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  • C’era una volta in Campirasc

    In settembre cominciava il campionato, dilettanti allo sbaraglio con punte di felicità e sprazzi di ferocia. Mai come la caccia, però. Per mettere insieme la squadra alla domenica bisognava fare i conti con tutti quelli sparsi sulle montagne armati fino ai denti e pronti a tutto. Qualcuno arrivava al campo con le gambe a pezzi e con la palla poi sfigurava più del lecito. Qualcuno non arrivava del tutto. Quella domenica lì, era forse l’Ottantacinque e io non mi ero ancora spaccato la gamba. Il Got, che invece era già privo di rotula ma teneva duro sia in campo che in montagna, si era accomodato in panchina vestito di tutto punto, maglia braghette calzettoni scarpe. Faceva caldo e in divisa bianca si sopportava meglio. Il Got aveva già beccato un camoscio in settimana e la soddisfazione l’aveva convinto a virare sul calcio di domenica, lasciando la caccia per il lunedì.cava
    Non so, a ricordare adesso era un mondo perfetto, fatto di cose comuni e piuttosto rudimentali: allenamenti senza tattica prima di birre generose. Lavoro amore e sogni, indistinti nello stare insieme per divertimento, che poi se si perdeva o si sbagliava preda qualche muso lungo si materializzava.
    Il nostro campo si chiamava Campirasc perché era stato strappato alla natura selvaggia; stava proprio sotto la cava di granito, abbandonata da un decennio ma ancora uno squarcio nel verde dei noccioli. Imperava sopra ai dribbling e agli svarioni. Dalla panchina dove sedeva il Got la si vedeva perfettamente questa ferita nella montagna, alta almeno cento metri. La partita filava via senza grandi sussulti, forse stavamo avanti di un gol, o forse indietro, non ricordo. Il Got si stava distraendo e dato che l’allenatore non sembrava intenzionato a mandarlo in campo cominciò a rilassarsi guardando la montagna scarnificata.
    – Arrivo subito – disse all’improvviso e balzando in piedi.
    Si allontanò rapidissimo, sempre bello nella sua divisa bianca e i capelli al vento, e imboccò la strada che portava in paese. Non sembrava arrabbiato per essere di riserva e nessuno ci badò, forse aveva un bisognino e noi ci scordammo di lui, presi dal gioco.

    Bang!

    Ci bloccammo tutti, in campo e fuori. Io guardai l’arbitro. Il Got era riapparso e imbracciava il fucile, fumante di fresco e indicava la cava. Come una scena al rallentatore, un camoscio colpito a morte rotolava nella crepa della montagna e fece un ultimo punf al riparo delle robinie. L’arbitro, per fortuna, era ancora in piedi e vivo.
    Bisognava vederlo il Got, in divisa da calciatore, il fucile imbracciato e la luce del trionfo negli occhi. Aveva fatto gol senza nemmeno giocare, meglio di una rovesciata o di un colpo di tacco.
    Anni dopo, in un’altra provincia dispersa tra le montagne, quando risposi alla domanda sulla mia provenienza, sentii ribattere: “Ah, dove quello là aveva preso un camoscio durante la partita”.

    gene

    Postilla
    L’uomo è mortale a causa dei suoi timori e immortale a causa dei suoi desideri.
    Pitagora

  • La partita – Capitolo 23

    XXIIIcarèe ventivi 23

    I parenti alla lontana erano anche lontani davvero. Pochi chilometri, a nord, ma fuori dai nostri giorni. Caricati in macchina, andavamo a trovarli un paio di volte all’anno – una il dì dei Morti e l’altra in transumanza sui monti d’ estate.
    Lo zio Adamo, che era zio anche se abbastanza in su nell’albero genealogico da non poterlo raggiungere neanche con la scala a pioli, era un rosso, di capelli e di pelle, non certo di credo politico, dato che in quella parte di albero tutti i frutti erano conservatori preganti. Con lui, un paio di sorelle come conviventi (altre invece sparse qua e là nella Nazione), e tutti quanti senza l’ombra di un sollazzo sentimentale fuori dal cerchio. Neanche sex, temo. Però, con la loro parlata strana, erano divertenti e sempre lì, sulla panca di sasso addossata al muro a guardare la strada dismessa, che le auto ormai passavano più su, da quella nuova che aveva tagliato il paese in due parti, ugualmente brutte. Almeno, davanti alla casa di Adamo e sorelle, oltre la strada, s’apriva la campagna e in fondo, dopo gli ontani, il fiume e il mio paese di là.
    Una nebbia di mistero avvolgeva quelle spedizioni. Non capivo niente, solo una specie di affetto obbligato. Non ho nemmeno compreso da quale parte venissero, ma mi pare dalla parte di Odette, il che lascia di stucco, pensando agli stenti infantili della nonna nel trovare un’accoglienza dopo la tragica deportazione dall’Alvernia.
    I discorsi vertevano su monti e campagna, in modo vago. Noi non andavamo da loro a far fieno e viceversa. Il che, separava di brutto nei fatti. Però c’era un legame, Odette li amava a modo suo e lo esternava, probabilmente in momenti in cui il ricordo tornava a far male, con frasi tipo: – Chissà quei poveretti?
    Ah, come se noi invece fossimo agiati… Ma forse erano poveretti, secondo lei, per la loro fallita ricerca di sposi e spose o per quel cucinino che a mangiarci in tre toccava certamente fare a turno. In un giorno di visita, cadde una brocca già piuttosto sbrecciata, si sbriciolò e ci mancò poco che ne sortisse una guerra per imputarsi la colpa della tragedia. Magari molte guerre cominciano così, cazzo. E mi chiedo: se ci fosse stata una brocca sbrecciata da spartire, come si sarebbero comportati Marta Paolo Giona? Olimpia l’avrebbe presa se non serviva a nessuno, ma l’avrebbe lasciata se solo uno dei tre avesse manifestato un vago senso di appartenenza alla brocca stessa. Avrebbero litigato, sono sicuro.
    I tre parenti alla lontana si rassegnarono e ne presero una di plastica, roba d’avanguardia.
    Comunque, anche se vecchio e non molto attraente (vedi mancato reclutamento di una femmina qualunque), lo zio Adamo aveva un suo perché e ogni volta che vedo Robert Redford mi viene in mente lui. Un modo come un altro per restare nel mio empireo sgangherato e illusorio, dove Adamo sussurra a cavalli e prende le difese di carcerati riottosi e maltrattati. In sostanza, un eroe, che va in crisi per una brocca in frantumi.

    gene

    Postilla
    Damian porta con sé un quaderno dove ha annotato dolenze e gioie. Effimere eppur definitive. Questo è il quinto capitolo (in totale sono 29) del libro La partita (Edizioni Ulivo), pubblicato nell’ottobre del 2018, un lavoro durato tre anni costellati da ripensamenti aggiunte assemblaggi smontaggi dubbi sforzi e soprattutto dall’addio a Franco Lafranca, al quale il romanzo è dedicato.
    Giorgio Genetelli

  • La partita – Capitolo V

    La partita tip.27.08.2018 cop.-page-001 2
    Damian porta con sé un quaderno dove ha annotato dolenze e gioie. Effimere eppur definitive. Questo è il quinto capitolo (in totale sono 29) del libro La partita (Edizioni Ulivo), pubblicato nell’ottobre del 2018, un lavoro durato tre anni costellati da ripensamenti aggiunte assemblaggi smontaggi dubbi sforzi e soprattutto dall’addio a Franco Lafranca, al quale il romanzo è dedicato.
    Giorgio Genetelli

    Il quaderno di Damian

    V

    Com’è che a un certo punto non veniste più alle mie partite di calcio? Forse perché andai a giocare con la squadra del mio paese paterno di là del fiume e che non era il vostro, ma solo quello dove si era andata a sposare Olimpia? Ero un ragazzino e lo Zietto mi mandava foto in cui vestiva la maglia dell’Urania, squadra degli italiani a Ginevra. Fiero di lui, aspettavo il torneo estivo, dove tra una fienagione e l’altra avrei affrontato tutto il mondo della valle, coi pantaloncini calati alla Keegan, i capelli lunghi e la bocca sempre aperta a causa dell’allergia. E già, perché a me mi mettevate sul carro a schiacciare il fieno, con il polline  a devastarmi occhi e naso; mentre Paolo guidava la macchina tagliata a metà, voi agitavate forconi, e Olimpia col rastrello grande raccoglieva il fieno dimenticato, che ogni mezzo chilo valeva oro.
    Con la maglia amaranto cominciai che ero il più piccolo e vincemmo il campionato. Ero una sorpresa per voi, che mi vedevate più come un bizzarro infante col maglione anche d’estate e che mai avreste pensato al football, che per quello c’erano già stati Paolo, conquistatore con forza e irruenza di una maglia del club cittadino, e lo Zietto Giona con le sue foto in divisa bianca e banda diagonale rossa.
    Ma visto che Olimpia ogni tanto diceva che voleva andare a vedere il Caro (io) al campo, cominciaste a venire anche voi, scettici e poi comprensivi. Quando vincemmo il torneo con me in campo a fare il terzino, senza che nessuno mi avesse mai insegnato cosa fare, ne foste orgogliosi. Odette non venne mai, ma mi accoglieva a casa con una coppa di sciroppo di sambuco che, diceva lei, leniva l’allergia. Era meglio della Rimet.
    Secondo, che al calcio non badava, mi diede un consiglio: – Non aver paura di quelli grandi, sono lenti e prima di reagire tu sei già scappato.
    Paolo si rivedeva nella foga, anche se non avevo certo il suo fisico. E non avevo nemmeno quello dello Zietto, loro due, come spiegato, giganti genetici dai quali non avevo preso nulla, occhi chiari a parte, orientato com’ero dal ramo paterno delle mie parentele.
    Lo Zietto mi allenava sui monti, stando in porta nel solo prato in pianura di tutta la montagna. Non mi pareva fenomenale, ma pensavo che volesse scendere di livello per non smontarmi. Il che mi faceva incazzare e alla prima occasione gli pestavo un piede. Delicato com’era, smetteva e stava ore con l’arto in un catino, come se fosse stato massacrato.
    Marta delegava al marito l’osservazione delle mie imprese calcistiche e lui sì che ne capiva. Infatti, quando cambiai casacca per amore del paese di mio padre la prese come un tradimento. Non venne più lui e nemmeno gli altri, zii, nipoti e pronipoti. Quando scattava l’ora del derby, li vedevo astiosi contro la mia squadra, contro di me. Perché? Stavo solo giocando, cazzo!

    gene

  • Bettola

    bettola
    Il Rolf l’ha buttata lì un giorno che il vento tirava da pazzi: “L’epoca della bettola è finita”. Lo so cosa intendeva, ma non è vero e intendo dimostrarlo. Prima di tutto non è finito proprio un cazzo se non siamo noi a deciderlo, come spiegava il maestro Belushi; poi basta stare lì immobilizzati al tavolino per vedere il mondo che transita, si ferma, guarda e si aggrega, momento dopo momento, eroe dopo eroe. Ci vuole solo pazienza. Non ci si arrende dopo una mezzoretta d’insipienza. No, bisogna resistere per almeno dieci ore, sia che piova o che scenda ampiamente sottozero. Certo, ci sarà sempre il disfattismo di chi si lamenta, per il freddo, per la solitudine, per l’inutilità, per lo spreco. Ma non si ascoltano queste misere cassandre che paventano la mancanza di senso. Come si dice in dialetto, fèe l’endés è una missione e rende, basta vedere come abboccano le galline. Perché l’endés, per i pochi miscredenti che non sanno o non vogliono sapere, è l’uovo di gesso che si pone nella paglia del pollaio per invitare le signore galline pigre a depositare per emulazione l’uovo vero. Funziona sempre, e allo stesso modo agisce l’endés umano al tavolino della bettola: attrae altri orfani e nel giro di quelle dieci ore da lì passeranno e stazioneranno quasi tutti. È vero che si dovranno sopportare indagini sul tempo che fa e che faceva, o digressioni su stitichezza e malanni, roba reale che ammorba la fantasia. Ma poi ci sarà sempre qualcuno a dire che è meglio che non ci sia più la primavera piuttosto di lui stesso, o che qualcun altro dica di essersi cavato la merda dal culo con le dita, ed ecco che si rinvigoriscono le meningi e partono fantasie e panzane, il meglio che c’è in una bettola. Cominciano le estensioni in metri dei pesci catturati o il pallottoliere da figa, aggeggio che frulla le conquiste e le spara nell’universo infinito delle smargiassate (generalmente in un momento di totale assenza di donne, logico). Uno non farà in tempo a dire che ai suoi tempi fece due gol in dieci minuti, che un altro ne conteggerà dieci in due minuti, e avanti fino a raggiungere e oltrepassare Pelé, fischiettando con le mani in tasca. Intanto, il gruppo si allarga e anche le ordinazioni al grido rispettatissimo di “amò om giir”, e si intende un giro di bevande, non certo un giro in famiglia verso chiese o cimiteri. È scienza ragazzi: basta resistere e la cosa cresce a valanga, altro che epoca finita. Ogni tanto suona un telefono da tasca (attrezzo nettamente anti-bettola per il suo petulante richiamare all’ordine da parte di parenti di vario grado, ma tutti subito declassati al ruolo di sconosciuti o di scassacazzi come quelli delle assicurazioni). Sempre meno però: una dopo l’altra le comunicazioni digitali svaniscono e restano sempre più alte, e alterate, le voci, in gara a sovrastarsi senza quasi più contenuti logici o sofismi da ragionamento. Si finisce quando emergere dal frastuono e dal raddoppio della vista diventa ormai impossibile e così si va via. Ma si torna domani. Altro che epopea finita, caro Rolf, che tola: proprio te che rotoli dalla collina e ti incastri al tavolino, depositandoti come un endés nella paglia. Qui non finisce proprio un cazzo! Amò om giir!

    gene

    Postilla
    Non sono mai stato in spiaggia, per arrivarci dovevo passare davanti a un bar e mi sono sempre fermato prima di raggiungere l’acqua
    George Best

  • Fermento

    botte

    Com’as podréss ciamai? S’la fudéss ugu i saréss i vinasc, ma in do vasél a gh’è sgiù pom, pom da pianta. Alóro? Mostasc no, parché i par i barbiis di franciis. Al so mighi… pomasc, pomoc, pomusc. Ca conto l’é el tof, medesom a chel dala canva da cà d’ava in la viti pasada. A veri e a sari il quérc, ai scusci, a trusi, a véri e a sari. Cen vol al dì, par vés amò canaja. Am toti i braigh e i manigh, an spreti om poo in tère col lenoc c’a dòri a scuscièe. A ripeti a tucc “gnisii a tofèe”, ma im capiss mighi. A dascquarci amò om bòt e a speci fin can che ava la ciama par marénde. Leh.

    gene

    Postilla
    Voglio dormire il sonno delle mele.
    Federico García Lorca

  • Premio Chiara – Premio Giuria della Stampa al libro: La conta degli ostinati

    Premio Chiara – Premio Giuria della Stampa al libro: La conta degli ostinati

    Ostinati all’avventura

    Avatar di gabrielecapelliGabriele Capelli Editore

    Domenica 28 ottobre
    Premiazione del Premio Chiara XXX edizione
    Premiazione vincitore e conferimento Premio Giuria della Stampa al libro:
    La conta degli ostinati
    di Giorgio Genetelli
    Vincitore della sezione Segnalati
    Ore 17.00
    Sala Napoleonica
    Ville Ponti
    Piazza Litta 2
    Varese

    Link: Premio Chiara


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  • La partita – In breve

    La partita

    Giorgio Genetelli

    Edizioni Ulivo 2018

    La partita tip.27.08.2018 cop.-page-001 2

    Spinto dal vento oltre le montagne, in una pianura desolata e a un ultimo villaggio, Damian prende possesso di una casa abbandonata oltre l’abitato. Fin da subito il protagonista sembra atteso da qualcosa di decisivo, ma lui non se ne cura (o non se ne accorge) e nelle notti silenziose legge il suo quaderno, nel quale ha trascritto la sua vita famigliare che ha lasciato per sempre. Nello scorrere questo “Quaderno di Damian” appare così un mondo non troppo lontano nel tempo, il tardo Novecento, ma così distante dal nostro presente da assumere i contorni dell’epica. Un’epica comunitaria e operosa ma resa amara da un male comune alle comunità: la divisione dell’eredita, che trascina con sé tutti gli affetti per sfociare nel disamore e nella disillusione del protagonista. E la partita da giocare, come spiega la quarta di copertina a firma di Christian Genetelli (cugino dello stesso autore e professore di italiano all’Università di Friborgo), è quella contro “il tempo che ci rende tutti orfani”. Le ultime battute di questa partita Damian, “orfano” al cubo, le gioca in modo sorprendente e l’avversario…
    Il romanzo è scritto con un registro che cerca di stare in equilibrio tra amarezza e allegria, dalla terza persona che segue Damian alla prima persona del quaderno. La lunga sequela di personaggi uniti dai vincoli del sangue fa da controcanto alla solitudine del protagonista. Tra emarginazione e comunità, Damian cerca un senso nuovo al senso perduto, anche se sembra non esserne cosciente. Ma quello che sembra non sempre è cio che è.

    gene

    Postilla
    Ora invece, a causa delle memorie, rotolo fuori dal buio cozzando contro gli stinchi della malinconia. Chissà gli altri reduci di un mondo inabissato?
    da La partita

  • Desolation row

    El rénzen sol chél, maloróus d’om totón,mckean
    la piraca scversada e sénse om botón,
    negro ‘me om fónn d’om caldiréu
    i écc scur e sctremìit d’om poiéu

    U scgarla in do ruus a catèe fòro om bocón
    butò vii da ‘m trép téis busecón
    Il varda dó fémen e ag végn da quedèe
    ‘ché an lóu dó i sctanta a majèe

    Ug dis a cui dó, Gnisii scià,
    e ‘na méze luganga ug slóngo là,
    che a majèe daparlóu l’è mighi tan bél,
    e lóu dó tucc conténn ig sciusciu l’onscéll

     

    gene

     

    Postilla
    A volte è difficile fare la scelta giusta perché o sei roso dai morsi della coscienza o da quelli della fame
    Totò

  • La moda

    Mai nessuno che ti faccia l’orlo ai pantalonibraghe 2018
    che si afflosciano imperterriti ai talloni?
    No nessuno ma io nudo non so stare
    e con le scarpe mi picco di viaggiare
    E anche se la braga mi accorcia la figura
    avvoltolo gli estremi e mi mostro come sono

    Tu piuttosto che parli e moraleggi di calzoni
    hai mai guardato la tua giacca plasticosa
    che in ufficio ti funziona con cravatta
    ma che fuori fa sembrare che sei morto?
    Riverisciti ai potenti che l’ufficio fan girare
    ma nell’orto è la canotta a sfacchinare

    Non è ora di buttare ai miserandi
    quel maglione da autogrill che consideri reliquia?
    Non ne ho un altro e questo qua a me piace
    l’ho pagato coi miei soldi, quelli pochi,
    mi riscalda e mi rifresca molto più
    della tua camicia bianca ben stirata dai cinesi

    E poi guardati, non ti rasi da due mesi
    e non pensi che quei peli ti fan vecchio assai di piu?
    Fiorellino, non invecchiano le idee
    bensì è stantio quel tuo bel viso da mediano
    contornato da cremine e assolamenti artificiali
    calcolati dalla moda che ti uccide così giovane

     

    gene

     

    Postilla
    Ogni generazione ride delle mode vecchie, ma segue religiosamente quelle nuove
    Henry David Thoreau

  • La passerella

    pontina moghegno 2018

    La passerella tra Maggia e Moghegno la inaugurarono in uno splendido mattino di settembre, quasi ottobre. Già prima c’era una passerella, ma vecchia e consunta. La sostituirono con una nuova, pensata e ponderata, costosa e sfavillante, anche se le due terre dovettero starsene isolate per qualche mese (più di un anno, ma il tempo è relativo).
    In quel mattino, con la popolazione ai piedi del podio, parlarono gli oratori: il Sindaco, l’Architetto, l’Ingegnere, il Politico e il Prete (sembra la barzelletta del paracadute mancante, ndr, ma non è questo il punto, per niente).
    Esordì il Sindaco con un’oratoria niente male e senza troppi neologismi, ma forse già pensava alla partita di calcio del pomeriggio; proseguì l’Architetto e Ingegnere al contempo, sdoppiato nella sua visione edificatoria della vita e nell’idea che la tecnica possa tutto; balzò sul podio il Politico (francamente sconosciuto) per parlare di mobilità sostenibile, di bike sharing (ohibò!) e di metafore a chilometro zero; e per finire parlò il Prete, che ripercorse cose smunte di un qualche vangelo, o reiterazioni di una liturgia trita, e poi benedì il manufatto come se fosse un bambino al battesimo, ma era solo ferro e cemento. Infine, tutti all’aperitivo, tra tavolini e palloncini, tutti bianchi forse per una questione virginale.
    Ecco. Pensai tra me e me: perché non vedere questo nuovo ponte come paradigma di un’umanità che si congiunge? In quei tempi oscuri, l’Altro era un nemico e le costruzioni erano muri e ancora muri. Quel ponte tra Moghegno e Maggia non poteva essere il simbolo di una rinascita, con l’uomo che abbraccia l’uomo? A nessuno venne in mente che in tempi remoti la mobilità sostenibile era la sola locomozione e si chiamava “andare a piedi”, che il bike sharing, e qualsiasi altro sharing, dalle patate al latte, dalle braccia al pane, era detto “baratto” o “necessità”. A nessuno venne da dire che la guerra distrugge prima di tutto i ponti e che la pace si occupa di ricostruirli. A nessuno venne da dire che quando genti diverse si incontrano la vita è più bella.
    Fu un’occasione persa, ma utile per lo spettacolo.

    gene

    Postilla
    Purtroppo sono più numerosi gli uomini che costruiscono muri di quelli che costruiscono ponti
    Proverbio cinese