-
La carriera di un chierichetto
La cosa finì attorno agli undici anni, quando fui sostituito come capo di gabinetto da uno di otto. Senza dibattito e senza motivo. Mi sembrava di essere sempre andato bene e che mi meritassi l’investitura a vita come chierichetto. Il prete mi aveva reclutato attorno ai sei anni per intercessione di mia madre che l’aveva conosciuto tempo prima per avere sposato suo fratello e cresimato un paio di nipoti. Era arrivato in paese a sostituire un
reverendo libertario e donnaiolo (ma di questo splendido connubio seppi solo quando avevo già cominciato a capire qualcosa, attorno ai vent’anni). Questo qua, invece, quello del reclutamento intendo, a pensarci adesso di donne e ribellione non se ne intendeva.
I miei cinque anni al servizio della chiesa si possono riassumere così, tra momenti di tensione o interminabile noia, combattuti a suon di pensieri impuri o tentativi di impedire il riso. Eravamo solo in due a fare i chierici, il Nandel e io, che di religione e fede non ci importava e non ne capivamo niente, anche perché nelle nostre case di dio e derivati non sentivamo mai parlare. Solo i nonni, anzi, le nonne ci redarguivano ad ogni bestemmia. Per il resto, niente. Ma servire messa era qualcosa di importante: noi su all’altare a fare avanti e indietro ai comandi del prete, i fedeli sulle panche come armenti in stalla; noi in cotta bianca, loro coi vestiti di tutti i giorni. Normale che ci considerassimo superiori alla massa. Ma avevamo addosso gli occhi di tutti e al momento di trasportare le ampolle del vino, per esempio, il terrore di inciampare e romperle era totale. Suonare il campanello era meglio, più o meno funzionava e scrollavamo fino a che il prete ci faceva cenno di piantarla. Anche far girare l’incenso non era male, bastava solo resistere alla tentazione di far fare il giro della morte al turibolo. Ma le ampolle, guai. Nei giorni dei funerali o delle messe importanti, ci facevano mettere delle sottocotte che partivano dalle ascelle e arrivavano ai piedi, nere o rosse e sempre pronte per l’inciampo: il tragitto dall’armadietto del vino fino all’altare era un supplizio di mani tremolanti e animo sconvolto.
Non potevamo ridere e ci scappava sempre, specialmente quando c’era la fila per la comunione e sapevamo che le bocche sarebbero state ruminanti e composte in modo orribilmente comico. Io pensavo in quei momenti alla morte di Stanlio e Ollio (erano già morti da tempo, ma non lo sapevo dato che li vedevo in grande forma alla televisione) e provavo a intristirmi da solo. Occorreva ovviamente non guardare il Nandel, nemmeno di striscio, altrimenti l’antidoto non funzionava.
Ci facevano portare anche la croce nelle processioni, un lungo bastone di legno con tutto il peso del ferro in cima, che a volte calava come una lancia non più trattenuta dalle nostre gracili braccia. A quel punto saltava sempre fuori qualche adulto dalla processione che la prendeva al volo prima che si sfracellasse a terra. Micidiali, per la questione della proibizione al ridere, erano le benedizioni ai defunti, con tutti quei parenti e conoscenti del morto intruppati nel salotto buono e in camera, le cui facce assumevano in quel preciso istante una compunzione tale da assurgere a comicità irrefrenabile. Questa del segnare i morti era una cosa che cominciava ad agitarci mentre partivamo da casa e ci raccontavamo cose sul morto stesso o sui parenti, concluse sulla porta della chiesa con l’immancabile frase: A devom vardass i pei e mai in fascia (Dobbiamo guardarci i piedi e mai in faccia). Transitare poi tra due ali di persone in attesa di entrare in corteo, a passi lentissimi, dietro il prete che pregava e la macchina del becchino, a sentire dietro i singhiozzi dei parenti e il rumore strascicato delle scarpe, beh: era un inno alla comicità e una sfida definitiva alla capacità di resisterle.
A pensarci oggi, devo dire che siamo andati bene, tutto sommato senza ridere tanto.
Tranne quella volta, fatale.
In ginocchio ad aspettare la comunione, compunti, con cotte e vesti e tutto l’armamentario a posto, col Nandel ci scambiavamo frasi sussurrate per ingannarci a vicenda e costringerci al reato del riso (c’era questa bastardaggine che a volte metteva a dura prova la nostra solidarietà). Il prete si avvicinò e con voce melliflua disse: Il corpo di Cristo. A me scappò una scoreggina da bambini, prut, niente di più. Tutto rosso guardai il Nandel: era serissimo con lo sguardo fisso in avanti. Scoppiai a ridere e il prete mi mollò un ceffone. Forse fu in quel momento che cominciai a perdere le elezioni come chierico a vita, anche se poi andai avanti qualche altro po’. Fino a quando arrivò quello di otto anni, pallido come un cadavere, e in tre mesi conquistò il mio scranno. Mi dimisi senza nessuna comunicazione e il Nandel fece lo stesso per connivenza, tanto non ci divertivamo più a far finta di capire dio in cambio della comicità dei fedeli vivi e morti.gene
Postilla
Ié scià!
Cic -
Trent numero 66
Un ragazzo di vent’anni

figlio della sua città
nel suo abito scarlatto
che fa finta di lasciare
il pallone al suo compagno
e come fulmine imprevisto
torna invece sui suoi passi
e tira al cuore dei rivali
disattenti da chissà
dove attento e solo aspetta
un gigante figlio d’Africa
che la calcia nell’oblio
di quell’angolino vuoto
che di ruggito si riempie.
Io vorrei che voi guardaste
e poi guardaste ancora
per capire come può
la grande idea
di un solo istante
impressionarsi
in tutti gli occhi
in tutti i cuori
in tutti gli anni
che verrannogene
Postilla
7 maggio 2019, ore 22.45 circa. Liverpool – Barcellona, quarto gol di Origi su assist da calcio d’angolo di Alexander-Arnold. Come da bambini
g. -
I ribelli d’Araucania

“È una fuga in bicicletta all’insegna dell’entusiasmo giovanile la favola di Giorgio Genetelli che riflette sulla tragicità delle etichettature del mondo contemporaneo”.
Viceversa letteratura 13 – Maggio 2019
Edizioni Casagrande
Stavamo ancora al di là del bene e del male, il Nandel e io, in quei posti dell’infanzia dove la crudeltà e la tenerezza confondono i territori. Ma era diventato difficile scansare i grevi discorsi sulla decadenza del mondo e sulle dimenticanze di dio. Aspettavamo solo il giorno buono per scappare dai quesiti senza allegrezza, ormai indigesti anche per due dodicenni come noi che ancora ignoravano il flagello dei ricordi. I nostri vecchi compagni di villaggio non trovavano risposte alla presunta e, per loro, sventurata fine del paradiso. Lasciavano che le case cadessero a pezzi nella gramigna delle strade e che le loro risate di un tempo si strozzassero nella lamentela ignava degli sconfitti senza battaglia.
Il Nandel e io avevamo preparato il nostro esodo; quando partimmo in bicicletta non ci presero sul serio e non ci seguirono, impigliati in retroguardia, per pavidità o per la sciocca idea che tutto sarebbe tornato come prima. O come ricordavano che fosse, ingannati dalla malinconia della memoria.
– Aggrappàti ai vecchi tempi, per portarseli all’inferno. Vamos! – disse il Nandel, volgendosi indietro con un’espressione matura che non gli conoscevo ancora, lui che fino al mattino stesso declamava fumetti.
Ci avviammo con poca roba negli zaini, l’acqua per il mate e le coperte sui portapacchi. I sandali calafatati, i vestiti freschi, le menti sgombre e tese alla sopravvivenza. Non sapevamo se ci fosse, dove stesse e quanto lontana bisognasse cercarla, ma la terra libera ci aspettava da qualche parte, anche se non ce l’aveva promessa nessuno. Ingabbiati dalla nostalgia e dalle fandonie che la politica alimentava come il vento della pianura fa con le fiamme, quando s’accorsero della nostra assenza eravamo già lontani, sull’onda della brezza che si mise a spingerci appena scomparsa l’ultima casa del villaggio.Lo scopo del viaggio – la scoperta di terre e genti meno noiose – venne subito messo da parte per le eroiche distrazioni della strada: sassi vampiri alberi fiumi castelli baratri canyon pareti montagne nevi. E ancora: arance pomodori ombra sole vento acqua libertà. In quella utopia che stava certamente oltre l’orizzonte basso e lontano, l’elenco delle cose da immaginare vedere fare era vasto come il cielo e, come il cielo, fatto d’aria. Ci entrava nella bocca aperta dall’impeto e ci sfaragliava i pensieri.
Il Nandel sapeva corredare il mondo come nessun altro: gauchos pistoleri cavalcate cavalli soldati barche plotoni avventure. Andavamo talmente in fretta ed eravamo così leggeri che le biciclette filavano a un millimetro da terra e non si bucavano mai. Cadevamo di rado. Le strade sterrate erano inghippi che noi infagottavamo nell’incoscienza corsara dei puri e per fermarsi bastava rallentare e mollare i mezzi al volo sul ciglio della prateria. Non si rompeva niente e in quel punto scaldavamo l’acqua per il mate con il fuoco della sera. Tra le coperte stese sulla terra nuda, afferravamo la notte con il gioco delle parole a catena: bivacco costone neve veleno noce cerbero…
– E che vuol dire cerbero?
– Una specie di guardiano con mille occhi, o mille teste, non so.
… cerbero rottame mela lama mago goniometro…
– Finisce con “tro” o con “ro”?
– “Tro”.
… goniometro… troia!
Risata. Ma parole che cominciavano con “ia” non ce ne venivano e facevamo spazio al sonno.Incontrammo altri poveri della terra che sedevano su pietre calcinate o si nascondevano in buche di sabbia. Nessuno volle seguirci, come se fosse più accettabile il rintanarsi del viaggiare a istinto. In un villaggio udimmo da una radio scassata appoggiata sulla soglia di una catapecchia la voce del Presidente che cercava di trovare un imperio tra i fischi e le scatarrate dell’apparecchio.
– La nostra civiltà – pruuut – minacciata dall’invasione di stranieri. È meglio che vadino via – fiiiiiiiiiiii – che tornano da dove sono venuti. Sbarreremo le frontiere, manderemo l’eser – fiiiiii – Non porta niente a essere buoni con chi viene a casa nostra – pruutfiiiii – farsi mantenere…
Bang!
Un vecchio sparò alla radio. Ma tanto non avevamo capito una merda.
Ci allontanammo a pedalate adrenaliniche e chiedendoci se le frontiere fossero sbarrate anche per noi che stavamo ancora dentro e volevamo andar fuori.La polvere sollevata dal vento e dalle ruote in quella specie di Pampa era penetrata nei pori delle nostre facce da indios e quelli che incontravamo ci guardavano con l’incredulità con cui si guardano i fantasmi.
– Speriamo che non ci sparino – confidai al Nandel.
– Niente paura amigo: prima che tolgano la sicura ai ferrivecchi noi saremo già oltre i loro occhi spenti.
Il Nandel era così bandolero da fugare ogni esitazione con le sue letture di frontiera. In effetti, non ci avevano ancora sparato addosso, ma mi restava qualche dubbio in merito agli agguati, troppe volte funzionanti sulla carta dei fumetti. Anche se in fondo: a chi importava di noi due, ammesso che il nostro viaggiare fosse noto? Chi ci aspettava o ci cercava oltre, forse, alle nostre famiglie lasciate indietro di mille chilometri ormai?
Però facemmo ugualmente una conta dei possibili avversari. Soldati poliziotti preti mamme ladri esaltati maestri missionari donne guerriglieri pirati puma avvoltoi serpenti guanachi…
– Sicuro che i guanachi ci vogliano male?
– Non so, ma è meglio calcolarli, credo.
– Va bene. Altri pericoli?
– Qualche animale piccolo, che so, volpi o furetti. Poi basta.
In fin dei conti, andava bene, a parte la fame. Già, la fame che il mate sopiva per ore ma che ci attanagliava la sera, quando poche bacche e qualche insetto illudevano lo stomaco.Lanciati al galoppo, chini sui manubri a divorare lo spazio, un mattino imprecisabile quasi sbattemmo addosso a una fila di guardie schierate davanti al filo spinato. Il confine. Ci davano le spalle e non ci scorsero. Ci acquattammo dietro a un masso e allora vedemmo: oltre la linea di sbarramento stagnava una moltitudine informe di persone. S’alzava polvere senza che quasi niente si muovesse. Il panorama era completamente piatto e le montagne che vedevamo sempre all’orizzonte erano sprofondate. Nessun suono, il tempo era fermo nei colori sbiaditi.
Cominciavamo ad annoiarci – situazione temibile perché in quei casi al Nandel venivano idee velleitarie e cercava di metterle in atto.
Ma poi, a sorpresa, la guardia più alta, di certo il Comandante o qualcosa del genere, sparò un colpo di pistola nell’aria immobile. Ancora non distinguevamo le persone e i dettagli che formavano la massa oltre la barriera spinata. Non appena l’eco della detonazione si dissolse nella polvere della prateria, il Comandante parlò.
– Sono autorizzato a esprimermi in nome del nostro Stato libero e indipendente e quindi ciò che dirò ha valore di Legge! Voi non potete entrare, qui spazio non ce n’è! Tornate a casa vostra prima che dia l’ordine di aprire il fuoco!
Il Nandel mi guardò come se volesse dirmi che nemmeno lui sarebbe stato in grado di buttar lì un discorso poderoso come quello. La polvere si posò, schiacciata dalle parole. E li vedemmo, finalmente, quelli oltre il confine. Sporchi e seminudi, a migliaia, tutti uguali ai nostri occhi che avevano visto solo visi pallidi e parenti di visi pallidi. Ci credevamo indios, ma erano loro gli indios veri. Quelli piccoli erano certamente bambini, tenuti per mano dalle loro mamme o sorelle, comunque donne, credemmo.
In silenzio cominciarono a sedersi come in un rito, con un tramestio spettrale e alzando di nuovo la polvere. Quando tutti furono seduti, il Comandante parlò ancora.
– Non potete stare qui, figli di puttana! Dovete alzarvi e tornare indietro fino a sparire dalla nostra vista e dalla nostra vita! – urlò, più stridulo che autoritario.
Fin lì mi era sembrato uno scherzo, una commedia. Ma quando vidi che le altre guardie puntavano i fucili non mi sentii più molto tranquillo.
– Non spareranno davvero… – bisbigliai, cercando conforto nel Nandel e in una delle sue frasi definitive.
Lo toccai su una spalla: – Non dici niente?
– Non lo faranno… – rispose banalmente, senza convinzione.
Era di nuovo calato il silenzio in un vuoto del tempo e dello spazio che spaventava e ammutoliva gli uccelli rintanati tra le foglie dell’acacia solitaria, resistente al vuoto della pianura. Passarono minuti e ore senza che succedesse nulla di nulla. Nessuno piangeva, nessuno parlava, nessuno si muoveva e i respiri erano inudibili, anche i nostri.
Poi, mentre il sole tramontava, uno degli indios si alzò e con un gesto della mano, come a scuola, chiese la parola. Le guardie non si mossero, mentre quell’uomo alto come un re e dagli abiti di un mendicante, senza attendere consensi, cominciò a parlare.
– Come avete potuto sancire che la terra sarebbe stata vostra, la terra che appartiene a sé stessa, come l’aria, la luce, l’acqua, il fuoco? Senza chiedere spiegazioni, voi avete massacrato i nostri popoli per possederla, come bambini che vogliono trattenere i desideri esausti. Avete continuato a pensare che fosse vostra e l’avete consumata fino al fondo, portato via tutto. Poi ve ne siete andati ripudiandola e la terra si è rivoltata contro di noi inaridendo in deserto. L’acqua si è avvelenata e la luce triste dei nostri sguardi ha visto l’aria soffiare malattie, il fuoco bruciare pire di morti. Ci siamo odiati anche tra di noi, aggrovigliati nella fratellanza perduta, nella discordia velenosa, nella solitudine implacabile. Rivogliamo la libertà e non siamo qui per portarla via a voi, ma per perdonarvi e ricominciare…
Bang!
Il Comandante aveva sparato davvero, cazzo.
Mentre il Re Mendicante cadeva con il rumore e la maestosità di un albero, gli altri si alzavano come una foresta e nel crepitare di altri flebili spari travolsero le guardie. Ci passarono accanto spostando aria di fiume in piena. Mi aggrappai alla mia bicicletta stesa a terra come a un cavallo morto e non mi mossi per ore, con gli occhi chiusi, fino a quando le orecchie tornarono a sentire il canto terrorizzato degli uccelli. Aprii gli occhi: il paesaggio notturno era limpido come dopo una grandinata; il Nandel, in piedi, sembrava cercare l’orizzonte ma quando osai guardargli il volto vidi che piangeva.
Dopo un tempo indefinito e denso di afflizione, raccogliemmo le biciclette e al passo attraversammo quella che prima era una frontiera. Aggrovigliate nel filo spinato divelto e sparpagliate a bucare il buio di una terra diventata di nessuno, le divise delle guardie vestivano solo polvere australe, come se il diritto supremo ne avesse cancellato i corpi. Il Re Mendicante, intatto nelle sue fronde, era disteso di fianco all’uniforme del Comandante e sembrava che ne tenesse la mano invisibile per attraversare quella notte dove gli uccelli non dormivano più, le bombillas del mate si erano frantumate e noi avevamo perso la parola. -
Il Bandereta
Si muove il giusto, il Bandereta, preciso. Occhi attenti al gioco, orecchie aperte al
pubblico sparuto assiepato dietro di lui. Nel quale c’è il nipote al quale, al ventiduesimo del primo tempo, spaccato, ordina di portargli una birra, quella da mezzo però (mezzo litro). Il Bandereta si ristora quattro volte a match: al fischio d’avvio, a un quarto, a metà e all’ultimo quarto. Totale finale, due litri. I bianchini delle dodici e trenta non contano e dopo, nella sera, è libero da impegni agonistici e si riempie come gli garba. La divisa non è ufficiale, nell’ultima serie il compito è volontario e lui è lì da trent’anni, imperterrito e esperto. Gli è capitato di dirimere situazioni complicate, colpendo qualche giocatore riottoso col manico della bandierina, ma normalmente gli basta la sua allure per calmare gli animi. Il nipote gli porta la birra che lui tracanna per metà dopo aver sbandierato un fuorigioco (opsai, nella lingua locale) piuttosto inesistente ma che nel dubbio si segnala sempre, per stare un po’ nel vivo della contesa.Alla pausa non discute con il pubblico, che considera superficiale e/o ottenebrato dalla parzialità. Nel secondo tempo, finita la seconda birra, attende gli sviluppi facendo ampi cenni d’intesa all’arbitro, che però non raccoglie ma fa niente. Appena prima dell’ordinazione della quarta birra, attorno al ventesimo quindi, entra in campo per sedare un parapiglia menando fendenti dimostrativi. Trafelato, aspetta lo scoccare dell’ultimo quarto e ordina al nipote. Tracanna, ripone la bottiglia mezza vuota contro la staccionata e si perde il gol decisivo, che tenta di annullare per un fallo mai commesso da nessuno. L’arbitro convalida e allontana il Bandereta. Un’onta mai subita. Se ne va con l’attrezzo sotto braccio, mormorando parole incomprensibili. Passa al negozio, si compra un cartone di birre e se le scola a casa, offesissimo. Non segnalerà più niente per sempre, nemmeno di sentirsi male prima di morire.
gene
Postilla
Fedeli alla linea
g. -
Un venticinque d’aprile

È un bel giovedì, il mattino risciacquato dalla pioggia di ieri, l’aria che sembra cadere dalle nubi che ancora resistono. Ilio, Cesare e Marilena, in tre dietro a un masso sulle alpi Apuane. La terra è fragrante, li avvolge di profumi, come per un ultimo riparo.
– Ci avresti creduto che ci saremmo ritrovati proprio qui a sparare? – chiede Cesare a Ilio.
– Proprio noi che abbiamo sempre vissuto per la pace ergendo queste montagne a simbolo di libertà… No, non ci avrei mai creduto – risponde Ilio mentre controlla la culatta.
Marilena, che sta scartando dal giornale un pezzo di pane di tre giorni, ma ancora fresco grazie alla tecnica dell’incartamento, alza la testa e dice:
– È che le cose sono andate troppo avanti. Non è bastata quella guerra dell’altro secolo, la prosperità, la libertà di pensiero, la democrazia. Una volta persa la memoria di Ventotene, della Brigata Lucetti, della bandiera anarchica sul campanile di Pistoia, della Cooperativa del Partigiano a Carrara, abbiamo pensato che non servisse più niente. E così, dal niente, siamo qua. A farci ammazzare.
– Non è ancora detto – obietta Ilio.
– Io sono qua per ammazzare gli altri. Poi se ammazzano me, viva l’anarchia e ciao fratelli e sorelle – aggiunge Cesare con quel suo sorriso stanco.
Fischia una pallottola. Hanno tirato da lontano, lo sparo arriva fioco e un secondo in ritardo.
– Lasciali fare, c’è ancora tempo.
Marilena passa un tozzo di pane ai due. Non è armata, ma ha già detto a Ilio di tenere un colpo per lei, nel caso che.
– Ce l’hanno raccontata tutti i giorni la storia di quei giorni in cui si rinasceva, come se fosse un modo buono per impedire gli orrori del passato. Non è servito a niente. Facciamola finita, se possiamo.
Intanto, da sotto non sparano più.
– Stiamo dando la vita per una società migliore, te la ricordi questa frase che ci ha tenuto in piedi? Per i vivi e i superstiti sarà anche peggio. Quindi…
Marilena col pane ancora in mano guarda Ilio.
– Quindi cosa? – dice, come se fingersi incredula potesse far guadagnare tempo.
Ma Ilio non risponde, toglie la sicura e Cesare è già pronto.gene
Postilla
Del 25 aprile 2045 si commemora oggi il 74esimo anniversario
g. -
Araucania
Dove si muovono le prime pedalate di un romanzo che chissà mai se andrà avanti

(…)
Il primo villaggio apparve in pieno giorno, quando le ombre già rattrappivano sotto le cose, e consisteva in una ventina case col tetto in lamiera, i muri di sassi intonacati col fango e una sola via polverosa che lo solcava. Scendemmo di sella e c’incamminammo bici alla mano. Potevamo vedere: una taverna e un negozio; quattro vecchissimi uomini al centro della via, seduti su cassette di legno all’ombra di un platano, che giocavano a carte; due bambini alle loro spalle; alcune donne accovacciate sulle soglie delle case, a pelare patate o forse a intrecciare lana; qualche cane furtivo di razza indefinita. Oltre il villaggio, si alzavano colline brulle. Ci fermammo accanto al gruppetto.
Soldi non ne avevamo, e chi ci pensava mai ai soldi, ma c’era bisogno di mate, acqua, carne secca, pane, qualcosa. A me servivano un quaderno e una matita, per la mappa. Il Nandel voleva giocarsi una mano a carte come nei film, ma lasciò cadere l’idea poiché non aveva ancora l’anima del baro e la capacità di esercitarla. Forse ci mancava anche la lingua, la loro, noi avevamo solo la nostra, quella infantile. Provai lo stesso.
– Avete da bere?
I vecchi non si mossero, nell’impassibilità che sorge con l’avanzare dell’età e la necessità di non disperdere forze.
Uno dei bambini mi guardò e poi indicò il pozzo, in mezzo alla strada.
L’acqua tirata su con le bombillas del mate era fresca e con un buon gusto di ruggine. Ne bevemmo a sazietà e ci sedemmo appoggiati al muretto del pozzo a guardare il crocchio, avvolti dalla nostra stessa indipendenza. Che durò fino al momento in cui la fame si mise a pulsare negli stomaci. Mi alzai e andai dallo stesso bambino di prima, facendo un gesto orizzontale con la mano all’altezza del ventre.
– Mami, igafam! – gridò a una donna intenta alle patate, che alzando la testa dal suo lavoro ci fece un segno col dito, come se grattasse l’aria.
Legai la mia bici al palo della tettoia davanti alla casa della donna; il Nandel affidò la sua, scaricata dalle carabattole, al bambino del pozzo che, per via delle sue piccole membra inadatte alla dimensione del mezzo, rovinò nella polvere senza riuscire in una sola pedalata. Noi due provammo a restare seri, per questioni di ospitalità e fame, ma poi lo vedemmo infilarsi tra il telaio e ripartire con metodo sghembo ed efficace. Il Nandel si girò lentamente verso di me. – Come i Chiricahua.
– Gniscià canicc – gridò la donna indicando noi, il secchio e agitando due coltelli.
Sbucciammo patate per una mezzora, durante la quale mi si consolidò l’idea che fossimo prigionieri. Dalla porta aperta veniva un profumo di cipolle che “risveglierebbe un morto”, parafrasando dai libri che circolavano incessantemente dentro il Nandel.
La donna cacciò un urlo e quelli delle carte scattarono in piedi come a quindici anni e di corsa ci scavalcarono senza degnarci.
Poi mi toccò una spalla. – Surì maiè lepron – disse indicando il buio dentro la casa e poi invitandoci a ad alzarci. Entrammo coi coltelli in mano, non sapendo che farne. Attraversammo la casa dietro di lei, forse ancora prigionieri, e uscimmo dal retro, nel cortile dove i vecchi delle carte e altri apparsi da chissà dove si erano seduti a una tavola immensa ingombra di pollastri arrostiti e ciotole di riso.
– Apudì setas – disse la donna con tono di comando e indicando due sedie in mezzo a una torma di bambini, compreso quello della bici (ma senza bici però).
In sostanza, mangiammo tanto da torcerci le mandibole, in un frastuono di bocche che impastavano parole e cibo. Sotto la tavola, i cani frantumavano gli avanzi. Galline e galli osservavano con perplessità, beccheggiando riso cotto in caduta dalla mensa. Senza la minima idea di che ora del giorno fosse, ci addormentammo abbracciati nell’amaca, con un cane placido a scaldarci i piedi.
Ancora adesso non la so descrivere, ma la sento ancora quella canzone che svegliò noi e il cane.Can nastele lamer
labrusu sense vorei
Ombasin uvà
Onivers ulsavrà
can nastele lamer
famè famèCioè, a svegliarci erano le cento voci di quel canto nel cortile illuminato dal fuoco. Era notte, sottozero, e le parole della canzone incomprensibili. Ma c’era un rapimento nei volti concentrati che rasentava l’estasi. Quando finì, ci fu un lungo silenzio, nel quale si poteva udire il respiro della terra.
Si sedettero attorno al fuoco e le donne servirono zuppa nella ciotola. Ci avvicinammo seguiti dal cane. La padrona di casa, quella delle patate, ci diede una ciotola a testa che riempì di un brodo vaporoso che a me ricordò i minestroni della mia nonna.
– Iepoi epansete – dichiarò un vecchio accanto a noi che si stava sbrodolando con estrema gaiezza.
– Penso, fagioli e pancetta. Come in Arizona – dichiarò il Nandel, che da quei paragoni forse traeva la forza per non guardare indietro, prima di tuffarsi eroico nella minestra.
Quanto a me, ero ancora sotto l’effetto della canzone e rischiai di farmi beffare dal cane, prontissimo ad arraffare la pancetta. Mi fece tenerezza e con la mano nella ciotola a fare setaccio, ne raccolsi una manciata e gliela diedi. La raccolse dalle mie dita con delicatezza. Forse faceva effetto la canzone anche a lui. Non sapevo a che punto della notte fossimo. Quell’intima allegria di persone sconosciute mi sprofondò nella malinconia di casa; tornai nell’amaca senza aver mangiato nemmeno un cucchiaio di minestra e piansi, ma non troppo. Non avevo le difese del Nandel, e non ne avevo ancora di mie contro il mostro del rimpianto. Chissà Anna? Anna era una ragazzina che certamente amavo come si può amare a quell’età, qualcosa a metà tra la superiorità del maschio e la fragilità della gelosia embrionale, quella che ti dici che ormai è finita quando la vedi che si siede al banco di un altro o che nelle passeggiate non si mette al tuo fianco sempre (che poi non andrebbe bene nemmeno questo, la virilità ne uscirebbe derisa dai compagni che, a loro dire, delle femmine non importa nulla). E la mamma? Quante volte avevo pensato che non avrei potuto vivere senza di lei e ora ero lì in quell’amaca, lontanissimo dal suo cuore. Un traditore. Mi mancava anche il papà, i fratelli e le sorelle, le zie, i nonni e le nonne, mi mancava la mia scodella del latte, la sedia, la slitta, il berretto di lana, i libri, la penna, la matita, i fogli, gli alberi, i prati, i soldatini e le biglie. Mi mancava l’odore di casa, del sapone, dei fiori, della scuola, della cantina, delle mele e dell’uva. Mi mancavano le lamentele dalle quali eravamo scappati. Mi mancava anche un futuro.
Poi ricominciarono a cantare, ma non fu come prima e il mio stato peggiorò fino alla misericordia del sonno.
(…)gene
Postilla
Niente paura amigo: prima che tolgano la sicura ai ferrivecchi noi saremo già oltre i loro occhi spenti
Nandel -
L’Indignato

Va bene il vescovo che sogghigna a favore di telecamera mentre si dice distrutto dall’evento, ma il meglio è stato l’architettone con la sciarpa bianca come una sindone che dice che l’incendio di una cattedrale è una mutilazione, come se mi amputassero un braccio. Ha detto proprio così, capito? Poi va bene che sembrino le radici ad essere tagliate o l’anima spezzata, ormai gli esaltati sono dappertutto e dobbiamo sforzarci di tollerare. Perfino Buffon aveva urlato all’anima inesistente di un arbitro, e questi qua di Parigi in ginocchio a pregare come se fossero sotto i bombardamenti. Ma non c’è nessuna guerra in un incendio occasionale, non un morto e neanche un feritino, altro che mutilazione, cazzo. Ah! Vorrei vederlo l’architettone a tirare righe con una mano sola, magari quella buona perché scommetto che se potesse scegliere manderebbe affanculo Muzio Scevola. Tirare il sasso e nascondere il braccio, buona questa eh? E non mettiamola giù dura: lo ricostruiranno quell’ingombro, con i soldi che sono arrivati con la velocità del lampo da certi maneggioni che sfruttano i lavoratori, fregano lo Stato e si fanno pubblicità. E tutti lì a ringraziarli, grazie cari benefattori, fateci un po’ il culo dai, che tanto le banlieu non contano, i contadini s’arrangino e gli altri, il popolo, piange e si inginocchia fedele.
Hai mangiato male?
No, è che ha perso la Juventus…
gene
Postilla
L’uomo indignato, colui che sempre si strazia e si sbrana con i propri denti
Nietzsche -
Pietra su pietra

Il cadere di sassi sul tetto di paglia
cento bambini sepolti nel fango
e l’acqua mai vista dal cielo
volto lo sguardo mutilata parolaIl crollare di case sotto le bombe
lo svuotare la pancia del velivolo oscuro
il popolo vivo venduto alla morte
lasciato alla stecca del sole feroceIl frantumare di ossa ancor vive
la ricerca malvagia di vita
eterna e paciosa per pochi
promossa da candidi camiciIl sopire di speme ed abbracci
in coltri gelate di odio supremo
di sorelle e fratelli il farsi la pelle
nel nome del dio goloso e perdenteL’infuocare di guglie di pietra
gli uni le mani smaniose sull’oro colato
gli altri sulle righe bagnate del viso
a rimpiangere simboli e segniLe scuole ancora sepolcri
imbiancati di ossa comuni
gli elisir che incrostano vene
mitragliate preghiere di piomboL’inneggiare a guglie di nuovo sanate
pietra su pietra a toccare la volta
infine dall’alto l’imperare paterno
l’alzata di spalle alle bombe e agli applausigene
Postilla
Sui monumenti che ancora oggi ritraggono gli alti comandanti, bisognerebbe scrivere sotto: “criminale di guerra”.
Ermanno Olmi -
Niente al mondo

Quel mattino aprimmo i portoni del palazzo e fuori c’era solo il brillare dell’aria e il profumo del sole. Ci fece male ai sensi dopo i secoli al buio e al chiuso. I pensieri si liberarono come farfalle, le parole tintinnarono come campanelline di vetro soffiato. Guardavamo le nostre idee danzare tra loro come figli in libertà.
Non c’era nessun essere umano ad aspettarci, e camminando scoprimmo piazze vuote e case disabitate: erano spariti tutti. Ma non solo Platone e i filosofi, Gesù e i ribelli, Guevara e i sognatori, Cavallo Pazzo e gli indomiti, e tutti quelli che erano già morti o uccisi prima, no: erano spariti tutti gli altri, i rivoluzionari bugiardi, i presidenti ignoranti, i dottori incapaci, i giudici corrotti, gli sbirri violenti, i ricchi avari, i grassi famelici, i preti aguzzini, i direttori iniqui, gli amanti traditori, gli amici pavidi, i calciatori egoisti, i cantanti stonati, i maratoneti allucinati.
Di intere categorie dominanti, nella luce e nell’aria di quel mattino non c’erano tracce, dissolte nella sabbia della battigia o dei deserti. Nemmeno l’ombra di professioni vischiose, sterilizzanti, ingannevoli, sfruttatrici, sporche, corporativiste. Erano svaniti i codardi, gli adulatori e i censori, gli indefessi, i proni e i ritti, gli alteri e gli altezzosi, tutti i belli e tutti i glabri, gli asfissianti e i motivatori, i maestri di pensiero e gli uomini soli al comando, i progettisti, gli imbarazzanti, i giusti e i casti, i nostalgici e i sentimentali, i fomentatori, i colonizzatori e i latifondisti col culo degli altri.
Non solo: niente avvelenatori, assaggiatori, profeti, buongustai, cultori, i reggicode al gran completo assieme ai portaborse. Non si vedevano nemmeno quelli che di solito arrivano prima degli altri per il tuo bene: gli assicuratori, i becchini, gli esattori, i giornalisti, i portajella, gli eredi, i parenti inesistenti, i candidati a qualunque cosa, i piazzisti, i testimoni di tutto, i benedicenti, i guru e altri santoni immaginari, più tutti gli ospiti desiderati o no.
Certo, non c’era più la biblioteca, ma di strada in strada erano sparite anche tutte le altre “eca” futuriste: la paninoteca, la discoteca, la vino e la eno, la piadino e la giardino; la cartoteca, la sacroteca (resti di mummie), la videoteca e la radioteca. E le varianti in “ria”: pizzeria, astanteria, carrozzeria, la già immancabile e declinata vineria, porchetteria e salumeria, pesteria, amatricianeria e tutto quanto il mangiabile fatto bello per gli splendidi, i conquistatori, i piacioni, gli accompagnatori, i possessori senza portafoglio, gli esteti del peltro in salotto e gli invernali da giardino, gli sdraiati da lounge, i gaudenti da seggiovia, gli animatori, i tronisti da festival o da concerto, gli occhieggianti da riviera, i professionisti, i dilettanti, i ripetenti e i primi, gli esperti e i tecnici, i sicuri di sé e di te, gli avventori e i parvenu, gli imboscati eleganti, gli invitati cialtroni, gli influenti, gli influenzati e i vescovi in incognito senza mutande.
Nessuno, tutti spariti. Ma si era fatta una certa ora e rientrammo per le medicine.
gene
Postilla
Spazio meno un miliardo di inutilità fratto mille uguale felicità
g. -
Diversità

Dove si ragiona precisamente sui propri vestiti
Mi chiamo Meo ma non ho bisogno di dirlo ad alta voce, tanto lo so che mi chiamo così. Mi piacciono i miei vestiti che sono tutti uguali: scarponi, pantaloni, canottiera, dolcevita e giacca, a volte con sciarpa o cappello, o tutte e due assieme, magari per pochi minuti. Ho delle preferenze sui colori, ma variano e non sto lì a insistere. Sono però intransigente sulla forma: devono essere stretti e ben allacciati. Le scarpe sono il problema maggiore, ma per fortuna da alcuni anni c’è un modello leggero di scarpone da trekking ed è perfetto per i miei piedi che necessitano di plantari. La sola variante è stare a piedi nudi, anche per strada, se capita che ne abbia voglia. Coi pantaloni ho fatto alcune caute deroghe e ora mi vanno bene anche i jeans, mentre prima adottavo solo e sempre dei pantaloni di tela verde e solo in seguito ho consentito anche il grigio in molte varianti, o il nero. Le canottiere sono sempre state nere con righine rosse ai bordi, ma ora le metto anche grigie. I dolcevita, pure loro verdi per lungo tempo, ora sono neri, blu scuro o grigi, uno addirittura bianco, ma l’importante è che mi fascino bene il collo e mi aderiscano al corpo e alle braccia. La giacca da qualche anno può variare, ma in pratica ne uso sempre e solo una alla volta, anche per un paio di anni, ben allacciata fino all’ultimo bottone sul collo. Dimenticavo: odio i boxer, mi piacciono solo gli slip, quasi sempre grigi (ne ho uno celeste, ma di riserva). Soprattutto, niente pantaloncini o t-shirt. Ma non è completamente vero: al mare o in piscina metto il costume, ma capita tre volte all’anno. L’estate scorsa le canottiere erano tutte inutilizzabili e mi sono convinto a mettere una t-shirt azzurra con lo stemma di una squadra di calcio, ma per poco, il tempo di una decina di calci al pallone. Ultima cosa, per ora, sull’abbigliamento: quando fa caldo d’estate sto a torso nudo, anche al bar se capita. A proposito di bar e ristoranti: mi piacciono dopo che mi sono abituato alla presenza di persone sconosciute, anche se i bambini mi mettono sempre un po’ di agitazione e quando piangono vado in panico perché penso che siano feriti o muoiano.
gene
Postilla
La diversità procede verso l’amore
g.

