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  • Dizionario degli alberi da frutto

    Prosaici stanno nani nel nutrirealbero frutto

    LEGENDA
    Nome – Nome da Prons
    Endecasillabo a geometria variabile
    Spiegazione umana

    Avvertenza
    Edizione rivolta agli utenti con guasti funzionali.
    Astenersi scienziati avvocati architetti preti politici e peisefumm.

    Albicocco – Mùgnaiga
    Il nòcciolo avvolge di gusto e peluria
    Quando ci consegnarono le maglie arancioni, tre anni dopo la rivoluzione olandese, cambiò oltre ai colori anche l’idea di gioco. Tre attaccanti veri, con le ali che non tornavano mai e se potevano dribblavano anche la recinzione. In giardino, il pà scavava, piantava e coglieva, mentre io sbuffavo guardando il campo di calcio a cento metri.

    Caco – Caco
    Il novembre dei morti brilla succoso
    Attardato su tutto, il frutto raggiunge la maturazione quando le foglie fanno ormai da tappeto alla pianta. Aspettando il ritorno precluso di mia madre a causa della morte, il gatto rosso stette sotto il caco per diversi giorni senza mangiare e poi andò a morire da qualche parte sconosciuta. Tardi per tutto, anche per il caco.

    Ciliegio – Sciréisge
    Una tira l’altra e attirano tutti
    La questione è sempre la stessa: quante rubarne. Nella cassette di legno perdono la sensualità, quella che ti fa abbracciare il fusto per salire dove i rami reggono a malapena e per poi allungarsi verso l’ultima, rossa meta del dispetto supremo. Nella morena scomparsa in fondo al paese, il pà ne innestò a decine, addomesticando le selvatiche.

    Fico – Fiich
    Si discende nel sonno della ragione
    Dalla foglia biblica in poi è tutto un salirci e scenderci, soprattutto nel suono dialettale. Copre pudenda, in ispecie femminili, che poi si sognano a gruppi da rimontare, quasi sempre invano. Il meno sveglio della compagnia è sempre lì che non scende e non si accorge che il mondo cambia senza darla a lui. Aperto a metà, il frutto evoca.

    Melo – Pómo
    La mela più giusta è nella bocca sbagliata
    Interminabili buche del sabato, commovente maturazione invernale nella cantina del grotto. Mi dispiace non aver capito la cura di mio padre per questo frutto che laboriosamente ha coltivato nel suo giardino. Mi piace il detto: La pómo bóno l’è sempre in bóco al porscéll. C’è chi non ha.

    Pero – Peséu
    Arrotonda verso il basso ad attrarre
    Nel mio paese adagiato e piccolo, solo due tipi di pera: durissima o fondente. La prima, detta Strozocavai, serviva quasi solo alle nostre mani furtive, alle quali faceva da complemento la capacità di fuga dalle ire del proprietario avido. I rari perbutéer, invece, si scioglievano nelle bocche quasi come il gelato, lasciando un ignoto retrogusto di ragazza in fermento.

    Pesco – Pèrsich
    È tutto un risucchio il tuo succo
    Ci vuole un lenzuolo per preservarsi dallo sbrodolamento e questa cosa non mi è mai andata giù. E non solo a me, dato che per ovviare al disfacimento dei succhi hanno inventato la pescanoce, ibrido completato da qualcosa che non è certo un gheriglio, ma piuttosto una buccia in similmela geneticamente inspiegabile. Boh.

    Prugno – Brugn
    Di frutto in grappa, d’ubbia in cesso
    Curiosamente conduce alla sanità liquida di corpo, ma prima rimanda alla parte per il tutto, come il fico. Da provare, per avanzati, il distillato. Come pianta in sé, e come gli altri fruttiferi, prevede l’impianto il sabato con l’aria da patibolo, mentre il mondo sonnecchia o si accoppia o, se non s’ha l’età, girovaga per giochi ai quali tu non partecipi, tetro.

    Ulivo – Ulìu
    Di sera mi presero, pavidi gli apostoli
    Il primo cucchiaio d’olio d’oliva è giunto da una tolla come quella della Valvoline attorno al ’75. Da lì sono nate abitudini ormai radicate, come se fossimo pugliesi da millenni: ah no, non posso fare a meno dell’olio d’oliva. Balle: i formaggini sono meglio con l’olio di semi. Ormai se ne vedono nei nostri giardinetti rupestri, Getsemani stentati. Sono belli, niente da dire, ma è roba al confine tra trash e chic, come le coppette di champagne alla festa della mortadella.

    Vite – Viit
    Acini a grappoli staccati di frodo
    Contorta e condizionata dal volere dell’uomo, la vigna ha creato e distrutto mondi: se l’umanità si è salvata dalle miserie dell’anima lo deve al vino, ma il rovescio della medaglia sono i cervelli in tilt e i fegati spappolati. Arma suicida a lungo decorso con annegamenti nei bicchieri e litigi per futilità. Ma pure canti e coraggio. Sono stufo del Merlot, caro e banale. Ridatemi il mistero delle vecchie uve che ribollivano nei tini dei nostri vecchi morti anzitempo.

     

    gene

     
    Postilla
    Poi ci sono kiwi e avocado e altre import a km/1000000, roba impossibile che imputridisce a manetta appestando il circondario

  • Dizionario degli alberi

    Le cose non sono come stanno nell’acerbare dei pensierialbero

    LEGENDA
    Nome – Nome da Prons
    Endecasillabo a geometria variabile
    Spiegazione umana

    Avvertenza
    Edizione rivolta agli utenti con guasti funzionali.

    Astenersi scienziati avvocati architetti preti politici e peisefumm.

     

    Abete Bianco – Biézz
    Difendono l’alpeggio i giganti della sera
    Si vedono a Gariss sull’orlo del prato e sembrano ostacolare l’avanzare da sotto di altre piante e arbusti. Non salveranno l’alpe, ormai abbandonato dagli armenti e invaso da mirtilli e rododendri, ma attorno a loro l’erba è libera come una specie di riserva di resistenza. Quando cadranno sarà finita. Ma non sarà domani.

    Abete Rosso – Pésce
    Muta in bosco nero le paure degli infanti
    Sopra Bens vestono la montagna come un immenso cappotto scuro. Qualcuno voleva tagliare questo bosco, anni fa, per speculare sul legname o per le bizze di forestali incompetenti, ma il timore del suo spirito ha scacciato le motoseghe. Entrarci e passarlo per salire al Pizzo è un cambio di universo e induce ai pensieri sul mistero della natura libera e bastante a sé.

    Acero – Aigro
    Inerpica frescura nel sonno dell’estate
    Sempre a Bens, mio padre ne piantò due più di vent’anni fa. Li estirpò in Valpighi, sopra un ruscelletto che appariva e scompariva. Erano alti un paio di metri e magri come grissini, stupiti dalla nostra presenza. Ora vegliano un prato con un’ombra impenetrabile, come quella che scende a volte nel cuore. Mi spiace avervi abbandonato.

    Alno – Dròuso
    Sfida ogni sentiero appena sotto le pietraie
    Provare a sorprendere questo fante delle alpi è come voler fare un gol a un catenaccio italiano d’altri tempi: si può, ma sono ore interminabili tra chinarsi e scorticarsi, senza vedere dove vanno i piedi. Non si scorge traccia di passaggio fino a quando, attorno ai duemila, si arrende e sei sfinito pure tu. Ce la fanno solo i camosci.

    Betulla – Bédre
    Avanguardia di nitore alla pigrizia
    Pianta femminile che si occupa di tutte le specie, con l’altruismo degli innocenti. Colonizza territori prativi prima degli altri e prima degli altri mette le foglie in primavera. Poi si scansa alla protervia dei più maestosi e più imbelli e ingiallisce precoce. Oppure viene abbattuta dai contadini da operetta per salvare pratuscoli.

    Castagno – Arbro
    Impera su un destino di viscere corrose
    Qui è una pianta operaia considerata sacra per quanto ha dato ai miseri stomaci. Abbandonata per decenni, adesso torna a svettare per la scelta di salvarne le selve, ma le castagne sono solo un frutto da domenicali in ciabatte. Certo, i ricci pungono ancora e le foglie fanno strame, ma nel cuore corroso il castagno è morente, inservibile. Metafora sul nostro inutile essere qua a fare i selvatici da diporto.

    Corniolo – Cornèe
    Tra i sassi ad indurire per teste di martelli
    Dietro la bottega, il Sergio ne aveva uno aggrappato a un muretto di sasso. Mi affascinava e mi concesse di tagliargli un piccolo ramo. Lo lasciai seccare e quando fu senza linfa provai a intaccarlo con lo scalpello, poi con la sega, poi con l’ascia e infine con la carta vetrata. Si spaccò tutto l’armamentario e da allora per me è il capo dei capi. Il Luca ne ha un bastone nel bagagliaio, per il non si sa mai.

    Faggio – Fòu
    Si leviga argentato la corteccia
    Bisogna dire che è bellissimo, depilato e ben piantato come CR7. Quando cresce sembra farsi di terra creta nelle sue contorsioni. Ne ho uno a Sonlerto che non ne vuole sapere, resta brutto e in ritardo su tutto, a partire dalle stagioni. Non sembra nemmeno uno dei suoi simili, ma è simile a me e va bene così. Solo che lo tagliano a foreste, rende, brucia e ricresce.

    Frassino – Fràsan
    S’imbruttisce per poi magnificare
    Il grande sottovalutato delle latifoglie: non dà frutti, non fa fiori, non poetizza, se ne frega. Ma quello in giardino, piantato lì ben prima che sorgesse la casa, investe la veranda di mille luci e riverberi. Credo si senta amato perché quest’anno è cresciuto oltre il tetto e adesso sarà almeno di venti metri, che lo vedi da in fondo alla stradone.

    Ginepro – Sgiópp
    Effluvi nelle bacche che speziano le carni
    Le bacche non ci interessavano, troppo amare, ma fin da subito avevamo capito che un ramo di costui nel camino avrebbe odorato la casa come un mondo appena nato. Punge e ripunge, ma il suo effluvio è quello della montagna tutta quando cade acqua dal cielo e la terra ammalia sensuale.

    Larice – Làras
    Posto all’impossibile che infuoca di colori
    Si denuda di aghi ogni anno e scheletrizza su dirupi impossibili. Ma è una pianta implacabile. Rimette a posto i rami spezzati, stoica, e ricomincia a inverdire tenue fino al gran finale d’autunno: le montagne gialle sono opera sua e noi non abbiamo parole, solo occhi. Se li abbiamo.

    Nocciolo – Corér
    Amazzonia d’infanzia nei cortili
    Non c’è volta che si possa resistere a un bastoncino suo: per camminare o per dirigere bestie, o genti. Sopra Prons, riunito in gruppi, questo alberello ha inventato imprese omeriche regalando spade archi frecce e lance al mondo bambino. Nel cioss da cà d’ava era parte del regno sconfinato, talmente sconfinato da cadere dal pianeta e sparire.

    Noce – Nóus
    Di sacrale vestire orna il suo tempio
    Come per il castagno, il suo essere albero da frutto ne ha segnato l’esistenza. Dalle bacchiature furiose di tempi dimenticati, ai nocini di oggi, è ormai una pianta in esubero: troppo fragile alla nascita, troppo impegnativo dopo a causa del piegare la schiena a raccogliere gherigli. C’è ancora qualcuno che raccoglie una noce, la spezza e la mangia? Meglio il dolcetto in cartongesso.

    Olmo – Olmo
    Si erge indefinito sfuggendo la tortura
    Una pianta alta, ma più di così non so. Nella campagna da Prons non mi pare che ce ne fossero e altrove non sono stato interessato. Non ha nemmeno un nome nella nostra lingua. Ma il suo legno, però, illumina l’opera, morbido e bruno, diritto e marcato. Belle porte, begli armadi. Forse qualcuno nasconde scheletri.

    Ontano – Àldan
    A prosciugare gocce dedica il suo tempo
    Ricordo un novembre ai bordi dal Tasin a tagliare un appezzamento col pà e el zio Lucién. Tutti o quasi ontani, felici nell’umidità comune e brutti come il peccato. Nel camino incendiano come se dovessero decollare verso l’infinito, ma poco dopo sono in cenere e tocca ad altri ceppi tenere botta. Pianta fannullona e divertente (non si accettano paragoni con l’autore).

    Pino – Pin
    Nomade famiglia che vieta la colonia
    Altro genere poco considerato da me, che sono dell’idea che i resinosi debbano starsene ad altezze dignitose e in esercito. Il pino no, si piazza a livello del mare e delle campagne, un po’ qua e un po’ là, come quei cani che ormai mangiano la pastasciutta e sanno contare fino a nove.

    Pioppo – Póbio
    Con tremulo eroismo frange i venti
    Povero pioppo, così alto e insicuro, così privo di muscoli da dare perfino un legno della consistenza del burro e che viene usato come compensato, pensate un po’ che parola. Eppure, quando c’è da proteggere pianure coltivate, si erge in filari e spezza le tempeste d’aria, lui più di tutti. Forse si radica fino in Cina, chissà.

    Platano – Plàtan
    La nostra frescura illumina quieto
    Non esistono rivali: sotto le sue fronde in Pasquéi ho scoperto tutto quanto mi sarebbe piaciuto della vita: baci, giochi, parole, canzoni, persone, partite, libri e gelati. Vorrei stare sotto un platano sempre, tra il soffocare della tristezza e la pressione della gioia. Vorrei stare lì con tutti. Vorrei rinascere platano.

    Robinia – Rubìn
    Emigrante solitario ti punge
    In Campirasc, prima che sorgessero le scuole, il pallone finiva lì dentro e si bucava. Forse non abbiamo mai maledetto nessuno come le robinie. Non ci siamo mai capiti, troppo lontani, troppo diversi. Ma in qualche modo, conviviamo e sembra di aver raggiunto una specie di consuetudine. Mi sembra una cosa emblematica, più delle ciance politiche.

    Rovere – Róuro
    Legni per rotaie e bacche per maiali
    Ci ripetiamo, ma dando frutti anche lui, il rovere è marginale in questa epoca che i frutti si comprano al supermarket pagandoli cento volte più del giusto. Certo, le ghiande delle querce sono roba da maiali, ma il legno è duro, nobile e bello, e costoso pure lui. Almeno è eterno, come le traversine dei binari. I supermarket non so, spero di no.

    Salice – Sciarésce
    Lega tutto il mondo spremendone vitigni
    La baracca del cioss era piena di virgulti di salice tagliati e pronti per legare la vigna e altre cose contadine. Au li tagliava seguendo cauto il Rio Bass verso meridione, dove s’allineavano piante. Il clack della forbice, la bruma autunnale: piante spettrali in una campagna silente. Uno, piangente, stava a casa mia, bello come mia madre.

    Sambuco – Sambuuch
    Suona diroccato lo zufolo di bimbi
    A parte sciroppi e gazose, noi ne avevamo uno sopra un diroccato dal quale abbiamo estratto: fischietti per chiamarci dall’Arizona al Texas, cerbottane avvelenate con l’aceto, pipe da caricare a foglie secche e resti di sigaretta a terra fuori dal bar. Un’estate la passammo a costruire palafitte in miniatura e zattere. Con una pianta sola. Altro che sciroppo.

    Sorbo – Temél
    Punti di vermiglio su scomodi dirupi
    Appare bellissimo con le sue bacche rosse a grappoli e vien voglia di tenerne uno in giardino, come borghesi qualunque. Errore: cresce storto per ripicca, le bacche vermiglie sono tossiche come l’acquaragia e se può si rintana su impossibili burroni. All’ombra, tanto per non farsi mancare niente. Meglio guardarlo da lontano, è questo che vuole.

    Tiglio – Téje
    Forgia zoccoli e troneggia sui sagrati
    Imprescindibile la tejóno davanti alla chiesa da Prons, abbattuta qualche anno fa per consunzione. Gigantesca e spacciata, ha ombreggiato tutti i matrimoni e i funerali. Il legno è duttile e senza valore: brucia come carta e va bene per gli zoccoli, quelli che calzati da altri ti svegliano alle sei la domenica mattina. Bisogna volergli davvero bene.

     

    gene

     

    Postilla
    Albicocco – Mùgnaiga
    Caco – Caco
    Ciliegio – Sciréisge
    Melo – Pomo
    Pero – Peséu
    Pesco – Pèrsich
    Prosaici stanno nani nel nutrire
    Con questi qua, i domestici, faremo i conti un’altra volta

  • La ribellione

    Cosa credi? La terra dove tuo padre è sepolto è dello Stato. Se non ci avesse pensato lo Stato, dove l’avresti sepolto il tuo vecchio?
    Ma non lo so, il cimitero è sempre stato lì per quello scopo, perché dovrei pensare a qualcosa d’altro?
    È per dire che lo Stato è al servizio del cittadino e gli allestisce il cimitero.
    Guardate, detta così e come se ci prendessimo in giro da soli… Ma se proprio bisogna rispondere, beh, l’avrei sepolto in montagna, da qualche parte. O bruciato su una pira come gli indiani.
    Non si può, è la legge.
    E allora perché mi fate pesare che mio padre è sepolto al cimitero?
    Non è per fartela pesare, ma per farti capire che lo Stato è necessario e va rispettato.
    Perché?
    Cazzo! Perché? E lo chiedi anche? Per ordinare la vita quotidiana, per controllare, per non fare in modo che tutti facciano come pare a loro, per aiutare, perché ci siano leggi uguali per tutti.
    No, sì, capisco il discorso. Ma a me l’ordine non piace molto, mi prende un sacco di tempo e alla fine poi c’è sempre qualcosa che non trovo o che si è perso. Poi magari schiatto prima di aver concluso il mio lavoro a causa delle ore buttate per via dell’ordine. Mi piace fare a modo mio, cioè: chiedo qualche consiglio se non capisco, ma poi vado avanti con la mia testa e le mie mani. Se ho bisogno di aiuto chiedo al Gino o al Vezio. Non mi piace che mi controlli nessuno, preferisco qualcuno che mi dà una mano invece di quelli che sanno tutto e poi quando c’è da mettersi sotto criticano e basta o spariscono. Quando mia moglie ha perso il figlio l’ha curata il dottore, non lo Stato; quando andavo a scuola era il maestro Passeri che mi insegnava numeri e lettere…
    Secondo te il Passeri lo paga chi?
    Scommetto che adesso mi direte che lo paga lo Stato eh? Ma la questione è che il maestro è capace di insegnare e se non lo pagasse lo Stato lo pagherebbe qualcun altro o farebbe gratis in cambio del mangiare e del dormire, o qualcosa così. Non è che il maestro Passeri, se non riceve una paga, si mette a piantar chiodi negli assi, visto che non è capace. Lui insegna.
    La scuola è obbligatoria per legge!
    La legge: la legge di chi? Io ho la mia, che mi ha insegnato mio papà, quello che me la menate perché è sepolto al cimitero. Mi diceva: non rubare a meno che tu non abbia davvero fame, non uccidere a meno che un altro non voglia fare lo stesso con te, rispetta gli altri, dai un po’ del tuo raccolto a chi ha bisogno, lavora gratis se uno non può pagare. Mi sono sempre sembrate buone leggi. Se qualcuno si beccava una coltellata si sapeva che se l’era cercata, uno stronzo di meno a pesare sulla terra e se non moriva di certo aveva capito la lezione.
    Non puoi farti giustizia da solo, è lo Stato che si occupa dei reati e delle punizioni.
    E come fa lo Stato? È una persona in carne e ossa? No. Ci sono delle persone che applicano queste cose qua che chiamate leggi e che a loro volta sono state inventate da altre persone. Ma perché allora una cosa è valida se è legge dello Stato e non va bene se è una legge mia? Non vedo perché se devo bastonare il tizio che mi ruba le galline devo aspettare lo Stato. Comunque, accetto che il mio vecchio sia sepolto in terra dello Stato, non c’è problema.
    Il problema è che devi pagare.
    E se lo tiro fuori da là sotto?
    Non puoi, violi la legge.
    Allora lo lascio lì e non pago neanche un centesimo. Se me l’aveste detto prima me lo sarei davvero preso in spalla il vecchio morto, fino alle montagne in un posto che so solo io.
    Comunque, se non paghi, ti pignoriamo la casa.
    E io prendo a fucilate lo Stato o chi verrà a rappresentarlo. A meno che lo Stato non sia povero in canna e abbia bisogno, allora sarebbe un’altra storia. Vi faccio una domanda: lo Stato è bisognoso?
    Lo Stato decide e esegue per il bene di tutti.
    Anch’io decido per il mio bene ed eseguo. Fuori dai coglioni, al dieci sparo. Uno, due, tre, quattro…

    gene

    Postillaribellione
    Lo Stato è stato fatto per l’uomo, non l’uomo per lo Stato
    Albert Einstein

  • Viaggio d’Azeta

    Cantami o musa dell’infinito viaggiareAzeta
    dall’Abisso alla Zucca, per fiumi e per monti.
    Ch’io vidi attrazioni di cuori in fermento,
    come uccelli rapaci dall’occhio implacabile,
    preparàti a colpire altri cuori in oblio.

    Bocksten sepolto con tre pioli nel petto
    e pronto a rinascere quando Peter e me
    dissepolto l’avessimo e ascoltata la voce.
    Di bronzea corazza l’avremo vestito,
    di parole poetiche l’avremo risorto.

    Prendemmo ancora le concave navi, prua azzurra,
    volgendole all’isola impervia che attende ai suoi doni.
    Dalle Tracce scandinave alle Carte d’Insubria,
    canzone finale dell’amato Rolando,
    a rievocarne colori, e linee nell’acre operare.

    Altre carte al colmo di scale si vedono ora,
    gradini di un porto che le navi dipinge
    nel chiarore di Aurora, le dita rosate,
    e crepuscolo in fumo di polvere nera
    che nel cielo indicato le carte scompiglia.

    Viaggiare è il momento, immemore è il conto
    di quanta acqua è passata e quanta ancora cadrà,
    o se impressiona nei quadri tricefala Niska, la dea.
    Chiedi, reclama risposta alla Polvere nera:
    di Giuseppe le fiamme e di Umberto l’istante.

    Come rovente lucifera la caverna fiammata,
    anche l’anima in ferro si fonde e deposita cenere,
    libertà si divarica anelante d’origini
    alla strenua Difesa della natura di Beuys,
    di nessuno la Terra da scambiare con Cuba.

    Vedemmo tra i flutti scogliere d’argento,
    ordinate in flaconi di veleno riempiti
    da spandere a poppa come germi di grano.
    Pozioni penose ma è questo che andava
    per sciogliere gola e la mente oscurata.

    Nere le vele dell’agile nave, prua azzurra,
    d’improvviso gravata e strozzata dai grumi,
    incagliata tra i ciottoli bianchi del fondo
    nel fiume allarmato, che mesto sciacquava
    la bronzea piastra, Continente in deriva.

    Avvinghiati alla Torre guardiana piantata
    tra i noccioli aggruppati del Nomade Campo,
    labirinti irrisolti come all’Overlook Hotel,
    l’Albero della vita trovammo nella vita degli alberi:
    si pettinava le Foglie dorate al favonio del nord.

    Venti anni dopo, nel guardare l’Abisso,
    o è l’Abisso che ti scava via gli occhi,
    dodici uomini e un’assenza in cenacolo
    tolgono i veli ai Buoni e ai cattivi:
    è Colpire al cuore, sconfinata avanguardia.

    Vegliata da pastori mortali, Itaca petrosa
    s’alza sui flutti al riparo dei torti
    che la vita ci infligge sdegnata e selvaggia.
    Ma spingere concave navi, prua azzurra, si deve:
    ancora remare oltre l’orfana Zucca e oltre l’Ade.

    A questo corpo mortale, l’anima pura si indigna,
    duecento stagioni e una ancora di splendente delirio.
    Itaca sogno nell’estate che affloscia
    il candido intreccio di questo sudario,
    nelle gocce incessanti che addensano il sangue.

    Vi lascio compagni alla Macabra danza:
    per mio conto, qui e ora la Partita si gioca.
    Non è che se gli occhi io chiudo son morto,
    no, un incontro appartato il tempo ancora concede.
    Siamo solo noi due: la rossa signora e me stesso.

     

    gene

     

    Postilla
    Anche i dolori sono, dopo lungo tempo, una gioia, per chi ricorda  tutto ciò che ha passato e sopportato
    Omero

  • Visagno

    pizzo di claro 2018

    Tutto si scorge da quella montagna,
    dicevo alla piccola infante mia figlia,
    nemmeno ha bisogno di esser grifagna
    ma dolce fluire nel colmo come cono a vaniglia

    E lei figlia tuttora impaziente, decide il viaggio
    sfiorando ricordi e sfidando il presente,
    il passato di un giorno squillante del maggio
    e l’adesso chiomato nel ritmo del bosco fiorente

    Dal nero del lago ancora e ancora si deve salire
    il fiato s’accorcia alla distanza vicina dei passi
    ma c’è dentro la spinta per voler concupire
    quelle forre franose e ombreggiate dai sassi

    Toccata con mano la vetta brezzata, è meraviglia infinita
    di averlo nei piedi e di sentirlo nel cuore
    quel monte, e alla figlia fiorente adesso le è udita
    la parola completa degli avi, le è visto il candore

    Tutto si scorge da quella montagna

     

    gene

     

    Postilla
    Io ce l’ho fatta! A molti sembrerà nulla, ma per me è stata una meta che mi sono sempre portata nel cuore. Fin da piccola quando mio papà e mio nonno mi raccontavano di questo magnifico pizzo, per me era magia, un posto dove potevi vedere qualsiasi cosa. Oggi finalmente ho potuto ammirare con i miei occhi la bellezza che circonda questa vetta e porterò questo traguardo nel mio cuore per sempre. Oggi io ho vinto!
    Post Gigi

  • Figliolo

    Oh figliolo che non sei nato dal mio seme ma che adottai in un giorno di maggio, quando la campagna già chiamava e tu aspettavi, aspettavi me. Ti presi con la delicatezza stupita di chi ancora non sa niente. La mia sposa non era convinta, l’adozione di qualcuno così esotico non solleticava il suo cuore, o forse la considerava un ghiribizzo dei desideri, i miei, sempre così distanti dal sentire comune. Le dissi di non pensarci, di non preoccuparsi, che avrei fatto tutto io e con piacere.culla
    Ti portai a casa avvolto in carta di giornale, sul quale, prima di adagiartici, lessi al volo di qualcuno che non voleva concedere patria a qualcun altro. La tua patria è stata lì, nella nuova casa della mia sposa, nel sole dell’estate incipiente e poi sotto la sferza della canicola e delle piogge improvvise, delle arie montane. Il tempo è cambiato, anche quello verbale, e ciò che era remoto è diventato prossimo. Contavo i giorni che mancavano ai primi passi, e intanto tu ti sei fatto di bellezza colorata. Da immaturo, sei maturato, e mi permetto di immaginare che una parte della tua bellezza è stata anche merito mio, che ti ho visitato ogni istante per vedere i tuoi progressi. Li segnalavo alla mia sposa e lei, a volte un po’ stufa della mia dedizione a te, mi sibilava un tranciante “non c’è solo lui, occupati anche d’altro”.
    Ho resistito allo scetticismo e all’indifferenza e quando, l’altro ieri, si sentiva già un refolo d’autunno e tu rotondeggiavi bellissimo, ti ho portato in cucina con mani guantate e ti ho fatto a pezzi con il coltello. Mi hai fatto tossire e piangere prima che ti mettessi in forno per conservarti in eterno. Chissà se anche sott’olio sarai così ribelle e profumato, caro Scorpion Giallo? Chissà se anche la mia sposa ora comincerà ad amarti?

    gene

    Postilla
    scorpion 3Origine: Trinidad & Tobago
    Piccantezza: 1.300.000 gradi Shu
    Caratteristiche: pianta molto produttiva con tipici frutti di colore giallo a maturazione avvenuta. Si coltiva benissimo anche in grossi vasi.
    Uso: sapore di frutta esotica e straordinario profumo di agrumi. Ottimo per la produzione di polveri ed oli piccantissimi. Si abbina molto bene su carne, pesce e verdure

  • La partita – anteprima #2

    La partita tip.27.08.2018 cop.-page-001 2

    (…) Quella sera non uscì e si sedette al tavolo della cucina verso le undici, il pacchetto di sigarette e gli zolfanelli sulla sedia libera, la bottiglia piena accanto al bicchiere vuoto, il quaderno chiuso e la pistola carica nella mano destra, sulla quale, lavato via il sangue secco che però gli pareva cera di pastello, o forse rossetto, non c’era segno di ferita. Uno scherzo? Se fosse, era certo stato colto nel sonno profondo dovuto alla birra. Quel pensiero lo innervosì. Se qualcosa o qualcuno voleva passare, lui sarebbe stato lì con domande e risposte. E con la pistola, se serviva. Per tutto il tempo necessario.
    Passato un certo numero di ore, due colpi tesi batterono al portone. Posò la sigaretta sul bordo del tavolo, s’alzò, passò nel salone e, sempre con la pistola stretta tra le dita, aprì. Fuori solo buio e vento, o un respiro. Richiuse e tornò in cucina, trovò il bicchiere di nuovo pieno. Lo guardò come a cercarne la stranezza nel riflesso scuro. Si risedette, riprese la sigaretta, appoggiò la pistola sul tavolo e attese, preparato. (…)

     

    La partita è un romanzo di Giorgio Genetelli che uscirà a settembre 2018 per le Edizioni Ulivo.
    Martedì 2 ottobre 2018, il romanzo La partita sarà presentato alla Biblioteca di Maggia, Palazzo Patriziale di Aurigeno

  • Noi

    bansky

    Noi diciamo.
    Noi non possiamo sapere, non possiamo comprendere, non possiamo accogliere.
    Noi che non siamo mai stati in guerra, che non siamo poveri, che non scappiamo, che abbiamo più di quel che basta.
    Noi che abbiamo un lavoro, una casa, un giardino, un bar, un ospedale, un dottore, un divano, un solarium, una palestra, un cimitero.
    Noi che guardiamo i nostri figli andare a scuola, noi che sappiamo che torneranno, noi che prepariamo la cena alle mogli, noi che ci sediamo a mangiare le pietanze preparate da altre mani, noi che ingrassiamo.
    Noi che chiamiamo, che andiamo in bici, in auto, in treno, in aereo, perfino in elicottero sui monti a riposare o a cacciare o in barca a pescare.
    Noi che vogliamo essere accolti, in società, al lavoro, in famiglia, in parlamento, in governo, allo stadio, in famiglia, dagli amici e dagli animatori del villaggio-vacanze.
    Noi che vogliamo comprensione per le nostre debolezze e malattie, per i nostri sbagli e per i nostri amori, per i contrasti e per le idee, per le nostre tare e per i nostri vizi, per l’educazione e la maleducazione, per il cattivo odore.
    Noi che vogliamo sapere che tempo farà domani, cosa dobbiamo fare, per chi votare, a che ora rientreranno moglie marito figli e quando se ne andranno.
    Noi che vogliamo sapere che ora è, quanto ancora ci resta da riposare, lavorare, dormire, vivere.
    Noi che vogliamo comprendere le invidie degli altri, le maleparole, gli inganni, i tradimenti, i voltafaccia.
    Noi che controlliamo il tempo, in cielo e sui quadranti, noi che telefoniamo a casa, agli amici, ai colleghi, ai parenti, ai sacerdoti.
    Noi che andiamo a teatro, al cinema, alla partita, a messa, in vetta, al mare, al lago, all’obitorio.
    Noi diciamo.
    Noi non vogliamo sapere, comprendere, accogliere.
    Noi chiudiamo le porte
    Noi che ci facciamo prigionieri.

    gene

    Postilla
    Il rumore di passi di visitatori è una medicina; guarisce i malati
    Proverbio africano

  • La partita – Anteprima

    Dove fugge Damian, solitario con il suo fardello? Perché il vento autunnale lo sospinge, come fosse una foglia, verso una casa singolare e disabitata, separata anche da ogni ultimo villaggio? Il quaderno che porta con sé, che a lungo rilegge, dice che la partita in cui è invischiato, e di cui sembra giocare anonimi e come astratti minuti finali, ha pur conosciuto un prima, un tempo diverso, fatto di altro vento, di altre corse, vane anch’esse ma così dotate di senso: anni di un idillio dentro il quale tutto, luoghi cose persone, aveva un nome, una misura, un centro. (Christian Genetelli, quarta di copertina)

    ca dala gana 2 - 2018

    Estratto de La partita*

    (…) Ci teniamo dentro le cose, almeno quello. Almeno credo.
    Secondo stava dunque lì sulla panca di sasso, lo vedo ancora. Non pensava alla morte, che lo avrebbe invece colto a tradimento nel letto. Meglio di così non si può, dissero. Come se una morte incosciente sia una morte minore e non necessitasse uguale strazio nei sopravvissuti. Mi straziai, invece. Per me era la prima morte di un amato, una cosa inconcepibile e che mi fece seguire il feretro con odio sublime per il cielo e per la terra. Un plotone di esecuzione, quello sì, altro che dolcezza della morte nel sonno. Un plotone composto da fatiche, soprusi, esplosioni, silicio, martellate, sogni nemmeno pensati, amarezze sicure. Al funerale, transitarono preti, consiglieri e personaggi del paese che mi stavano gigantescamente sul cazzo, con le armi dell’ipocrisia e del cordoglio ancora fumanti, che facevano piangere mamma a ogni respiro e che ne incenerivano i capelli, tinti di biondo fin dal tempo della testa rotta e riparata con chissà quali fantasmi annidati dentro.
    Secondo come Aureliano, però morto senza rivoluzioni e senza pesciolini d’oro da cesellare. Sterco di pecora e sassi, a dismisura. E strozzando il disprezzo altrui, sottile e tagliente, per il suo essere nato straniero in terra considerata sacra, anche se parlava come tutti e come tutti piegava la schiena alla povertà. Non so se la piegasse anche a Dio, non mi ricordo se andasse a messa o ci credesse. Di certo bestemmiava, anche se di rado e con l’accortezza di stare fuori dalla portata furente di Odette. E aveva un segreto che ne diresse gli atti e i sentimenti, che solo io seppi, che ora preme e che mi incamminerà alla condanna per averlo svelato. (…)

    *La partita è un romanzo di Giorgio Genetelli che uscirà a settembre 2018 per le Edizioni Ulivo.

    Martedì 2 ottobre 2018, il romanzo La partita sarà presentato alla Biblioteca di Maggia, Palazzo Patriziale di Aurigeno

  • La Macchina

    macchinario

    Avevano regalato una Macchina a ciascuno, comodamente pagabile in due anni, il tempo giusto per renderci conto di come avremmo lavorato meglio. Con pochissima spesa, ce ne avrebbero consegnata una nuova, più avanzata. Se poi non avessimo potuto pagarla se la sarebbero ripresa con una piccolissima penale e amici come prima. La Macchina era affascinante, potevamo fare da soli cose che prima ci toccava fare in dieci, risparmiando tempo, discussioni e riunioni. Il prodotto delle Macchine migliorava il presente, allontanava il passato faticoso e prometteva un futuro di comodità. Solo che di giorno nelle strade e nelle piazze non girava più nessuno, tutti presi al funzionamento della propria Macchina. Dopo un certo tempo, anche la sera era spopolata e noi cominciammo a stare a casa per produrre di più con la nostra Macchina personale. Avevamo il nostro destino in mano e ci importava poco di condividerlo con gli altri: potevamo comprare tutto con molta più disponibilità di prima, senza dover scambiare merce o, peggio, indebitarci moralmente per il mutuo soccorso.
    Dopo un anno di grande produttività, le merci erano però diventate più care. Ma ne valeva ancora la pena, pensando alle carestie dei nostri antenati. Andammo dunque avanti sulla strada privata del prodotto e del consumo. Ci comunicavano che le cose stavano andando bene, avanti così. Ma io ero un po’ stufo della Macchina, mi pareva che pretendesse sempre di più e togliesse tempo per me.
    Quando passarono i due anni riconsegnai la macchina e pagai la penale, cosa che prosciugò il mio conto. Poco male, mi dissi, cercherò qualcuno che abbia rinunciato alla Macchina e riprenderò a scambiare. Ma sembrava che tutti avessero scelto il nuovo modello di Macchina. Trovai una decina di vecchi amici e provammo a riprendere i vecchi mestieri, ma dopo qualche mese ci rendemmo conto che ciò che noi producevamo con fatica necessitava un tempo dieci volte superiore a quello impiegato dalla Macchina. Cominciammo a litigare, ormai era difficile trovare compromessi, abituati come eravamo alla perfetta solitudine decisionale della Macchina. A un certo punto, restai solo: gli altri tornarono alla Macchina, una nuova versione più costosa.
    Proibirono l’elemosina, tolsero le panchine dalle piazze, misero recinzioni. Ormai non avevo più niente, mi ero indebitato e tutti mi fuggivano o mi inseguivano. Dovevo decidere in fretta.
    L’aria era invasa dal ticchettio della Macchina, dei milioni di Macchine. Un suono ritmico al quale si accordò il picchiettare del congegno a orologeria che mi ero procurato nelle catacombe dove ormai sopravvivevo con altri emarginati. Scoppiò verso le dodici, davanti al Palazzo e all’altezza del mio addome.
    Non so se questo sia il Paradiso, ma di Macchine non ce ne sono.

    gene

    Senza alienazione, non ci può essere politica
    Arthur Miller