-
Alcuni diversi

Bobo dice: “È un mondo orribile. Se non c’è la guerra non vuol dire che ci sia la pace”. Ma cita Mandela e sorride con dolcezza insopprimibile.
Ginevra non dice ancora molto, ma capisce tutto e al giochino della Ghète da Crèe, quello che si fa risalendo con le dita fino al collo per poi fare solletico, si prepara e ride.
Il Genetelli non sa bene, gesticola in memoria di una rivoluzione trapassata e persa, ma degna.
Il Meo supera le angosce che gli provocano i bambini con i loro dolori insondabili e guarda il cielo in cerca di stelle o scie.
Questi quattro, recintati con ramina e ai piedi di un santo irriconoscibile e giustamente ignorato, fanno un cosmo. Come precipitati dallo spazio, si ostinano in direzione contraria.
Un altro mondo è probabile.
Rompicoglioni, astenersi.gene
Postilla
È tempo che i genitori insegnino presto ai giovani che nella diversità c’è bellezza e c’è forza
Maya Angelou -
Pioggia
Non è sempre dura

la pioggia che cade
Vivida sposa
lo strascico al vento
illustrata da lampi
grancassata da tuoniVigilia bagnata
dispensa fortuna
a un marito in attesa
Accarezza la terra
e solletica e smuove
flebili moti
di seme nascenteE tu cosa fai
Il tuo cuore vi abita sì
lo scorgi affannato
nell’afa verana
Alzati
esci
bagnati
Accogligene
Postilla
C’è chi aspetta la pioggia per non piangere da solo.
Fabrizio De André -
Atacama
Volò sopra l’Atlantico senza grande preparazione. Atterrò a Santiago e attese nella solita banalità degli aeroporti. Prese un taxi Collettivo fino all’hotel vagamente in stile Gotham. Si meraviglio più che altro della pulizia delle strade e della timidezza degli abitanti. Rischiò di finire travolto da un Micros, bus assassino e imperterrito. Visitò la Chascona per rispetto. Ripartì per Calama, in volo.
Attraversò un bel pezzo di deserto a bordo di un altro Collettivo fino a San Pedro. Pisco, Austral e churrasco. Si fermò al limitare del Salar, vi entrò per una decina di metri e poi tornò indietro per non farsi escoriare. Salì alle Lagunas, quattromiladuecento metri di scarso ossigeno e fiatone. Tornò a San Pedro, si attardò con un gruppo musicale andino sorretto dal cajon. Dormì. Fuori, dieci sottozero.
Si arrampicò in bus con alcuni catalani reduci fino al Tatio, tra geyser e vigogne curiose.
Il giorno seguente, noleggiò una bicicletta e nel tepore secco dell’inverno australe giunse a una collina. La risalì, cauto, tra muri bassi e infiniti che seppero essere alti e protettivi fino all’arrivo dell’uomo bianco di Spagna. Sentì che gli Atacamenhos resistettero, vide le gole di donne sgozzate, di uomini trucidati e di bambini gettati dalle rupi.
Nel vento del deserto, due rose fiorirono ai suoi piedi, sazie di lacrime.gene
In un angolo del campo di concentramento, a un passo da dove si innalzavano gli infami forni crematori, nella ruvida superficie di una pietra, qualcuno, chi?, aveva inciso con l’aiuto di un coltello forse, o di un chiodo, la più drammatica delle proteste: “Io sono stato qui e nessuno racconterà la mia storia”.
Lus Sepúlveda -
Tre cose, o quattro
Si meraviglia del banchetto dei salumi.

Anche mentre suona, tiene d’occhio l’aria del quartiere dov’è nato.
Che non è neanche un quartiere, ma un cortile stretto tra pietre.
Oggi c’è la Festa del Paese e lui fa musica con la figlia, la accompagna alla chitarra. La accompagna come vorrebbe fare sempre, tenendola per mano, ma è una cosa che non gli riesce quasi mai.
Oggi sì, con gli accordi segue i saliscendi della voce ormai di donna, rallenta nelle titubanze, rilancia sulle sicurezze.
Quando capisce che il viaggio procede sicuro, si guarda l’aria circostante, i volti e i gesti, gli odori e la luce che ribatte sul muro giallo e torna sul viso di sua figlia.
Qualcuno porta un bicchiere di vino, un altro chiede se la sanno quella tale canzone, una fa foto e un’altra canta.
Molti passano distratti, altri discutono.
Alcuni sfogliano il libro che ha scritto lui.
Tenendo per mano la voce di sua figlia, si distoglie e si fa guidare nel velluto dell’amore per lei.
Ancora una piccola angoscia per una nota presa di traverso, che raddrizza con un controcanto.
Rallenta, aspetta che lei la ripeschi e riparta divertita.
La sera, quando smettono di suonare, si siedono in faccia alla casa dei nonni sotto il pero e si dicono grazie.
Si stringono le mani.gene
Postilla
Nella vita bisogna fare tre cose: fare un figlio, scrivere un libro, piantare un albero.
Proverbio Zen -
Il baratto
Nel parcheggio davanti al Palazzo del Governo ci scambiamo cose antiche: io do al Gas due libri, lui mi consegna quattro formaggini. I miei libri sono densi di racconti che ho trascritto in quattro anni, i suoi formaggini racchiudono i profumi dell’erba di
montagna. Alle nostre spalle, perché le spalle gliele giriamo, il Palazzo del Governo che puzza di burocrazia chiusa, di idee stanche, di passato ingombrante, di futuro spezzato. La nostra merce, formaggini e libri, costa poco e non dà fastidio, dà piacere. Io stasera mangerò e il Gas leggerà. Nel Palazzo non so, forse sale vuote e uffici serrati in attesa di domani, quando qualcuno penserà alle tasse da mettere su formaggini e libri, con leggi da parassiti.
Il nostro è un mondo miserabile, che specula sul lavoro dell’uomo, che tratta i libri come inutilità e i formaggini come ricettacolo di germi. Nelle tastiere di computer e telefoni ci sono batteri resistenti e sconosciuti, che viaggiano in groppa alle voci e avvelenano le ore di giorni frusti. Eppure, sono libri e formaggini a subire decime: libri scritti in terrazza nel gelo dell’inverno e formaggini consolidati in alpi discosti. Asini e capre: gli asini sono la copertina dei libri, le capre il latte cagliato dei formaggini. E dentro il palazzo? Toner e calcolatrici, per notificare la predazione.
Ma non si cede: il Gas chiude il baule e io lo zaino, ci salutiamo e andiamo ognuno per sé con la bramosia di goderci i doni barattati. Una bestemmia e un rutto, nella notte, sanciranno la ribellione. In direzione ostinata e contraria.gene
Postilla
L’economia è sull’orlo del baratto.
Fragmentarius -
Glory days

Immagine di Luca Tarlazzi Alto quanto un albero, Daniel fa ombra a Ghirma, come a ripararlo dal sole di giugno. È uno dei giorni più belli della loro giovane vita, sono pronto a scommettere e perdere, che tanto non lo diranno. Ghirma saltella come un merlo un po’ incazzato, ma gli passa.
Judith non li vede, ma li sente e le viene da ridere, come spesso è successo alle follie d’aula.
Christopher in rosa sembra una star e lo potrebbe diventare a giudicare da come scrive.
Vanessa e Fatima, ingannevoli e divine, timide, si spostano come siamesi.
Marco e Dylan, figli della Lega Grigia, sono sempre in bilico tra modernità e pastorizia, specialmente Marco che mette e toglie occhiali da pilota e poi sogna il Gesero; Dylan invece propende più sicuro per le georgiche, si avvierà a una versione di Captain Fantastic e intanto abbraccia alberi, s’incammina in sentieri di montagna, coglie fiori e accarezza animali.
Geison è contento e offeso, non posa per la foto. Intelligente e orgoglioso, incassa e non dimentica.
La principessa Jamica è arrivata in ritardo, come partita da Antigua e giunta per grazia
(Non sono sicuro che i nomi siano scritti nel modo giusto, ma suonano così).
Redjep è un ragazzo dolce, che vorrebbe tornare a casa subito dopo la consegna, ma si fa convincere al pranzo e si fa onore. È mio compaesano, quindi fratello.
Collane vistose alla Iglesias, sguardo da Balotelli, Steven ha ribaltato i pronostici non proprio favorevoli con un colpo di coda da grande centravanti; ha fatto gol e per la prima volta in sei mesi si toglie gli aculei e brilla.
Maris… Ah, Maris, quanta energia e simpatia, quanto desiderio di non fare nulla e prendere in giro, sore di qua e sore di là. Stonato e intonato, è un ribelle alla Kerouac, anche se ovviamente non sa chi sia il faro dei beatnik.
Ayrton, magro e icastico, arriva, prende, mangia e va, come un personaggio di Tarantino.
Mancano Jessica e Ivana, donne brillanti. La prima è una che capisce al volo, poi si disorienta, tocca spingerla e riparte; la seconda è dentro alcune idee ben fisse, che la rallentano e la elevano, in una bolla di contraddizione che lei non vede e va bene così.
Infine, come una tolda sicura, Nicoletta, che per questi ragazzi ha intrecciato una tela da issare come vela per condurli in mare aperto e poi al porto del diploma.
A onorarli, un vecchio direttore di scuola che parla di obiettivi, traguardi, fatica, impegno, lavoro, formazione. Sì, sì, va bene. Si è dimenticato della cosa più importante: la ricerca della felicità.
Io oggi sono felice, l’equipaggio riprende il mare. Una nave pirata.gene
Postilla
Sono i ragazzi e le ragazze che hanno recuperato la licenza di scuola media, mancata qualche anno prima nei meandri dell’incomprensione. Glory days.
g. -
La Cicala

E terra e polvere che tira vento, ma non piove, anzi. C’è un sole che si specchia sulle piante e la montagna chiama. C’è anche la fila e il Meo non si sa come la prenderà, con questa storia impressionante che lo attende. Beh, la fila lo rende allegro e l’arrivo del mostro d’acciaio si tramuta in stupore di Cicala. L’elicottero ora è lì a dieci metri, il Meo si prende tutta la sabbia sollevata dalle eliche pur di non distogliersi. La Maddalena tenta di coprirgli gli occhi, ma lui si scansa per vedere con eroismo. In cima, appena sotto il cielo, il Monte su cui ci si poserà non poteva che chiamarsi così: Cuore. Perché ci vuole cuore per superare angosce e paure che hanno costretto a terra il Meo per almeno vent’anni.
Ormai il momento si avvicina e infine è lì. Tocca a noi, su, dai.
La Maddalena sale, io aspetto che il Meo si decida a quei sette passi così piccoli per chiunque, ma mille volte più lunghi della sua gamba. Sembra non farcela, poi si decide e monta.
Il mostro è ora Cicala che frinisce e vibra, coi manometri neri, le cuffie, la latta che non sembra possibile da tenere assieme con quattro viti, i sedili duri come panche in sasso. Il Meo s’aggrappa all’emozione e la cavalca nella luce del mattino, in volo sopra le case, occhi sbarrati e lucidi, muscoli tesi, felicità completa.
È un Re, che quando sbarca dalla Cicala viene accolto come tale. Ci sono tutti: la Gigi, il Fladio di Carnevale, il Nino dei Maccheroni, il Giorgio della Chitarra, il Claudio della Fisarmonica e cento altri. Un cuore disegnato con la falce nel magro e gentile fieno di giugno sembra fatto per lui.
La festa in suo onore diventa leggenda quando con la Gigi ci eleviamo al Lallallalalaaaaa di Ring of Fire e la tenda crolla. Mentre laboriose braccia la sostengono, noi si va avanti a cantare. Il Meo apprezza questo non arretrare nelle avversità, così orgoglioso della nuova forza trovata in volo sulla Cicala d’acciaio.gene
Postilla
Caro mio, non sappiamo ancora niente.
g. -
Ié scià!
Prima dei tormentosi corsi di nuoto, distruttori della torrentitudine, e appena finita la galera della scuola, passa El Giir dala Svizéri. Passerà verso le quattro. La previsione dà bel tempo, elaborata osservando le nuvole in cielo e misurando i venti nei capelli, che già si arricciano per idee sulla libertà. Col Nandel abbiamo una mattinata di prove nel deserto di strade ghiaiose, preludio all’appostamento in Pasquéi alla caccia di scalpi.
Un pranzo veloce in forma di Tour, un giro del tavolo. E poi via, nel sole cocente. Giochi d’acqua in Pasquéi, spruzzarsi a tradimento nell’attesa. Dalla curva della chiesa non spunta niente per lunghe mezzore, ma già vecchi ragazzi signore e operai si cullano di sospensione.
Una musica di parole altoparlate. Tutti corrono al bordo dello stradone: passa il furgone dell’omino Michelin e lancia cioccolata. Poi, come un convoglio umanitario in zone bisognose, arriva tutto: bandierine cappellini caramelle visiere bibite gelati formaggio figurine cartoline stoffe. Un vortice di lanci e prese. Sacchetti portati da casa, normalmente destinati al pane, si gonfiano di souvenir.
Un gruppo di fuggitivi sta passando per Biasca, con un vantaggio di otto minuti sul gruppo, annunciano in tre lingue (supponiamo). Sale l’attenzione alla gara, scende quella ai malloppi. Facile svuotare sacchetti altrui. Il Nandel fa il palo, io derubo, o viceversa.
Poi, col tesoro nella morsa delle mani, possiamo aspettare fuggitivi e gruppo. Nell’aria cantano slogan stonati dal transito di veicoli impossibili per foggia e dimensione.
Eccole! Ecco le moto! Eccole le ruote dei fuggitivi.
Ié scià!
Escono in curva cento metri più su, soffiano senza attrito, ticchettano come meccanismi davanti ai nostri capelli, tra Hop! e Dai!. Sfrecciano in giù e scompaiono.
Con puntiglio, come se l’organizzazione facesse conto su di noi, controlliamo gli orologi di plastica.
Dopo quattro minuti e ventisette, circa, svolta il gruppo e discende, mostro compatto e luminoso. L’aria che si sposta è eroica, il frinire delle ruote si eleva sopra gli Hop! e i Dai!. Il Nandel, col sacchetto nella sinistra e una sugus in bocca, si gira e mi fa: I ciapa più.
E invece li prenderanno. Ma non lo sapremo perché col Nandel saremo già tornati al Tour sulla ghiaia, bardati di gadget, per ingrossare la speranza che ai corsi di nuoto piova a dirotto per due settimane. Che così non avremo nemmeno il pensiero di toccare quell’acqua avvelenata.gene
Postilla
El ralògi u sa rót -
Scuola

All’apice della prigionia, nell’aula volano carte, custodie di telefonini, penne, biscotti e figurine. Poi bastano due parole sulla Sposa bambina e l’attenzione ritorna. Non ammetteranno mai, ragazzi e ragazze, ma sono rapiti. Al momento di scriverne un riassunto emozionale, tornano al caos di parole e battute sentite dai grandi, cioè noi poveri idioti. Però scrivono, tranne due che si impuntano orgogliosi nel dire che loro non intendono perdere tempo. I più concentrati, vanno nell’altra aula. Sono in quattro e si pongono agli angoli, per estraniarsi meglio e precipitare nelle loro lettere su Fenoglio. Loro ce la fanno, li lascio e torno nella Babele di là. Dei due che si oppongono, uno sta zitto e l’altro disturba, rispondendo con un militaresco “Sì Sore” alla mia richiesta di fare il bravo. E poi va avanti lo stesso, sorridendo e ignorando il suo stesso foglio quasi bianco, se non fosse per nome e titolo del tema.
Stanno recuperando la licenza di scuola media, questo è il loro impegno, quasi volontario (in realtà, dietro alla scelta stanno genitori distratti e preoccupati o tutori rigidi e burocrati).
In ordine sparso: due ragazze si crogiolano nella loro perplessità, un ragazzo nella sua applicazione diligente, un’altra nella sua cecità vera (si serve di un computer per non vedenti), uno nella sua brusca intelligenza. Il più riottoso, si fa scherno della sua stessa pelle, interviene a ogni bisbiglio o grido come un opinionista da salotto, dice sciocchezze. Ha talento.
Quando li riunisco e chiedo a turno di leggere stralci del testo, inciampano nelle parole o le sorvolano. L’opinionista, che di solito ha una voce stridula da infante non sviluppato e aggrappato a quelle sciocchezze di cui sopra, al suo turno estrae una dizione perfetta, vellutata da una voce teatrale. E d’improvviso è il silenzio, denso di ammirata attenzione.
A dieci minuti dalla fine, la noia dell’aula chiusa si trasforma di nuovo in elettrica voglia di andar fuori dalle palle.
A giorni avranno l’esame. Ce la faranno, ce la devono fare, nessuno deve restare indietro così giovane in un mondo che stritola e giudica.
Fossi l’esaminatore, li assolverei tutti per la bruciante voglia di esistere.
Fossi l’esaminatore, straccerei esami e li manderei con la loro licenza alla conquista del mondo, a lenire le mie amarezze. Le nostre amarezze.gene
Postilla
Lo scopo della scuola è quello di trasformare gli specchi in finestre.
Sydney J. Harris -
Hai voluto la bicicletta
Il Bisleri, dopo tanto pedalare su quella militare del peso netto di trentadue chili, aveva preso una Mondia nuovissima, lucente di parafanghi cromati e telaio rosso inferno. A piedi fino in città, con tappe alle osterie a farneticare di ossa spolpate con l’esperienza di un becchino, qual era, e ritorno difilato sulla bicicletta acquistata per cento denari, una follia. La moglie l’aveva redarguito come da prammatica e consigliato in ritardo sulla spesa.

Mìou ‘na cuèrte novo, gli disse, rammentando che quella vecchia, di coperta, stava ormai in piedi da sola, rappresa di terriccio prima del lavaggio e infeltrita dopo.
Naturalmente, il Bisleri aveva fatto spallucce e poi si era direzionato a Cà dal Geni, nello splendore del mattino di luglio. Pinzetta ai pantaloni, canottiera e capelli al vento, era sopraggiunto in piazza in gran velocità e frenato in derapage, per colmare lo spettacolo.
Te podéve bè téle piséi nóvo, da sgià che te gh’ére, ironizzò il Puda, indaffarato a far niente.
Il Bisleri appoggiò la meraviglia, mettendo il fazzoletto tra il muro e il manubrio, per delicatezza.
Si scolarono tazzini fino alle tre, quando il Bisleri ripartì ondeggiando verso casa, anelando la coperta infeltrita.
Il giorno dopo, nello stesso splendore di luce domenicale, ripercorse la strada di ghiaia fino a Cà dal Geni e in piena corsa, a cinquanta metri dall’arrivo, saltò giù al volo come un buttero del circo e lasciò che la Mondia andasse per conto suo come una gallina senza testa fino a schiantarsi contro il muro dell’osteria, schivando il Puda per questione di centimetri. Fine dell’amore.gene
Postilla
La bici incarna il mito dell’uomo libero
Aligi Sassu

