padroni decisero che sarebbe stato giusto lavorare gratis. Il Parlamento, in ossequio ossequioso, a due giorni dall’insediamento dei nuovi eletti, decise a velocità supersonica che per poter lavorare ognuno avrebbe dovuto pagare 5 franchi all’ora (crepi l’avarizia) al padrone. I padroni, il giorno dopo, furono d’accordo per 7, magnanimi.
    I lavoratori avevano però risparmiato un po’ e il mattino del giuramento di fedeltà allo Stato del nuovo Parlamento spianarono fucili lubrificati e nuovi di zecca.

    gene

    Postilla
    È accaduto così in tutte le epoche del mondo che alcuni hanno lavorato e altri hanno, senza lavoro, goduto di una gran parte dei frutti. Questo è sbagliato, e non deve continuare.
    Abraham Lincoln (l’altro ieri, n.d.r.)

  • 2023 – Speciale elezioni

    città-deserta

    Erano i giorni che precedevano le elezioni, la città era in fermento e pronta a delegare la sua amministrazione a chi avrebbe ritenuto più meritevole. I candidati propugnavano idee e promesse che potessero promuovere soprattutto sé stessi ma garantendo fedeltà agli elettori. Parlavano a pance e cuori di benessere e lavoro, di giustizia e sviluppo. E di territorio.
    Dobbiamo salvare le campagne, disse uno.
    Ma con criterio, rispose un altro.
    Bisogna fermare l’espansione del cemento, ribadì un terzo.
    Si deve incrementare l’edilizia, obiettò un quarto.
    Occorrono limiti alle zone edificabili, annunciò il quinto.
    Ma non vincolanti, precisò il sesto.
    Ricordiamoci del turismo, gridarono in coro.
    Tutti furono d’accordo di andare avanti come sempre, a concedere licenze edilizie in veste pubblica e a coltivare vigneti per lucidare la coscienza privata. La natura prima di tutto ma con parsimonia, conclusero, pensando che fosse il modo migliore per vincere le elezioni. Poi si sarebbe visto cosa fare.

    Furono quasi tutti eletti, per non far torto.
    Poi.
    Venne il cinghiale e rivoltò i vigneti.
    Venne il lupo e divorò il cinghiale.
    Venne l’uomo e ammazzò il lupo.
    Si applicarono soluzioni.
    Tornarono i vigneti, ma meno di prima così da non attirare un altro cinghiale.
    Più campagna e prati, più posto per nuove case e alloggi per turisti.
    La città si allargò fino ai vigneti e poi li ingoiò, cominciando a salire la montagna abbattendo alberi.
    Tornò un altro cinghiale incazzatissimo e in assenza di vigneti rovesciò tutti i cassonetti della spazzatura.
    Tornò un altro lupo che, sorpreso da tanta grazia, divorò l’altro cinghiale direttamente in piazza, tra qualche applauso sparuto.
    Però, i cittadini e le cittadine si barricarono in casa aspettando i delegati coi fucili debitamente registrati.
    Ma i delegati erano già fuggiti nel nuovo resort sulla montagna e in breve furono accerchiati dai lupi di tutto il mondo, assetati di vendetta.
    La città, senza più gestione, cominciò a crollare.
    Le cittadine e i cittadini persero tutto e si ritrovarono in strada tra le macerie. I turisti non vennero più. I grotti non avevano salame, i supermercati si riempirono di cinghiali che si spartivano golosamente le scatolette e la passerella sul lago fu avvolta dalle alghe.
    Attorno ai fuochi si aguzzarono bastoni, come spiegò il solo delegato sopravvissuto, eletto a Capitano.

    Poi.
    Venne un cinghiale.
    Eccetera.

    gene

    Postilla
    Ridatemi quelle aspre solitudini | Di rovi e sterpi, asilo della belva. | Quello è il mio vero regno, impareggiabile: | Questa corte al confronto è tetra selva.
    Richard Adams

  • Modalità P.d.f.

    At paar ch’l’è tut valìiu e gisspup
    te camòlo col naas pa’l’aria
    e te raga in d’om foss
    Pup di fòchi

    E ti t’es varda solche i péi
    te scavalscia tucc i bécc
    e te pichi in d’om trau
    Pup di fòchi a mi?

     

    gene

     

    Postilla
    Travi e pagliuzze
    g.