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  • Il ritorno di Rafel

    votarem
    Quando impedirono il voto, Rafel tornò in vita. Imprigionato per anni nelle celle francesi, ne era uscito muto e già quasi vecchio. Uccise Franco, il dittatore, prima di cadere a sua volta.
    Dopo quell’atto finale, era stato rinchiuso nell’oblio di Stato. Rinacque nel giorno di passione che costrinse la Catalogna a farsi massacrare dalla Spagna. Il suo nome salì alto a mano a mano che i manganelli della polizia spagnola liberavano i seggi occupati dai cittadini catalani che volevano votare per accettare o no l’indipendenza. Ma la democrazia non ammetteva più il voto, una madre che annega il figlio.
    A difendere la libertà di affermare il presente e di determinare il futuro ci pensarono vecchi e bambini, donne e nonne. Tutti bastonati e tirati per i capelli dagli agenti antisommossa, bardati come opliti dai volti velati e splendenti di sicumera.
    Eppure, Rafel incitava alla resistenza. Le cassette del voto viaggiavano nelle strade più riparate e accoglievano schede su schede. Alla fine della giornata la conta fu chiara: cinque milioni di persone avevano votato, illegalmente, secondo il potere. Il fruscìo dello spoglio varcava i mari e superava le montagne. Nel suo eremo, l’erede di Franco, feroce quanto il padre e ottuso più di lui, non riuscì a calcolare la disfatta, scambiandola per vittoria. Dal suo patio salivano canti razziali, ma nelle note si avvertiva la disperazione della forza neutralizzata, ma ancora pronta a scatenarsi. L’indomani, le pagine di tutti i giornali del mondo condannarono la violenza contro gli inermi, ma l’erede già marciava su Barcellona convinto che il dado fosse tratto.
    Entrando nella città messa a fuoco dalle sue milizie, l’Erede salì sul palco e si accinse a descrivere la vittoria. Rafel, da chissà quale anfratto, piazzò la pallottola al posto giusto, come trent’anni prima.

    gene

    Postilla
    Rafel è un personaggio de La conta degli ostinati, protagonista del racconto dedicato alla resistenza repubblicana nella Guerra di Spagna.
    g.

  • IllegaLisa

    illegale
    Non portano oro, non portano incenso, non sanno cosa sia la mirra. Li guardo, questi magi laceri che non vanno da un bambino profeta. Le loro spose e sorelle stringono altri bambini ignari dello spavento che tempesta genitori e fratelli, che non riconoscono la terra straniera, che non immaginano dove si va o dove si vorrebbe. Nessuna profezia. Che se a volte è una condanna, altre volte è una speranza, ma non è quasi più il caso, ormai. Da settimane sono accampati e per fortuna che la loro pelle scura mimetizza il fango incrostato e la fuliggine dei fuochi all’aperto con i quali si scaldano e s’intossicano. Tra rotaie e asfalto, stanno di fronte a cemento e filo spinato, quello della frontiera, l’ennesimo e inventato ostacolo alla loro fuga.
    Li guardo tenendo in mano tutto quanto elargisce il paese civile oltre il confine: coperte e cibo. Nessuna parola da consegnare, nessun pensiero di vicinanza. Chi sono io? Un angelo? Non sono niente, così non basto e non aiuto. Mi sento come il dottore che inietta un altro po’ di morfina, che lenisce e non cura. Non posso risolvere il loro dolore, ma posso aprire una via che rimetta in moto la speranza.
    Li faccio salire sul furgone dell’associazione umanitaria non appena dieci di loro nominano la Germania, che è un posto come un altro, ma forse ci sono parenti e forse un’idea di vita qualunque ma con abbracci da risolvere.
    Attraversiamo la frontiera, senza guardie. Senza pensare che l’occhio vigila di nascosto, a distanza, tagliente, ligio.
    Ci fermano mentre stiamo scendendo in stazione, luogo di efficienza e velocità.
    Siete in arresto per entrata illegale. Avete già avuto a che fare con la giustizia?, chiedono i gendarmi.
    No, solo con l’ingiustizia, come adesso.
    Ci separano. Mentre salgo sul blindato che mi porterà in tribunale, guardo i magi laceri che tornano di là, accompagnati da giubbotti e sfollagente in perfetta manutenzione.
    Tra qualche settimana, il giudice sentenzierà: Colpevole e illegale, con una specie di ferocia dolente che scambieranno per compassione. Dovrò pagare, soldi invece di prigione. La mia condanna è un buffetto ipocrita.
    I magi non hanno portato oro incenso e mirra e del loro destino si faccia oblio.

    gene

    Postilla
    Ci sedemmo dalla parte del torto visto che tutti gli altri posti erano occupati
    Bertolt Brecht

  • Vi Abbiamo Redenti

    È cominciata una nuova era, quella dell’occhio supremo detto VAR (Vi Abbiamo Redenti, vedi foto), analisi video degli episodi sospetti ricondotti alla giustizia. Sempre all’avanguardia, la Grande Bellinzona ha introdotto il marchingegno anche per le partite che si disputano sui suoi innumerevoli campi periferici. Sarà la Petrolchimica a fornire il software, frutto di studi e ricerche ambientali durate anni. Dopo i primi turni di campionato, il risultato parziale è soddisfacente, per non dire di più.
    Analizziamo i casi in cui il VAR è dovuto intervenire.var

    1. Il primo a Lumino, dove la squadra di casa non si è presentata in campo ed è stata squalificata per diversi turni, durante i quali una speciale commissione dovrà valutarne o meno l’esistenza.
    2. A Scubiago, durante il match disputato sull’ex-sedime del parco giochi parrocchiale, due tizi escandescenti e scambiati per vecchi arbitri di porta sono stati allontanati e ricondotti al grotto senza spargimento di sangue.
    3. Il Moleno United, che tornava a calcare i minori dopo 237 anni di assenza, ha commesso tanti e tali falli da necessitare mezzo migliaio di interventi del VAR. Alcuni casi sono ancora irrisolti poiché la partita contro la Stella Rossa Cüsnaa è ancora in corso. Se non fosse possibile sistemare le vertenze per tempo, si informa che almeno durante le vacanze dei Morti si provvederà a un armistizio.
    4. Piazzato sul Motto della Croce, il VAR ha evidenziato un fuorigioco millimetrico durante una partita sul sintetico della Gerretta tra il FC Piazzadellafoca e l’AC Inceneritore, partita poi da finirsi al grido di chi segna ha vinto, anche se non ha segnato nessuno e solo l’oscurità ha spedito tutti a casa.
    5. E ultimo caso: lo Sporting Vigana si è visto annullare il gol della vittoria perché il VAR ha colto uno sgambetto al difensore avversario da parte di uno sconsiderato grillo che si era rifiutato di accettare l’esproprio della sua tana.

    L’entusiasmo sembra alle stelle e sono in vista ulteriori migliorie grazie a un modesto balzello delle imposte. Il prossimo passo è già in post-produzione: nel girone di ritorno, per mettere tutto in sicurezza, il VAR sarà supportato da un dispositivo che, collegato al satellite della polizia comunale (il Cogito, ndr), punirà i dubbi e i pensieri impuri che avvelenano lo sport.

    Rivista di Bellinzona, settembre 2017

    gene

    Postilla
    La civiltà sta producendo macchine che si comportano come uomini e uomini che si comportano come macchine.
    Erich Fromm

  • Incubo in dialetto

    incubo
    Dopo vent’anni di sgretolamento sociale, la piccola repubblica chiamata Cicino ebbe di nuovo l’onore di essere rappresentata nel governo di Cuculonia, la grande confederazione di stati conosciuta in tutto il mondo per la sua austerità. Il signor  Curiazio Ribes fu l’eletto. Mi ricordo che nel momento dell’investitura, trasmessa su tutte le reti unificate, io stavo smaltendo la sbornia al Croce Federale e ditemi voi se non era un buon segno, anche se al momento non seppi nulla e nulla mi interessava se non che svanisse il cerchio alla testa. Solo il giorno dopo mi resi conto dell’enorme onore che era toccato a noi cicinesi, appostati da sempre sull’orlo di Cuculonia a difenderci dai barbari che campeggiavano oltre la frontiera e che per un dispetto della cieca sorte parlavano la nostra stessa lingua.
    Curiazio Ribes cominciò subito a rappresentarci e a difenderci e in pochi mesi molte nostre lacrime si asciugarono. La nostra vita cominciò a migliorare: più lavoro, più istruzione, meno disparità sociali e più sicurezza alle frontiere. A ogni sua apparizione, Ribes ci confortava con promesse di risultati che poi trasformava in risultati reali. E a me il cerchio alla testa era definitivamente sparito e da buon cittadino smisi di bere e fumare, per adeguarmi alla morigeratezza lucida e ferrea che Ribes incarnava. Evitai perfino di ammalarmi, per non disturbare il progresso con inutili fastidi personali.
    Mi emozionavo ogni giorno, per la sfilata di carri armati alla festa nazionale e per le pubbliche letture di civica. Imparai il senso del dovere e la contenzione del piacere. Ritrovai perfino una religiosità tradizionale, quella che ci aveva resi migliori per tanto tempo prima che altre fedi e il ripudio delle nostre radici la svilissero.
    Ribes sognava in italiano e noi con lui. Poi trasformava in fatti, ridandoci la nostra peculiare fiducia in noi stessi e negli altri. La corruzione e le infiltrazioni mafiose sparirono, i confini presidiati e difesi dalla malavita estera divennero parchi giochi. Crebbero tutti i valori, dal Pil al Pal, dal Pol al Pot (calò un po’ il Pel, ma non si può avere tutto), sparirono i rumori molesti e l’inquinamento, il traffico dalle strade diminuì ai valori degli anni Sessanta, grazie anche alla gratuità dei mezzi pubblici che finalmente raggiunsero a tutte le ore anche le valli più discoste. L’agricoltura ricominciò a produrre in guadagno, la scuola rifiorì di cultura e senso civico.
    Mentre il Cicino era ormai lanciato come locomotiva, trainando tutta Cuculonia, e noi eravamo baciati dal sole, Curiazio Ribes diede le dimissioni, inattese. “Ho smesso di sognare in italiano, non mi viene più”.
    Il lutto si impossessò del nostro vivere e precipitammo nelle giornate alla carlona, dimenticati in fretta dal resto di Cuculonia. Non ci restò che piangere.
    Non so gli altri cicinesi, ma io tornai agli incubi in dialetto, al cerchio alla testa, al fumo e alle bestemmie.

    gene

    Postilla
    Certi luoghi non ce la faranno mai
    g.

  • L’armadietto delle medicine

    alf infinito

    Settembre
    Sms delle otto e trenta: Uela Frank, posso passare in mattinata?
    Risposta: Ok
    Divago tra un caffè e la Gazzetta e quando l’ora sembra buona vado, con il solito sacco in spalla attraverso la periferia.
    Tre colpi alla porta, entro e il ciao infilza il fumo.
    C’è da fare, ma adagio.
    – Come stai?
    – Notte di merda – risponde trafficando medicine con dita tremanti.
    (Appena due anni prima rivoltavamo il mondo a colpi di ironici progetti e ilari momenti di distruzione dell’ambientino che ci accerchia. Adesso è diverso, i progetti stagnano e lui fa fatica. Ma c’è).
    Un paio di email da decodificare, la letterina per gli abbonati da buttar giù.
    Frank è editore, io coordino con progettualità claudicante. Questo facciamo, con lo stesso spirito degli inizi.
    Oggi ha deciso che mangerà. Intanto vado di sotto, nella stamperia ferma per sopraggiunta debolezza.
    – È pronto – mi dice.
    Salgo e il profumo dei fagioli mi avvolge. Sta meglio, il Frank, e glielo dico. E mangia, perfino in fretta.
    Mi dice che dovrebbe tagliare alcuni pezzi di compensato e allora gli propongo di andare fino a Maggia, che così facciamo un giro e vediamo il mio lavoricchio a casa della Maddalena. Anche perché la circolare è là.
    – Guida tu – mi fa, porgendomi le chiavi del suo pickup come se fossero quelle dell’Eden.
    Per non guidare lui dev’essere insicuro ben bene.
    A Maggia s’incanta di fronte alla circolare e poi mi indica misure, con la precisione che lo distingue. Si stupisce per le protezioni non montate, ma sorvola.
    Taglio, su ordinazione, di qua e di là. Pezzi minuti.
    – Ma che ne fai? – chiedo.
    – L’armadietto per le medicine – sogghigna.
    Controlliamo e ritocco col piallino una leggera imperfezione.
    Prima di tornare, facciamo tappa al Quadrifoglio, per il vino e la birra, il premio per chi lavora duramente.
    Guido ancora fino alla stamperia, con fermata intermedia alla Coop dove si sceglie un budino.
    Ci sediamo al suo tavolo, un bicchiere, una fumata e una perplessità sulla bellezza.
    Ci lasciamo dopo aver fissato l’appuntamento per il pomeriggio seguente.
    – Al mattino sono dal dottore.
    – Ti troverà bene.
    Ne sono convinto davvero, lo abbraccio senza mettere in conto che è l’ultima volta che lo vedo in piedi.
    Lo ricovereranno e dopo dieci giorni ciao a tutti.
    Al funerale non lo saluterò, perché è sempre qui con me a cristonare per la stampante e col cazzo che lo lascio andare via. L’armadietto per le medicine lo monterò domani, non si sa mai.

    gene

    Postilla
    Ci sono uomini che segnano vite
    g.

  • Senso #1

    Languido il letto,senso
    ingiallito di foglie,
    tenta l’ottobre

    gene

    Postilla
    Ma io, forse già polvere
    Che senso altro non serba
    Fuor che di te…
    Parini

     

  • Pillola di Matlosen

    Da: La conta degli ostinati (2017) – Autore: Giorgio Genetelli – Editore: Gabriele Capelli

    gitano

    (…) Un’estate mise in piedi un circo all’aperto con capre inquiete, galline obese adornate con fiocchi di raso, conigli dalle orecchie dipinte di blu, biciclette appese a un filo da lanciare in pedana con lui sopra, asini volteggianti con sonagli. Domava e pagliacciava, concludendo con spettacolari giravolte a cavallo, vestito come Sandokan. L’esibizione in Piazza di Platan, il clou della tournée, fu seguita da tutto il paese, tra facce austere che trattenevano il divertimento per non fare brutta figura, sperando che almeno una delle capre gli desse una cornata.
    Una delegazione di morigerati cittadini, un mattino di sole, tentò con garbo ipocrita di convincerlo a piantarla lì, ma fu accolta con lo spaventoso suono di un corno di becco, ripescato nella discarica, annunciante la partenza della corsa nei sacchi di una marea di bambini che lui aveva strappato alla noia delle famiglie.
    – È la Coppa Liberio! Prima edizione! – urlò nel frastuono, come spiegasse di un evento non procrastinabile e atteso da secoli.
    Alle rimostranze della delegazione, alzò le spalle, estrasse una scacciacani e diede il via con un colpo in aria che fece sobbalzare la Corinna, attempata zitella china nell’orto.
    La delegazione rinunciò alle trattative, rimandando la patata al municipio, che a sua volta si rassegnò dopo un colloquio in cui il Liberio si presentò vestito da stregone indiano, una pelle di cervo con corna in testa e una forca luminescente in mano.
    – Ho poco tempo, eh, gli animali vanno addestrati, non sono mica di buon comando come la gente.
    Il sindaco, senza più speranze, gli inviò una lettera formale sull’ossequio della quiete pubblica che suonò come una resa e che il Liberio, dopo aver tirato righe di pennarello rosso su quanto gli pareva inapplicabile, appese a una fiancata del carro, per ricordarsi dei suoi obblighi sociali, caso mai gliene scappasse qualcuno. (…)

    gene

    Postilla
    Facciamo come ci pare (plurale)
    Liberio

  • La vocazion

    I dis che al dì d’inchéeu l’è on facc propi sconvolgénsvampa
    da mighi créed, da profesèe un bel noto
    Am piaseréss an a mi da véss ‘me el me barbéi
    conténn ‘me om papa e naar comèe om sciuéi

    Un c’a sta su al quin pian, om certo Renatin
    on dì u m’a dicc quaicoss che l’è mighi mal
    “Fa’ com’ a dighi mi, metet sgiù in sgiunécc
    fa’ parénse da preghèe e te véed c’at vegn da créed”

    Aloro chel l’è c’o facc, an par abituam?
    Ho scomensò a girèe con el rosari in man.
    In tram e in sol lavor, al bar o in giir e a cà
    coi mè giaculatori sempre dré a preghèe

    Un bot c’a m’o sentiit apena piséei fraan
    a m’o visctiit da frà e a sem nacc foro al scur
    La ceriche sola teste, vistiit da fracercot
    ho scomensò a girèe con la ghitara in brasc

    O gnan facc che quatro pass c’a ruii al primm canton
    im fèrme deis femnet dopo benedizion
    “Oh padre par piaséi, cantéi ‘na quai canzon
    da cui ch’el Signor u v’a dacc par l’ispirazion

    Aloro in sol momén al so mighi quée dii
    primm o facc “El gorilla” e peu “Pelanda tì”
    A iesi mai cantéi, ié scomensò a picamm
    e pe’ a cridèe “vigliaco! at tajom vii i ball”

    A s’ere sgià blocò, scapèe gnan a parlann
    A pensava ai me moroos, adés com’i farà?
    In mézz ai altri cerich, con la vous da crastò
    in mézz ai procesioi am tochérà cantèe

    A mancava propri poch, che par ‘na gran furtunu
    a ruu da corso ‘na dama da carità
    Uela, a sii gnit baloord? Ié mighi rop da fèe!
    A gh’è sgià tanti cuu, cui boi lasemei sctèe!

    Iscì i m’a lasò nèe, par vii da sta rason
    anzi a ghé stacc ‘n aplauso e l’è finidi in noto
    Par nèe su in Paradiss, a faghi gnan più om pass
    Se a deu ruèe el créed c’u ruii daparlui

    O mai copò gnisun, o mighi gnan violentò
    e ié bele due agn c’a vei gnan più robèe
    E se el Signoor u gh’è, c’u vardi e c’u capisi
    c’a saress medesom an sense da lui

    Brassens – Svampa – gene

     

    Postilla

  • L’incantamento

    Il cadavere non era ancora stato restituito, né morto né vivo. L’automobile verde era ancora lì, ferma col muso appoggiato all’argine, un relitto che non era riuscito a raggiungere l’acqua. La portiera aperta su giorni di immobilità in attesa di chissà quali riscontri. Pancrazio era sparito, nervi accasciati dalle assenze e dagli spettri. Certo, morto, suicida, nella logica silenziata dal comune senso del pudore. Ma non si trovava.
    Furono organizzate delegazioni, a gruppi si batté la campagna e la boscaglia, si risalirono e si discesero rive avvolte nella bruma. Vedemmo più volte ombre fallaci, che se da un lato alimentavano la povera speranza di trovarlo, dall’altro terrorizzavano. In quelle notti, correvo a casa con il filone della schiena elettrificato.
    Elicotteri furono direzionati sulla montagna da intuizioni e pendolini di maghi.prometeo
    Nel fiume no, troppo placido per morirci.
    Fuggito in America no, perché lasciare l’auto là in fondo?
    In montagna? L’amava così tanto da odiarla, quindi può essere tutto.
    Ucciso da un ladro, forse.
    Rapito…

    I parenti intanto vaneggiavano, chiusi in quell’omertà che non tollera l’ipotesi della morte voluta e che propende invece, per cristiana educazione, allo scherzo o alla perdita di orientamento, al malore comune, a una caduta con stato d’incoscienza.
    Invece lo sapevamo bene: Pancrazio si era tolto dal pane. Conclusione quasi solo bisbigliata con i compagni più fidati, per l’ignoranza di cui sopra, per l’appartenere a dio anche nella morte.
    In quei dieci giorni, il nostro mondo fu stravolto da una solidarietà inaspettata e da ogni genere di sospetto. Non si riusciva più a parlare d’altro, a lavorare, a ridere o a bere.
    Avrei voluto trovarlo io, per chiudere quella sospensione del tempo, ma a ogni fruscio mi si mozzava il respiro, in ogni bosco immaginavo di sbattere la testa nei suoi piedi, in ogni pozza temevo di scorgere il suo sguardo. Mangiavo poco, dormivo con un occhio solo. E chissà se gli altri anche?
    Pizzi, canali, forre, cascinali, burroni. Voli, camminate, spedizioni, osservazioni, supposizioni. Niente. Il cadavere si faceva beffe.
    La vana foga ansiosa di quel novembre cessò dopo tre settimane. Spremuti dalla  fatica e dalla speranza che mutava in disillusione, considerammo introvabile Pancrazio e prendemmo per buona la tesi dei parenti, la fuga in altri continenti. Per ritrovare una vita, pensai, o per lasciare un paese troppo piccolo e pettegolo.
    Poteva darsi che come un Prometeo si ribellasse alle divinità e stesse a guardare il nostro affanno, in attesa di donarci fuoco e conoscenza. Ormai avevo esaurito le soluzioni.
    Più semplicemente, in un banale giorno di dicembre, Pancrazio riemerse una decina di chilometri a valle, nudo, gonfio d’acqua e disperazione. Una logica ineluttabile come intuito fin da subito. Ma il pensiero del suicidio non era accettabile per nessuno e andava spostato nel ripostiglio della mente. Per questo faticammo alla resa, tra superstizioni e incantamenti.
    Penso che Pancrazio si sia ucciso per sfuggire definitivamente a questi modi e che noi, accecati, avessimo vagato fino allo sfinimento per rimanerci aggrappati. Aveva ragione lui, era questo lo spavento indicibile delle sue e delle nostre notti.

    gene

    Postilla
    L’istinto di autoconservazione è a volte la molla del suicidio.
    Stanislaw Jerzy Lec

  • Aranciata

    Tra l’incedere e il camminare ci stava un fiume in buzza. Quel fiume era lui, che straripava al solo vederla. Nello svoltare un angolo o nella calca di una processione, la Carolina incedeva come un’opera nautica a pelo d’acqua, mentre le altre donne camminavano giraffose. Lui, il Carmelo, preferiva sedere sotto i platani della piazza. Non lavorava nella norma, scovando espedienti. Forse per inattitudine, forse perché troppo vecchio per lei o perché terrone, il suo fiume in piena nemmeno lambiva le fiancate della Carolina. E il peggio era che, una volta transitata con rimescolar di flutti, restavano spiaggiati altri resti umani femminili che al Carmelo proprio, ma proprio, no e no.
    Il Carmelo, o Cammèlo come lo chiamava la madre, con il conseguente scimmiottamento che ne facevano i vitelloni del villaggio, da badino qual era in realtà e nella scalpellinoconsiderazione popolare, andava a spaccar pietre su chiamata. Mille colpi, un franco, o qualcosa così. Mille colpi, un pensiero fisso: vestirsi bene e trovare il coraggio di offrire un’aranciata a Carolina, in un non ancora sorto giorno di guardia bassa.
    Il Carmelo passava l’uno e ottantacinque, altezza ragguardevole anche per quasi tutti i locali lombardo-elvetici. Avanzava di una testa sopra spettatori, assembramenti, funerali e matrimoni. Tra i quali matrimoni, dove non era mai invitato dato lo stato di parente di nessuno, si figurava con angoscia quello di Carolina con uno sposo che non sarebbe stato lui, perché attorno a quell’opera bionda orbitavano tutti. Ma in realtà i soli a ricevere la grazia di un sorriso della dea erano i ragazzini in braghe corte. Per gli altri, un ciao distratto e saltuario, come un cioccolatino, niente più. Al Carmelo, però, nemmeno la stagnola. Gli sembrava che lei non lo scovasse neanche col lanternino.
    La Carolina era tanto bella quanto fuori mano, ma il Carmelo la vedeva, la immaginava e la sognava solo bella e il fuori mano lo lasciava all’amarezza della realtà.
    Alto, scuro, goffo e in disparte, viveva tra cava e lunghe sedute sotto i platani, annoiato e solo. E analfabeta. Che lei facesse la maestra, non faceva altro che scoscendere i suoi sogni, e anche l’idea dell’aranciata all’osteria, l’unica che gli veniva come imbarazzato approccio, brillava inutilizzata. Prima di beccarsi la neve, se ne andò.

    Tornò la primavera e tornò anche il Carmelo, da Montelepre, Sicilia, il suo paese. A svernare, ironizzavano, evocando palme e lupare senza neanche saperlo indicare sulla carta.
    “Ma va’ il Carmelo, è tornato, che bell’uomo, forse un po’ grande, ma ha un’aria…” pensò la Carolina.
    Parentesi. Ma perché poi le cose si mettono ad andare così? Nel senso che il Carmelo sembrava il solito, mentre la Carolina s’inquietò come non mai. Forse vanno così perché siamo come gli animali da cortile, che se ne sparisce uno, gli altri si deprimono. Chiusa la parentesi.
    Andarono che la Carolina non era più così altera e sicura del suo passo maestoso e sentiva, errando, che il Carmelo se ne sarebbe potuto accorgere. Prima di allora, e sempre, la ragazza coordinava il leggero moto di testa spalle e busto, intanto che le anche e i fianchi, e il resto di quella zona lì, danzavano ipnotici al ritmo inesorabile delle gambe. Ora, però, si sentiva imballata non appena capitava all’altezza del primo platano, quando vedeva gli scarponi come avanguardia del Carmelo assiso a far nulla. Al ciao che aveva cominciato a rivolgere a quel terrone solingo, seguivano subito due o tre passetti buffi e un fremito alle mani che la costringevano a riavviarsi i capelli. Pensava, dunque, che al Carmelo non sfuggisse tutto quel subbuglio incatenato. Se avesse saputo che lui, oltre al ciao, non notava niente di diverso dal solito, si sarebbe rasserenata.
    Rasserenata? Furibonda, sarebbe diventata, perché mica immaginava che tutto quel fulgore folgorava.
    A ogni giorno di marzo che s’inoltrava nei profumi della terra in risveglio, rullava anche il pulsamento di certe zone della Carolina, in particolare dietro le orecchie e tra le gambe. In crescente fuori controllo pure nelle ore buie e silenti della sua casa da nubile.
    Intanto il Carmelo, lento come un bue, pensava che ormai il ciao era il massimo a cui avesse avuto accesso e cominciava a stufarsi di non trovare il bandolo di qualcosa che stava sempre oltre le sue possibilità. L’aranciata era superata dagli eventi, come lui, che in aggiunta al non leggere e al non scrivere, non era un gatto nemmeno a far di conto e dilapidava la paga della cava in cagate pazzesche come cappelli, biglietti della lotteria o gite in battello da solo. Avesse saputo contare quello che passava alla madre e quello che spediva in Sicilia per i cugini, avrebbe capito alla svelta che l’aranciata, dopo metà mese, diventava un lusso.
    Ma si decise lo stesso, dal basso dei settanta centesimi che gli rimanevano. Aspettò che la Carolina ripassasse in piazza e al ciao rispose alzandosi e levandosi il cappello a tesa larga appena preso la settimana prima, quando i soldi parevano tantissimi.
    La ragazza, stavolta, inciampò davvero, pizzicata in quel punto là e sorpresa dalla figura eretta del Carmelo. Mentre lei scivolava verso il basso, come una splendida statua che si dona alla terra per consunzione, il Carmelo allungò la potenza delle sue braccia da granito e la trattenne. In una vertigine, la Carolina si sentì spremere la vita dalla stretta di quelle mani, assalita da milioni di formiche che le entravano in grembo e con le fiamme che dal fondo della gola le balzavano alla guance, al collo, dappertutto.
    Lui, stringendo tra le mani il suo sogno e avendo cura di non spezzarlo nel rimetterlo in piedi, disse: “Vi va un’aranciata, signorina?”
    Al suono di quella voce, la Carolina rischiò di crollare di nuovo e il Carmelo dovette tenerla sottobraccio fino all’osteria. Dieci metri nuziali.

    Non si sa se ci furono anche i fiordalisi, ma baci e sorrisi di certo. Lei in dialetto di Preonzo, che l’italiano non le usciva più per l’impeto, e lui in un siciliano reso ancora più misterioso dalla dittatura del cuore e della pelle, in tre giorni di tempesta si scambiarono tutti gli umori migliaia di volte. Il Carmelo con l’unico martello che ora batteva, il suo; la Carolina senza darsi nemmeno più la pena di alzarsi e camminare, preferendo rotolare sotto e sopra. Saltò dalla scuola al materasso senza il minimo scrupolo (“ho i miei giorni, signora direttrice”) e concesse al suo Carmelo di farle tutto, o quasi, perché “alcune cose no!”. Lui si cullò il suo sogno in carne ossa con il meglio che ricavava da istinto e sentimento.
    Scarmigliati e svestiti, la fame li costrinse a sospendere i movimenti tellurici allo scoccare dei tre giorni, alcuni dicono quattro, e si lasciarono senza una promessa, che tanto non serviva, pensavano.
    La madre, che lo aveva cercato dappertutto, osando perfino rivolgere la parola ai nativi, cosa che non aveva mai fatto in modo esteso, lo accolse con una reprimenda sull’incoscienza, e una volta esaurita gli consegnò una cartolina postale. “Deve andare a militare” gli lesse la vicina di casa.
    Aspettò per due giorni che passasse la Carolina, senza esito (di bussare non ne aveva l’ardire), ma non poteva sapere che lei ancora si gustava il piacere dentro casa sua, pensandolo in tutti i modi possibili, anche nelle “alcune cose” proibitissime.
    Partì, per cavarsi il dente, convinto che l’avrebbero riformato per età e che nel giro di qualche giorno sarebbe tornato con il coraggio del desiderio per bussare alla porta del suo sogno. E invece lo arruolarono.
    Mentre il Carmelo era in viaggio per Alessandria su un treno di caciotte e piedi nudi, la Carolina rivide la luce del giorno, ma sotto i platani non lo trovò. Scacciò il senso di smarrimento, si passò le mani tremanti tra i capelli e tornò a casa senza essere turbata più del dovuto, anche se il dovuto dove stava? si chiese.

    Il Carmelo lo tennero e ben bene, due anni a calpestare tutto il Veneto, tra montagne e pianure. Imparò a leggere e scrivere, almeno. Due anni senza tornare sotto i platani svizzeri. Quindi cominciò a scrivere lettere, copiando qua e là, e facendosele correggere. Cose del tipo
    Cara Carolina, vi scrivo da Monfalcone, che non si sa se sia terra o mare. Vi tengo nel cuore e spero altrettanto voi di me.
    Vostro Carmelo

    e ottenendo in risposta altre cose di questo tenore
    Invece di perdere tempo vestito come un cretino, fai in fretta a tornare che qua bolle tutto e non si resiste senza di te.
    Carolina

    Ecco quindi come andarono poi le cose, proprio così come dovevano.
    Poteva ancora scatenarsi la tragedia: quante storie erano finite male per un dettaglio, del resto? Un ramo spezzato, il disastroso Demarchi con l’auto fuori controllo, un colpo di pistola, un terremoto, un’alluvione, le cavallette…
    Invece no?
    Passarono i due anni e dopo un periplo ferroviario il Carmelo scese dall’autopostale. Da sotto i platani, nello stesso posto dove al Climico cascò il mondo, al riparo dal fuoco di giugno la Carolina gli andò incontro con quel meraviglioso incedere a ondate, moderato al passo della bambina che teneva per mano e che dava l’idea di aver cominciato a camminare proprio da poco.
    Poteva ancora andar male?
    “Un’aranciata per tre, dai”.

    gene

    Postilla
    Fuori da La conta degli ostinati, ha premuto a lungo per rientrarci, ma è andato tutto troppo di culo e allora al Carmelo e alla Carolina, al massimo, toccherà lo sfiorire dell’amore
    g.