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L’inglese e il tarchiatello

FC Claro, allievi A, 1975
In piedi: Domenico Giacinti, Mario Genini, Franco Dellatorre, Tarcisio Ostini, Chico Calanca, Teo Mengoni, Tarcisio Bullo, Rolando Derigo.
Accosciati: Isidoro Bontà, Marzio Bullo, Mick Channon, Mirko Bullo, Daniele Bullo, Franco Menghetti, Dario GeniniTutti quanti si beavano con il profumo della primavera in fiore: a me irritava tutta la faccia. Mi toccava tenere la bocca aperta come nella foto perché il naso era cementato dal polline, che in combinazione con il moccio diventava cemento a presa rapida. Mi prudevano le narici e starnutivo venti volte al minuto, con gravi ripercussioni sul mio sistema nervoso. Ci fecero giocare nel campo B del Giubiasco e i miei ricordi sono confusi dalla febbre da fieno che si dipanava in quel che restava del mio cervello. Il profumo della primavera non lo sentivo, ma l’emozione dei miei quindici anni compensava le amarezze allergiche. Per la prima volta potevo giocare veramente con quella splendida maglia granata infeltrita, i calzettoni all’inglese, i pantaloncini blu tirati giù alla Mick Channon. I capelli lunghi erano in voga, i parrucchieri fallivano.
I miei compagni giocavano assieme da anni, io venivo dall’altra parte del fiume dove i bambini non erano abbastanza numerosi per fare una squadra e dovetti aspettare stagioni interminabili per poter avere l’età, come la Cinquetti. Nella foto sono il più piccolo, il più magro, il meno istruito al calcio organizzato. Venivo da pietraie e orti calpestati per recuperare il pallone di plastica.
Guardavo quelli dell’altra squadra che arrivavano alla chetichella. Ragazzoni più vecchi di due o tre anni e relativa differenza di stazza. Scoraggiante. Ma poi ne arrivò uno basso come me, muscoloso sì, ma con una borsa con scritto “Addas” e quella visione taroccata mi sollevò.
Con la bocca spalancata dove entrava di tutto – la polvere dell’area, moscerini, petali di margherite e infiorescenze di fieno che formavano un impasto di saliva collosa che sputavo di continuo per non soffocare – affrontai proprio il tracagnotto dell’Addas, che giocava da ala destra e io da terzino sinistro. Dato che il lato era contrario al mio piede buono, i primi due palloni li cacciai nel formentone. Sul terzo provai d’esterno destro e sul quarto, incredibile, di sinistro. Intanto l’Addas si era confermato uomo d’impacci gravosi. Lo anticipai di testa e mi sentii padrone del cosmo. Sputai semenze masticate, tirai giù i pantaloncini come si deve per un vero inglese e tutto andò bene fino alla fine. Un vecchio del paese mi fece i complimenti, incassai le pacche sulle spalle dei miei fenomenali compagni e strinsi pure la mano con una certa superiorità al tarchiatello dell’Addas.
La settimana dopo mi consegnarono la foto, la misi sotto il cuscino e andai a dormire vestito.
Sono ancora così.gene
Postilla
Se io fossi nato brutto, non avreste mai sentito parlare di Pelé
George Best -
Pretoldéi express
Tieni a mente i nomi, la cartina non serve, dice Janos alla figlia Jorja.
Cens, Bens, ai Moort come Reggio, Liverpool, Nashville. E poi Peurét, Garerésc, Forcariit (Jugoslavia, Polonia, Ungheria). Infine Mot e Pretoldéi, come Puerto Natales e Ushuaia. Terra del fuoco.
Jorja pensa che il padre sia fissato con la poetica delle cose. Ma poi comincia la marcia, impervia, e la fatica si fa cadenzata come il tempo di una canzone.
Quando nella nebbia di Bens vede agitarsi fantasmi di betulle scacciati da un sole muscoloso, Janos aspetta di scorgere le ginestre in fiore, quel mare giallo della giovinezza, e mentre si prepara ad assaporare ricordi ecco che il declivio appare brullo: le ginestre giacciono a mucchi grigi e rinsecchiti, tagliate da pastori indifferenti. Prato per le pecore del cazzo. Non sa spiegare a Jorja quello che era e allora sta zitto e ricomincia a marciare a testa bassa.
Si addentrano nel bosco di abeti. Ne escono solo per attraversare i Moort, breve radura così chiamata perché si giunge stremati, dice Janos. La figlia conferma, è così. Ancora abeti, poi larici, poi pascolo: Peurét. Mangiano. Da lontano si immagina il fiordo del lago e più su il Visagno, il volto dissimulato (direbbero i Nostri) da una sciarpa di nuvole. Il Visagno ribelle.
Si apre l’orizzonte, la grande traversata. Garerésc tra sassi diroccati con alcune parole in rosso e capovolte. Poi resti di slavine: neve, tronchi scarnificati come braccia al cielo a chiedere tregua, larici inclinati dal vento, pietraie, acquitrini, torrenti. Sete: acqua da neve. Fame: formaggio e salame. Il cammino si dipana pianeggiante e sinuoso. Poi pioggia gelida e riparo sotto un abete imperterrito. Jorja pensa che la fissa del padre per la poetica delle cose abbia forse un senso e subito si alza strepitando una pernice. Spiove.
Forcariit ai piedi del mantello scuro che porterà sul dosso, Forcariit deserta e scampata per miracolo alla slavina che al suo fianco ha spezzato piante e intralciato cammino. Scavalcano, Janos e Jorja, e salgono, schivando sterco fresco (merda, ocio, ocio, merda), forse di un cervo che starà sicuramente appostato lì nei pressi, infingardo.
Scollinano: Mot. Mentre Janos mangia nel rifugio di pietra, Jorja va in fondo al prato per osservare la croce. Poi torna e dice: volevo fare qualche foto, ma c’era sempre in mezzo quella croce. E aggiunge un complemento al concetto.
Mot è Puerto Natales, e resta solo una pista larga e pianeggiante. La percorrono.
E infine, Pretoldéi, con i suoi dirupi a picco sull’oceano e sopra le teste i pascoli. Da lontano si vedono le pecore e i lama, conviventi inattaccabili. Le Ande si gettano nello Stretto di Magellano. Janos e Jorja si scaldano al camino della capanna, mentre risuonano grandine e vento. Non hanno avuto bisogno della cartina.
Prima di dormire, rifanno pezzi di mondo con il guardiano della capanna e sono soddisfatti.
Il mattino luminoso della Terra del fuoco immortala Pretoldéi negli occhi di padre e figlia. Ora di tornare. Janos ritrova un senso pratico nello snocciolare di nuovo i nomi delle terre attraversate a ritroso: Mot, Forcariit, Garerésc. Peurét. Ai Moort.
Sento il profumo di Bens, dice Jorja.
Bens… Le ginestre pietrificate, le pietre malferme del tetto, la fontana sbrecciata, gli aceri immensi, l’ombra, la malinconia, il passato.
Janos no, non lo sente il profumo. Chiude la corazza e osserva Jorja. Gli occhi diafani della figlia, aperti sul mondo, con la poetica ritrovata del viandante che non ha niente, contento di appartenere al mondo.
Janos pensa di aver fatto qualcosa di buono. Pensa di amare sua figlia. E Jorja comprende quell’uomo che veleggia sempre tra l’afflizione e la contentezza.
Il viaggio non finisce mai. Tieni a mente i nomi.gene
Postilla
La vera casa dell’uomo non è una casa, è la strada. La vita stessa è un viaggio da fare a piedi.
Bruce Chatwin -
Sonnenstube
Un viaggio patagonico tra ferraglia indecente e declivi cementati. Il povero treno accoglie Janos dopo il bus snodabile. Intercalati da passi camminati in sottopassaggi e asfalti, gli attimi viaggiano fotografando il disastro. Tutto è posseduto: i fiumi, le colline, le betulle, i cervi, le piazze, le fontane e i prati sono catturati e assoggettati all’uomo bianco, alla stregua di automobili, telefoni, vestiti, scatolette e bottiglie. La terra non è più terra, ma terreno: edificabile, coltivabile, recintabile, dissodabile, acquistabile, vendibile, inquinabile, espropriabile.

Viaggiando a sud in treno, Janos occhieggia torrenti infossati nel cemento di capannoni precari e, in molti casi, già dismessi e lasciati lì a marcire.
Usa e getta, getta e nascondi, sporca e inquina, invadi e possiedi.
La grande città agonizza con la testa nel lago, tra cantieri delinquenziali e strutture gelide. Si vede il Lac, orrenda propaggine che fagocita la resistente creatività per vomitare eventi luccicanti e conformi. Colonne di altra ferraglia intasano l’autostrada, quello sfregio al mondo per favorire la nevrosi da viaggio verso il niente.
Generoso che guardi con la tua corona di cartapesta che si chiama Fiore di pietra, e assomigli a un indio amazzonico che i bianchi con sciarpa bianca hanno fatto re per la loro ilare gloria: provi vergogna?
Al confine, una città venata da binari ormai dismessi, con il ricordo del contrabbando come epica di scambio. Janos scende alla fine del mondo, una Ushuaia derelitta, conquistata e abbandonata. Alla dogana si suona come a un matrimonio, senza sposi e senza padri. Senza figli. Terra del rogo.gene
Postilla
La terra alla terra
g. -
La banda suonerà a centrocampo
Torta di mele e pioggia, il meglio. Prima durante dopo una partita biblica tra le persone in mutandoni più vecchie della terra, la nostra. Vegliardi a terra e in volo, colori sgargianti, blu e giallo, quel po’ di spettatori non paganti che ridacchiano all’inizio con facezie estranee al gioco, ma poi rapiti e commossi con la birra in mano che si scalda e si annacqua sotto i dieci minuti di un acquazzone che aggiunge un tocco biblico a questa semifinale delle ginocchia scricchiolanti, delle sciatiche incombenti, delle cadute per un battito d’ala, dei cuori martellanti. Della voglia di vivere all’inseguimento di un pallone che con gli anni sembra protendere alla velocità del suono. Docenti, assicuratori, frontalieri, sfaccendati, muratori, macellai, impiegati, carabinieri. Al limitare di una pensione che se non arriva è meglio. E un prete, che non sembra prestare attenzione alle bestemmie che costellano falli e falle. Un arbitro con la maglietta che gli ha regalato il presidente un decennio fa si barcamena tra crolli veri e simulati. Quasi tutti che al minimo contatto vantano un domani di lavoro, e che cazzo, fai attenzione, non sono qua a cinquant’anni (55, 60, uno che incredibilmente compie i 69 proprio oggi e viaggia leggiadro senza beccarla più di tanto), sei un assassino, ti sei buttato, non ce la fai, facciamo i conti, eccetera. L’Elegantone di centrocampo segna due gol per i blu del Solduno, l’Ignoto giallo del Maggia che raccorcia inutile a un attimo dalla fine, due Bimbi che si disputano il pallone finito in rete per perdere e guadagnare tempo. Poi finisce. E ci si rassetta con la lentezza degli acciacchi. E si dimentica il mondo con la pasta in comune sotto la tettoia, come a San Pedro de Atacama, e con il supermoviolone sfasato delle imprese appena compiute. Si finisce con la torta di mele di cui all’inizio, svariate fette, tutta, e l’idea che andare avanti fino alla morte è un bel progetto e che se la banda di stanza a Gordevio dovrà suonare, che suoni a centrocampo.gene
Postilla
Capisco di aver guardato troppo calcio quando vedo cadere una persona per strada e invece di aiutarla aspetto il replay
Zziagenio78, Twitter -
Dito sul grilletto

Il maledetto mi aveva lasciata e da tre settimane non facevo che strisciare contro i muri, rientrando dal lavoro, mai prima delle dieci. In quell’autunno buio, in ogni senso, non avevo più certezze. Una facile preda per qualunque imbecille con intenzioni peggiori di quello precedente. Volevo evitare ogni incontro, anche casuale. Le mie inarrestabili voglie erano così forti da prosciugarmi il sangue. E in quelle condizioni, mi sarei offerta a chiunque. Prendendo a pugni la mia fragilità con la forza della paura, attraversavo vicoli osceni fino alla porta di casa, con la toppa che si faceva ogni volta più piccola per il tremore. Una volta dentro, con la schiena gelata, mi spogliavo in corridoio e infilavo la doccia. Acqua e dita sul grilletto. Mezzora dopo dormivo.
Si chiamava Angelo. Maledizione al suo nome e a lui, che mi aveva insegnato l’amore a quarant’anni e un po’. Carezze in luoghi che altri avevano evitato con indifferenza o forse ignari, parole sconosciute, promesse vere come il cielo. Fece svanire la solitudine della vagina con una dedizione agli avambracci e agli incavi delle ginocchia, accompagnando le sue labbra sui miei seni, soffocandomi nel mio stesso desiderio. Mi rigirava prona e in balìa dei sensi, mi stringeva i polsi con la forza dolce della morte e passava il suo petto sulla mia schiena inarcata, come a mettere la vela alla barca. Appena il timone intuiva la rotta, già venivo scomposta in cento frammenti, perduta in un mare abbagliante che mi accompagnava nel sonno.
Quando non volli più altre donne tra noi, mi lasciò un biglietto inchiodato all’uscio e sparì.
Non lo cercai e cominciai il lutto, strisciando contro i muri e sopraffacendo me stessa nei vapori della doccia, immaginando donne e uomini accanirsi su di me, davanti, dietro, in bocca, in tre alla volta, in quattro, in dieci. Volevo essere la puttana che il maledetto Angelo aveva voluto per sé. Ma senza di lui non ero pronta.Le cose sono cambiate. Un tipo sulla cinquantina l’altra sera mi ha fatto bere. Mi era tornata un po’ di sicurezza, abbastanza per pensare che non sarei stata una preda. Mi ha abbordata al bancone, mi ha offerto un gin-tonic. Senza nessuna resistenza, ne ho bevuti altri tre e quando siamo usciti mi ha scopata sul cofano gelido di brina della sua auto. Mi sono abbassata i pantaloni fino ai piedi, allargando le ginocchia per farlo passare. Lui è venuto presto e io non avevo ancora cominciato. Ho finito a casa, da sola.
L’ho rivisto ieri, al cesso del pub. Mentre spingeva con foga io mi sono stritolata fino al massimo. Non avevo bevuto. Intanto che mi rassettavo, ha infilato cinquanta franchi nel perizoma. Avrei voluto ucciderlo, ma era già sparito. Sulla strada di casa, mi sono stretta tra le mani quella banconota.Stasera ho invitato a casa uno piuttosto giovane. Al pub insisteva a guardarmi le tette, che tenevo esposte. Ho finto di credergli quando mi ha detto che non dimostravo la mia età. In effetti sono sinuosa e soda, con pochi segni sul volto e i capelli morbidi. Ma al pub la luce è bassa.
In piedi al bancone, di sfuggita, sorpresa da me stessa come se fossi un’altra, gli ho toccato la patta, stringendo delicatamente. Come un riflesso, è salito con la sua mano sotto la mia gonna. L’ho lasciato fare per dieci secondi, poi l’ho respinto. Ha ordinato da bere. Abbiamo provato a parlare di banalità, lavoro, musica. Mi ha detto di avere una ragazza che non lo capisce (che originale!). Non ho replicato.
Sono salita a ballare da sola, un vecchio mi si è piazzato davanti e io mi sono un po’ dimenata. Quando ha allungato una mano, sono scesa. Il giovane era nervoso.
Siamo stati in silenzio una decina di minuti.
Poi gli ho chiesto se aveva voglia di scopare. Lui ci ha ricamato un po’ su, ma quando l’ho incalzato ha detto sì.
In taxi, verso casa mia, gli ho proibito ogni contatto con la scusa che non mi piacciono le porcate in auto. Mi sono masturbata senza che lui se ne accorgesse, mentre guardavo fuori dal finestrino. Sul vetro appannato ho disegnato un fiore. Con lo stesso dito.
Il giovane steso sul letto, nudo, bello. Ancora vestita, gli ho sfiorato avambracci e incavi, l’ho girato e rigirato, gli ho fatto un pompino fugace, solo accennato, interrotto. Poi sono andata in cucina. Non mi ha seguita.
Sono rientrata nuda, senza spegnere la luce. Mi ha guardata, forse mi ha trovata meno bella di quello che credeva, ma era necessaria una prova per andare avanti. Duro e ritto, si è alzato, mi ha afferrata, mi ha volteggiata come una ballerina di tango e poi mi ha presa da dietro, schiacciandomi contro il muro. Ho tentato di divincolarmi, ma braccia e gambe si sono indebolite sotto le contrazioni del mio piacere che saliva dalla pancia alla gola. In completa sottomissione, sono scivolata a terra, carponi, e lui alle spalle, a trattenermi per i polsi mentre andava avanti e indietro. Nemmeno il maledetto andava così a fondo, riempiendomi. Il giovane è venuto all’improvviso, strattonandomi per le braccia. Poi è uscito.
Sono rimasta nella stessa posizione per un minuto, cercando di orientarmi dopo la forza estrema a cui ero stata costretta. Quando mi sono alzata, lui era di nuovo steso sul letto, con quell’aria apatica di chi non ama. Ma del resto non amo nemmeno io, cosa voglio? Mi sono messa a cavalcioni sulla sua faccia. Mi ha oltraggiata come desideravo, e intanto pensavo a cento mani su di me, di uomini e donne.
Dieci minuti dopo, senza una parola, ci siamo rivestiti. Come d’accordo mi ha dato cento franchi.
Sono pronta, lo sapevo. Mi piace.gene
Postilla
Tu sai che lo desideri e sai che lo vuoi fare e che nulla te lo impedirà. In questa fase nessuno dirà nulla che possa cambiare qualcosa.
Philip Roth -
Lolita – trailer

E così finalmente, Lolita era tutta per me, in quella libido informe della natura in estate, che a quindici anni avvolge i sensi, anzi, li ottunde nella commistione tra acqua e sale che in situazioni altrimenti prosaiche si sarebbe detta sudore. Ma io ero talmente innamorato da scambiare l’olezzo di un peto per lavanda. Naturalmente, lei non sapeva del mio stato terribile, ma avrei avuto tutto il tempo perché sapesse del mio cuore in tumulto. Completamente obnubilato da Nabokov, la definii subito Lolita, la ninfetta: solo che non si chiamava Dolores e non aveva dodici anni. E io non ero un professore di nulla e fino a pochi mesi prima giocavo coi soldatini delle caramelle.
Lei non sapeva, Carmela – questo il suo terribile nome, ahimè -, delle mie notti rigonfiate nelle parti invereconde, e per fortuna, ne sarei morto di vergogna. Stavo in quella esecrabile posizione della vita dove si pensa che qualsiasi gesto o parola andrebbe usato per esprimere all’amata tutto il folle amore, ma nel contempo si è preda del terrore che un “ciao” detto a sproposito sancirebbe la fine dell’universo. Che poi, finire cosa, che ancora niente era cominciato, se non nelle mie povere sinapsi di provinciale incapace, senza istruzione di nessun tipo?
Carmelolita stava sempre qualche banco avanti, come se contasse infinitamente di più capire alla perfezione la lezione di chimica dell’inetto Tarallacci – un energumeno a cui brillavano gli occhi mentre intrugliava elementi alla lavagna – che stare vicino a me nella divina commistione tra carne e aria che avremmo certamente – certamente secondo me – prodotto. Quando, nelle pause tra le sciocchezze cattedratiche, capitava che si voltasse, che so, per guardare la cartina degli elementi in fondo all’aula, io mi chinavo sotto il banco ad allacciare scarpe o a raccogliere carta, in un sospetto impeto d’ordinamento di cose che normalmente dimoravano in limbo di indifferenza. Da sotto, contavo i secondi a fiato trattenuto e poi riemergevo, con un rossore cianotico, quando lei era già tornata al nulla della lezione. Più volte, il Taralluci, idiotissimo, mi chiese se stessi bene e se non volessi per caso liberarmi alla toilette. Mi sarei liberato di te, sciocco cittadino invecchiato con pochissima H2O a consolarti dentro e fuori, essere insensibile e pagliaccio che con il tuo spirito ti abbattevi sulla mia anima sconquassata da Lolita la Ilare. (…)gene
Postilla
Incipit di una cosa.
g. -
Immagina
Immagina
Immagina non ci sia il Paradiso
prova, è facile
Nessun inferno sotto i piedi
Sopra di noi solo il Cielo
Immagina che la gente
viva al presente…
Immagina non ci siano paesi
non è difficile
Niente per cui uccidere e morire
e nessuna religione
Immagina che tutti
vivano la loro vita in pace…
Puoi dire che sono un sognatore
ma non sono il solo
Spero che ti unirai anche tu un giorno
e che il mondo diventi uno
Immagina un mondo senza possessi
mi chiedo se ci riesci
senza necessità di avidità o fame
La fratellanza tra gli uomini
Immagina tutto il popolo
condividere il mondo intero…
Puoi dire che sono un sognatore
ma non sono il solo
Spero che ti unirai anche tu un giorno
e che il mondo diventi unoJohn Lennon
Postilla
Sibilavano proiettili e cadevano bombe. Un tornado di ferraglia rovente che sventrava palazzi e case e che una volta raffreddato uscivamo a spulciare, in quel momento di nulla che segue la ferocia della battaglia
gene -
C’è sempre da fare
L’é fòro la ròuso

dopo tan specièe
e sta nécc in dinségn
l’ére crapada scusciada
Fórsi dal call o dai péi,
ma om bòt dasedò
a sem nacc in do prò
e la ròuso l’é ilé
La paar c’la sgiugu
Con la maia négre e arancion
ma la partidi l’è finidi
sót al sóu scoténn d’aurì
A la ciapi coi man
ch’i dis c’la brusu la pél
col sé velén e a la pogi
apréu al rièegene
Postilla
La natura non è un posto da visitare. È casa nostra.
Gary Snyder -
Una causa persa

Il Chiscio e il Panza s’erano impantanati in fondo alla campagna e c’era da aspettarselo, conoscendoli. Intanto che loro due se la vedevano con un gregge placido e indifferente ai destini del mondo, e con esito strategico inesistente, Sopralerta opponeva le sue mura ai mercenari dei Balivi. Quando i due tornarono in vista del paese, le scaramucce erano già concluse per oscurità e gli assalitori ritirati. La riunione del Senato, indetta non appena al Chiscio fu levata l’armatura e al Panza le zecche, s’impantanò in un’interminabile discussione sul come andare avanti.
La situazione era chiara: senza farina e senza acqua, col cazzo che ci si faceva il pane, per non dire della sete. Quindi o resa o attacco all’acquedotto, per toglierlo dalle mani avide e maligne dei Balivi. Escluse le donne (che non votavano, e per questo nemmeno erano ascoltate) e lo sparuto gruppetto di chi voleva tornare alla pacifica villeggiatura tassata e controllata, tutti furono d’accordo sulla sortita a sorpresa, perché la resa Mai o Quasi. Ma come sempre, trovare i volontari fu impossibile.
– Domattina ho la legna.
– I figli dormono fino a tardi.
– Devo andare a Caverna a far spesa.
– Ho il trattamento antitarme.
– Mia moglie non vuole.
– Zakyboy, mi spiace.
– C’è la messa.
Eccetera.
Tenendo per buone tutte le occupazioni (gli impegni sono impegni) e stralciando dall’impresa i saggi del Senato per ovvie ragioni di precarietà articolare e lentezza di riflessi, restavano il Chiscio e il Panza. Stesi su brande come appestati al lazzaretto, laceri e contusi, ai due fu comunicata la decisione di spedirli a riconquistare l’acqua, con la certezza che il Chiscio avrebbe detto sì immediatamente e l’altro l’avrebbe seguito. Il Senato e tutti i rivoltosi sapevano che mandare quei due a liberare l’acquedotto poteva tradursi in una divagazione catastrofica alle leggi della guerriglia, dato che tendevano a improvvisare distrazioni. Ma altro non c’era.
Il Panza si tirò sulla testa la cenciosa coperta militare pur di non dover rispondere di sì, ma il Chiscio, ovviamente, rinacque di botto e dovettero rimetterlo in branda per non stancarlo.
Fu chiamato il Dotur, che con un infuso di erbacce e un discorso soporifero addormentò il Chiscio, per farlo riprendere un po’ e prepararlo a quella che l’indomani sarebbe dovuta essere l’impresa decisiva per l’Indipendenza.Sopralerta, paese granitico incastrato tra franose montagne verticali, si era ribellato ai Balivi la prima domenica di maggio con un’operazione spettacolare: il blocco della Sacra Processione che ogni anno portava offerte al santuario eretto dai dominatori per celebrare l’inscindibilità di potere e religione. La lunga fiumana di poveri diavoli al seguito di prelati e nobili fu messa rovinosamente in fuga da una mandria di vacche lanciate pance a terra dal terrore per il Chiscio, vestito come un paladino di Francia arrugginito e che le incalzava a dorso di Bucefaloso, un cavallo scheletrico dall’alito cattivo.
Liberato il campo, i ribelli voltarono i bovini e marciarono con loro verso il Santuario, dove stavano in panciolle il principe Kleingüti e la sua corte di bravi e meretrici. Le vacche travolsero scranni e paramenti, un toro infilzò il costato del Cristo di cartapesta inchiodato alla porta del santuario e che aspettava il suo destino con aria afflitta; i ribelli bastonarono gli oziosi padroni costringendoli alla fuga oltre il Cristallina, pestarono vescovo e preti e poi bruciarono tutto. Re e dio abbattuti.
I sovversivi si chiusero dentro le mura fortificate di Sopralerta, senza lo straccio di un piano, ma con la certezza di resistere all’inevitabile ritorsione dei Balivi grazie all’acqua e al passaparola. Erano convinti che tutta quella terra, dai ghiacciai ai laghi, sarebbe stata percorsa da fremiti rivoluzionari e che si sarebbe liberata combattendo al loro fianco.
Balle. Nessuno si fece vivo e poi anche l’acqua fu preda dei Balivi, in una notte di festa del villaggio. Il principe Kleingüti aspettava la resa dei cenciosi di Sopralerta con la calma della iena da-vanti a un bufalo con le gambe spezzate.Il Chiscio venne messo in sella a Bucefaloso, che non fece una piega. Il cavaliere invece aveva dolori dappertutto a causa della battaglia con le pecore; lo scudiero Panza montò sul suo asino con l’entusiasmo di uno che va al patibolo. Anche quelli che in teoria avrebbero avuto altro da fare li salutarono in piazza e li guardarono arrancare sulla mulattiera che portava all’acquedotto. Tutti pensarono: speriamo.
Appena fuori le mura s’inoltrarono nei castagni. Nel vederne uno corroso e storto e scambiandolo per un monatto, il Chiscio gli si scagliò contro a roncola sguainata gridando “Impudente untore, libera il passo!”. Il Panza riuscì ad arrestarne la furia solo dopo che il cavaliere era caduto di sella per un colpo sferrato al vuoto e che l’aveva fatto ruotare su se stesso come un tiribiri. Non fu l’ultima divagazione. Inseguì una carriola ferma e abbandonata; si gettò in un formicaio urlando “Babele! Assaggerai il valore del mio braccio!”; si beccò un calcio da una vecchia alla quale aveva sottratto il bastone senza chiedere il permesso, poi-ché, diceva lui, era una velenosissima serpe in procinto di morderla mortalmente; si arrampicò su una roccia come se fosse una torre della Fortezza Bastiani, cadendo rovinosamente all’indietro in mezzo a un oceano di ortiche. Riuscì perfino a get-tarsi da un ponte per agguantare una rana, scambiata per la perfida Angelica.
Tutto folle all’apparenza, ma il Chiscio credeva davvero nella rivoluzione e pensava, non senza qualche ragione, che i nemici della libertà tramino ovunque. Il Panza, che in genere non capiva un cazzo di tutto quel volteggiare d’ira e furore, seguiva quell’uomo per quella cosa misteriosa e irrazionale che si chiama amicizia.
Tutto il rumoroso avvicinarsi all’acquedotto non poteva non destare le guardie del principe Kleingüti. Che infatti videro tra i radi alberi quelle due tristi figure e le aspettarono trattenendo a stento l’ilarità dei protervi.Non ci fu nemmeno lotta. In dieci contro due, infilarono il Chiscio e il Panza in due sacchi per il fogliame, li legarono, li pestarono come gatti randagi e li trascinarono a valle. I due non arrivarono a vedere una sola goccia dell’acqua da liberare.
Con i prigionieri insaccati, gli sgherri dei Balivi si presentarono nella piana davanti a Sopralerta.
– Il vostro piano di riconquista è fallito! – disse quello che doveva certamente essere il capo, dato che ogni pattuglia o esercito non potrebbe esistere senza un comandante, per inadatto che sia.
Il bravo svuotò i sacchi. Il popolo assiepato sulle mura di Sopralerta vide le facce gonfie e scorticate del Chiscio e del Panza e capì che l’acqua non l’avrebbe mai riconquistata.
– In cambio della resa, avrete indietro questi due idioti. Vivi. Due ore per decidere, dopo di che li ammazziamo e poi ammazziamo voi.
Il Senato si riunì, stabilì che la speranza era morta, che il Chiscio e il Panza erano innegabilmente due deficienti ma che mica li si poteva lasciar morire ammazzati; che loro, i vegliardi, ce l’avevano messa tutta per dare un destino migliore alla gente ma che proprio non si poteva andare avanti e che di rischiare il benessere per la libertà era un po’ troppo.
Alle cinque del pomeriggio del 30 maggio si arresero, venticinque giorni dopo la rivolta.Il Chiscio e il Panza furono giudicati colpevoli di tradimento da parte del Senato stesso, delegato al giudizio e al governo di Sopralerta per volere del Principe Kleingüti in cambio della promessa di sottomissione eterna alle leggi dei Balivi e di Dio. I due furono condannati all’esilio per volere di tutta la popolazione, privati di effigi e cavalcature, e appena svoltarono la curva tutti tornarono a zakiboy, legna, figli, messa, decime e vacanze.
Da allora, ogni anno, la prima domenica di maggio è dedicata alla gloria dei Balivi e il 30 dello stesso mese agli abitanti di Sopralerta è regalata una giornata di festa generale. Di Chiscio e Panza non si sa più nulla, ma forse sono ancora là, dentro a un libro, in fondo a un cuore, sulla pelle di un’emozione, negli occhi dei pazzi, a cavallo di un orizzonte o dove attende una perduta ribellione.gene
Postilla
Mangia poco a pranzo e meno ancora a cena, che la salute di tutto il corpo si costruisce nel laboratorio dello stomaco.
Miguel de Cervantes -
Picchio rosso
Come fai picchio rosso

a destreggiarti tra i rami
ancora spogli del frassino
e balzi e ti nascondi
come Diego Armando agli inglesi
lui a righe celesti e bianche e tu
con i pantaloncini scarlatti
la maglia bianca davanti
nera dietro e senza nome
sulla nuca un ciuffo vezzoso
alla Mario
picchietti la scorza e sembra
la mano di dio all’Azteca
non ami le foto e vai via
in dribbling
tra gli applausi delle gemme
e i mieigene
Postilla
Il pallone ride raggiante nell’aria. Lui lo mette a terra, lo addormenta, lo corteggia, lo fa danzare.
Eduardo Galeano

