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  • Stranieri

    Mi ha sorvolato sul ponte di Roseto, appena sopra la testa, velocissimo. Non so se volesse aironedirmi qualcosa, che so, qua non puoi stare, non rompere o altro. Mi è parso che fosse un airone, o qualcosa di quella famiglia, magari un cormorano, una gru o una cicogna. E non so nemmeno se siano tutti parenti. Ma era bellissimo. Si è fermato sul greto a guardarmi, venti metri più in là.
    Gli ho chiesto: – Zio, ti ho disturbato? Guarda che non sei di qua nemmeno te e come me sei solo di passaggio. Qui nidificano corvi, aquile, civette o, che so, merli e passeri. Non metterla giù dura, sto qua sul ponte a guardar giù, non a tirarti sassi o a sottrarti pesci, che poi in febbraio di pesci, col cazzo. Ho mangiato un panino con prosciutto e formaggio, ti interessa? No? E allora? Che bisogno c’è di fare tutta quella scena, passandomi ad ali spiegate a tre millimetri dai capelli? Sono qua ad aspettare, pacifico. Addirittura, contento di vederti, se almeno fossi stato più accogliente. E invece, vaffanculo, mi hai spaventato.
    L’uccello, ali ripiegate e zampe filiformi, ha continuato a guardarmi, però zitto.
    – Niente da dire? Sì, va bene, sei bello. Ma ricorda che agli stranieri come me e te potrebbero sparare, con la paura che hanno di vedersi sottratto territorio e insidiati amori e prede. Non si vede nessuno, d’inverno la Bavona per loro è inospitale e per i reietti come noi è una pacchia. Non sono uno di loro, rilassati.
    Parve rilassarsi, facendo risplendere il piumaggio cinereo e alzando il capo, prolungando il becco.
    – Bravo hai capito. Se sto qua ti annoio?
    Non rispose, ma secondo me aveva capito. Si è alzato in volo tornando con dolcezza verso il ponte e al bang! è precipitato ai miei piedi. Oltre la riva, un uomo basso e goffo. Lì, a terra, quell’animale nobile e morto.

    gene

    Postilla
    Puoi conoscere il cuore di un uomo già dal modo in cui egli tratta gli animali.
    Immanuel Kant

  • San Valentino

    In sella, più basso e più rock di chiunque altro, gli parve di lenirsi il cuore. Janos aveva chiesto a Nemec di accompagnarlo sulla Rovanera, salita per ciclisti in cerca di una forma. In molti sapevano quanto Janos fosse sensibile, in special modo alla presenza di quello strano essere chiamato donna, anche se quella che lo disarcionava veramente era solo una ragazza, Olena. Che aveva occhi e attenzioni un po’ per tutti. Mentre Janos sospirava alla tazza di birra, lei ballava polka con giovani e vecchi, e così le serate andavano via, sperperate.
    Nemec, che dell’amico sapeva anche ciò che nascondeva, lo seguì. Pomeriggio incerto, di vento e sole, tra nuvole di probabile pioggia. I due, malvestiti alla bisogna.
    – Perché? – chiese Nemec, pur sapendo.
    – Allenamento!
    – A cosa?
    – A me stesso.bici
    Sulla rugosa strada di montagna, non si parlarono, sorpassandosi a bassa velocità. Le pesanti biciclette a tre marce, così simili al cuore, non permettevano eroismi e nemmeno dichiarazioni di fuga. Per Nemec, zero problemi, tanto lui era ancora nella fase paleolitica dei sentimenti amorosi. Ma per Janos, ogni pedalata era un affondo nel dispiacere.
    Sfilavano castagni e massi, tornanti e impennate. Scomparso il sole, nuvole nere spruzzarono goccioline. Olena strizzava il muscolo cardiaco di Janos e lui si sentiva sanguinare, ma pedalava. All’apice della fatica, mentre Nemec lo superava ancora una volta, pensò di abbandonare e scesero due lacrime. Ma tenne. Dalla cima si sarebbe visto il lago e forse la speranza di un qualcosa. Passò a condurre.
    Ora la danza sghemba divorava asfalto e ciottoli residui. Nemec sogghignava senza farsi vedere, Janos serrava le mascelle, spremendo lacrime.
    E poi piovve, un lavacro scrosciante. Janos si fermò, buttò in una scarpata la giacca e la camicia e ripartì. Nemec lo attese.
    – Nudo alla meta?
    Con i pantaloni di gabardine lisi e gonfi d’acqua, Janos assunse le sembianze di un prigioniero che tentava di scappare, una cosa vista in un film.
    Una lunga spianata precedette la cima. Pedalarono furiosissimi. In volata, Nemec lasciò il passo a Janos, sapendo bene di non poterlo privare di una vittoria non dichiarata, ma importante.
    In mezzo al diluvio, il lago non si vide. Non un riparo, non una pianta. Fermi col fiatone, sudore e lacrime si sciolsero con le sorelle gocce. In piedi come due pali, silenti, le biciclette a terra. Dentro il torso nudo, Janos sentì salire parole.
    – Voglio imparare la polka!

    gene

    Postilla
    L’intelletto è sempre ingannato dal cuore.
    François de La Rochefoucauld

  • Potomac

    Da una riva all’altra del Potomac c’erano almeno cento yards e il grande capo Nugru Biuvete osservava carico di gloria e piume lo scorrere imbizzarrito. In mezzo alle rapide una piroga come fuscello, governata da Coreisge Lusente con una sola pagaia scheggiata. Nello sguardo di Nugru Biuvete tutta l’apprensione del padre. Al suo fianco, Merluzz Vogn, l’uomo della medicina, fumava una foglia di tabacco recitando il Sacro Augurio: “Scperemm c’ug ruii”.piroga
    Coreisge Lusente sapeva di essere osservato e, come capita ai giovani, manovrava nervoso per non deludere il padre. Sul fondo della piroga aveva appoggiato lance, arco e frecce. Schivava scogli e macigni con destrezza inconsapevole, si abbassava ai rami delle fronde, scalciava pesci risalenti. A ogni mossa, Nugru Biuvete s’infieriva e Merluzz Vogn auspicava. Quando non lo videro più, tramontato oltre la spuma del Potomac, discesero la riva sassosa con il cuore in gola, piume e fumo al vento di luglio. Lo trovarono steso sulla rena. Coreisge Lusente pareva dormire, con la piroga poco lontano. Nugru Biuvete si chinò per porre le mani sul cuore del figlio, Merluzz Vogn intonò il Canto degli Spiriti.

    Varda da mighi crapèe
    sense vegh dicc
    ao c’t’é metù
    el vin dal prévet

    Intenti nelle esequie, non si accorsero del sopraggiungere di un gruppo di Crei, ma dopo la sorpresa iniziale e qualche escoriazione per via delle sassate riuscirono a raggiungere la piroga e, scagliando dardi, a fuggire. Coreisge Lusente compreso, risorto in fretta e furia.

    gene

    Postilla

    Cast:
    Nandel (Nugru Biuvete)
    Gene (Coreisge Lusente)
    Dani (Merluzz Vogn)
    Claresi (Crei)

    Si ringrazia:
    Il fiume Ticino che si è prestato a fare il Potomac

    Le armi descritte sono finte e di nocciolo
    La piroga è una paletta da magazzino
    La pagaia è un rastrello sdentato
    La foglia di tabacco di Merluzz Vogn è una foglia di platano
    Le piume che ornano Nugru Biuvete provengono dalle galline della Zia Carla e si precisa che agli animali non è stato fatto alcun male
    Il Canto degli Spiriti è in realtà un’esortazione a non disperdere la refurtiva (consultare il Dizionario dei dialetti)
    Coreisge Lusente recita la parte dell’eroe morto, come da copione
    I Crei sono merdoni

  • La conta degli ostinati

    Facciamo la conta: tu quanti ne hai?pa-gilio-eni
    Su due piedi è dura, dammi tempo… Vivi o morti?

    Non è una taglia, ma vivi o morti fa lo stesso. Abbiamo tempo.
    Il primo che mi viene è l’Ezechiele, che non se lo ricorda nessuno.

    La Liliana sì, va a trovarlo tutti i giorni e gli porta due libri l’anno.
    Oddio, libri… Riviste.

    Nessuna differenza. Poi?
    Quello che faceva tutte quelle cose strane…

    Il Melchiade, giusto.
    Sì, anche quello… Ma io pensavo al… matlosen, mi pare…

    Già, il Liberio, detto Pissoir. Dov’è finito? È finito?
    Uno così non finisce mai, starà scrollando un paese addormentato con il festival delle maschere di legno, o cose così.

    Bon, comunque: il Melchiade? Secondo me riappare prima o poi…
    Con una planimetria di suo pugno. Non aveva un cane?

    Glauco, cane tattico.
    E quelle anime in pena? Giano e Mirto?

    Hanno trovato soluzione, ma prima è stato inferno, per tutti…
    È sempre il prima che trascina il dopo.

    Filosofia?
    Si deve.

    Lascia perdere. Piuttosto: e del Climico che dici?
    Spinosa la cosa, bisognerebbe chiedere alla Palmazia…

    Qua è dura, non so come si potrà fare, ma tu sì.
    Io sì cosa?

    Raccontare. Io ero in colonia, ma tu c’eri.
    Oh, socio, non so che intenzioni hai, ma non racconto niente.

    Racconta a me, poi butto giù. Metti una firma e via.
    Ci sarà anche il mio nome? No, perché nel caso vado in Patagonia.

    Cazzo, la Patagonia! E Soriano?
    Ce l’ha fatta pure lui, con le ceneri liberate.

    Uno che non ce l’ha fatta mai è il Mattei…
    Tanto non se ne rende conto, credo.

    Come mio padre prima di morire…
    Tuo padre ha dato tutto prima.

    Ma io no, e devo farlo adesso, capisci? Altrimenti, che me la prendo a fare con le betulle o con la Mafalda…
    Va bene, va bene. Andiamo avanti. Caterina!

    Che riscatto, la ragazza! I suoi non l’hanno mai perdonata.
    Almeno non è dovuta partire, come il Nicodemo o il Sergio… missioni fallite, ma anche loro ci hanno provato, ostinati.

    Provarci sempre, zio, altrimenti non ci sarebbe nessuna conta. Guarda il Sarescia, ha aspettato quasi trent’anni e poi ha cambiato la storia.
    Anche il Pedra ci provava, a cambiare?

    Sì, ma lui è tornato nel tempo sbagliato.
    Perché? questo è giusto?

    Lo è per la conta. E tanto basta.
    Ma qualcuno a cui è andata bene c’è? È un club di sfigati.

    Non chiamarli così, gli sfigati siamo noi che viviamo delle vite degli altri e rischiamo di morire nel nostro letto senza aver fatto un cazzo. Pablo l’ha scampata, e pure l’Uomo, te lo ricordi l’Uomo? Poteva stare sotto la pioggia per ore. L’ha salvato il manicomio e quella tipa…
    Marylin! Come si fa non ricordarla! Il sogno erotico di due o tre generazioni.

    È stata molto di più. Andiamo avanti, che sennò sbavi e dimentichi tutto.
    Ma va’ a cagare…

    Parigi! Che casino, quante fiamme. Quell’arciere?
    L’arciere Ouedeq, credo sia ancora dentro, come tutti quelli che hanno un’opinione e la scoccano, precisi.

    Alcuni li hanno lasciati in giro, ma scacciati, tipo il Chiscio e il Panza di cui cantava il Senesio.
    Trattati bene quei due… Certo che la gente è bastarda bene eh…

    Non fare il piangina. Ne abbiamo abbastanza per la conta?
    Manchiamo noi, che dobbiamo ancora riscattare quel tiro mancino finito male.

    Giochiamo zio. Ora la squadra l’abbiamo, diciotto titolari. Una bella rosa e ruoli coperti. Possiamo schierare anche una squadra B, con i comprimari. Volendo.
    Vogliamo. Poi vediamo chi ci batte, evatroia.

    Non ci batte nessuno. Sotto con la conta.
    Come quelli sel sasso.

     

    gene

     

    Postilla
    E se poi le cose, non tutte, ma alcune che contano, andassero bene, che si fa? Si aspetta che vadano bene anche le altre un po’ neglette o si teme che quelle riuscite si mettano ad andar male di nuovo? Ci sono lavori che durano qualche anno, partiti da emozioni e rigore e arrivati a compimento, seppure con ancora qualche dubbio. E poi finiscono in mani altrui che le soppesano e dalle bocche esce spesso un no o un unico sì, e magari neanche quello. Ecco, siamo nell’attesa di un sì, dato che i vari no sono alle spalle, ma con l’idea che possa andare ancora male e bisognerà ricominciare. Ma se invece va bene, che succede, oltre a vedere realizzato completamente un lavoro e le emozioni e il rigore, eccetera? Succede che è finito tutto, l’attesa, la speranza e l’intero sabato del villaggio, e c’è una domenica di sensazioni compiute e per questo un po’ morte, con l’idea che il lunedì ricomincerà la fatica e non se ne vedrà l’ora. Tutto questo per dire che La conta degli ostinati, un’opera che ci è costata emozioni, rigore, eccetera, è all’ultimo grado di giudizio editoriale. Se sarà no, allora opporremo un boh, mentre un sì sarà la fine e da qualche parte bisognerà ricominciare. Morale? Le cose che vanno bene sono separazioni da tormenti, emozioni, rigore, impegno, eccetera. In pratica, come la vita che finisce. O la settimana.
    g.

  • Il dissenso

    uffa

    Un tipo mi fa che lui no, non ce la fa a star fuori dal bar con tutte le auto che passano, la puzza e il rumore allegati. Neanche un caffè si berrebbe, all’aperto, precisa. Mentre alzo le spalle, prende su la macchina, posteggia trecento metri più in là ed entra in un altro bar, dopo aver fumato fuori. Più tardi, certamente, andrà a casa sua, che sta a metà strada tra i due ritrovi. In auto. Si farà una sigarettina sul terrazzo, che dà sul centro di compostaggio, poi si avvolgerà nell’odore di fondue, consumata con sguardo fisso al telegioco del Soldati, senza indovinare quasi niente a causa, dice lui, delle chiacchiere di figli e moglie. Nel cuore della notte urlerà a due ragazzi che cantano per la strada. Prima, si sarà emozionato con Sanremo e per alcuni casi umani presentati come al Circo Barnum. La mattina dopo andrà all’autolavaggio, ritornerà al bar di prima, dove io sarò ancora lì al tavolino che dà sulla strada, e ripeterà la constatazione sul traffico e la puzza e che lui mai e poi mai.

    gene

    Postilla
    Ognuno ha la pretesa di soffrire molto più degli altri.
    Honoré de Balzac

  • Amara gente

    desolazione

    Non è l’amara
    terra mia che non è mia
    ma che son io
    a essere suo. No

    È dell’amara
    gente mia che non è mia
    io che non più
    partecipante. No

    Andare via
    da amara gente,
    che non ci sente
    che non ci vede. Sì

    E ripensarci e dire
    ancora no
    e vi lascerò
    meglio così. Sì

    gene

    Postilla
    Ciò che era non è.
    g.

  • Frattura

    Aggrappato in cima alla scala, il Meo non scende. Due settimane prima ha preso una brutta botta, come dice lui, e potrebbe anche essere precipitato da diecimila metri per quel che se ne sa. A quanto pare è caduto dal letto, dicono senza certezza. In cima alla scala, protesta, impalato.
    – Non vieno! Cazzo!tibiale
    (L’ha imparato da te, chiaro, dice la voce fuori campo).
    – Dai, con calma… – lo invito, sommesso.
    – Non voglio lavorare!
    – Eh, e chi lo vuole, zio? Ma non devi lavorare, solo scendere le scale e buttarti tranquillo sul divano.
    – Non interessa quel divano!
    – Ti fa male il ginocchio?
    – No!
    – No?
    – Sì! Stupido ginocchio.
    Il tutto espresso tra alterazione vocale e pallore. Sta soffrendo e contro ogni ragionevolezza, si impala, si impunta, si incazza.
    Poi, dal niente nel quale ci siamo impastoiati sotto l’acqua di febbraio, il Meo riparte, discende le scale sacramentando a modo suo (poro giuda, poro ratino e avanti con i poveri), entra, si butta sul divano, si alza, va al cesso (cesto, dice), ritorna, mi impone di cantare. Canto e poi metto il dvd del Coyote e ridiamo per un’oretta. Durante la quale la sua frattura è dimenticata.
    Ci lasciamo con una promessa:
    – La prossima volta, motosega!
    Che accenderemo così, come un cero votivo alla sua gamba rotta.

    gene

    Postilla
    Sono milioni quelli che desiderano l’immortalità, e poi non sanno che fare la domenica pomeriggio se piove.
    Susan Ertz

  • Dalli al pallino

    Janos da un anno si era dato alle bocce, pensando forse a una riduzione dell’attività bocce-iisportiva impregnata di calcio senile e pericoloso. In tandem con Bertone, il suo più grande e affine amico, nonché esordiente pure lui, si era tesserato per la Frontiera, bocciofila ormai in disarmo e covo di vecchi poliziotti strapensionati. Ma la Frontiera, in piena eutanasia, morì e si sciolse. I due migrarono nella Verzasca, società più fiorente e che li accolse col sorrisetto riservato agli apprendisti empirici. Per uno dei casi del calendario, i due furono immediatamente iscritti al Campionato Sociale Individuale, in un cast infestato di vecchie volpi dei viali. Janos contro il Berra e il Niesa, gruppo 1, di lunedì. Il primo sarebbe andato ai quarti di finale, gli altri a casa o al massimo sulle panchine di legno a guardare gli sviluppi con l’insopprimibile malinconia degli eliminati. Janos non ci contava, ma un po’ sì, anche se i due rivali erano di un’altra categoria e con centinaia di tornei sulle spalle. Le bocce sono mente, tecnica e strategia, aspetti che Janos non aveva mai affinato, un po’ per inesperienza, un po’ per fastidio nei confronti dei riti. E le bocce sono un rito duro e puro, altroché.
    La prima partita contro il Niesa, dieci anni meno di lui e millesettecento partite giocate in più. Un bombardiere che accostava con criterio. Ma nervoso, vai a sapere come mai. Janos si portò avanti un po’ a sorpresa fino al 7-2, imbroccando alcune bocciate al volo che nemmeno lui si spiegava. Poi la flessione, tipica del dilettante che si sente appagato e si rimira mentre l’altro, scafato, cominciò a spazzare. In cinque minuti arrivò il sorpasso. Janos si concentrò, si difese e attaccò e sul 10-11, senza più margine di speranza, imbroccò una bocciata da venticinque metri e intascò la vittoria. Il Niesa gli strinse la mano con gli occhiali appannati dal nervoso e si lanciò subito nella sfida col Berra, grande favorito di gruppo. Vinse il Niesa con un indiscutibile e sorprendente 12-1.
    Quindi, con una vittoria, Janos sarebbe passato ai quarti. Bastava tenere la testa sul campo. Perse secco, 12-4 e non vale nemmeno la pena raccontare. Quindi, tre giocatori a pari punti.
    – E adesso che si fa? – chiese Janos, completamente a secco di regolamenti.
    Gli altri due, con molta blandizia, gli spiegarono che si andava “ai pallini”. Quattro bocciate a testa per colpire, appunto, il pallino, una sfera di tre centimetri posta a circa quindici metri di distanza: in caso di parità, avanti a oltranza fino all’errore. “Come ai rigori nel calcio”, pensò Janos, moderatamente tranquillo.
    E allora, rigori. Al secondo turno, il Niesa lo becca, Janos replica, il Berra sbaglia. Poi sbaglia il Niesa, sbaglia Janos, colpisce il Berra. All’ultimo tiro, sono pari. Il Niesa, sopraffatto dalla tensione, vede la sua boccia transitare a duecento all’ora di fianco al beffardo e immobile pallino; Janos, dopo alcuni scenografici bilanciamenti delle braccia, molla l’attrezzo e un decimo di secondo dopo il pallino vola via. Mentre il Niesa pensa già alla tristezza da divano che lo attende assieme a una moglie in pigiama e Janos crede di avercela fatta, il Berra riemerge dal torpore e quasi spacca il pallino. Cazzo.
    Janos riprende la mira con tutto il corollario di scene, parte a passi svelti e molla l’attrezzo, che atterra perfetto come un jet e centra quel’affare ormai più piccolo di quello che è. Il Berra, campione locale e atteso all’esecuzione come un boia sulla piazza, si dondola sulle gambe arcuate e sicurissimo lancia. E sbaglia.
    Janos non festeggia nemmeno, ma poi, a casa, rivede tutto e pensa alla prossima sfida, prima di addormentarsi con la pancia oppressa dal panino con mortadella che si era mangiato in treno, per darsi un premio.

    gene

    Postilla
    Le bocce si smarriscono meno delle palline da golf.
    g.

  • Il trittico – Finale

    Prima parte
    Seconda parte
    Terza parte

    Quarta parteasino

    1967
    Sotto le piode malmesse della stalla abbarbicata alla roccia, il trittico traballava intirizzito negli sconquassi d’acqua che stavano scatenando quella che ancora oggi la gente chiama, più per nostalgia che per sincero dolore, Alluvione del Sessantasette.
    Quella notte furiosa, l’Adelmo, il Meo e l’Asino la passarono a guardare castagni e noccioli lampeggiati dai fulmini, mentre la Maddalena si avvolgeva d’inquietudine sulla porta della sua casa al piano. La gente intuiva disastri.
    All’alba, con la Bavona innervata da centomila riali schiumanti dal nulla, l’Adelmo ruppe il trittico alla ricerca di un guado liberatorio, nello stesso momento in cui la Maddalena pigliava la strada, attanagliata dal terrore per il suo Meo in balia degli elementi e chissà dove. La donna pregando, l’Adelmo bestemmiando.
    Incerto e previdente, l’Asino non si muoveva dalla stalla, mentre il Meo, per la prima volta in vita sua, non dava di matto per la presenza della bestia. Al punto che, quando l’animale si decise a varcare la porta per chissà quale istinto, gli andò dietro docile come con la mamma.
    Raggiunsero la scarpata del fiume dove l’Adelmo, che aveva tentato di attraversare all’altezza della Serta, stava aggrappato a un tronco liscio e zuppo che dava l’idea di essere una soluzione temeraria. L’Asino, contro ogni logica equina, discese la riva corrosa ed entrò in acqua. Il Meo, che non capiva, restò al suo posto, dritto come una guardia del Papa.
    L’Adelmo, nell’ultima giravolta, aveva capito che salvarsi in tre sarebbe stato impossibile e, buttato fuori il fiato che sarebbe servito per stare al mondo, gridò.
    – Il Meooooooo! – e sparì tra i gorghi con il senso della vita finalmente completo e subito affogato, appena dopo l’apparizione della Maddalena sul Masso del Diavolo.
    L’Asino, che doveva aver sentito nel suo essere bestia che la storia finiva lì, ragliò al cielo e tornò alla sponda dove stava, ancora rigido, il Meo. Il ragazzo lo tirò per la cavezza, con una forza liberata che mai aveva sentito prima, via da quell’inferno bagnato, in salvo.
    Attesero per ore, due anime di qua e una di là. Quando già imbruniva e l’acqua aveva ormai rinunciato a uccidere, raggiunsero la Maddalena, che stava ancora sopra il Masso, diaccia. Il Meo aiutò la madre a discendere e a montare sull’Asino e risalirono quel che restava del sentiero.
    Un nuovo trittico si era formato, di stabilità geometrica.

    2015
    È la prima domenica di maggio. All’altezza della Serta, il Meo e uno dei nipoti dell’Asino, con la Maddalena in groppa, si staccano dalla processione e vanno giù al fiume, ai piedi del Masso del Diavolo, a mangiare formaggio e pane, con la devozione accorata e imperitura degli scampati.
    Cercano i segni, tracciati in epoca remota a colpi furenti di punta e mazzotto.
    E leggono, scorrendo assieme le dita nei solchi della pietra,

    Adelmo

    FINE

    gene

    Postilla
    Gli amici sono parenti che vi scegliete da soli.
    Eustache Deschamps

  • Il trittico – III

    Prima parte
    Seconda parte

    Terza parteasino

    Maddalena
    E le cose si mischiarono. Mentre i medici visitavano il Meo, l’Adelmo si occupò della mamma. La Maddalena non aveva mai visto il figlio ferirsi o ammalarsi, e a osservarlo adesso in quello stato le si frantumò il cuore. Non smetteva di piangere, di quel pianto sommesso che è più straziante delle urla, e l’Adelmo le cingeva le spalle, goffo.
    Annotare. L’Adelmo non era il solito uomo che immaginava robacce non appena una donna gli si scioglieva tra le braccia: a suo modo era un gentiluomo, e neanche tanto rozzo di modi. Certo che però, una creatura come la Maddalena non l’aveva abbracciata mai, neanche ai funerali, dove tutti cingono tutti, come se solo la morte permettesse una forma di vicinanza.
    Tornando a casa sul trattore, fece di tutto per non ripensare al profumo della donna e a quella leggerezza dolente.

    1966
    Il Meo, tra furie e imprecazioni che chissà dove aveva ripescato, fu internato a Mendrisio per un mese. Gli esami confermarono: epilessia. Pastiglie a vita.
    Ma si riebbe con la tempra dei puri e da quel momento, l’Adelmo diventò il pieno delle sue giornate. La Maddalena fu contenta che qualcuno si occupasse del figlio mentre lei puliva e accompagnava i vecchi. L’Adelmo si mise a voler bene a quel giovane così sbalestrato, cercando a fatica di non pensare alla bellezza di sua madre.
    Un nodo non da poco, che l’Adelmo avrebbe sperato di allentare, di lì a qualche mese, con l’acquisto dell’Asino.
    Ma…
    Lui, un testardo e un candido, più la Maddalena, che lo turbava a ogni apparizione e che lo imbrigliava con la lucentezza dei suoi capelli neri nei viaggi notturni, erano una soluzione?
    Cominciò a piovere. Non così forte come l’anno seguente, però.
    (continua)

    gene

    Postilla
    Un racconto in quattro parti e per il quale bisogna portare pazienza. Nessun riferimento a persone esistenti, dico davvero. Una storia di ostinazione, lealtà e amicizia.
    g.