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  • Il testimone

    Dove Arnemo Costici spiega alcune cose così al nipote di dieci anni

    Ci sono squadre che, dicono, così si gioca solo in Paradiso, ma noi abbiamo giocato tutti all’Inferno e qualcuno non è tornato su. Vedi, adesso anche gli allenatori sono star e, finché le squadre vincono, loro esagerano coi concetti. Poi, pumfete un paio di volte o tre, e precipitano nei luoghi comuni e feroci, dal Brasile all’Olanda, Reali o Uniti che siano. Tu puoi anche non crederci, ma io ho concluso partite con dolori imponderabili. Una volta mi ritrovai alle tre del mattino su una panchina in riva al fiume con una spalla che mi bruciava come se colasse lava; e nemmeno l’amore clandestino che mi aveva condotto fin lì poteva lenire, cioè, un po’ sì, ma era più probabile che svanisse prima l’amore del dolore.
    Le squadre dove ho giocato io erano rissose, con gli arbitri che non ci potevano sopportare e facevano di tutto per fregarci. Non ho mai dato la mano a nessuno di loro, proprio come diceva di fare Obdulio per non passare da leccaculi. La prima volta che abbiamo giocato di notte sono stato distratto dalla mia ombra quadrupla e sembrava che mi rincorressero i demoni, appunto. Non abbiamo mai giocato bene, come lo intendete oggi. Non contava giocare bene, ma giocare duro e vincere. Di solito l’allenatore era uno che ne sapeva meno di noi, che urlava nello spogliatoio, che ti metteva in panchina senza spiegarti. Una volta a metà tempo entrò in spogliatoio anche il presidente per sbraitare di vergogna e onore (eravamo sotto di due gol). Erano tempi così, non si delirava di paradisi. Si bestemmiava. Nessuno si pettinava prima di entrare in campo, nessuno sorrideva.
    Ora, io non so, ma se con una squadra di ragazzini vai in fondo a una valle e rischi la pelle contro una cricca di masnadieri, con l’arbitro ostile, e poi alla fine ti tagliano in offerta un po’ di formaggio sogghignando, beh, non è il cielo, è una trincea. Ci portavamo dietro vendette e regolamenti di conti che valevano più della partita stessa, si trascinavano offese e minacce per stagioni, per anni. Qualcuno voleva giocare come in Paradiso? Balle, non era possibile: come facevi a immaginarlo quel posto? Conoscevi l’Inferno, sì, delle botte e degli inganni. Chiunque poteva entrare in campo per suonarti, e tu non potevi uscire.
    Per tutto questo, io non ci credo all’alto dei cieli, ma agli abissi sì. Poi anche adesso che disinfettano il pallone, al momento cattivo vanno sotto terra a cercare vermi per non morire. Io, in volo non ho mai visto nessuno stormo, poi si può anche straparlare fino alla prossima. Non crederci, te lo consiglio, se vuoi salvare gli stinchi. Se potessi tornare indietro, al calcio non giocherei.

    gene

  • Poi ci sono le domeniche

    Dove ci si inoltra nel ginepraio delle convinzioni

    Stamattina parte una discussione sul termine Testone, che spesso è amichevole e altre, rare peraltro, è per definire seriamente chi si oppone a te. Chi si oppone a te non ha mai ragione, altrimenti non lo definiresti Testone. Tipo, per esempio, il Meo che vuole cambiare lo zaino a metà mattinata e è inutile che tu gli dica di prenderlo dopo, e che fare le scale due volte è inutile, e lui si ferma come a dire, Lo faccio lo stesso, e poi sale e torna giù con l’altro zaino e dopo qualche decina di minuti tornerebbe su per fare il bagnetto, e è inutile dire, Lo avevo detto che potevi fare un viaggio solo, e sei un Testone.
    Da chi avrà preso, dici guardando l’acero fuori in giardino, ma riferendoti a Loro. Che ribattono, Ma da te, Da che pulpito.
    E allora obietti che tu non sei Testone, sei semplicemente convinto di quello che fai, che lo progetti nei dettagli, che sei minuzioso e non ammetti obiezioni da chi quel lavoretto non lo farà e soprattutto mica l’ha pensato con la tua, di competenza. Intanto il Meo è già risalito dalle scale per sostituire lo zaino, con quello di prima, che ci avrà riflettuto su, altro che Testone, occorre ammettere.
    Tu non è che annoti su un foglietto le varie volte, quasi sempre, che hai avuto ragione, e quando si tratterà di opporti a un, No, a caso non riuscirai a tirar fuori gli esempi passati che sono finiti indistinti nello scantinato della tua mente sempre tesa all’avanguardia e non a perdere tempo con situazioni sorpassate.
    E come puoi allora non piazzarti sulle tue convinzioni con le molotov zeppe di motivi incendiati? Puoi, ma non ce la fai. Sembrano basate sul niente, quelle tue convinzioni, secondo gli altri, ma tu lo sai che invece no, che invece la cipolla, per dire, non va fatta rosolare prima dello spezzatino, ma messa dentro dopo, che se no brucia e diventa amara come il tossico. Tutte le volte che ti appresti, e lo spezzatino è già in padella, parte la domanda, Non è meglio che fai rosolare la cipolla e poi metti la carne?
    A parte che lì occorrerebbe Jannacci, Se me lo dicevi prima, senza tante precisazioni, ma è che non resisti e ricominci con la spiegazione del bruciare e del tossico, ma con un filo di nervoso più teso perché sai che non sei Testone, tu lo sai, è sai anche, lo sai con precisione quello che stai facendo, e gli altri invece no, gli altri mangeranno sedendosi a tavola all’ultimo istante, la cipolla sarà dolce e armoniosa, ma arriverà lo stesso il, Io avrei messo un po’ di sale in più, e tu ti ricordi che la volta prima il sale era considerato troppo, ma per carità, Non ascoltare mai neh?.
    Non ce la fai, niente.
    È come quando tiri una vite nel listone dopo aver tribolato con la polvere del beton che ti impiastriccia i capelli, e Loro, Loro, ti dicono che era meglio due centimetri più a destra. Tu allora replichi, Ma fallo tu la prossima volta, Sei un testone, Io so quello che faccio. E via di seguito con il dialogo tra non udenti, mentre il Meo torna sopra a cambiare lo zaino. Quando poi il lavoro è finito, lo spezzatino o il listone, devi ancora chiedere, Va bene così? e sai che ti verrà risposto, Sì ma… Che è la frase dell’impuntarsi, e non ha niente a che vedere con il palato o con l’estetica. Tutti sono Loro.
    Poi finalmente, vanno di sopra a fare il bagnetto al Meo e tu dopo un po’ sali e dici che quel sapone fa troppa schiuma e gli viene l’eczema, che l’hai letto su wikipedia, e Loro rispondono, Lo usiamo da vent’anni e è sempre andato bene.
    Non ce la puoi fare. Sono Testoni, Loro, tutti, ecco cosa vuol dire.
    Poi il Meo dice che a carnevale ci sono i testoni e, per ora, la questione è chiusa.

    gene

  • Estate al cinema

    Esterno giorno. Solleone, piazza deserta, un tavolino di tolla rossa, due tizi seduti nello spicchio d’ombra che trattiene sfinito l’ombrellone tarlato della Luganella. Propalano nel silenzio meridiano delle formiche
    (qui vediamo dopo come rappresentarlo su pellicola, n.d.r.)

    – O città senza popolo, invase da mercanti e ladri. O città…

    – Guarda che siamo al massimo in quattrocento, qua, e tutto il tuo declamare è per una fondue.

    – Stolto compagno di lungo tempo e spazio, mi chiedo cosa posso averti insegnato io. È un fallimento.

    – Ma che insegnare e fallimento! Non facciamo che mangiare e bere.

    – Del cibo si riempie l’anima, miscredente di uno. E se liquefatto è alimento dei sensi. Con la fondue conquisti mondi, li fondi.

    – O li sfondi. A me sembra di aver subissato altri organi, loro sì a rischio liquefazione per la fissa dell’abboffo, la tua.

    – Comunque, tutti ladri. O città! Dalla Carulina arrivava una piattata di riso in cagnone per uno e cinquanta, e ti dava anche il caramellone da cinque per la bono boco. Ora cosa resta? Il turco col montone e i taglian con la pummaro’, che non è neanche una parola completa. Devi dar via per poterle pagare quelle cose lì.

    – Ma se per vent’anni non hai ingoiato che farina fino a farti cascare la pelle? Ganassa.

    – Però era A gratis. Adess, uh che progress, giù dal Tereson per una ventella minimo minimo ti incollano due crocchette di polenta rapida in un piatto con su disegnata una margherita e per lavarlo devi portarlo in garage.

    – Ma non andarci, ranscione, e intanto che non ci vai pensa al terzomondo.

    – Ti credevo un amico, ti credevo.

    – Non lo sono.

    – Una birretta?

    – Oui.

    Il tizio delle città senza popolo eccetera alza la mano destra mostrando due dita e poi sfumiamo
    (come in un film ambientato a Cannes, forse uno di James Bond. Mi raccomando eh: dobbiamo rendere bene l’idea che sia proprio Cannes prima di passare alla scena successiva, n.d.r.)

    gene

  • Siamo il padre e la figlia

    Il campo di bocce è di sabbia nera come al Panathinaiko e quattro atleti corposi scagliano attrezzi e rimostranze, due spericolati a torso nudo, uno col bonetto, e il quarto quasi normale. Le ragazze sembrano tagliate fuori anche qui al Crot dal Damian: servono ai tavoli oppure stanno mute di fianco ai compagni che sfoggiano camicie domenicali. I bambini? Quelli che non tirano pallonate al  palchetto disertato dai musicisti stanno attaccati alle socche con il moccio irrilevato. I gelati si sciolgono, i barbera si arroventano, la ghiaia si infila nei sandali e infiorescenze cadono a decorare i piatti. Si sta comunque fuori per compagnia e anche perché dentro è buio e pieno di foto di morti più o meno cari e un po’ angosciano anche se non tornano indietro. Le padrone del Crot e delle foto, che si possono deridere ma meglio di no, hanno un coté intransigente che batte a sorpresa anche se hai lasciato lì una centella.
    Io che, a quanto pare, ho compiuto i vent’anni il nove dell’anno scorso me ne sbatto le balle, ma in molti hanno smesso di venirci per uno o più dei motivi descritti sopra – le bocce, i bambini, la ghiaia, le foto, le padrone, le infiorescenze eccetera. Ma è che stanno alle loro casette, a lato del prato verde e ripetono gli stessi discorsi ogni domenica, perfino stupefatti.
    Non che qui al Crot sia atterrato Marx, o Franco Zorzi, ma la mescolanza dei ceppi familiari produce fermenti che saltano fuori dalle teste come la coca (cola) calda dai bicchieri. Busciano retaggi di confini violati, dimestichezze sospette con i preti, tradimenti da sottoportico, tresche per sentito dire, limiti cognitivi dei paesi confinanti.
    Mia figlia ride.
    Dei quattro che lottano con le bocce si occupa un gruppo di competenti che avrebbero fatto diversamente quasi tutto – Tè sbajò!  Tiri ti aloro, merdon! Va a ponn, no? Ecco, at l’ere be’ dicc! Va a cheghèe!
    Sul muretto di fondo luccicano bicchieri che si svuotano a ogni tornata, prima che il contenuto prenda fuoco tra il nervoso e l’agosto.
    Quando hanno detto che nel 2024 saremmo tornati indietro di quarantacinque anni ci hanno creduto circa solo quelli dell’urina come rimedio. Ma un po’ ci speravo, e un po’ no. Poi è successo.
    Così, quella che era la mia figlioletta trentatreenne e abitante a Berlino, è tornata indietro di soli tredici anni – mistero – e ora siamo coetanei. C’è anche lei qui al Crot, perché dopo la regressione rischiava di restare incastrata nella parte est a mangiare scatolame radioattivo e a vedersi sequestrare la chitarra, e allora ciao. Si diverte per cose e persone che non poteva avere visto prima, ma che conosce per via dei racconti miei che si ripetevano al ritmo rincoglionito di Sanremo. Mia figlia conosce fatti raccontati da me di cui io non ho memoria.
    Sembra una specie di disastro.
    Anche perché mi è arrivata la lettera che dovrò andare a scuola reclute nel ’26. Ma ho imparato bene prima dell’indietreggiamento collettivo, veh: obietterò in qualunque modo e semmai scappo a Gariss.
    Il giorno va sfinendosi. Tra tavoli impiastricciati di vaniglia e naroi, da dove si guardano ormai con noia le ultime controversie al Panathinaiko; tra contumelie e riprovazioni, pesantezza di spirito per una domenica che andrà a fare la puttana col lunedì che aspetta indurito; tra i dinieghi delle padrone a profferte di genere; beh, tra tutto, è che a un certo punto si può anche smettere.
    Ecco, tra tutto, mia figlia mi fa.
    – Ora che siamo entrambi ventenni, almeno non ti vedrò morire prima di me.

    gene

  • Il Carlin e la Dama di Cuori

    Il Carlin è aperto di nuovo con sorpresa e cautela. Spalancato l’ultima volta che ancora era sprangata la Cortina di Ferro. Dentro, asserragliati, resistettero alcuni resti umani legati alla preistoria, con i pantaloni militari e la canottiera, perché era tardo autunno e caldo. Si sarebbe poi approssimato un inverno gelido di coscienze, yes, e svuotato di fumo. L’ultima volta echeggiava Fiume amaro, cantato tra i tazzit, mentre la Grecia ricominciava a stare bene e qua si preparavano un paio di gite comunitarie, Nizza e Basilea, che però non c’è tempo di raccontare. Perché adesso c’è da tornarci dal Carlin e diopo’ se ci andiamo, urge, in questo sei di maggio qua (il cinque meglio di no, con le ricorrenze nefaste che quella data si trascina).
    Hanno rimesso le stesse piastrelle in graniglia, il vaso delle ciliegie sotto grappa, il giubocs. La Mary profuma ancora esotica nel fiore dei trenta che varrà sempre la pena di vedere per primi e senza concorrenza alle sei di mattina. La Mary che viene dall’Argentina ed è ancora in lotta adesso per le Malvinas, anche se sono sprofondate con Videla e Tatcher nell’Atlantico artico e non presentano più tracce sul mappamondo neanche a cercarle col lanternino, non fosse che per le storie di Osvaldo. La stessa Mary che, tra il platonico e l’impudico, si è raffinata al corso di rumba e ha le labbra color del sangue appena rappreso.
    Dalla saletta di là arriva un “Bala chel sett che te gà noto!” in La, un’ottava sopra a un attacco di tosse da Gitanes mai imborghesite dal filtro. Di qua, col Gabi in braghe di gabardine, ci appoggiamo al tavolino sul quale è inciso il

    viva la prita!

    col falscet e di origine ignota, attraverso la quale tutti nascondevamo la timidezza e adesso meno.
    Ricomparse anche le Be-Bi, che sono poi le specialine dall’etichetta rossa e blu inutilmente travolte dal progresso. Due per me, due pel Gabi, con la paura folle che finiscano prima di cominciare. Vederle portate dalla Mary sconcerta che è un piacere. Mi sa che stavolta, con questa riapertura, sarà difficile affondare di nascosto le mani nella grappa delle ciliegie come quando il Carlin stava di là a perdere a carte con errori di valutazione enormi.
    Ma il giubocs? Da quale punto del cosmo sono tornati i 45 giri? Sta andando Devil gate drive con la Suzi Quatro appena salpata dall’Isola di Wight, senza scarcagliare neanche un po’. Bisogna mettersi in fila, il giubocs ha una scaletta di ferro e prima vengono su i dischi prenotati dagli altri e il tuo chissà a quale turno. La televisione come al solito non lavorerà fino alle sei di sera, quando comincia Lavoricchio, che però non guarderà nessuno perché i bambini sono ormai più vecchi del Mago Walter, e più tardi gli allunaggi che si attacchino al cazzo, abbiamo già lo spazio qua con le stelle e i pianeti popolati. Tipo il saturnino Ligio che al suo nome non ha mai aderito e ancora si consacra alle furibonde battaglie contro i parenti quando lo pregano di non bere. O il Vezion che si intasca di sfroso le castagne sparpagliate sul tavolone e poi dice che lui ne mangia una, massimo due (ma la piraca è gonfia).
    A chi?! Il giubocs – che memoria incomparabile – la spara nella versione che muove in parecchi al pianto, quella virginale di Francuccio Noto, un infante che forse già intuiva una vita di amori frantumati e penitenze in sovrappiù. Magari il vivalaprita l’aveva incisa lui, sul tavolo intendo. Non s’è mai saputo.
    Comunque c’è un orizzonte di fumo a venti centimetri dalle piastrelle in graniglia, e dentro si strofinano i piedi al ritmo di Soleado e vanno in cerca della Mary come nella nebbia che vela poetica le scogliere di Dover, o la Scimi da l’Omm (la montagna delle pecore disperse).
    In quel limbo eroticonirico, si estende la raucedine del Senesio, che gracchia un suo “Pup di fochi!”, forse all’indirizzo del compianto Massimo Pini. Svolazzano come spettri Re di Coppe, el Dapiù; Regine di Picche, le Peppe; Fanti di Fiori, i Ganassa; Sette di Quadri, Iori. Carte di un gioco ormai scappato di mano. Le Peppe si aggrappano a tutti, a turno, suscitando il terrore di rimanere senza la sola donna buona, la Dama di Cuori, la Mary. Non si intravvedono i Ganassa e el Dapiù; qualcuno s’accontenta del Iori, passaggio per un quintin immaginario. Dal fondo una voce saggia paragona il peso in grammi del cervello della gallina con quello del Jean; un’altra invita a volersi bene fino a quando ci vediamo, un paradosso nel fumo catramato di paglie e toscani.
    “Ociesse! Ora ci siamo!” e questo è il Mapis, lo sanno anche i bambini.
    “Oregiatt impostoor in primi firi!” echeggia nella cecità del tutto e qui non sai chi e cosa.
    Sono sparite le Be-Bi e le ciliegie. Ammutolito il giubocs. Divelte le piastrelle. A terra le carte. Il tavolo con la prita arde fino alla cenere. Una rumba accompagna fuori la Mary e il codazzo di cuori. La nebbia dirada e davanti a noi c’è il vuoto, di nuovo senza Carlin. Ora Theodorakis suona da un altrove
    È un fiume amaro dentro me, il sangue della tua ferita, ma ancor di più è amaro il bacio…”.
    Siamo sullo stradone. Il Gabi alza come un fulmine la mano destra, e io rispondo con lo stesso gesto da pistoleri. Due Donne di Picche. Due Peppe che ci colpiscono al cuore.

    gene

  • L’innocenza del Frassino

    Am paar ch’i ta facc el scerscen da necc e da scondon. Mì am paar, pouro Frassan, che i te agn da l’inocenze ig daseve fastidi a quairun, mighi a mì, a cui ch’a diss: che piantocio, gnan ona mugnaiga o ‘na brugnu.
    Ma at vardava dala finestre coi té fej verdenti controsou, la neu pogiada a sgianei e la belezze da l’umbrii penturada sol pavimenn.
    D’astaat a sem stacc al fresc’ch a pensèe al noto e al tut, forsi solche coi costinn e ‘na birete sgerada, ala salut. O col Gori a sgiughèe ai bocc sense marchèe i ponn.
    Chel dì ch’it tajerà al pé mì el vej mighi videt, am sconderò dal gó.

    gene

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  • Momenti di gravità

    Il suo corpaccione era ormai trascinato verso il centro della terra, ma anche quando era magro, ai tempi, faticava a librarsi, come se la forza di gravità avesse sempre ragione lei, la stronza. Gli era capitato sì, in giorni andatissimi, di viaggiare a venti centimetri da terra stile overcraft, ma solo con l’immaginazione e in sparuti momenti d’amore corrisposto – che non sono mai proprio tanti per nessuno, anche se c’è sempre chi esagera nei numeri.
    Adesso era come se le suole delle scarpe fossero di ferro sulla calamita gigante che ci abbassa tutti con l’età e certi illusi provano a tener su culi e pettorali con l’artificio. Strisciava i piedi come ai funerali, poveretto. E la testa gli si piegava in avanti per fendere l’aria densa di luglio. Le tasche gli pesavano in giù, eh, che scoperta, e i pantaloni si abbassavano verso l’osso pelvico producendo, assieme al sudore, quell’attaccaticcio che riduce il passo, di per sé già non troppo spigliato. Gli sembrava di essere sul punto di trivellare il suolo ed essere inghiottito per sempre come in qualche romanzo di Verne. Ma no, invece, era lì che andava avanti e considerava la cosa incredibile, quasi come da ragazzo il volare.
    “Tutto è a misura di età, e si gioca al ribasso, tranne quei due o tre che mirano allo spazio siderale per la vanagloria.”
    Era anche un po’ filosofo, che è il fare di chi non riesce e allora si inventa una scusa argomentatissima per ingannare sé stesso e gli altri.
    “La questione è che generalmente nessuno ce la fa, in nulla. O brucia, o annacqua, o grandina, o fulmina, o scoscende, o venteggia favonico. E sempre quando ti pare di aver finito bene con qualcosa o qualcuno. In mezzo agli elementi del cazzo, trascinarsi il corpaccione è il meno, almeno ti muovi ancora.”
    Ecco, questa era una delle scuse per non migliorare, magari di poco, la sua complessione fisico-psichiatrica di pedone terrestre, al quale ogni gradino sembra il Piz da Crèe, abbordato l’ultima volta nel Settantatré e poi stop. Perlomeno, questa aderenza alla terraferma non lo faceva sbandare in curva e quindi affrontò con serenità la svolta che lo portò al bar, e fanculo i propositi e la gravità. Si aggrappò al bancone per non essere inghiottito dagli abissi, afferrò il bicchiere per salvarlo e salvarsi, e lo scolò a dispetto di tutti i suoi voli mancati e di quelli degli altri.

    gene

  • Sepolcri imbiancati

    Eccoli. Li vedi anche tu, sono sempre in prima fila quando l’occasione chiama. Sono sepolcri imbiancati da quando Gesù ne spezzò le pietre con la forza della metafora, ma hanno mutato forma e adesso avete queste facce qui, che un minuto prima è maschera di odio, subito dopo è contrizione fasulla e infine è anatema bavoso. Non è vero che si vedono solo a ogni morte di Papa, sono sempre bene in vista, di fianco a te, mentre vai al supermercato o cammini per la piazza, o ne osservi i gerani ai balconi. Basta solo che spicci parola e loro si svelano: è il nostro amico che offre diniego, è nostra madre che punisce, sono gli eletti che tradiscono mentre sorridono, sono gli amori non amati.
    Dietro quel muro bianco nascondete la putrefazione del soldo, la marcescenza della colpa, i miasmi del ricatto. Dietro quel muro vi armate per difendere l’IoIoIo. Dietro quel muro celate il falso rispetto, che fuori da quel muro pretendete come vero rispetto.
    Li vedrete, di sabato, adagiarsi nella loro stessa contrizione, con maschere di compunzione mentre pensano alla fortuna della partenza definitiva di scomodi e contrari. La vedrete disegnata, sotto chilogrammi di cipria e grasso colorato, la vedrete la paura, la loro, forse anche la vostra, la tua. La paura di non contare niente, dell’affido all’imbianchino di sepolcri, della calce che illumina e corrode. La paura di fare il grande salto e precipitare nel nulla.
    Sei un codardo. Aprili quei sepolcri, sbiancali, falli a pezzi, violali: ci troverai la tua ipocrisia. In putrida compagnia. Unitevi, in prima fila, ipocriti, bavosi, odiosi. Eccoli.

    gene

  • Glace morte – Walter Rosselli

    Ton créateur pourrait avoir un peu plus de respect des personnes âgées. D’autant plus s’il est lui-même âgé.

    Ogni pagina di Glace morte (edizioni Slatkine) svela meraviglie, perfino impossibili da elencare. Un testo che si rivolge, sì, all’intimo afflato di una comunità dalla potente e ridottissima memoria condivisa. Ogni passo del Nandou e della Schmied è come se lo compissimo tutti noi di Preonzo.
    Eppure si spande nell’Iperuranio dove dimorano tutte le idee e le emozioni degli islandesi, dei francesi, degli africani, dell’umanità intera, della flora e della fauna, delle pietre e dell’aria, nel passato delle prose e delle poesie dei giganti su cui accavallarsi e andare nel feroce presente e verso l’ignoto che si agita già attorno a questa stessa sera di aprile.
    È un viaggio nel mondo naturale, che i due protagonisti dichiarano essere l’ultimo, come quello dei vecchi Inuit che abbandonano la vita quando essi stessi la riconoscono ormai vuota di significato; un viaggio tutto pedestre tra le montagne, ma soprattutto un prezioso viaggio interiore che il Nandou e la Schmied ci svelano con la generosità dei puri, con l’intelligenza di chi ha imparato e tenuto il sapere nei pensieri, nutrendolo per poterlo donare al momento esatto. Altro che più niente da dare: è il significato più alto che, a volerlo scorgere, ci abita tutti.
    La prosa è magnifica, vira dal dolente all’ironico, affratellando con la delicatezza di chi ancora può e vuole il bene e non si cruccia di destinarlo con precisione dove serve, come una semina che darà forse risultati più avanti ma che, nel momento del gesto a spandere, solleva dubbi.
    Il Nandou e la Schmied sono vecchi, partono pianissimo e la prima parte di viaggio è un’interminabile erta da dividere in tappe esageratamente brevi per chi invece in montagna ci va per divorarla nel minor tempo possibile. I due costellano i risvegli con esercizi di ginnastica puntuali, rituali, lenti. I sonni sono spesso all’aperto, con l’idea che morire e poi essere divorati dagli animali sia qualcosa di divino. Ma quando il divino si presenta – nei sogni, o in forma di apparizione diurna – viene puntualmente scacciato (emblematica, spassosa, e impagabile dal punto di vista della scrittura, la visita di un angioletto nel sonno della Schmied, intruso che alla fine è smontato in modalità socratica e con disdoro per aver osato spezzare la sacralità del sonno con una richiesta impertinente del “Créateur”).
    Il cammino prosegue, e i due sono sempre più in forma. Dai loro zaini sbucano inaspettate bottiglie di birra e vino. Continuano a guardare, a parlare, a parlarci, ma il loro procedere si fa sempre più spedito e ardimentoso. E qui occorre fermarsi per non togliere il gusto al lettore.
    Walter Rosselli, tramite il Nandou e la Schmied, restaura uomini e donne dispersi nello scorrere del tempo – il tempo che scorre o è immobile è un grande tema che l’autore indaga da sempre -, luoghi amati ed eterni, sentimenti che dimentichiamo di riesporre, fatti immortali che abitano il daimon di Walter. Ma io so che non gli garba il parlare di lui, come non garbava a suo padre, come non garba a chi fa della scrittura la parte preponderante della propria vita. Ma non ho potuto farne a meno, visto che siamo nati nella stessa casa e pensiamo le stesse cose nello stesso momento, anche a tanti chilometri di lontananza. Glace morte è il più bel libro letto da me nelle ultime ottocentomila ore.

    gene

  • La più grande rivoluzione del Novecento

    Mio padre mi raccontò questa storia nel 1976, quando stavo per debuttare negli allievi del FC Claro.

    Una rivoluzione, certo, strappare un prato alla morena glaciale, tra ginestre e betulle. A Preonzo. Per giocare a calcio, capisci? No, non capisci. Non è come adesso che tutto è bonificato e con l’autostrada sono stati costruiti campi da calcio nuovi, con gli spogliatoi e le docce e tutto. Ero un ragazzino di undici anni quando li vidi giocare in Campirasc, iscritti alla federazione e non più fuori alla Gere a tirare pallonate senza regole precise e porte fatte coi noccioli. Una rivoluzione, non amata da tutti, ma una rivoluzione non è mai per tutti. Quando la morena divenne Campirasc, che nel nostro dialetto è un luogo al limitare dei prati fatto di sassi e rovi, i vecchi lo volevano indietro per farci pascolare le vacche, o tagliare il fieno. Ah no, lo difesero i ragazzi e oggi è ancora lì, perfetto e solo per giocare, anche se non è più la stessa cosa con tutti i passatempi che distraggono i giovani. Quando ho avuto l’età per giocare anch’io, si appressava la guerra. Mi alzavo alle cinque a governare le bestie, poi partivo in bici per Bellinzona a lavorare come apprendista falegname, e quando tornavo la sera dovevo ancora andare in stalla. Poi dopo cena studiavo un po’ e alle nove a letto, che il giorno dopo era uguale, per sei giorni a settimana. Ma la domenica, ah, finalmente. Va bene, mi toccava la messa, mia madre era la sola a credere in Dio ma si impuntava con tutti noi minacciando disgrazie. E il pomeriggio, era quasi da non crederci, il calcio, el fotbal. Qui, in Campirasc, ma pure a Claro, Lodrino, Osogna, Biasca, Arbedo, in bicicletta o a piedi, poi con qualche motocicletta e in auto, due in tutto, solo negli anni Cinquanta. Quando già avevo trent’anni andammo fino a Lugano, per vincere una finale e salire in Seconda Divisione, Preonzo contro Ponte Tresa. Un giorno incredibile, ma te lo racconto un’altra volta. Adesso voglio parlare della grande rivoluzione del calcio, che abbiamo giocato anche in tempo di guerra, ovunque, in aeroporto, in caserma, quando tornavamo in licenza. La pace vinse e il fotbal la aiutò. Ci cambiavamo a Ca’ dal Geni e ci lavavamo nella fontana della piazza. Le maglie erano a righe rosse e verdi, cucite dalle donne, da curare come reliquie. I palloni? Di cuoio conciato che a prenderli di testa c’era quasi la certezza di squarciarsi la fronte e allora mettevamo delle bende attorno al capo per proteggerci. Se guardi le foto sembriamo indiani. Le scarpe pesavano, dure e con i chiodi, altro che tacchetti cambiabili. Io non ero tanto bravo con i piedi, ma giocavo ragionato e di testa le prendevo tutte. Poi la passavo al Luciano o al Bruno, che sono andati anche in A e in B con Bellinzona e Pro Daro, e loro sì che erano una potenza. Il tuo zio Luciano era un po’ come Giggs, per fare un paragone con adesso; il Bruno aveva la forza e la classe di Rummenigge. Quelli alti come il Peti li mettevamo in difesa, quelli cattivi come il zio Gino a fare i terzini, i back. Non facevamo tanti passaggi, ma funzionava. Quante volte ci siamo sentiti predicare che era una perdita di tempo, che bisognava lavorare, pensare alla casa e alla famiglia, ai soldi e che bisognava occuparsi di fieno e bestie. Ma non abbiamo mollato e siamo fieri di aver giocato, in opposizione a una vita di fatiche e guerre, che poi si muore lo stesso senza nemmeno ridere. Lo so che non capisci, per voi è tutto facile, scontato: i boys, i sabati liberi, le scarpette leggere e le maglie sgargianti. Per noi è stata una rivoluzione, la sola per cui ne è valsa la pena, senza morti e con solo qualche ferito per una pedata fuori posto. E poi tutti a bere un bicchiere di vino in Pasquei, anche con gli avversari. La rifarei adesso quella rivoluzione che ha dato senso allo stare qua, nei giorni più belli della mia vita. Un’ultima cosa: non tornare a casa dicendomi che sei stato ammonito.

    Aggiunta – A Balerna fui ammonito e a casa mi accompagnò il Giacinto. Spiegò a mio padre che ero stato bravo e che un’ammonizione non è la fine del mondo. Mio padre non ne fu convinto e la domenica mi mise sotto con la vanga a fare un buco per piantarci un melo.

    gene