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  • Mundial fèscion

    Ci sono questi Splendidi con la maglietta attillata, i calzettoni tirati a giarrettiera sopra il ginocchio e i pantaloncini come flosci tutù. Pochi e glabri i lembi di pelle, lisci dall’imperare della piccola cera; alcuni Splendidi scolpiscono però protese guance avvolte da barbe selvatiche, pettinate e rifinite a cesello nei mille specchi del sé.
    Un Mundial ultrafèscion.
    Se i ferrosi catenoni al collo, di rapperata e iglesiasiana memoria, non sono ammessi dal regolamento castale, gli Splendidi se li fanno tatuare con altra bigiotteria dello spirito: madonne, angeli, motti, ideogrammi, croci, uncini, geroglifici, etnoetnici, donne per sempre, mamme e figli. Concepita nelle lunghe ore di meditazione che precedono la partita (detta anche recita), l’impomatatura degli scalpi non si smonta mai, neanche con schiaffi o vento. E le scarpine? Ah! le scarpine… portano il nome di tutti i battesimi e non per culto del soloioioio, no, no, ma per farsi ritrovare nella foresta social che tanto avvolge.
    L’immensa sceneggiatura, scritta e studiata nei monasteri occultati al mondo tifoideo, comprende gli svolazzi degli Splendidi al primo tocco avverso, i quali, come farfalle delicate, paiono morire orribilmente se dita improvvide o cattive toccano loro le ali, impallidendone i colori e scaraventandoli a terra, dolenti, addolorati, ginnici, volteggianti.
    Ma il finale deve essere sempre happy e, copione alla mano, gli Splendidi si rialzano ritti e inguainati, capelli brillanti, arcobalenici, come nuovissimi. Tornano a volteggiare nel tutù e sulle punte dei loro nomi stampati ai piedi, ma può essere che il cattivo riappaia e allora gli Splendidi si tuffano ancora come dalla rupe di Acapulco ben prima del tocco sporco e pare perfino udire le catenine al suono del loro primordiale tintinnìo di gloria doblé,
    Poi, con la differenza di un secolo, arriva l’aerostatico Diego Armando e ci obbliga al Perché.maradona

    gene

    Postilla
    La commedia può essere un modo catartico per affrontare un trauma personale
    Robin Williams

  • La conta degli ostinati – Premio Chiara 2018

    La Giuria del Premio Chiara ogni anno segnala un libro di racconti che interpreti le caratteristiche peculiari del territorio e della popolazione insubrica.
    Per il 2018 indica il volume:
    Giorgio Genetelli, La conta degli ostinati, Gabriele Capelli Editore
    con la seguente motivazione:
    “Personaggi in grado di rivelare un mondo di figure eroiche e picaresche, lontane dalla cultura alla moda, nascoste ai margini temporali e geografici della società e capaci di illuminare aspetti sempre vivi dell’esistenza umana.”

    conta foto

    Diciotto racconti per costituire un quadro di variegata umanità, con l’ostinazione come comune denominatore. Lo stile di scrittura concede molto alla parlata dialettale, il che rende lo scorrere delle trame molto vicino al cuore.
    L’opera si volge spesso a un passato indefinito, ma senza nessuna nostalgia. Anzi, sembra che quel passato sia vivo e lotti ora insieme a noi con il suo corredo di umane debolezze e forze.
    Amicizie perdute, ritrovate, dichiarazioni avventate, azioni scombinate, follia latente. Gli ostinati della conta sono soprattutto libertari, questo li accomuna e fa dei racconti stessi un romanzo corale.

    Giorgio Genetelli, nato nel 1960 a Preonzo (Svizzera). Il rapporto con il suo paese natale è fortissimo, anche se non ci va quasi mai e quando ci va si auto delude nel non ritrovare cose e fatti che invece crede siano ancora lì, piantate come i platani in piazza. Il suo lavoro di scrittore diventa quotidiano e sterminato, i prodotti sono soprattutto racconti brevissimi.

     

    Associazione Amici di Piero Chiara

     

    “La conta degli ostinati” – Premio Chiara 2018

  • Quattro stagioni

    Falsc marléi4 stagioni
    forchét e rasctéi,
    el fèn l’è rafredór

    Pichét ai diit
    ciciói starniit,
    la néu l’è tóss

    Féi mugiéi
    arìsc e sciuéi,
    el bèsc-ch u póisg

    Èert e zapón
    semnèe póm,
    la sc-chéne a téch

    La tère l’è basa
    négre e sc-ciasa,
    damm l’aifòn

     

    gene

     

    Postilla
    La nostra vita dovrebbe essere semplice e spontanea come le stagioni, con il freddo dell’inverno, il tepore della primavera, il caldo dell’estate e la dolcezza dell’autunno
    Romano Battaglia

  • Aquila

    aquila

    L’é ‘na vargógno marscia
    ch’i la ciapi mighi l’aigra
    A fam i cónn tuc i siir
    dénn pal galinéi
    se ‘na piti o i sé poiéi
    ié ciapò i aar

    Ag naréss sparaigh,
    o almén teciala
    in d’om seragli
    e fagla vidéei ai canicitt
    “Idili l’aigra
    l’am n’ére facc vidéi aséi”

    L’aigra la va giustu ben só na bandére
    ma pal résct c’la staghi quéte
    imbalsamada o séche
    che nui a gamm da fèe
    a créss poiéi e iéi
    ‘mè fiéi

    C’la dascméti l’aigra
    da varèe indezénte
    e da degièe la nòso téise
    C’la dascméti da surèe
    par fam infich
    Copéle

     

    gene

     

    Postilla
    Nei nostri sogni siamo in grado di volare… e forse questo è un ricordo di come siamo stati pensati per essere
    Madeleine Engle

  • Leo

    messi
    Infuria a centrocampo la lotta e tu ti guardi i piedi, come poco prima, quando suonava la musica e ti passavi la mano sulla fronte a lenire pensieri. Chissà quali, forse il desiderio di un campo di grano. La partita ti passa accanto e tu cammini sperduto con la tua bella maglia a strisce bianche e azzurre con il prestigioso numero 10 stampato sulla schiena. Le tuniche nere degli avversari si stringono nei territori della difesa e non passa uno spillo, poi partono nelle praterie di caccia. Ti sorpassano, ti sorvolano. Ogni tanto, per farti ricordare che ci sei, ti danno uno spintone o una pedata, per svegliarti dal tuo camminare ipnotico. Non senti la folla che dagli spalti ti invoca. La sola presenza che avverti è quella di tuo padre Diego, che se anche non lo vedi, affossato in un seggiolino in cima alla tribuna grande, ti tormenta l’anima con il ricordo delle sue gesta. Da lontano, dopo un’ora di limbo senza affetto, vedi il tuo portiere che impazzisce, colpisce la palla come se fosse un secchio e l’avversario con la tunica nera la butta in rete. È finita e lo sai, verranno altre due punizioni dai due rivali più forti, ma tu sei già lontano, in una qualche patria che ti sembra di non riconoscere più e in campo trascini le tue spoglie. La tua maglia, alla fine di tutto, la regali e non è nemmeno intrisa di sale. La tua barba da Ulisse non serve più, Itaca non esiste e il tuo equipaggio è frantumato dagli avversari, mirmidoni dalle nere vele.

    gene

    Postilla
    Colui che più possiede, è colui che ha più paura di perdere
    Leonardo da Vinci

  • Cinque matrimoni e basta

    Con la Sandra ci eravamo già sposati almeno cinque volte, anche se l’ultima risaliva a quattro anni addietro e ora che compivo quasi i dieci anni non erano le cerimonie nuziali a interessarmi ma i mondiali di calcio, seppur per l’interposta passione di mio papà. Lo zio Giglio, che era anche mio suocero plurimo, nonché padre della Sandra, mia cugina e sposa, ci aveva invitati a vedere Germania Ovest – Inghilterra alla televisione, che lui l’aveva e noi no. Nemmeno sapevo dove fosse l’Ovest e ancora non avevo eretto muri personali.paggetti 3 1965
    Sullo stesso divano dove si accovacciava la zia Liliana in qualità di prete, guardavo quelle immagini a colori in fiamme senza capire niente di tattiche e nazionalismi, ma cosciente che in piazza sotto i platani giocavo bene almeno come quelli dentro la televisione. La televisione – che i puristi chiamerebbero televisore, parola troppo ricercata per noi dialettali accaniti – mi aveva proposto fin lì: tivùspot, Un’ora per voi agghiacciante dove la testa di Corrado veniva trasportata su un vassoio, vaghi notiziari. Sempre in casa altrui o al bar con mio padre. Era un mondo neanche analogico, il mio, piuttosto pleistocenico, di rane e bastoni. Le adesioni alla comunità dei grandi erano sedersi alla stessa tavola per mangiare e i matrimoni con la Sandra, reiterati in ginocchio con i centrini a cruscé sulla testa e sulle spalle a fare sacralità.
    – Vuoi tu prendere per sposo il qui presente Giorgio? – chiedeva la zia Liliana, in spregio all’impossibilità per le donne di fare il prete.
    – Sì – rispondeva la Sandra, dall’alto dei due anni in più del promesso.
    – E tu Giorgio, vuoi prendere la qui presente Sandra come tua sposa?
    Silenzio (e chissà se già intravedevo la prigionia).
    – Dis sì – mi suggeriva paziente la zia.
    – Dis sì – ripetevo allora, ormai convinto.
    E così eravamo coniugi, almeno fino all’anno dopo, quando il rituale si ripeteva senza che nel frattempo fosse intercorso un divorzio, a meno che fosse considerata tale la sequela di angherie e i dispetti reciproci.
    Quella sera della partita a casa dello zio Giglio e della zia Liliana eravamo dunque ormai sposati da tre o quattro anni e pur non avendo ancora figli io e la Sandra andavamo avanti con il solito tran tran coniugale: spartizione forzosa degli zibak e dei budini, liti furiosissime sui dischi da metter su, tentativi di annegamento da parte sua, bastonate da parte mia. Le solite cose.
    Per finirla qua, dico che vinse la Germania e un po’ mi dispiacque, ma chiaramente non so ancora adesso perché. Ah no, ora ricordo: la Sandra si era messa a tifare per i tedeschi nella speranza che io mi appostassi sul versante inglese e così fu. Sono certo che a parti invertite avrebbero comunque vinto i suoi.
    Al momento di andar via, con una parvenza di muso per l’indelicatezza della mia ormai vecchia sposa dodicenne, con un ultimo slancio di gentilezza dissi alla zia Liliana che le avrei chiuso il cancello del giardino sennò sarebbero entrate le mosche. Vedendo la Sandra che si buttava in terra dal ridere mi resi conto che tra noi non ci sarebbero stati altri matrimoni, almeno da parte mia. E basta.

    gene

    Postilla
    Il matrimonio è la causa principale del divorzio
    Groucho Marx

  • Il Mondiale di Trump

    trump
    Trump, nel suo mondo illogico, ha sicuramente ignorato di aver perso un’occasione memorabile per farsi propaganda: il Mondiale di calcio in Russia. Non che si pretenda che possa capire il fuorigioco, ma temiamo che non sappia nemmeno cosa sia il soccer, da buon americano medio-basso. Non si immagina la goduria alla quale rinuncia: tweet, minacce, rodomontate, vanterie, smentite e manifestazioni varie di superiorità razziale. Gli USA, infatti, non ci andranno, eliminati nelle qualificazioni. Quando si accorgerà dalla mancata opportunità saremo già probabilmente ai quarti di finale e almeno in doppia cifra con gli episodi di orgoglio nazionale tramite sprangate degli ultras all’universo mondo.
    Poi, in un pomeriggio di gran russare sul divano dove Clinton eccetera, si desterà al suono del grido “È una Corea” e confonderà un’espressione sportiva con una dichiarazione di guerra, cominciando a minacciare in modo sinistro Kim Il Pitbull e poi questa o quella nazione, a dipendenza dell’umore davanti al bacon mattutino. Un giorno saranno gli straccioni argentini, un altro i mangiaformaggi francesi, passando per gli umanitari tedeschi e gli inaffidabili turchi (che non ci sono ma lui non se ne accorgerà). Ci andrà più cauto coi Sauditi, ma si sa che la pensa come il Walter del Grande Lebowski: un branco di beduini con un asciugamano in testa che cercano di mettere la marcia indietro nei carrarmati sovietici. Si chiederebbe dove sia finita la Siria e manderebbe qualche portaerei nel Borneo a dare un’occhiata di soppiatto.
    Non si occuperà dell’Italia, informato dall’amico Salvini sull’assoluta tranquillità del Belpaese che con la chiusura delle frontiere ha da una parte fermato l’invasione dei migranti, ma dall’altra ha bloccato a Malpensa gli Azzurri già stretti a coorte sull’aereo e invitati a scendere e tornare a casa.
    Se per puro caso i russi, anche loro intenti a mettere la marcia indietro, avanzassero invece nel torneo, penserebbe che Putin si sia fatto sostenere da Hillary per ripicca e lancerebbe un qualche tweet destabilizzante con il tono di un bambino di quarta al quale hanno fregato il kinder bueno.
    Speriamo che la nostra Svizzera si dissolva ai soliti e insormontabili ottavi, altrimenti Trump potrebbe lanciare una crociata contro gli orologi a cucù, rei di mettere a repentaglio la produzione americana di molle e ingranaggi. Passassimo in semifinale, ci vedremmo ridurre le altimetrie delle Alpi, che sfacciatamente osano contrapporsi alle Rocky Mountains senza averne il diritto. In finale, dopo che alla vigilia gli ultras si saranno decimati in una battaglia globale a torso nudo nella Neva, la Svizzera si vedrebbe minacciata della costruzione di un muro attorno ad essa (con una certa gioia di alcuni nostri connazionali, invero) per impedirne la nota visione sul mondo.
    Se poi la Nazionale di Petkovic vincesse il titolo, ci paracaduterebbe tutti i messicani in esubero. Quindi, stiamo calmi e cerchiamo di andar fuori agli ottavi, ai rigori, tanto per recriminare un po’, ma tirando nel contempo un sospiro di sollievo, che il Grande Fratello Trump fino a quel momento non si sarà certamente ancora accorto del Mondiale e relativa assenza della squadra statunitense, impegnato da altre ipotesi di complotto da sgominare con frasi tipo “Fuoco e fiamme sul Leerdammer”. E quando, in ritardo sul calendario vedrà che l’Olanda non è al Mondiale, si vanterà dell’efficacia della sua minaccia e staremo bene per almeno un mesetto.
    Speriamo vinca il Messico, che tanto è abituato a farsi maltrattare e non ci fa caso.
    Che l’estate sia con noi.

    gene

    Postilla
    Uno dei problemi chiave di oggi è che la politica è una vergogna, la gente per bene non va al governo
    Trump

  • Un giorno granata

    acb 2018

    Facciamo che la passione ci guidi dentro un pomeriggio raggiante. Col Meo si parte in bus da Maggia per andare a Bellinzona.
    – Niente guggen zio, oggi c’è la partita. Di calcio.
    Da Locarno in treno, si scende e si procede fino alla Bava, per la birretta delle quattro, a ingannare il tempo e farlo rimpicciolire. Ma le cinque e mezza ci mettono tanto e arrivano che paiono già le sette e mezza. Nella curva verso Carasso, dove ancora c’è un bel prato, giunge anche il Flavio. Intanto, il Meo ha capito che i nostri sono quelli granata (come l’auto del Remo di Moghegno), ma si fa prendere dai cori e si esalta a sproposito. Quando segnano gli altri non stiamo neanche lì a spiegare che si mette male, perché poi ripeterebbe tutte le parolacce del caso e non va bene, per lui che è un candido. Subito dopo segnano i nostri su rigore che lui non guarda perché è alle prese con un cappellino di carta blu metallico che fa molto carnevale. Il Flavio intanto, resta in decubito laterale sull’erba e vede la partita come da una cella, la visuale intrecciata dalle sbarre di ferro che ancora cingono il Comunale perché nessuno intende sobbarcarsi la spesa di smontarle. Attorno a noi, una torma di bambini che si arrotola in pirolette e lotte.
    A metà tempo, il Meo si mette in testa di raccogliere i bicchieri di plastica vuoti lasciati a terra dagli smemorati. A momenti si perde per cercare un cestino che non c’è e allora gli si consiglia di ammucchiarli in un punto dietro il piantone della recinzione. Non è convinto, ma si piega al volere.
    Intanto lo stadio è diventato bellissimo, con il sole radente che illumina i colori del tifo, ammantati dal verde degli alberi che trent’anni fa erano poco più che giovinetti e che ora sono i guardiani di una fede. Del resto si vedono persone che oggi sono belle come trent’anni fa, specialmente una ragazza bionda di cui, con grave colpa, non ci si ricordava più.
    L’ACeBe, il nostro club, è qualcosa di unico e di certo è invidiata da qualcuno più a sud, che tifa per una squadra più grande, più bella, più forte, più tutto, ma amata molto meno.
    Di tutto questo il Meo se ne frega, ha in mente da ore il bratwurst ma si sgola lo stesso per empatia. La nostra squadra intanto ha già dilagato e alla fine lo stadio esplode di fumo suscitando lacrime. L’ACeBe è promossa e i dolori non si sentono.
    Andiamo alla griglia e il Meo a momenti si strozza col bratwurst e il tè freddo.
    Fuori dallo stadio, distese di tavoli, musica e facce contente con un certo senso della misura, per non scottarsi con le ciance come in passato.
    Ma la passione non cede e sono ancora lì. Del resto Bellinzona non molla mai, come campeggia in uno striscione. E nemmeno noi che si torna a Maggia discretamente eccitati. Mentre scrivo, il Meo già dorme, ripercorrendo di certo la giornata per poterla riassumere cento volte domani, impedendone l’oblio.

    gene

    Postilla
    Alé alé alé alé alé granata alé
    Mario Del Don

  • I Altri

    A senti dii: i Altrimulti
    chi staghi fòro di bal
    E cui Altri ch’ ié chilé
    ai mandom indré

    Mi l’é dai altri c’o imparò
    a laurèe, a pensèe, a sgiughèe
    S’o tacò là quaicoss
    L’è i altri c’am l’a dacc

    O leisgiù libri dai altri
    o imparò canzói da i altri
    Schéere e méstei
    dai altri imparéi o robéi

    Adéss l’è tut om Nui
    l’é om Néss, l’è om Mè
    La cà, la tère, el pan
    i Altri chi vaghi fòro di bal

    E péu a imparom quée?
    Chel c’a ghé da néu?
    Se a scasgigom i Altri
    né c’a imparom, né c’a insegnom

     

    gene

     

    Postilla
    Non lo sai, stai parlando di una Rivoluzione
    Tracy Chapman

  • Favola della Buonanotte

    Amò primm da nèe in do lécecc
    ig diséve a nui canicc
    impienìit da camaméle
    c’a saréss pasò el Brancacarasc
    coi sé strii da nécc al scuur
    tucc in firi in procesión
    par nèe ai Mort a fèe berlòt
    e s’aresom mighi durmìit sùbut
    i saréss restéi ilé fèrm
    a fiadèe dananz a l’us

    Apéne sót ala prepónto
    dénn pal lécc a barbesgièe
    a sménsavom a scoltèe al Brancacarasc
    coi sé strii da nécc al scuur
    a fiadèe dananz a l’us

     

    gene

     

    Postilla
    Oltre l’uscio qualcuno ci aspetta
    g.