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  • Om pogieu

    Bigneres veghel om pogieu
    par stèe foro a catè el sou
    e dastenn la bugada
    o gnomà par vardèe in giir

    Bigneres veghel sì
    mighi tutu la cà
    as pretenn bè mighi
    ma ‘m pogieu, om pogieu

    Bigneres veigh quairun da saludèee
    a veghel om pogieu sot i pei
    e mighi inzorenn
    e mi incrusciò

    gene

    Di sopra c’è sempre qualcuno.
    g.

  • Il Merluz Vogn è in libertà

    Il romanzo Merluz Vogn, di Giorgio Genetelli (Gabriele Capelli Editore) è disponibile da oggi 18 marzo 2020 in formato ebook (https://gabrielecapellieditore.com/gce-ebooks/) e cartaceo (info@directions.ch).
    Dalla prossima settimana sarà disponibile nelle librerie che hanno un servizio shop. Pronta anche la ristampa de Il becaària, primo romanzo di Genetelli uscito nel 2010.

    Sunto
    L’opera segue le avventure di un ragazzino che col suo amico Nandel vive un estate in totale libertà. Costruiscono mondi, sono liberi e solidali, ma il protagonista deve fare i conti anche con la malinconia dei genitori, assenti. Abita dai nonni che non pongono limiti alla sua scoperta del mondo e che gli raccontano storie del loro tempo, con effetti a volte terrorizzanti per il ragazzino.
    Merluz Vogn ha tratti in comune con la prima opera di Genetelli, Il Becaària. I luoghi sembrano gli stessi, in un’epoca passata ma in un certo modo così tanto indefinita da parere un altro mondo, perfino un possibile futuro (c’è anche una mappa disegnata a mano per aiutare il pubblico). La totale assenza di effetti nostalgici permette al romanzo di sviluppare temi come l’amicizia, la libertà e l’assenza di modelli educativi formali. L’effetto che tutto questo produce è sempre in bilico tra comicità e tenerezza, con l’inventiva a muovere pensieri e azioni dei due amici.
    La lingua è un italiano ibrido, tra voce adulta e infantile, tra italiano e dialetto.
    La copertina e il titolo rimandano al testo e il lettore avrà il piacere di scoprire il perché di questo pesce e di questo nome.

    Estratto
    (…) Ogni tanto si aggregava anche la Sandra, che era meglio tenerla buona perché aveva la piscina in cemento. La cugina mi aveva sposato almeno cinque volte, anche se l’ultima risaliva a tre o quattro anni addietro, e ora che compivo quasi gli undici era la piscina a interessarmi.
    Una volta lo zio Gilio, che era quindi anche mio suocero plurimo, ci aveva invitati a vedere Germania Ovest-Inghilterra alla televisione, che lui l’aveva. E a colori, poi.
    Io nemmeno sapevo cosa fosse l’Ovest.
    Sullo stesso divano dove si accovacciava la zia Liliana a far da prete, guardavo quelle immagini fiammeggianti senza capirci di tattiche e nazionalismi, ma convinto che in Pasquei sotto i platani con lo stemma del gallo impettito giocavo bene come loro.
    La televisione mi aveva proposto fin lì: Tivùspot, Un’ora per voi (agghiacciante, dove la testa di Corrado veniva trasportata su un vassoio come nel dipinto in chiesa), vaghi notiziari, alcuni cartoni animati e qualche film in bianco e nero. Sempre in casa del Dani o all’osteria con il pa’. (…)

    gene

  • La riconquista

    La magnolia se ne frega

    Non li potevo vedere, ma li sentivo nella notte che riprendevano il territorio confiscato dall’uomo in secoli di feroce avidità. Tra il frusciare circospetto e i rumori guardinghi, gli animali si ritrovarono tra i denti e le zampe il mondo vuoto. La grande epidemia aveva costretto tutti gli esseri umani dentro le loro case, senza più la possibilità di imbrattare e cacciare, di sporcare acque, di seppellire prati con il cemento e i rifiuti, di violare montagne e deserti.

    E soprattutto, l’uomo non poteva più sterminare.

    Non si fermavano nemmeno piante e fiori, la primavera esplodeva e non pareva vera alle api e alle formiche, ai coleotteri e alle lumache, tutta quella bellezza senza veleni, quell’erba senza spari e quelle fronde senza trappole.

    Mentre l’uomo si misurava le febbri dentro i lazzaretti elettrificati, gli animali correvano verso la gioia. I contatti col mondo, per gli umani impaviditi al chiuso, erano ormai solo le tecnologie, dalle quali arrivavano ogni giorno misure restrittive sempre più paralizzanti. Le porte di case e palazzi restavano chiuse allo spettacolo della natura che si riprendeva ciò che le era stato sottratto.

    Ma io li sentivo, nella notte, gli animali: il loro era un canto d’amore alla vita che si liberava, mentre le gemme sbocciavano lanciando petali come se tutti fossero sposi.

    gene

    Postilla
    Ogni cosa che puoi immaginare, la natura l’ha già creata
    Albert Einstein

  • Parola d’ordine: Cià

    C’è del buono anche nel buio di questo momento, che verrà molto utile quando e se ritroveremo la nostra libertà: il distinguere le cose serie. A partire dalle parole che sentiremo, riusciremo a capire al volo cosa sia importante e cosa no. Verrà ridefinita una scala di valori e il modo di costituire il mondo e quando qualcuno cercherà di trarne profitto verrà smascherato dalla nostra nuova capacità di analisi.
    Qualche esempio?
    Il politico che scatenerà la paura delle frontiere aperte per avere qualche voto sarà trombato. O quell’altro che proporrà di sgravare le tassazioni dei ricchi, beh, anche lui trombato. Il manager che dirà che il licenziamento è un’opportunità verrà licenziato.
    Si potrebbe andare avanti per ore, ma ognuno ha già ora la possibilità di mettere in pratica questo “sesto” senso regalatoci dall’emergenza.
    Per commentare ogni inganno e bugia che ci verrà propinata come se fosse virtù, c’è un’espressione gergale ticinese, fulminante, che potrebbe diventare il timbro definitivo per cassare smargiassate e piagnistei: Cià.
    “Lo facciamo per il vostro bene!”
    Cià!

    gene

    Postilla
    Nessuno, quanto gli sciocchi, si crede capace di ingannare le persone intelligenti.
    Marchese di Vauvenargues

  • Le ragazze dell’Otto

    Lo so, lo so. Non è mica un giorno all’anno a fare la differenza, però oggi col Meo facciamo festa a tre ragazze, o tre donne, che vanno dagli ottantotto anni ai ventisette, ma gli anni non è che contano, in queste settimane disastrate dentro le quali ci sorvolano pensieri e dolori, alcuni inqualificabili e che non è possibile contare. Ma l’idea è mettere su Sam Cooke e preparare gli ossibuchi col risotto, per i fiori ci basta la magnolia di fuori che ormai si è svegliata.
    La nonna arriverà col bus, ci ha preso gusto forse, dopo decenni a dire di no, ed è progresso, altro che rassegnarsi all’età. Alla mamma lasciamo la pace della colazione, che le serve per la sua bellezza riflessiva, eternamente disturbata dagli urli di ripetizione miei e del Meo all’ascolto di un Sand Creek o di una Locomotiva. Alla figlia l’osservazione della nostra strampalata domenica di marzo che cade proprio in questo numero, Otto, come una mezzala (lo penso e non lo dico).
    C’è da bandire un sacco di cose: la guerra prima di tutto, ma poi la noia, l’adombrarsi, il domani, l’ambizione, e cose così, maschili.
    Provare un mondo che non è ancora potuto essere, delicato, misterioso, inesplorato.
    Lo so, lo so. Non basta un giorno, ma serve per pensarci, come ha fatto ieri il Meo alla soglia dei suoi anni, sorprendendoci con un chiarissimo: Gli uomini sono tutti uguali. Intendendo anche le donne.

    gene

    Postilla
    Se le donne sono frivole è perché sono intelligenti a oltranza.
    Alda Merini

  • La banalità

    C’era già qualcosa di malsano prima, a dirlo adesso.

    Il luogo, forse l’ora tarda, il vuoto in terrazza e dentro il bar, o i pantaloni di lavoro che avrebbero dovuto essere in cantina da ore e invece gli sono ancora addosso.

    Il poggiarsi di traverso al piano di sasso, senza quell’aspetto da interlocutore, sembra più una forma di arresto del corpo, alto e rigido, a tener dentro cose decomposte come il rancore, la frustrazione, o la vigliaccheria, sempre a dirlo adesso.

    Lui, immemore delle maleparole già scagliate dalla trincea del niente qualche mese addietro, tende la mano caldamente: scorre il pensiero che non ricordi nulla, pazienza.

    Poi si parla, con tutti i limiti del caso.

    Fino a un momento in cui si tentano spiegazioni sul comportamento di un tale non presente.

    Comincia il dissidio, lui subdolamente, poi aggressivo, gli insulti e infine la pietra.

    Dice: “Spero che tu crepi presto”.

    Poi minaccerà con ipotesi di pugni e sputi.

    Ma a quel punto è già finita e invece del dispiacere c’è il sollievo, la certezza che non ci sarà più bisogno di tendergli la mano, salutarlo, il più e il meno, le parole storpiate nella presunzione di saperle.

    Fuori la notte è perfino più bella di prima.

    gene

    Postilla
    Il codardo minaccia solo quando è fuori pericolo.
    Michel de Montaigne

  • Lettera a Fabrizio

    San Bernardino, 23 luglio 1968

    Caro Fabrizio, sono un bambino di otto anni e sono in colonia. Mi capita ancora di fare la pipì nel letto e non l’ho detto neanche alla mamma. Che tanto è a casa e non mi vede. Solo la domenica quando vengono su a trovarmi lei e il papà. Ma non lo dico lo stesso. Mi vergogno. Non soffro di nostalgia. Ma non mi piace questo posto chiuso con il sole fuori. Mi diverto ogni tanto quando facciamo passeggiate nei boschi. Ma i maestri non ci lasciano fare quello che vogliamo. Bisogna mangiare tutti assieme anche la merenda con pane e cioccolato che a me non piace proprio.
    Il maestro del nostro gruppo ha deciso il nome della squadra per il torneo della colonia. Fulgor. Ha disegnato anche gli stemmi di cartone che abbiamo attaccato alle magliette con una spilla. Non so se abbiamo vinto o perso. Non è come il calcio del mio paese che siamo liberi di andare avanti fino al trenta. Qua c’è un cronometro e quando scatta si smette di giocare e magari non abbiamo fatto neanche un gol.
    Ma non è per questo che ti scrivo.
    Ieri c’è stato il saggio canoro della colonia. Tutti i gruppi avevano una canzone a scelta. La nostra era Mai mai ti lascio, che non avevo mai sentito e che non era tanto male. Ma un gruppo di sole bambine ha cantato la più bella e mi hanno detto che l’hai scritta tu. Non mi ricordo il titolo. Ma faceva così:

    Bianco come la luna il suo cappello
    Come l’amore rosso il suo mantello
    Tu lo seguisti senza una ragione
    Come un ragazzo segue l’aquilone

    Mi ha ricordato l’estate scorsa quando non c’era bisogno di mandarmi in colonia e sono stato con i miei amici al mio paese a giocare senza i grandi.
    Mi è piaciuta tanto però mi ha fatto venire la nostalgia e ho pianto un po’ senza farmi vedere se no mi prendono in giro e mi dicono femminuccia.
    Mancano cinque giorni al mio ritorno a casa e il tempo passa meglio perché canto tra me la tua canzone appena posso.
    Quando torno a casa chiedo alla mamma se mi può comprare il disco.
    Non so dove abiti ma se me lo dici vorrei venire a trovarti.
    Io sto a Preonzo vicino a Bellinzona e se vieni mi riconosci subito perché ho i capelli castani e non sono tanto alto quasi sempre in pantaloncini corti. Se vieni in inverno li ho lunghi.
    Se non puoi allora chiedo alla mamma di portarmi dove stai tu.
    Aspetto. Non venire prima di sabato prossimo però.

    Buongiorno.

    Giorgio.

    Postilla
    Quando ero piccolo m’innamoravo di tutto
    Correvo dietro ai cani

    Fabrizio De André

  • Merluz al telefono

    Pillola di comunicazione ai tempi del silenzio digitale.

    Estratto da Merluz Vogn, romanzo (Gabriele Capelli Editore), 1° aprile 2020

    (…) Prima del Camarel, c’era la saletta con le imposte sempre accostate. Nessun segreto lì, nessun mostro, la porta era chiusa solo per impedire alla polvere di andare di qua e di là. Oltre a scansie gravate di torleri vari e piatti della festa come nuovi, c’era il telefono, attaccato alla parete, che si sentiva per miracolo, e solo perché non suonava mai e nessuno c’era abituato; allora qualcuno sobbalzava e avvisava i più sordi. Spesso non arrivavano in tempo e tornavano alle loro faccende.
    Una volta andai dietro alla nona che voleva telefonare alla Besava, che stava in una casa troppo a sud per i suoi passi. Staccò la cornetta nera e infilò il dito nel volantino cifrato dall’uno allo zero. Compose. Ascoltai il suono del volantino cha andava e tornava in posizione appena levato il dito. Ziteldeeeeee (era il 6) – zitelde (1). E poi altri tre zitelde di lunghezza variabile. La nona attese concentrata, giocherellando col cavo attorcigliato. Non rispose nessuno, forse la Besava digeriva nel sonno col suo stomaco vecchissimo. Appese e uscimmo.
    (…)

    gene

    Postilla
    Il telefono non serve a niente.

  • Il Fede è uscito dal gruppo

    Il Federico imbraccia la chitarra e con gli altri tre o quattro attacca un assolo. Io e il Nandel sull’uscio, così piccoli che possiamo stare appaiati senza nemmeno ingombrare tutto il passaggio. È un giorno di sole, non sappiamo che anno sia, boh, chi se ne frega degli anni, e cosa sono poi? Non si capisce se il locale, che dà sulla carraia, sia un vecchio pollaio o una dispensa per il grano. Le parti di intonaco sono dipinte, con scritte tondeggianti: Rock con la K monca e dietro il batterista qualcosa di seminascosto, forse W la Finca (Cos’è la Finca? chiedo, Credo una bibita, risponde il Nandel).
    Ah, il Federico in realtà si chiama Fede, o Fritz, ed è contento del pubblico. Possiamo andare lì quando vogliamo, ci dice. Una buona soluzione, per noi che non sempre abbiamo idee fresche per riempire l’estate. E poi ci sembra di essere privilegiati, o forse agli altri non interessa.
    Il Fede fa anche il portiere, la domenica, uno che si butta in uscita bassa alzando le mani come se avesse una mazza per far esplodere la palla. È molto vecchio, almeno vent’anni, ma forte e agile. Se il Silio mi lascia, a metà tempo vado in porta a fare come il Fede, a parare i tiri del Tarcio e del Savitt, a volte del Leti o del Got.
    Con la chitarra invece non faccio cambio, è una cosa troppo seria, anche se dopo, nella baracca della legna, col Nandel alla batteria (il secchio dei panni), strimpello il rastrello e canto La verzaschina.
    So che in futuro, quando sarò vecchio anche io, guarderò dentro a quel locale abbandonato tutte le volte che passerò a trovare mia figlia, che abiterà lì vicino. Vedrò ancora le scritte e il Fede che sorride. Penso che anche il Nandel lo farà.

    gene

    Postilla
    Gli eroi son tutti giovani e belli
    Guccini

  • Destination Mendrisio

    Gli Oregiefregie band ormai erano rodati e avevano anche un Nissan verde per stipare strumenti e attrezzatura, oltre a loro stessi. Se stavi seduto a destra contro il finestrino, potevi veder giù sotto il culo il copertone che girava e nel contempo goderti il profumo dell’asfalto da quella specie di cratere nella carrozzeria smangiata dalla ruggine. Il Rena aveva preso la patente da poco e guai a togliergli il volante. Davanti stava l’Emme, di solito dalla parte del cratere, e in mezzo il Uoter. Gli altri due filavano dietro, tra stanghe di microfoni e sobbalzi spaventosi: il Max piegato in due data l’altezza puberale che cresceva a ogni cambio di luna, il Marco incassato tra i monitor con gli occhiali appannati. A ogni frenata era un dramma, tra il rumore, la puzza di copertone e i piagnistei dei profughi dietro. Anche in curva non era il top.
    Una tipa che conoscevano gli aveva chiesto di suonare a Mendrisio, versante ospedale neuropsichiatrico, per l’ultimo dell’anno. Arrivarono sul posto congelati e con immenso anticipo, per vedere i matti con la scusa di dover montare il palco con la dovuta cura. Si scaldarono alla mensa, trippa in umido che l’Emme non mangiò perché gli faceva ribrezzo e si accontentò di una mela con birra.
    Matti ce n’erano, ma composti. Una delusione. Dissero che alla serata, nella sala del teatro, sarebbero stati in molti, tutti quelli governabili.

    Pareva proprio la sala grande del Palace Hotel. Certo, i nostri non avevano Jack e Elwood, ma neanche Cab Calloway, e il repertorio era il solito: marcette, walzerini, qualche robetta veloce e alcuni pezzi cantautorali. Tutta roba scritta da altri e adeguatamente maltrattata. Proprio come il pubblico, i matti, che stanno ai margini del mondo e lo cambiano ogni giorno, ma sono altri a scrivere testi e parole senza ascoltare. Almeno ai nostri non davano pastiglie per farli calmare.
    A un certo punto della serata salì sul palco un capellone con un flicorno e chiese se poteva suonare la batteria.
    – È il mio maestro! – esclamò il Rena.
    Cioè, aveva preso qualche lezione quando il capellone stava ancora in giro.
    Con deferenza cedette il posto al Maestro che si lanciò in un rullio sterminato e gli altri a cercare di stargli dietro. La batteria avanzava sobbalzando sotto i colpi e sarebbe caduta dal palco se il Rena non si fosse inginocchiato a trattenerla. Appena finita quell’esibizione di forza, il Rena chiese al Maestro di dire qualcosa al microfono, tanto per farlo andar via e riprendere il suo posto, calmando la batteria come se parlasse al gatto.
    Il Maestro brandì il microfono.
    – Teh, Giulio! Se non vieni su a suonare sei un bigolo!
    Poi lanciò il flicorno contro la parete. Due infermieri saltarono sul palco e lo portarono via.
    Ma l’intermezzo non placò la festa, anzi. I matti fecero trenini a più non posso – tranne quello che seguitava a percorrere il perimetro della sala e che lanciava uno sguardo severo quando transitava sotto al palco – e verso mezzanotte costò fatica spiegare che ormai la cosa si concludeva.
    Mentre caricavano la roba sul Nissan, un matto con una curiosa testa allungata chiese all’Emme se poteva andare con lui e per convincerlo gli disse che lui sapeva a memoria Cattedrali di pietra e sassi di Fausto Leali. Alla terza ripetizione della domanda, l’Emme gli disse che sì, vieni pure. Il matto stette lì un attimo a pensare e poi disse che lui doveva prendere delle pastiglie e quindi non poteva.
    Tornando, con il solito freddo della madonna e l’instabilità in curva, si resero conto della grandezza dell’esibizione. Roba da manicomio, proprio.

    gene

    Postilla

    Siamo un passaggio di allodole, con un colpo andiamo giù

    Roberto Vecchioni