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  • Senza titolo – II

    catacomba

    (…) Dentro la casa si snodavano scale. In su verso le stanze che d’inverno gelavano, in giù verso le cantine che odoravano di patate, terra e vino fermentato. Lo faceva Delfino il vino, e se lo beveva tutto, tranne alcune tazze per gli ospiti e qualche bicchiere a me nelle occasioni migliori. Quando potevo scendere, si apriva un mondo di ragnatele e anditi scuri, prese d’aria e umidità. Da un tino, spillava il nero liquido che poi avrebbe dovuto tenere nascosto dalle invettive di Georgette. Quali uve fermentate dessero quel vino non lo so, certo non il merlot mainstream che campeggia nelle boutique a prezzi da champagne. Poteva essere, se andava bene, uva americana, chicchi grossi e gustosi ma che con la vinificazione facevano a pugni; o, peggio, bondola, un vitigno aspro ormai quasi estinto come la dichiarazione pubblica di un sentimento.
    Eppure, il Nonéto lo beveva come un elisir e sono sicuro che gli abbia allungato la vita permettendogli di morire nel suo letto, senza disturbare.
    In cantina, anzi, nelle cantine, nelle catacombe di casa, maturavano anche le patate, preziosissimo alimento dei poveri, capace di salvare vite nelle carestie peggiori. L’odore di terra che le permeava non se ne andava nemmeno dopo la cottura o se accompagnate da luganighe. Anche queste, appese in cantina a maturare assieme a salami e cotiche, ultimi figli del maiale. Tanto grasso, tanto gusto, che il salame tipo-milano è una chemioterapia, in confronto.
    C’era poi, sotto la pergola oltre la carraia, una pianta di ribes, poco più che un ornamento a disposizione mia e solo mia. Solo lui può mangiarli, diceva Georgette ammonendo nipoti e pronipoti e stabilendo ogni volta la sua indissolubile gerarchia.
    Più su, l’aia delle galline, proprio sotto la rupe. Un paio di galli si dividevano i compiti a turno: coprire le femmine e allontanare la volpe. Uova a bizzeffe e quando le signore non ne avevano voglia, Georgette le ingannava con un uovo di gesso nella paglia e loro, per competizione, avanti a produrre. Di quell’aia non resta niente, spazzata via dalla fine della saga tramite litigio ferreo, sotterraneo e interminabile. Sono certo che abbiano litigato anche per l’uovo di gesso. (…)

    gene

    Postilla
    Zirichiltaggia

  • Al passo

    funerale
    La Carraia Ventosa spaccava i prati in verticale e dai muri s’assiepavano visi fino al fondo della discesa. Il feretro sbucava in curva dalle ultime case in cima e avanzava dritto nell’ultima corsa, ripida e trattenuta a passo. Gli sguardi salutavano muti e poi indugiavano tra le pieghe nascoste di giovani vedove, nei dolori composti, nello strusciare di suole. Silenzio d’aria spezzato in sottofondo da litanie e singhiozzi. Da dentro era uno stare nell’onda, da fuori la veduta di una risacca compunta.
    Quando i funerali partivano dalle case dove si vegliava, il rito era sempre lo stesso, con quel viaggio che di volta in volta proponeva nuovi attori, inediti o ripetenti. Chi stava in fila oggi, posava dietro i muretti della Carraia Ventosa ieri o ier l’altro. E domani chissà. Le morti scambiavano i ruoli ai vivi e in quel breve tratto erano esposte tutte le maschere, dalla compassione all’ipocrisia, nel manifestarsi collettivo della perdita ultima. Gli abiti, gli stessi sia di qua sia di là. A sera, il vento tornava a ripulire la Carraia, fischiando nenie tra le pietre dei muri.

    gene

    Postilla
    L’inizio di un romanzo è una fine
    g.

  • Senza titolo

    Una settimana senza nuove storie, impegnato in solitudine e febbre a stendere un romanzo senza titolo, nascosto nelle segrete del cuore. Ne avrò ancora per un po’, fino al completamento. Intanto, ecco l’incipit, forse provvisorio.

    Iclaro
    Lo vedo ancora, seduto là a sinistra della porta, come un Aureliano Buendìa in attesa di un qualche tipo di esecuzione, non certo della morte. Delfino di nome per via che era il secondo dei suoi fratelli, ma non ne sono certo; di fatto, delfino della sua sposa Georgette, che certo lo amava ma esprimendosi a comandi e esortazioni. I nonni, un tempo, erano così, leggendari e chiari. Credo di non ricordare un solo bacio in pubblico, nemmeno una stretta delle mani. Neanche un caro come invito alla dolcezza. Eppure, si amavano, magari meglio di quello che siamo capaci di fare noi di nascosto con le rose dozzinali e le poesie sgangherate. Delfino guardava Georgette con gli occhi limpidi della mitezza mescolata a fatica e non ha mai trasgredito a un comando o a un’esortazione della sua amata. Al massimo dell’insofferenza, prendeva il carretto di legno a quattro ruote e scendeva alla stalla, mentre Georgette volgeva altrove il suo imperio. (…)

    gene

    Postilla
    Procederò alla lettura di questo sedizioso testo. Perdonerete se a volte sarò preso dallo sdegno o dal ribrezzo.
    Il Procuratore

  • La pecora

    pecora
    Dopo aver cercato rane per mezza giornata, trovammo una pecora, sola. Il gregge  aveva lasciato Bens da alcuni giorni e l’aveva dimenticata. Col Córa e i due Andreoli, nel nullafacente sistema montano dei ragazzi, decidemmo che andava ricondotta con i suoi simili, che ormai già pascolavano mille metri più in alto e della pecora solitaria se ne impippavano. Il pastore non aveva contato i capi, probabilmente.
    Questa povera pecora, assai vecchia, ci guardava senza un bè o la forza di scappare. Sulle ali dello slancio animalista, le girammo una corda al collo e i due Andreoli cominciarono a tirare, cercando di smuoverla. Io stavo davanti a indicare la via, il Córa dietro con una frasca di nocciolo a incitare.
    La pecora resistette ostinata fino a quando, per debolezza, mosse passi svogliati. Tira e spingi, ci volle un’ora per arrivare ai Scéi, poi solo il bosco avrebbe cullato i passi. Una vera missione, ci dicevamo, e chissà quanti ringraziamenti avremmo incassato per quello che era uno dei pochi moti di nobilissimo altruismo che vantavamo.
    Ai Mort eravamo sfiancati, la pecora di più. Si incagliò nelle felci, senza nessun desiderio di andare avanti o indietro, e neanche di brucare. E ne mancava ancora di strada. Si mosse desolata dopo un gran pezzo. Gli Andreoli avevano le mani scorticate, al Córa saliva un desiderio di frustarla, a me la noia.
    La tremenda processione arrivò ansante in Peuret e lì apparve, glorioso, il gregge, senza pastore in vista. Slegammo la provatissima pecora dal nodo scorsoio e la salutammo, ricevendo in cambio un triste e flebile belato. Ci guardò con odio, bramando il lupo, mi parve. Tornammo giù, fierissimi e stolti, scavalcando sassi a duecento all’ora.
    Due giorni dopo passò a Bens il pastore e comunicò che gli era morta una pecora. Quella. E noi, zitti.

    gene

    Postilla
    Péuri càuri e rock ‘n roll
    Gian

     

  • Il treno

    carnevale

    Tutto era chiuso, blindato da reti con guardiani alle porte. Come sempre, chi pagava entrava, chi non aveva soldi no. Io non li avevo, e nemmeno Ite e Lude, e non mi pareva giusto non poter andare alla festa. Non si trattava di una festa al castello, ma nelle vie della città libera. Che per questa festa però, veniva chiusa a dispetto delle leggi che definiscono il libero accesso alla pubblica piazza. Avevamo fatto tanta strada per arrivare lì e volevamo giocare anche noi, non starcene fuori come reietti. La festa: era il carnevale, uno dei pochi momenti in cui il popolo poteva ribaltare i poteri, in modo incruento e divertente. Pochi giorni con l’illusione di avere la libertà di dire e di fare. Ma negli ultimi dieci anni era cambiato tutto, soldi e politica avevano conquistato anche quello spazio e quel tempo della goliardia. E al popolo non restava che inchinarsi e partecipare sotto un ferreo controllo e un’esosa brama di denaro. Non tutti si piegarono al volere e alcuni come noi transigevano di contrabbando, cercando falle nella cinta fortificata.
    Sotto il castello passava una galleria per i treni. Da lì, con un po’ di coraggio, si sarebbe potuto beffare la casta. Un tunnel buio, come nelle descrizioni di chi è tornato dalla morte. Io, Ite e Lude vi entrammo e dopo un certo numero di passi nell’oscurità vedemmo la luce.
    “Allora è vero quanto dicono: una grande luce, una sensazione di pace. Un rumore assordante”.
    Il treno mi travolse. Non sono più tornato.

    gene

    Postilla
    E adesso?
    g.

  • Una diserzione

    Cucina. Luci spente. Una candela.disertore
    – Non vado. Chiamala coscienza o resistenza o rifiuto. Ma alla chiamata non ho risposto e non risponderò.
    – Ti verranno a prendere, Fabrizio.
    – Certo, ma non mi troveranno proprio subito.
    – Lo faranno poi. Qui in casa tua o altrove, non puoi sfuggire alla polizia militare.
    – Facile per te pontificare, Janos, che sei stato scartato perché gli servi come futuro luminare della propaganda, che non hai legami, che non hai pensieri. Da che parte stai cazzo?
    – Dalla tua, e non sono al servizio della propaganda; ma la guerra è guerra e qualcuno deve combatterla.
    Mio martello non colpisce, pialla mia non taglia, per forgiare gambe nuove a chi le offrì in battaglia. Non è solo questione di coscienza, è che il mio legno serve per porte e finestre, sedie e tavoli. Mi serve per vivere, non posso lasciare tutto e far morire di fame i miei figli e la mia sposa. Tu forse non capisci.
    – Si chiama diserzione. Ma ti scoveranno. Non puoi scappare da solo e lasciare gli altri qua, sarebbe una contraddizione.
    – Resisterò…
    – Con cosa? Con le armi per cui hai ribrezzo e che nemmeno possiedi? No. Sei già in trappola. Eccoli.
    La fiamma della candela si piega alla corrente d’aria della porta spalancata.
    – Chi di voi è Fabrizio?
    Janos si alza con un mezzo sorriso.
    – Sono io.

    gene

    Postilla
    La più grande per chi guerra insegnò a disertare.
    Faber

  • Exit

    La vegnerà metudu viipush
    sénse el prévet,
    a pensi

    Dal lécc a i écc
    da frusèe
    da scondón

    Con om parcénn
    piséi sitìt,
    tirèe là

    At véi ben aséi
    par iutat a pontèe
    Exit

    (s’a buségne)

     

    gene

     

    Postilla
    Nóto da dii…
    g.

     

  • Matlosen

    Poi, con un trattore del ’46, comparve il Liberio, e addio.
    – Questo coso viene da Mendrisio, io invece direi che sono un matlosen – rispose alla prima domanda, rivoltagli direttamente in Piazza di Platan dal Delio, che da contadino resistente era rimasto folgorato dal mezzo e dall’essere che lo guidava.
    Un matlosen, dunque uno zingaro. Comprò per due soldi un diroccato nella parte vecchia del paese e a furia di lavori diritti e al contrario ne fece una casa. Aveva forse vent’anni, i capelli lunghi e neri e se ne fotteva di girare a torso nudo la domenica o di vestirsi alla cazzo il resto della settimana. Il trattore, con annesso carro di legno, ruote e sponde comprese, gli serviva per trasportare ogni cosa che potesse fare al caso suo: sassi, legna, fieno per i cavalli (ne aveva tre, pigri e riottosi che pascolavano in un terreno incolto appena sotto la raffineria di petrolio e che lui chiamava Ponderosa, come il ranch dei Bonanza), poltrone, rifiuti, tende, armadi, amici bizzarri, un pianoforte sfondato, lampadari, piatti e tegami.
    E pim e pam, la casa venne su fino a tre piani e si concluse. Ci infilò tutto quello che poteva e poi si mise a costruirne una direttamente sul carro di legno, trasformandolo in carrozzone da circo con la scritta:

     Facciamo come ci pare

    (plurale).carrozzone
    – Per andare in giro col bello e col brutto – spiegò all’inebetito sindaco. La cui domanda (“a cosa serve?”) non aveva senso, se rivolta al Liberio, siccome progettava all’ultimo persino il mangiare e il dormire.
    Mentre noi giovanotti imborghesiti sfiorivamo negli uffici, in Governo, nelle aule dell’università, stretti in abiti presentabili e coi capelli a posto, lui suonava musica celtica e inventava parolacce da infilare nelle canzoni, da sotto un sombrero dai colori impossibili o in mutande; mentre noi disquisivamo se fosse meglio un centro raccolta rifiuti o l’assunzione di un operaio comunale in più, lui immaginava feste in piazza e teatri popolari, letture pubbliche, giochi per bambini, gite a cavallo e disturbo dei lavori autostradali che stavano sfregiando la campagna. Sempre con l’aria di uno che se ne sbatte della pubblica decenza. Un reduce sessantottino sui generis, in mezzo a una casta di conformisti, figli e mogli incluse.
    Un’estate, mise in piedi un circo all’aperto con capre inquiete, galline obese adornate con fiocchi di raso, conigli terrorizzati dalle orecchie dipinte di blu, biciclette sgangherate appese a un filo da lanciare in pedana con lui sopra, asini volteggianti con sonagli. Domava e pagliacciava, concludendo con spettacolari giravolte a cavallo, vestito come Sandokan. L’esibizione in Piazza di Platan, il clou della tournée, fu seguita da tutto il paese, tra facce austere che trattenevano il divertimento per non fare brutta figura, sperando che almeno una delle capre gli desse una cornata.
    Una delegazione di morigerati cittadini, un mattino di sole, tentò con garbo ipocrita di convincerlo a piantarla lì, ma fu accolta con lo spaventoso suono di un corno di becco, ripescato nella discarica dei rifiuti, annunciante la partenza della corsa nei sacchi di una marea di bambini che lui aveva strappato alla noia delle famiglie.
    – È la Coppa Liberio! Prima edizione! – urlò nel frastuono, come se spiegasse di un evento non procrastinabile e atteso da secoli.
    Alle rimostranze della delegazione, alzò le spalle, estrasse una scacciacani e diede il via con un colpo in aria che fece sobbalzare la Corinna, attempata zitella china nell’orto.
    Il Liberio se ne fregava della produttività; allevava, piantava, macellava e coglieva qual tanto che bastava e quando capitava, e poi avanti con i giochi più variati. Magari aveva una montagna di soldi sotto il materasso, chi lo sa, ma se così fosse non lo dava a vedere e, soprattutto, non sembrava interessato. Tirava fuori di tasca una banconota stropicciata se doveva comprare qualcosa alla bottega, per il resto inventava lui, dal formaggio elaborato in cucina con l’aceto a far da caglio o il pane in cortile in un forno addossato alla casa. Impastava farina per tagliatelle e gnocchi, coltivava grano saraceno nel campo di fianco al pascolo dei cavalli e piazzava una polenta e cipolle senza eguali. Avanzando per tentativi, migliorava i prodotti mentre perdeva tempo a divertirsi inventando formule magiche e comiche da recitare davanti a cibo, colture e bestie.
    Dilettanti, a noi si aprivano spazi che non sapevamo riempire con la fantasia esilarante del Liberio, ma almeno ne avevamo scoperto l’esistenza.
    D’inverno, mentre tutti si scatenavano a palare neve, in competizione col vicinato a chi spazzava di più, lui la calpestava e basta.
    – Ammazzare gente e far via neve sono lavori inutili – declamava. Poi via a fare un pupazzo con dietro una manovella per azionare una pianola o a organizzare gare di slitte alle quali erano ammessi mezzi di ogni tipo: panche, copertoni, carrozzine senza ruote, perfino un alambicco tagliato a metà.
    Ad aprile, mi presentai in ufficio di lunedì con la faccia sorridente di Janis Joplin. A luglio mi dissero che potevo anche non più venire. In agosto partecipai alla gara di tuffi volanti che il Liberio aveva annunciato come

    Il più grande evento
    nella storia del pozzon!

    e che invitava i concorrenti a lanciarsi, con rincorsa, da un’altezza di tre metri con qualsiasi stile mezzo e foggia. Io mi buttai in acqua dentro un carretto della Migros, altri abbracciati a bambole gonfiabili, con gli sci, vestiti da gorilla, in bici, in triciclo, nudi, versione batman o roteando un lazo. Liberio saltò suonando la chitarra, riuscendo a cantare i primi due versi di Piece of my heart, quelli dove si sbraita com’on, com’on, com’on, com’on and tak… splash!
    Leggevamo Calvino e Steinbeck al posto dei manuali di economia e diritto; ascoltavamo i Creedence e Rino Gaetano, roba forte.
    Avevamo conquistato la libertà senza che il Liberio ci avesse invitati a farlo. Non siamo mai riusciti a raggiungerlo nelle strampalate magie. Era sempre un passo avanti con le sue macchine volanti appese a un filo sopra il cantiere dell’autostrada, più belle della ruota del Prater, o con il Palio di Platan, gara di piazza non competitiva, da affrontare con betoniere dismesse, colorate e adornate di fronde.
    – La vita è una giostra, c’è chi si diverte a guardare e chi si diverte a girare – diceva, annunciando novità.
    Poi, un giorno, il matlosen attaccò il carrozzone ai cavalli, ci mise dentro conigli e galline e tutto quanto poteva, regalò le capre e il trattore al Delio, e se ne andò, seguito dagli asini, suonando il corno di becco fino in fondo allo stradone che andava a sud.

    gene

    Postilla
    Gli zingari, popolo autenticamente eletto, non portano la responsabilità di alcun evento e di alcuna istituzione. Essi hanno trionfato sulla terra per la loro attenzione di non fondarvi niente.
    Emil Cioran

  • Buia e tempestosa

    nubi-nere
    Era una notte buia e tempestosa. E allora? Vogliono forse dire della paura dilavata nell’oscurità e strattonata dalle raffiche? Certo, starsene sdraiati sulla battigia al sole tiepido di maggio è confortevole, scaccia pensieri, ammorbidisce sensi, ottunde percezioni, allontana il mondo. Un sacco di gente la vive così, la natura libera: addomesticata e fusa con i trentasei gradi del nostro corpo, pochi rumori, luce, calma.
    Ma Janos no, Janos ama la notte buia e tempestosa, dove si annidano spiriti e frastuoni. Dentro i vortici e le volute di nebbia, insegue pensieri sempre freschi: stende alla pioggia quelli sporchi, ritira in sé quelli sciacquati. Janos ricambia abiti e idee alla frequenza dei tuoni, si accende di passioni fugaci come saette e poi si tempra nell’acqua come si fa col coltello arroventato.
    Come il salice, Janos si piega alle sue gioie amare e si infradicia i capelli irti di vento. Ammolla i piedi nudi come radici nella terra scivolosa, a germogliare e crescere di nuovo. Nel buio della tempesta, imprigiona miserie, immagina mondi.
    È dal buio che si illuminano le cose, nelle frazioni di secondo del fulmine. Fotografie fissate nella camera oscura piazzata nella mente di Janos, impressioni pericolosamente analogiche: spigoli di case e di massi, giovani boschi di noccioli curvi come frati in preghiera, balzi d’animali in gioco, lucore di pozzanghere, bolle d’acqua che salgono dal suolo. Janos prova a distinguere il cielo dalla terra, il rimbombo delle nubi da quello delle frane. Si affida alle gocce furiose per allineare la vita al rullare del cuore.
    Poi viene giorno, la pioggia muore e Janos sente la noia. Alla radio annunciano bel tempo, canzoni, ilarità. Giungono con provviste, aprono le sdraio, mettono gli occhiali da sole, si spalmano di creme.

    gene

    Postilla
    È di notte che si percepisce meglio il frastuono del cuore, il ticchettio dell’ansia, il brusio dell’impossibile e il silenzio del mondo.
    Fabrizio Caramagna

  • Lo scherzo

    Il bancone del bar non si muoveva anche se il Tilio sembrava spingerlo con tutte le sue forze. Gli tremavano un po’ le ginocchia. Mollò una mano per agguantare il bicchiere di barbera con il solo risultato di rovesciarlo. Il mancato appoggio lo fece finire con la faccia sullo spigolo di formica e poi sul pavimento, di schiena, come un maggiolino abbattuto. Lui, però, era solo ubriaco, come spesso. Ubriaco e solo. Sì?maschera
    Folleggianti, gli altri lo scavalcarono per lunghi minuti, avendo troppo da fare per essere all’altezza del carnevale, tirannica festa. E poi, chi non era mai finito per terra pieno d’alcol? Suvvia. Nell’andirivieni inesorabile, a qualcuno sorse il dubbio che il Tilio non fosse solo ubriaco e che sulla faccia non avesse solo colori di pastello. La Marta si prese la briga di chinarsi e toccare le pitture che l’impiastricciavano, mescolate a sangue che tentava di rapprendersi. Chiese uno straccio bagnato, lo pulì con dolcezza sotto gli occhi e ai lati della bocca, tamponando la ferita sulla fronte. Ma il Tilio non si riebbe dal suo sonno. Lo spostarono con cautela sulla panca di fondo e lo lasciarono lì, sotto una coperta imbrattata, col suo respiro profondo a confortare le coscienze impegnate a impazzare.
    Chissà cosa sognava? La sua casa? Sua figlia lontanissima? Una gioventù? Un camino acceso? Un sasso frantumato? Voli di gabbiani? La speranza? La gioia? La paura? La freschezze delle vette?
    Molto più tardi smise di respirare. Dello scherzo si accorsero però solo verso le tre, che già la birra versata irrancidiva e la notte raffreddava. E anche le mani del Tilio si erano gelate, strette troppo tardi per impedire il viaggio. Ogni scherzo vale?

    gene

    Postilla
    Il fine di uno scherzo non è quello di degradare l’essere umano ma di ricordargli che è già degradato.
    George Orwell