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59

Vi ringrazio tutti, anche se contabilizzando a occhio, devo aver buttato via un sacco di anni dei 59 concessi. Buttati lavorando senza voglia, buttati dormendo troppo o nell’insonnia. Non ho fatto abbastanza per l’amore, o meglio, alcuni anni se ne sono andati al macero amando male, non solo le persone, ma anche le cose. Scartati come immondizia anche i ricordi che non ci stanno più nel bagagliaio, alcuni probabilmente ancora buoni o almeno riciclabili. Mi sono sparite anche popolazioni intere, incenerite o sepolte. Ho perso anche pezzi del corpo, tipo menischi e appendici.
Insomma, una specie di discarica, neanche differenziata.
Però, mi sento più leggero e forse un po’ di strada c’è ancora.
Quindi grazie e all’anno prossimo.
Baci.gene
Postilla
Il nove settembre mi svegliò il pa’.
– Buon compleanno – mi disse.
– La mama?
– Ha mandato un biglietto.
Fino a sera lo rigirai in tasca assieme al fazzoletto e quando lo lessi era ormai sporco di moccio e sabbia.
g. -
Il disertore

Van Gogh Si spegne il giorno e io che volevo disertare sono il solo ancora vivo sul campo di battaglia cosparso di morti smembrati. Il Cimo, che sognava Firenze, la testa fracassata. La Gisella che le si è spento il fiato e sembra dormire. Il Coke che cantava sbagliando orari. Più in là l’Enzo caduto dai bastioni, Olimpia divorata dalla bestia e accanto Franco dai fogli perduti. L’altro Franco che ha digiunato prima di soccombere. Trafitto da un dardo, il Baco scaglia ancora un lampo dagli occhi. Sul campo di battaglia non osano i corvi, scacciati dal mio ultimo mulinare. Le Brigate Americane hanno retto in piedi anche da cadute. Nel silenzio dei fuggitivi, il re mi accoglierà come un eroe e nel momento della consegna di una gloria immeritata e vana: ucciderò anche lui. Andrò infine alla ricerca del tanto invocato dio, che è anche degli eserciti, e lo sconfesserò. Poi, l’oblio come diserzione, finalmente.
gene
Postilla
E a tutti griderò
Di non partire più
E di non obbedire
Per andare a morire
Per non importa chi
Ivano Fossati -
Ultimo discorso

(…)
Andavamo sempre ai funerali, quando non c’era la scuola. Ma uno come quello non l’avevamo visto mai. La banda passò senza preti e con bandiere rosse come i fazzoletti al collo. Impolverati, guardammo il corteo, sentimmo la musica. Ci venne da sorridere e ci piacque, stabilendo che nella remotissima idea di crepare, l’avremmo voluto così anche noi quell’ultimo viaggetto. Il defunto: Brusu, Rosselli come l’esule socialista, anche se non lo sapevamo. Forse neanche lui.
Ero andato a fargli vista col nono nella camera ardente vicino alla stalla, disadorna. Niente preti e preghiere. Tirandomi per la mano, il nono si avvicinò alla cassa e si rivolse al Brusu, come se non fosse sdraiato col vestito della festa.
– Ades te dis noto, ma a videi cui caniciusc ch’is la pasa in difesa pitost che librèe am vegn su ’l fum. Nui sì c’a punigavom mighi: bogio daleisc l’è pisei cheisc. Bon… Sta pur ilé con cui barbiis da blagon, ma varda che s’ag serom mighi nui dadré a podevom videle in dinsegn al Campo Marzio. Tra ti e el Luciano a fèe i da più… Par furtunu a gh’ere el Pruvini a dèe ‘na man in difesa, pisei visch da valtri ganasa. Fa com te vou, raspondom mighi, a scometi che te dré a pensèe ch’el ganasa a sem mi. Te gà rason, ti te ilé bel quet, e mi al so mighi que fèe c’a sem chilé gnomà nui dui e sto pouro merluz. Te doveve propi dasmetle con la viti? Votantacin agn, bon, ma at dasdegnava tan a nèe innanz amò om pezet? Te gh’ere tucc cui pom e pesei da podèe e tut chel maneisgèèe par quatro pian gragn ‘me ‘m ghel: mi sì c’a mò dasfò co’ la vigni, altro che pom e pesei da raghignèe i dì da feste. E peu, at l’o mai dic parché t’e permalous: chele porto da Pian Caman te l’ha francada da frizi, tan a sem mi el tarluch e a podeve iscì specièe. Oh sicur, ades a pos specièe fin can c’a scampi, s’a staghi chilé a fèe con so da ti intan che te sparis dal gó in chele casa da merde. Aloro tel sa chel ca faghi? A vaghi a cà e in trii dì, giustu el tem da saludèe, a crapi an mi e peu a vegni a catat. Ganasa.
Ero terrorizzato da quell’incendio di parole. Sperai che il nono non morisse per davvero, e non morì.
(…)gene
Postilla
“Dio non esiste e non è mai esistito!”
B. R. -
Viandanti a Robiei

A ghé amó montagna dananz
e laigh dadré
co’ l’aqua in boteglie
e tegnidi da conn
Vanz da scumu e da bian
sola rivi e in di loch
i quagia parer e parol
ripeschei co’ l’am
di agn sbrasighei
in di oor paseiUn c’ug va dré a l’altro c’u vanza
e forsi persuas l’è mighi
dal sentei da pensèe
ma ag guà parlan
scavandan in do temm
Da capii a gh’é amò
quaicoss da scondù
e nèe par forso
primm ch’el scuur
ui branca in bocheteAn s’ié orb e zop,
induvinèe la strada
l’è come mai
fass ciapèe
Dala scimi dal mon
as ved tut piat
cativerie in do fum
rasa c’a coro
da venn sbajéei
e apene tajéiAs po più tornèe indré
e aloro a convegn
metes dré amò
a contèe i pass, cui dananz
scorentèe vii dai pei
cui umbrii spiatarei
ch’i peise par noto
Pel seche impiantada
lasada ai fegnanti
slonghéi in do notogene
Postilla
Non esistono lingue morte ma solo cervelli in letargo
Carlos Luis Zafón -
Fili
Pubblicato sulla Rivista Tre Valli nell’edizione di luglio del 2019, è lo sviluppo di un brevissimo racconto. Tratta dell’indicibile.

I panni stesi da un balcone all’altro incombono come fantasmi diurni, lasciando che dietro gli scuri ombreggino i supplizi e il dolo. Nei pomeriggi diafani volteggiano rondini e la prateria fischia di maestrale. In quel posto dove nessuno arriva per diletto e pochi passano per sbaglio o per dovere, il tempo è immutabile e ha imbalsamato i cuori dei quattro abitanti, incatenato le loro vite solitarie. I giorni in replica, parodiando lo scorrere del tempo, nascondono l’immobilità dei sentimenti, la povertà delle azioni, gli inesorabili fatti. Ines, Silente, Fulgencio, tutti dispersi nelle loro oscurità.
Il solo strano moto di quel posto è il ragazzino che siede ai lati della strada, facendo scorrere polvere dalle dita, nel sole e nel vento e non sa cosa sia il gioco.
Nella stanza al terzo piano della Casa Rossa, Silente riposa gli occhi al buio, nell’inamovibile pensiero delle mani pesanti di Fulgencio sui suoi fianchi, appena prima dell’irreparabile. Il gesto di una volta sola e poi una corona di giorni e anni sopraffatta dal rimpianto, un rosario da sgranare senza pace, a interloquire con sé stessa nelle voragini di una solitudine alla quale l’abbandono ha conferito una fissità simile alla paralisi. Silente ha una quarantina d’anni, ma che importa, e nemmeno nel buio più buio riesce a darsi pace o piacere. E poi quel figlio recapitato alla cieca che non sa giocare, non solo perché nessun altro bambino attraversa di giochi quella strada senza meta. Un figlio che può contare solo sull’amore di sua madre, un amore graffiato e quasi senza suono, la cui mente consente solo ripetizioni di atti discordati. Atto, questo il nome che gli ha dato la madre, sa a malapena mangiare da solo e ha bisogno in tutto, dal vestirsi al lavarsi. Atto, forse perché è il solo eroismo di quel luogo.
Nella casa di fronte, più alta e dipinta di giallo, Ines s’è inabissata nelle sue prostrazioni di donna sterile, faticando a salire le scale e ormai sfiancata dagli amplessi che Fulgencio, suo marito, arroga ancora con imperio strappandole le vesti a ogni resistenza, senza nemmeno l’esito violento ma desiderato di un figlio. Le colpe si sono cumulate, decomposte in rancore. Ines ha qualche anno in più di Silente, ma a volte sembrano secoli e le striature grigie della sua chioma si opacizzano come cenere. Da tempo rade il suo pube per non trattenere una sola goccia di veleno, il suo e quello del marito.
Fulgencio esce tutti i giorni e dopo aver fatto qualcosa di vago o preciso nell’orto, parte per le colline lontane a caccia di qualcos’altro, anch’esso vago come gli uccelli senza nome o preciso come il cane della prateria. Non ha bisogno di pensare e nelle soste si stringe il pene fino allo spasmo. Riesce a vivere senza un rimorso e il solo cruccio è il mancare una preda o l’ingiallire di una verdura. Brandisce il cibo varcando la porta della Casa Gialla e si prende la ricompensa che il gonfiore del membro reclama.
Nessuno parla a nessuno. Mai.
La Casa Gialla e la Casa Rossa, immote nelle loro fondamenta, sembrano trattenute in piedi solo dalla giunzione dei fili che corrono dai loro balconi. I panni stesi come irridenti bandiere. Sembra che tranciando quei fili le due case cadrebbero di schiena nella prateria, riposando infine con le facciate al sole invece che misurare da erette quei due dolori femminili incomunicabili, inseminati dal medesimo potere dell’uomo chiamato Fulgencio.
Ines non sa da dove venga quel ragazzino quasi inerte che siede assorto, o demente, nella polvere della strada, di certo un fugace amplesso di caldi o brutali minuti. E al pensarlo la scuote un brivido ignoto. L’unico uomo in quel posto è il suo, ma qualche viandante è apparso prima di andare di nuovo. Poteva essere quel carrettiere, o quel giovane fuggiasco. Non ci pensa molto, Ines, non serve e non cambia. Non sono cose sue.
Silente sa che Fulgencio non lascerà la Casa Gialla per quella Rossa, nemmeno un minuto per possedere di nuovo lei o accarezzare il figlio ermetico; per questo digrada nella solitudine non scelta, appesantita dal non saper mai cosa sia giusto per il bambino e per sé. Ines, invece, pensa alla solitudine come a una salvezza recondita.
Ogni giorno stendono i panni sui fili in comune, muto accordo di sopravvivenza e sopportazione, ritirando con esattezza le mutande e le canottiere e con quelli gli impossibili baratti che la gente non commenta poiché in quel posto altra gente non c’è. Non c’è mai stata, o forse cent’anni più addietro.
Non si guardano, queste due donne, avvinghiate nell’invidia circolare per ciò che una ha e l’altra no; Ines per la desiderata solitudine che pensa avvolga la Casa Rossa, allietata dal ragazzino muto e ormai giovane; Silente per la certezza della carne violata con piacere perverso e incontrastato quando Fulgencio sale le scale della Casa Gialla.
Nei pomeriggi con gli scuri chiusi, quando lui non esce, le reciproche angosce le stordiscono e in quegli inferni maledicono le vicendevoli fortune, senza che le loro sfortune svaniscano o vengano meno alla loro implacabilità.
“Mi chiamo Atto ma non ho bisogno di dirlo ad alta voce, tanto lo so che mi chiamo così. Mi piacciono i miei vestiti che sono tutti uguali: scarponi, pantaloni, canottiera, dolcevita e giacca, a volte con sciarpa o cappello, o tutte e due assieme, magari per pochi minuti. Ho delle preferenze sui colori, ma variano e non sto lì a insistere. Sono però intransigente sulla forma: devono essere stretti e ben allacciati. Le scarpe sono il problema maggiore, ma per fortuna da alcuni anni ho un modello leggero portato dal signore col carretto dei vestiti ed è perfetto per i miei piedi. La sola variante è stare a piedi nudi, anche per strada, se capita che ne abbia voglia. Coi pantaloni ho fatto alcune deroghe e ora mi vanno bene anche i jeans, mentre prima adottavo solo e sempre dei pantaloni di tela verde e solo in seguito ho consentito anche il grigio in molte varianti, o il nero. Le canottiere sono sempre state nere con righine rosse ai bordi, ma ora le metto anche grigie. I dolcevita, pure loro verdi per lungo tempo, ora sono neri, blu scuro o grigi, uno addirittura bianco, ma l’importante è che mi fascino bene il collo e mi aderiscano al corpo e alle braccia. La giacca da qualche anno può variare, ma in pratica ne uso sempre e solo una alla volta, anche per un paio di stagioni, ben allacciata fino all’ultimo bottone sul collo. Dimenticavo: odio le mutande lunghe, niente pantaloncini o magliette con le maniche corte. Ultima cosa, sull’abbigliamento: quando fa caldo d’estate sto a torso nudo, anche a tavola. La sola volta che con la mamma siamo andati via di qui ho visto i bambini, questi strani esseri che parlano e che mi hanno messo in agitazione con i pianti. Credo che stiano male e non posso farci niente. Ho paura che muoiano.
Non mi piace parlare, non riesco. Ma non piango”.
“Queste due donne sono mandate dal diavolo”, pensa Fulgencio con erronea precisione, senza dirlo a nessuno, non perché abbia qualche timore, ma perché non gli serve. Una la prende quando vuole con lo stesso piacere minore dello spazzare la polvere dalla soglia; l’altra gli fa ribrezzo, anche se nella solitudine delle colline ogni tanto la rivolta nella mente per arrivare alla fine del piacere.
“E quel figlio, che è mio, non può che essere mio, una disgrazia”, pensa senza turbamento.
Da chi e da dove sia stato mandato lui non si saprà mai. Ma dove debba andare sì.
Fulgencio muore di mattina cadendo bocconi nell’orto, con le fauci aperte e piene di terra verminosa, il fucile ancora carico sull’ampia e ormai inutile schiena.
Silente lo vede dagli scuri accostati della Casa Rossa e attende senza muoversi fino al crepuscolo, ascoltando il cuore gocciolargli sui piedi. Ha smontato la guardia solo per chiudere il figlio nel bagno, pensando a nenie da cantargli e a carezze da dargli, con la certezza di non essere corrisposta e allora rinuncia. Il ragazzino la sente respirare e gli basta.
Il buio la agghiaccia e la lenisce, e trova il coraggio delle dita sul sesso, per pochi istanti mozzati e vani. Poi piange sommessa e non smette.
Ines si decide a cercare il marito dopo una notte di pace tanto inaspettata quanto benedetta, ma subito sospetta e per questo inquieta al punto di non goderne, poiché alle partenze seguono sempre i ritorni. Ma stavolta no.
Silente la guarda starsene immobile per lunghi minuti con le braccia penzoloni davanti al campo, la cenere dei capelli che ora brilla, e poi scavare la fossa dopo aver strappato la zappa alle dita irrigidite di Fulgencio, rotolarci dentro il cadavere, riempirla con mani e piedi e calpestandola meticolosa, per poi tornare nella Casa Gialla, senza mettere nessuna croce o parola o segno.
Nel retro, tra la polvere, Ines brucia gli abiti di Fulgencio con la speranza che il fuoco ne cancelli odore e maledizione.
Per giorni e giorni ritirano i panni come se non fosse cambiato niente, anche se a piangere nel ventre delle due case è solo Silente, spaventando a morte il figlio.
“Basta mamma… Quell’uomo non può più piangere, è andato via, sta bene e sto bene anch’io se smetti. La signora della Casa Rossa è contenta, non vedi. Mi ha dato le caramelle, ne vuoi una?”
Il ragazzo, nella penombra allunga la mano alla mamma e lei piange ancora di più, per quel primo gesto d’affetto nell’oceano di vuoto. Atto stavolta non fugge e mangia da solo, a fatica. Porge alla madre pezzi di cibo che lei si porta alla bocca inaridita dal pianto.
Il maestrale si fa insopportabile anche per le rondini e Silente decide. Scende in strada seguita dal figlio, si ferma davanti a Ines e finalmente si incontrano gli occhi. Quel vedersi è coraggio e sgorgano dall’abisso le prime parole.
La voce di Silente è scordata.
– L’ho amato, la vedi questa colpa che lo testimonia?
Quella di Ines è piana.
– Perché non l’hai detto?
– Non mi voleva.
– Io, l’avrei voluto.
Poi tornano mute. Nel pezzo di strada tra la Casa Rossa e la Casa Gialla, il vento scompiglia i capelli. Il ragazzo tende le sue mani impacciate e loro le accolgono.
Più in alto i panni stesi si asciugano. I fili ancora trattengono.gene
Postilla
Solo l’ombra giustifica la luce
g. -
Merluz
(…)
Dalla cima del tetto si vedono altri tetti, tegole e piode, qualche lamiera, comignoli. Le montagne sono lontanissime e sfocate. Nessuno vede noi, in agguato nella canicola. Il Nandel dice che quassù potremmo viverci. Poi scendiamo perché sarà be’ quasi ora di cena. Ciao.

I miei mi rifilavano castighi, non sempre meritati, ma per loro sì. Il pa’ mi obbligava a stare in giardino a guardare lui che potava e piantava, la mama mi rincorreva attorno al tavolo e poi si stufava, lasciandomi in dubbio tra sberleffo e colpa, e che me la vedessi da me.
I noni, zero. Non sapevano mai niente di noi, limitandosi a vaghi “lasa stèe” se proprio qualcosa era sul punto di cadere o di rompersi o di tagliare. Quando prendemmo a fucilate, a elastico, i due bambini biondi dei Walser, nessuno ci vide.
Il fucile a elastico consisteva in una molletta per i panni attaccata a un bastone con due o tre anelli ritagliati da una camera d’aria di bicicletta. Meglio quella rossa, rarissima; quella arancione andava, quella nera era tanto comune quanto lasca. Con la stessa camera d’aria altri anelli legati tra loro, due o tre, da tirare sulla punta del bastone e trattenere con la molletta. Schiacciando, la molletta si apriva e l’elastico multiplo partiva e andava secco per almeno dieci passi.
Bersagli, vari. Una gallina colpita a bruciapelo starnazzò con la testa storta, ma poi tornò normale.
Ai bambini dei Walser non si stortò la testa, ma andarono a piangere dai loro senza riuscire a spiegarsi (parlavano tedesco). Io e il Nandel stemmo nascosti in un fienile vicino, per gustarci l’esito e la cosa finì lì.
Se il mio pa’ l’avesse saputo mi avrebbe negato il sabato al campo. Ma il mio pa’ navigava lontano e quello del Nandel era cacciatore e quindi probabilmente fiero che il figlio si esercitasse su bersagli mobili. Su questo contavamo ancora prima di premere il grilletto.
Per finire, facendo del bene per quella storia della maturità da conseguire, ci autopunimmo dividendo due salamini con i bambini dei Walser, che a casa loro non mangiavano carne per scelta dei genitori. Morti di fame con gli occhi fuori dalle orbite. Parevano contenti, con la bocca piena.– Nono, cosa vuol dire vegetariani?
– Ch’i maja gnomà erbe, ‘me i peuri.
– Per questo sono così bianchi?
– Sì.(…)
gene
Postilla
Il nono sogghignò, mentre in una nuvola di fumo riprendeva a martellare la falce, senza spaventarmi Postilla
g. -
Ogni donna
Ogni donna è una strega, ogni era ne ha bruciato il mistero, ogni uomo tenta di
sopraffarne l’incanto.
Ogni donna ama e ferisce, culla e lenisce.
Ogni donna è lapidata per il suo bene e per il suo peccato.
Ogni donna è prigioniera, si ribella, si libera, è offesa e offende.
Ogni donna ha occhi che brillano e dardeggiano, lastre di cielo e lingue di fuoco.
Ogni donna ha una figlia che diverrà madre senza smettere di essere figlia.
Ogni donna siede nel silenzio in cui è costretta.
Ogni donna è permeata d’incoscienza come sola opposizione alla coscienza corrotta dell’uomo.
Ogni donna vuole essere uomo, per uccidersi un istante.
Ogni donna disperde bellezza nella vana rivalsa.
Ogni donna ama come se fosse ultima o per sempre.
Ogni donna abbandona dopo essere abbandonata.
Ogni donna abbandona prima di essere abbandonata.
Ogni donna sogna un mondo migliore, ma s’inchina al peggiore.
Ogni…View original post 39 altre parole
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#SenzaCanetti – 5 anni di Balle

L’anima popolare e sociale di Locarno mutilata e tradita. Cinque anni SenzaCanetti.
Erano giorni di grandi sogni/eran vere anche le utopie, dice Vasco. Certo. E il Canetti sperava ancora di resistere alla chiusura sancita già nel 2012 e poi posticipata tra promesse di nuovo e rispettoso. Nel 2014 il municipio di Locarno, adorante ai piedi dell’imprenditore iraniano Rahim Houshmand, ignorò le 6388 (!) firme raccolte in una petizione senza nemmeno dare una risposta e decretò la chiusura dello storico locale, promettendone la rinascita con parole vuote e progetti fasulli. “Nulla sarà come prima” era lo slogan della resistenza piegata. Cinque anni dopo, il Canetti è ancora lì, abbandonato vuoto e sommerso di erbacce altissime che sopravanzano la palizzata eretta per coprire lo sguardo allo scempio che avanza nell’inanità: tutto come prima, ma morto. Nel cuore della città votata al turismo.
Il Corriere del Ticino scrisse in quei giorni del 2014: “Ora dunque la chiusura definitiva e nei primi mesi del nuovo anno l’avvio del cantiere da 17 milioni di franchi per la realizzazione di 45 appartamenti per anziani autosufficienti e, al pian terreno, diverse attività tra cui – appunto – anche una nuova osteria”.
Queste si chiamano “Balle”, delle quali nessuno ha ancora dato conto.
Nel frattempo il Walter, che gestiva il Canetti e si era mosso in prima fila per salvarlo, è morto di crepacuore e la sindaca Carla Speziali, fautrice dell’accordo con l’iraniano e sua legale, si è dimessa dalla sua carica pubblica (da avvocato no). I SenzaCanetti vagano in quel che resta dell’anima popolare della città, tra divieti e orari monchi, districandosi tra luci artificiali dei grandi eventi e delle grandezze d’argilla.
Verrebbe voglia di sfondare la palizzata, tagliare la foresta che ha invaso il patio e occuparlo a suon di birre e canti, tanto per vedere l’effetto che fa.gene
Postilla
E cosa conta chi perdeva
Le regole sono così
È la vita ed è ora che cresci
Devi prenderla così
Vasco -
Merlo

Canta merlo in do scuur dala necc
varda tut con i te ecc
impara a varèe
sola miserie dala noso pouro sgen
Canta merlo negro e stamm arenStam aren in do scur dala necc
vara in giir col cal e col frecc
impara a vardèe
la miserie da tutu la noso sgen
che l’as pieghe in tère e l’as difenL’as difen col chér rasegò
la varda tut com che l’a pò
impara a varèe
dasorén apréu da sot e da daleisc
canta merlo negro an s’l’è mascheiscgene
Postilla
Aspettavi solo questo momento per spiccare il volo
Mc Cartney -
La carriera di un chierichetto
La cosa finì attorno agli undici anni, quando fui sostituito come capo di gabinetto da uno di otto. Senza dibattito e senza motivo. Mi sembrava di essere sempre andato bene e che mi meritassi l’investitura a vita come chierichetto. Il prete mi aveva reclutato attorno ai sei anni per intercessione di mia madre che l’aveva conosciuto tempo prima per avere sposato suo fratello e cresimato un paio di nipoti. Era arrivato in paese a sostituire un
reverendo libertario e donnaiolo (ma di questo splendido connubio seppi solo quando avevo già cominciato a capire qualcosa, attorno ai vent’anni). Questo qua, invece, quello del reclutamento intendo, a pensarci adesso di donne e ribellione non se ne intendeva.
I miei cinque anni al servizio della chiesa si possono riassumere così, tra momenti di tensione o interminabile noia, combattuti a suon di pensieri impuri o tentativi di impedire il riso. Eravamo solo in due a fare i chierici, il Nandel e io, che di religione e fede non ci importava e non ne capivamo niente, anche perché nelle nostre case di dio e derivati non sentivamo mai parlare. Solo i nonni, anzi, le nonne ci redarguivano ad ogni bestemmia. Per il resto, niente. Ma servire messa era qualcosa di importante: noi su all’altare a fare avanti e indietro ai comandi del prete, i fedeli sulle panche come armenti in stalla; noi in cotta bianca, loro coi vestiti di tutti i giorni. Normale che ci considerassimo superiori alla massa. Ma avevamo addosso gli occhi di tutti e al momento di trasportare le ampolle del vino, per esempio, il terrore di inciampare e romperle era totale. Suonare il campanello era meglio, più o meno funzionava e scrollavamo fino a che il prete ci faceva cenno di piantarla. Anche far girare l’incenso non era male, bastava solo resistere alla tentazione di far fare il giro della morte al turibolo. Ma le ampolle, guai. Nei giorni dei funerali o delle messe importanti, ci facevano mettere delle sottocotte che partivano dalle ascelle e arrivavano ai piedi, nere o rosse e sempre pronte per l’inciampo: il tragitto dall’armadietto del vino fino all’altare era un supplizio di mani tremolanti e animo sconvolto.
Non potevamo ridere e ci scappava sempre, specialmente quando c’era la fila per la comunione e sapevamo che le bocche sarebbero state ruminanti e composte in modo orribilmente comico. Io pensavo in quei momenti alla morte di Stanlio e Ollio (erano già morti da tempo, ma non lo sapevo dato che li vedevo in grande forma alla televisione) e provavo a intristirmi da solo. Occorreva ovviamente non guardare il Nandel, nemmeno di striscio, altrimenti l’antidoto non funzionava.
Ci facevano portare anche la croce nelle processioni, un lungo bastone di legno con tutto il peso del ferro in cima, che a volte calava come una lancia non più trattenuta dalle nostre gracili braccia. A quel punto saltava sempre fuori qualche adulto dalla processione che la prendeva al volo prima che si sfracellasse a terra. Micidiali, per la questione della proibizione al ridere, erano le benedizioni ai defunti, con tutti quei parenti e conoscenti del morto intruppati nel salotto buono e in camera, le cui facce assumevano in quel preciso istante una compunzione tale da assurgere a comicità irrefrenabile. Questa del segnare i morti era una cosa che cominciava ad agitarci mentre partivamo da casa e ci raccontavamo cose sul morto stesso o sui parenti, concluse sulla porta della chiesa con l’immancabile frase: A devom vardass i pei e mai in fascia (Dobbiamo guardarci i piedi e mai in faccia). Transitare poi tra due ali di persone in attesa di entrare in corteo, a passi lentissimi, dietro il prete che pregava e la macchina del becchino, a sentire dietro i singhiozzi dei parenti e il rumore strascicato delle scarpe, beh: era un inno alla comicità e una sfida definitiva alla capacità di resisterle.
A pensarci oggi, devo dire che siamo andati bene, tutto sommato senza ridere tanto.
Tranne quella volta, fatale.
In ginocchio ad aspettare la comunione, compunti, con cotte e vesti e tutto l’armamentario a posto, col Nandel ci scambiavamo frasi sussurrate per ingannarci a vicenda e costringerci al reato del riso (c’era questa bastardaggine che a volte metteva a dura prova la nostra solidarietà). Il prete si avvicinò e con voce melliflua disse: Il corpo di Cristo. A me scappò una scoreggina da bambini, prut, niente di più. Tutto rosso guardai il Nandel: era serissimo con lo sguardo fisso in avanti. Scoppiai a ridere e il prete mi mollò un ceffone. Forse fu in quel momento che cominciai a perdere le elezioni come chierico a vita, anche se poi andai avanti qualche altro po’. Fino a quando arrivò quello di otto anni, pallido come un cadavere, e in tre mesi conquistò il mio scranno. Mi dimisi senza nessuna comunicazione e il Nandel fece lo stesso per connivenza, tanto non ci divertivamo più a far finta di capire dio in cambio della comicità dei fedeli vivi e morti.gene
Postilla
Ié scià!
Cic

