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  • Dasaev

    dasaev

    Si era eclissato secoli prima e quando riapparve, in un breve pomeriggio di marzo, fu solo un caso, anche in quel mondo piccolo. Non gli chiesi cosa avesse fatto, quali le strade percorse, quanti inciampi. Parlò lui, di alcuni progetti, tra i quali una biografia, che sono convinto gli venne lì per lì. Me la devi scrivere tu, ti farò sapere nei prossimi giorni, disse convinto. Mi lasciò il numero di telefono e sparì. Memorizzai: Dasaev zerosettenove eccetera.
    Sabato ho guardato la rubrica per spedire un sms a un amico il cui nome stava classificato proprio prima di “Dasaev”. Ci ho pensato un momento, una cosa del tipo “chissà la biografia?”, poi ho mandato il messaggino all’amico, per confermare che accettavo l’invito a cena. Al caffè, senza scomodare Jung o altre spiegazioni, e davvero non so come sia capitata una coincidenza simile, l’amico mi ha comunicato: “Dasaev è morto, due mesi fa, si è tuffato dalla diga. Non lo sapevi?”. No, generalmente a me nessuno dice nulla e rischio figure con i conoscenti.
    La biografia, che a questo punto nessuno richiederà più, la butto giù così.
    Dasaev era il portiere più spericolato che avessi mai conosciuto; lasciava la porta e andava incontro a ogni pallone lungo ondeggiando sul filo dei nervi, il più delle volte schiantandosi contro scarpe e ginocchia avversarie, ma salvando il risultato. Magro, anzi, magrissimo, un po’ curvo a causa dell’altezza. Proprio come l’originale, quel tartaro che stava a difesa dell’URSS volteggiando come un pipistrello. Lo chiamavo solo io così, gli altri non capivano e usavano il suo nome vero. Infatti, forse per quello, al momento del rilancio, la passava solo a me o al capitano. “Gli altri fanno danni”, spiegava.
    Tre o quattro stagioni in picchiate d’area, con morosa locale annessa che lo faceva disperare, poi lasciò la nostra squadra per un’altra di un paese vicino, vai a sapere perché, forse sfidato dalla morosa stessa o da qualche suo inimagginabile tarlo. Giocò ancora mezza stagione, seppi, e poi smise a meno di venticinque anni. Da allora, qualche incontro in bar sperduti e poi più niente. Fino al breve pomeriggio di marzo.
    Mi piace immaginare che abbia abbandonato il calcio da giovane per non sfiorire. E che abbia smesso con la vita per la medesima ragione. Me lo vedo nell’ultima spericolata uscita, che volteggia come un petalo.

    gene

    Postilla
    Chi non trova un biografo deve inventare la sua vita da solo.
    Giovanni Guareschi

  • Precursore e Probatorio

    Il signor Precursore e il signor Probatorio, della tribù degli Etilometri, andavano sempre in coppia, per una questione di gorillaefficienza. Per fare in modo che i progetti creativi del Precursore si realizzassero, occorreva che il Probatorio li sancisse come legge. Se invece era il Probatorio a voler fare di un’idea una legge, si affidava al Precursore per dare una forma al progetto. Andavano benone. Un esempio: il Precursore immaginava una nuova pietanza, il Probatorio procurava ingredienti e, quando il sodale aveva finito di cucinare, imponeva la nuova pietanza come obbligo nelle mense scolastiche e aziendali. Questo procedimento andava a buon fine anche all’inverso, quando il Probatorio immaginava un obbligo dietetico e incaricava il Precursore di realizzarlo a suo piacimento.
    I due, ingaggiati dalla polizia per allestire un sistema efficace di controllo per la guida in stato di ubriachezza e altre varianti sul tema, proposero il collaudato progetto (dotato di nuova sintassi e grammatica): il Precursore controllava con fantasia e diletto l’automobilista sospetto, il Probatorio confermava e incatenava.
    Successe che, di rientro da una scampagnata, erano entrambi alla guida in stato di sonnolenza alcolica. Dove la strada svolta verso la loro casa, il Precursore che stava alla guida investì un cane randagio. Come fare? Il Probatorio, sempre ferreo anche col due per mille, scrisse subito una legge che obbligava all’abbattimento di tot cani al giorno, randagi o no, e che questa legge annullasse l’infrazione precedente di altre leggi della strada.
    Furono insigniti della Medaglia alla Sicurezza per aver coraggiosamente testato la giustissima legge prima di metterla in vigore.
    I signori Precursore e Probatorio sono ormai leggenda e la loro presenza sulle strade è un evento salutato con lanci di petali di rosa. Le loro iniziative, ormai enciclopediche che neanche Diderot e D’Alembert reggono il confronto, hanno condotto per mano la società verso la totale sicurezza e perfino alcune malattie sono state vietate per legge e dichiarate inammissibili come scusanti, dopo che loro stessi le avevano inventate. Al vaglio del Probatorio, la splendida idea del Precursore di costruire automobili in grado di viaggiare senza occupanti e di passare al controllo sistematico dei pedoni. La legge è quasi pronta.

    gene

    Postilla
    In tutta l’ordinanza «analisi dell’alito», «tasso alcolico dell’alito» e «misurazione dell’alito» sono sostituiti, con i necessari adeguamenti grammaticali, con «accertamento etilometrico», «concentrazione di alcol nell’aria espirata» e «misurazione etilometrica».
    Scuola di polizia

  • Il canto di Hilario

    Oltre quella malefica linea laterale era pronto ad arrivare di tutto, soprattutto consigli non richiesti e insulti, da tifosi avversari e pure da quelli di casa. Per un ala sinistra gitana come Hilario Reyes era un tormento e anche un dolore stazionare su quel binario affollato di gente agitata e nervosa. Quando gli funzionava una finta partiva il grido Maaagooo, che appena perso il pallone si trasformava in Coooglioneee. Le variazioni erano comunque infinite e lui le incassava tutte, scivolando nel disorientamento con immancabile sostituzione. In panca, poi, digrignava i denti per l’afflizione rabbiosa. Neanche un gol in sedici partite, due o tre bei passaggi sfruttati male dai compagni in area di rigore, squadra arenata a metà classifica senza quasi più voglia. Ma c’era ancora la Coppa, con la semifinale e le sue leggi ribaltate. In campo neutro.
    Hilario in panca di riserva, i suoi erano sotto di due gol a mezzora dalla fine. Il coach lo mise dentro con il solito dettame: stai sulla riga, calpestala, allarga il gioco, non fa niente se non ne becchi una. “Già, come sempre”, pensò mentre attraversava il campo col pensiero delle voci che lo attendevano oltre la linea.
    Ma stavolta non l’avrebbero fregato, aveva pronta una bella canzone da tenersi in testa contro le cazzate del pubblico. Il campo neutro lo aiutò, nessuno dei tifosi si sentiva a casa e parevano più tranquilli.
    Cominciò con un doppio passo riuscito talmente bene da sembrare una lezione di tango dove il terzino cade di schiena con fragore di bicchiere; proseguì verso il fondo, incredibilmente solo, e la passò in mezzo. Non la prese nessuno, qualcuno lanciò un Coooglioniii e Hilario credette di non farne parte, almeno stavolta. Cinque minuti dopo perse un pallone e gli insulti furono proprio per lui, con un tipo mai visto, piazzato a lato della porta avversaria, che si distinse per la foga delle invettive e che Hilario memorizzò subito, tra una strofa e l’altra.
    Arrivò, quasi inaspettato, il suo primo gol, quando decise di averne abbastanza del confino sulla riga. Non festeggiò, ma cantando portò il pallone a metà campo, per guadagnare tempo.
    Verso la fine, dopo un tempo imbalsamato nel niente che a volte prende il gioco alla gola senza un motivo, Hilario si liberò del torpore e del portiere, e la porta vuota si spalancò come il regno dei cieli. Tiraaa Coooglioneee, gli urlò il tipo sconosciuto, ma Hilario si fermò, con la palla sotto la suola e il ritornello in testa:ala-sinistra

    Vola nel cielo
    con la gloria
    perduta
    al suolo

    Poi tirò, con tutta la forza. Dritto in faccia al tipo, che zampillò sangue dal naso prima di crollare come un maiale macellato. Silenzio interminabile di due secondi e poi l’invasione di campo, generale. Una zuffa gigantesca che, dicono, sia ancora in corso, mentre Hilario canta al Trocadero e nessuno lo insulta più.

    gene

    Postilla
    Un uccello non canta perché ha una risposta. Canta perché ha una canzone.
    Proverbio cinese

  • Néu metri da néu

    Come un qualunque emigrante o viaggiatore, riconosco una sola patria, se proprio devo11-preonzo-2 averne una. È Preonzo, il mio paese, il posto che mi ha nutrito di sensi e pensieri, fatto di parole astruse senza le quali non riuscirei ad articolare sentimenti in modo credibile. Per questo, ogni tanto scrivo nella mia lingua materna che a molti sembra un geroglifico, ma per altri è la vicinanza e l’abbraccio. “Vorémes bén fin tan c’as védom” era l’espressione di difesa di un conterraneo di fronte alla protervia altrui e anche se non riesco sempre a ripeterla, poiché l’arroganza mi suscita più rabbia che compassione, la penso spesso. Poi, reagisco con le mie poesie (che non considero tali, ma non so come descriverle altrimenti) in lingua preonzese, zeppa di “o” chiuse e “e” aperte, in direzione contraria al dialetto della ferrovia e all’italiano, nonché all’omologazione in terribile voga. Mi sono sempre applicato nelle letture, provando a scrivere in rigorosa ortografia e sintassi; ma quando il cuore preme, ecco Preonzo con le sue asperità soavi, puntuto e preciso, spiritoso e libero, a volte drammatico. Lo farò ancora e sempre, perché “chél c’a gusctu a rasusctu”. E pazienza se non si capirà.

    gene

    Postilla
    Alóro néu
    e peu amò néu
    néu metri da néu
    on ann néu da néu
    con la néu da bél néu

  • Ciél e ciòi

    A vedéve tut el ciél,cielo-stellato-van-gogh
    sót i péi la tère
    i féi di piann
    in man

    Al vedéve apéne in là,
    con quai nugri
    e un vénn
    in schéne

    E péu sénse gnìncorsgios,
    un fèr dré l’altro
    a travèrs
    i còsct

    Am paar gnan pùsibol,
    da véss adess
    inciodò
    dal tut

    Èl ciapèe la tenaja,
    sctrepèe i ciòi
    e col vénn
    nèe amò

     

    gene

    Postilla
    Non mi lasciano, queste parole inseminate.
    g.

  • Allegria di fuggiaschi

    In tramontana reclinano i fioriminotauro
    schivano arrotati e puntuti fili,
    curve le nostre schiene bruciate,
    stolte patrie ingannate dal soffio
    immortale del viaggio

    Sono soldati impettiti e schierati
    con mano immatura da stolide genti
    che guardano altrove e l’inganno,
    muri bugiardi innalzati sul niente,
    è un dolcetto di carta

    Stanno contriti, i frati e i prelati
    nel nome comune dell’unico Dio
    che vale per tutti e basta vederlo:
    piange e si torce nei mali dell’uomo,
    poi prende la mira

    Eserciti e chiese si volgono altrove
    con bende pistole carezze e parole,
    s’alzano forti le schiene bruciate e
    su gambe di ferro e con menti pulite
    riprendono il mare

     

    gene

    Postilla
    Qua si fa vacanza, come fuga.
    g.

  • Inversioni

    Ma non si potrebbe fare il sole un po’ più caldo d’inverno e un po’ meno d’estate?dali-mulini

    Già, davvero incredibile che nessuno ci abbia mai pensato, congiuntivi o no. E per le stagioni di mezzo hai altre idee?

    Si prendono, si mescolano venti e piogge, si ripartiscono e poi si invertono.

    Si inverte cosa?

    Eh! Autunno a marzo, primavera a settembre, già. Tutto più regolare.

    Gnè ce na bela idei

    Gli dai ragione anche tu?

    Certo che mi da ragione. Ma pensaci: finiti i discorsi sul tempo, stop alle lamentele, agli imbarazzi e agli errori delle signorine del Meteo (tra l’altro, mi fanno anche compassione, mandate allo sbaraglio in quel modo da Binaghi il Re dei Maghi).

    Ihihihihih! Binachi i Re di Cachi!

    E in piscina? E a sciare? E Locarno on Ice? E la Radio? con tutti quegli animatori simpatici in diretta dagli Eventi e che chiamano il Gobbi o il Beltraminelli per una domanda su vacanze o karaoke? Cosa diranno? Chiameranno te? Cosà farà la gente per distrarsi, che oltre a non parlare degli accadimenti celesti non avrà più neanche Cupole o Tendine dove trovarsi per gli Apericena o i Colapranzi? Vengono da te? Nel giardino che non hai?

    Ma chi se ne frega della gente, che si arrangia da sola senza dubbi. Pensiamo a noi.

    Pensa per te, che a me ci penso da solo.

    ‘ificile ‘ensare…

    Pensa invece, anche te e per te. Porca troia che caldo.

    Vedi? Basterebbe un tantino di inversione… Agosto incrociato con gennaio, et voilà!

    Ma basta… Basta!

    a racione ‘vece.

    Sentite, intanto che voi delirate, io vado all’ombra. Da quando non piove più in questo posto di merda?

    È una domanda seria?

    No!

    Okay. Comunque, è da aprile. Con il mio sistema tutto questo disagio climatico non c’era. È solo una questione di equilibrio, come a tavola.

    Cosa c’entra la tavola?

    Beh, non è che in una settimana mangi mille cipolle, trenta chili di patate, quindici di pasta, sessanta di insalata, trentadue di pane – magari senza lasciare una sola briciola ai disgraziati seduti con te – e quella dopo niente. No, ovvio. Ripartisci, suddividi nei giorni e con gli altri, per non sentirti pieno da scoppiare o con la pancia che s’incolla alle ossa.

    I mangi cuando cè.

    Tu non fai testo! E comunque, cibo e tempo non sono paragonabili. Non sono distribuibili equamente! Se non nella tua pazzia

    Giusto, bravo! Dimenticavo la pazzia: distribuisci anche quella, regoli, fai una media. Un po’ per uno. Regaliamocela.

    Va bene, ci rinuncio. E con le facce di merda?

    Quelle le lasciamo ai proprietari, senza mescolare, non si sa mai cosa ci capita. Meglio che siano riconoscibili anche di notte. D’accordo?

    Dacorto!

    E allora, che pioggia d’agosto sia! Olé!

     

    gene

     

    Postilla
    La sera nevicò, alzando altissimi lamenti.
    g.

  • Eterneggiare

    Tutto si affida all’instabilità, come al circo, tra volteggiare di torce e piroette nell’aria.
    Dunque. Sono passati dieci anni, ma appoggiati all’eternità. Lo aveva detto Janos lo stesso giorno che l’aveva baciata: voglio che questo amore sia eterno. E proprio oggi che il compleanno di Gabriela coincide con il decennale del bacio, Janos lo ribadisce, forte di un dettaglio che si è costruito in questo tempo per rafforzare non solo l’eternità futura, ma anche quella passata e addirittura precedente il bacio stesso. Il dettaglio è considerato follia da tutti, ma lui ci crede davvero e sappiamo che quando si crede fortemente a una cosa, seppur strampalata, questa diventa vera. Insomma, Janos va avanti a dire che lui aveva visto Gabriela quando aveva sei anni e certo anche prima, solo che prima non ne aveva memoria.cuore
    Ma come, obiettano gli astanti, ma se siete cresciuti a ottanta miglia di distanza, impercorribili, scavati tra valli e montagne? Non sanno gli stolti che il papà di Janos lo trascinava in giro sui pullman gialli della posta che i liberali del suo paese affittavano una volta l’anno per la gita in comitiva, preferibilmente in territorio nemico e conservatore. In una di queste scampagnate interminabili, Janos dice di aver visto Gabriela sul muretto della strada che svoltava nel minuscolo villaggio dove lei trascorreva l’estate.
    Aveva i capelli bruni come adesso e faceva ciao a me, dice serio e insofferente alle risatine di scherno. Gli pare che Gabriela cominci a credere davvero a quella storia, anche se continua a dire di non ricordare.
    Me ne ricordo io per tutti e due, ribadisce lui.
    A contare davvero, però, sono questi ultimi dieci anni, che hanno colmato i quasi quaranta senza vedersi, scompaginati dall’andare delle loro vite in direzioni che non convergevano mai, ma poi sì.
    Quindi, come detto, si baciarono e per un po’ andarono avanti di soppiatto, che è un sistema infallibile per mettere alla prova l’amore. Quando finalmente poterono cominciare a vivere insieme tutti i giorni e tutte le notti, le emozioni oscillarono tra dispute e abbracci.
    Gabriela, nei momenti di tensione e delusione, smetteva di credere all’eternità, ma Janos no, anzi era proprio nelle ambasce che si inchiodava alla certezza costruita a forza di ragionamenti piegati ai sentimenti.
    Adesso sono qui, a metà strada di tutto, della vita, della terra, lontani dalle radici e vicini al cuore. Gabriela compie gli anni, Janos assapora qualcosa di molto vicino alla felicità. Che non è così eterna come l’amore, e lo sanno. Va e viene come il vento, la felicità, mentre l’amore è come il sole che sorge e tramonta tutti i giorni, e aspetta dietro le nubi, e si nutre la notte, e impera.
    Janos è lì impalato che le fa gli auguri e lei si preoccupa dell’età che avanza, ma dentro forse sorride. E le dice che la ama, confermando la leggendaria gita col pullman giallo, se non bastasse. Gabriela accenna un ciao con la mano, quasi convinta.

    gene

    Postilla
    L’amore dura finché è eterno.
    g.

  • Vierno

    ‘na sciuerada da pàmpanneve-3
    e i sciarésc biótt sót a la pruvini
    Pijèe el féuch e scpecièe
    c’a fiochi fin al sgiunécc

    Intann, fèe nóto dal tutt
    imbiancass i lòch
    masarèe i péi
    ravoltèe i piumasc

    A gh’è mighi prése pa la primivére
    c’la staghi pur ao c’l’è
    coi sé fiuu e i sé tóf
    miou posèe

    A fiòco! A fiòco!
    La cuarcia la scéise,
    sénse scuscièè la tère
    l’a la basa

    Ètei i canicitt
    a spalanchèe l’us
    e i écc lusénn
    a fèe voltaréll

    gene

    Postilla

    Il colore della primavera è nei fiori; il colore dell’inverno è nella fantasia.
    Terri Guillemets

  • Diario di bordo 2016

    Non si fa un viaggio senza annotare, dice la regina. Su questa nave che va dove le pare, incurante di sestanti e stelle, ho tempo; ma se non l’avessi, avrei l’urgenza. È passato un anno, niente terra in vista e quella lasciata indietro chissà dov’è. Mi restano in mano questi scritti, cronologici, illogici. Ho bevuto tanto e tanto fumato, restato solo a poppa. Non so, dicono che l’acqua salata porti alla follia e forse ci siamo…  non mi so spiegare questo diario. CCXIIX storie per cosa? Ne rileggo spezzoni alla rinfusa e non si incastra nulla, in attrito furioso con il procedere della nave.

    mare-2

    L’onda 19 gennaio
    Il disgelo giocò d’anticipo, in quella primavera del ’16 che si era già annunciata ai primi di  febbraio. Seguita da un vento tempestoso e preceduta dallo spostamento dell’aria nelle vallate, l’Onda violentò le pianure come tùrbine e travolgendo ogni certezza. Tutte le verità custodite nei templi sacri e profani e conquistate in due decenni di dottrina furono distrutte al suo passaggio. Spazzate vie le chiese e le cattedrali, le sinagoghe e le moschee, le statue dei santi e i minareti; strappate le vesti di sacerdoti rabbini e imam; travolti monasteri e tutti i luoghi di preghiera, con i libri sacri preda del furore e della velocità dell’avanzata e sepolti dal vortice di terra che si depositava solo molte ore dopo il passaggio.

    Foglie d’acqua 26 gennaio
    Nel cuore il timone,
    rotante e sicuro
    una ciocca ribelle
    che dalla tua fronte
    si appiccica alla mia,
    salsedine e  vento
    a speziare

    Fuorilegge 28 gennaio
    Mentre scappavo nel temporale, tutto sghembo, con una mano sul cappello per non farlo volar via, ho sentito un tuono. Ma non era un tuono. Il colpo di pistola mi ha colpito da qualche parte nella schiena e sono steso qui con le gocce che mi fanno ploc ploc sul petto e sulla faccia. Il mio cappello è al sicuro, sotto la mia mano, bene.
    Sono contento di aver avuto il tempo di vivere la vita mia e dei miei cappelli prima che diventassero fuorilegge loro e morto io. Poteva andare peggio.

     

    Licenziata 1 febbraio
    Vent’anni sono crollati sul tappeto di colpo. Non ho trovato nessun suono da far uscire dal gozzo rinserrato.
    Sono uscita dall’ufficio del responsabile e sono andata nel mio. Un impiegato mi ha raggiunta dicendomi che non potevo stare lì e che dovevo liberare il locale in venti minuti.

    Georgette 2 febbraio
    Questa figlia che si chiama Georgette (come la bisnonna di Claro), con fragilità che ai tuoi occhi sono pregi assoluti, questa figlia è l’Arte. Non perché produca bellezza solo nella forma, ma più per la compassione che ti rovescia addosso e te ne nutri come fosse l’ultima e più sontuosa delle cene possibili.
    Seduti su due sassi di un prato di montagna, tu e Georgette cantate e suonate senza bisogno di pubblico, perché siete voi il pubblico e l’artista di voi stessi. La musica trapassa le membra, vivifica l’essenza del sangue trasmesso e per il tempo che la musica è sorretta non ci sono né pene né malattie.

    Ecatombe 6 febbraio
    Viaggiano gli ultimi della terra, fra nodi d’asfalto e muraglie di bitume.
    Stretti corridoi d’erba incolta tra fili e recinti.
    Sulle colline dove pascolano armenti in serie non si passa, tocca precipitarsi tra vicoli e rondò non più per rivoltare zolle ma per svellere cassonetti immondi.

    Campo Marzio 14 febbraio
    Lì nella fortezza, anche gli avversari sono diversi da tutti gli altri incontrati fino a quel giorno e vengono da sud. Prima di entrare sul prato allagato – di piovere non smette – hanno tempo per squadrarne le divise a strisce bianche e azzurre e ascoltarne la parlata quasi lombarda. Loro invece sono rossoverdi fin dal ’31 e adesso siamo nel ’51, una guerra in mezzo e tanti onorevoli calci all’invana gloria.

    Sono una strega 22 febbraio
    Mi è toccato piegarmi, infine, a confessare: “Sono una strega”. È vero, non mi è mai piaciuto il dio dei miei conterranei, quello dei preti e dei papi al quale si riconducevano castità sessuale e regno dei poveri. Andavo nei boschi dove uomini pii, che in chiesa si inginocchiavano nei banchi di legno per pregare e per assolversi dai peccati che la dottrina considerava mortali, quali l’adulterio e la bestemmia, godevano del mio corpo oltraggiando il loro atto con oscenità rivolte a me ma che chiamavano in causa i loro precetti.

    L’ultima domanda 25 febbraio
    L’ultima domanda chiuse tutto, anticipando il tempismo della morte. Quella questione affiorata sulle labbra di mio padre, ridicola e tragica, seguì di alcuni mesi un’altra domanda sorprendente. Era solo una goccia d’acqua nel fortunale che lo lasciava senza sestante da un anno in qua.

    La montagna ribaltata 1 marzo
    Si buttava dal filo della teleferica del Lelo aggrappato a una forcola di castagno. Teleferica dismessa, tranne che da lui, il Cora (con la “o” chiusa). La Mimi, sua mamma, lo rincorreva scavalcando stagni e sassi, le ciabatte perdute in partenza, e quando l’aveva quasi afferrato, quello era già lanciato sul filo a sbalzo, facendo boccacce di piacere e concentrazione, atterrando nelle ginestre senza un lamento.

    La bocciofila Sonlèrt  7 marzo
    La cosa andò avanti in modo trionfale per il resto dell’estate e metà dell’autunno. Il Zine fu glorificato da sperticate lodi per lo splendido lavoro. Ogni giorno arrivava a bagnare e lisciare, togliere foglie e provare traiettorie. Solo che, fumantino com’era, si adombrava ai suoi cali di forma e allora diventava intrattabile e l’aspetto ricreativo mutava in competizione dura e pura. Esigeva l’arbitro e imponeva di misurare punti che lo vedevano perdente di mezzo metro e più. Non accettava la valutazione a occhio e metteva in atto una persistente strategia psicologica per innervosire l’avversario e poi sbeffeggiarlo se la faceva franca.

    Ordinaria amministrazione 17 marzo
    Stipato lo scarso e sudato bottino nella tettoia, ci sedevamo sotto il caco a mangiare pane e fontina, o tilsiter. L’Avo si accasciava nella poltrona, accendeva il toscanello e sogghignava alle reprimende della sposa.
    Liberati dall’impegno, noi tornavamo alle selvatiche scoperte del mondo. Ava e Avo stavano là fino all’ora di cena, che era come la colazione perché consisteva in pane inzuppato nel caffellatte.

    La felicità 22 marzo
    Decidere di rubarla all’oblio, riuscirci e metterci in giro fino a quando non ci avranno fermati. Il Meo, la Gigi, io, più il Frank alla guida, che lui è sempre bizzarro con le marce e gli spaventi da procurare ai pedoni. Si tratta della Rolls di Lennon, portarla a una nuova vita circolatoria è stato facile: il Meo e la Gigi dietro l’angolo, io a tenere aperto il portone, il Frank ad avviarla e portarla fuori.

    Castigo 8 aprile
    Nell’angoscia del respiro mozzato, dal tramonto all’alba mi trafiggevo di miraggi che svanivano al tac del bilanciere. Non trovavo requie, quella vecchia avida meritava di morire. La collana di mia madre era andata perduta nelle sue mani grinzose, in cambio di denaro d’usura. Soldi non ne avevo più, gli ultimi li avevo spesi per il vino nell’osteria di Via Cancelleria, quella stessa notte.

    Icaro 9 aprile
    Fece il giro delle carraie e delle piazze, convocando spettatori della sua generazione. Si assieparono ilari, pronti a vederlo spiaccicarsi. Salì le scale fino al trespolo, una studiata esibizione di sé e dell’apparecchio: l’ombrellone della Lemonsoda al quale stavano attaccati, sopra, quattro ombrelli “direzionali” neri e, sotto, una gerla senza il fondo a far da imbragatura.

    Chi sei tu? 19 aprile
    Io sono io. Chi sei tu? Un censore, un moralista o un ilare, gaudente o ascetico? Tu chi sei, che mi dici cosa non devo fare io, che non vuoi che io faccia. Chi sei? Un morigerato, un inane o un fustigatore? Un equilibrato equilibrista?

    Confine 10 maggio
    Sei il solo che può farcela, mi ha detto il papà, mentre la mamma piangeva sulla panca di luna in legno. Mi ha caricato la cadola sulle spalle e sul momento le ginocchia non parevano reggere il carico, e invece sì. Mi sono voltato quando ero già su di un bel po’, dove i larici sono pochi. La mamma sulla panca era un puntino appena più minuscolo del papà in piedi. Non ho potuto più guardarli. Un po’ dopo ho sentito due spari e anche se sono piccolo ho capito. Meglio andare, devo farcela anche se sono solo, come ha detto papà.

    Il maggio 23 maggio
    Credo di aver trascurato la Maddalena e il Meo. Cioè, ero lì con loro, ma rintanato dentro il mio cuore, che non è una cosa districabile. Arrivò anche il Gas con Anna, riapparsa da chissà quale oblìo, e ci incamminammo a piedi nel vecchio quartiere del paese, quello dove ogni pietra parla a me ancora oggi. Un mondo a parte, dice il Gas. Lui viene dalla città ma ha un’anima contadina come la mia. Anche la Maddalena ce l’ha, il Meo invece è più edile e si diletta a contundere piante con il martello di gomma dell’Agricola. Anna non so.

    La banca 25 maggio
    Il momento è arrivato e i quattro ripassano il piano per l’ultima di mille volte. Pianta della zona, percorso, tempi, vie di fuga e compiti. Il Frank in auto, il Meo a far da palo, il Gene e il Gas a irrompere.

    Amragordi 2 giugno
    Non era stata bene, la nonna, forse una bronchite a minarle la già sghemba camminata.  Appena ripresasi, dall’ombra del frassino annunciò a mia madre che sarebbe andata al ricovero, che di pesare sugli altri non aveva intenzione. E col tono che usava verso il nonno quando gli ordinava di levare il fiasco dal tavolo, senza replica.

    Europei 14 giugno
    Avevamo appena mangiato le costine, di idee non ne venivano e la Maddalena era stanca dei nostri discorsi sul coyote e la Verzaschina, quindi col Meo andammo a San Carlo per una birretta, liberando l’aria. Senza cercarla, l’idea si palesò da sola, con l’invitante schermo sotto la tendina di fronte all’osteria.

    1971 29 giugno
    E invece il nonno Delfino è un mite, invece che la nonna s’intende, che lei comanda a bacchetta tutti quanti e stravede solo per me, come già detto l’altra volta.
    Il nonno la accondiscende, le prepara la legna, le porta la spesa, le chiede se ha tutto e alla brusca risposta (“Van, van e fat più vidéi”) saluta gentilmente e va in Guèr con le sue pecore.

    Tenere botta 12 luglio
    Il Cicio al banco a cercare di capire il disegno di un armadio che il Serghei gli spiega standogli di fianco. Io a lato del Cicio. Tre figure allineate nello spazio di un metro. Fa caldo. Tra le abitudini brusche del cerbero c’è lo spingere via l’assistente con un’insistita pressione del gomito, per fastidio e ricerca di spazio. Quel giorno, il Cicio, gioca una carta a sorpresa.

    Fieno 21 luglio
    Una figura epica, non ci sono discussioni: nella tristezza di un 2016 pieno di coglioni che muoiono, ammazzano, corrompono, pregano, rubano, violentano, tassano, reprimono, cianciano, mentono e ridono per nullità, il Rinaldo che vince l’ingombro del suo carico scendendo il sentiero è rivoluzionario.

    Achei ribelli 3 agosto
    Oggi, come sempre in estate, la mamma mi ha intimato di aspettare due ore prima di buttarmi nel riale, che “at vegn póu ‘na congesctión”. Anche quella del Nandel gli ha detto la stessa cosa. Allora, ubbidienti, abbiamo preso il sentiero per andare su in Chér, che c’era il Renatin a far fieno, secondo fonti sicure.

    Crossroads 12 agosto 2016
    E adesso che precipita questo vento, come si fa a dire ancora che tutto va bene? Non va bene niente. A questo crocevia che inchioda i passi, non sappiamo dove andare, cosa scegliere, quale di queste quattro braccia spalancate è un abbraccio e quale una morsa. Ci fosse almeno il diavolo a cui vendere l’anima. Mi volgo a Raissa, l’usignolo biondo con cui mi accompagno, la vedo stanca e disorientata.

    Rosselli e la banda 20 agosto
    Quando il dottore disse al Renato, alle prese con alcuni acciacchi, che era giunto il tempo di bere più acqua che vino, l’altro comprese e annunciò che allora gli sarebbe toccato berne sei litri al giorno, di quell’acqua. E così fece, forse.

    La conquista di Agarizio 25 agosto
    Aurora dita rosate aveva ceduto il passo alla gloria del sole. Con gli otri quasi vuoti, Adelmo e Maddalena giunsero al Bagno, ultimo pozzo prima dell’erta verso il Passo dei Profeti, cosiddetto per la leggenda di una falange intera precipitata di sotto nonostante l’avviso dei tre saggi, che in quel terribile posto vivevano di spirito e preghiere per i naviganti dispersi.

    Il Pratico 14 settembre
    Forgiato su solide basi, il Pratico condusse un’infanzia a picco sui lavori dei padri per poi mettersi in proprio e scardinare territori con pietre e legna. Nel fulgore della maturità, realizzò denaro con la forza inarrestabile delle sue mani e con il  calcolato funzionamento del raziocinio. In poche parole: costruì, demolì, ricostruì e riempì di denaro la sua vita operosissima.

    Tom Joad 24 settembre
    La strada è viva stanotte, ma si ferma poco oltre le piante, contro il muro alzato dai nostri.  Guardo giù e nella luce dei falò, agitati dal fantasma di Tom Joad, moltitudini tengono in mano il biglietto di sola andata, con la speranza tenue di un rosario. La loro corsa si chiude qui, nei centri di raccolta, che li rivomitano indietro. Un rimpiattino con la vita, degli altri.

    Aiuto! 4 ottobre
    Quando mi tocca dire a mia figlia, al mio amore, a mia sorella, agli amici che non riconosco più la mia terra, provo dolore. Non dispiacere: dolore. Sento che sto tradendo la granitica e seria fiducia di mio padre, che sconvolgo la malinconia di mia madre. Eppure è così, l’innocenza è persa, come perdere una partita giocata bene e con lealtà per un gol in fuorigioco.

    La morte di Uli 14 ottobre
    Vardal ilé l’Uli, che par l’ultim viagg l’è catò foro el trator. “Ao ch’l’è c’am toco nee?”. Ig rascponn gnisun e aloro u invii el tratorocchio con la manovelecio inrusgiurente. I tusiss tui dui, dal fum. L’Uli u salta su in canottiera, coi banderett dala Parisien piantei sol sctomich, ‘me om tor.

    Il Piccolo 21 ottobre
    Questo asino che la madre non voleva si chiama Piccolo. Lo chiamo da su, in cima al prato,  e lui scorrazza scalciando fino a quando giunge e mi spinge con il suo testone punk. Gli prendo il muso sottobraccio e andiamo in giro per il prato come una coppietta. Chiaro che si aspetta un taralluccio o una carota, eppure pazienta. La madre guarda da lontano questo figliolo prima reietto e poi accolto dopo che il Rinaldo aveva ritenuto il fatto inammissibile e li aveva costretti a una convivenza forzata.

    Cuori a Montisola 22 ottobre
    Il momento di aggiungere altri sentimenti arrivò un giorno di maggio. Con la Vespa  revisionata, i Giorgi partirono verso est. Questa cosa dei Giorgi la spiego una volta per tutte, che tra sorrisini e sorrisoni uno ne ha abbastanza: mia nonna si chiamava Georgette, io mi chiamo Giorgio e quindi, ditemi voi se non ho ragione, mia figlia è Giorgia.

    In sella 8 novembre
    Solange andava al lavoro in bicicletta, con tutti i tempi. Pedalava lungo l’argine del Ticino in orari vuoti di bambini e cani; oltre la campagna lo stradone risuonava di ferraglia e olezzava di benzina, incolonnati i pendolari, stanche le autoradio, assonnati gli occhi. Solange invece s’inumidiva il volto di rugiada e si librava nelle idee.

    Noia 30 novembre
    E tutto a un colpo, torcersi dal male, non concludere la cena, salire in auto e reclinare il sedile, arrivare a casa piegato come dal vento, stendersi sul divano e infine decidersi che è abbastanza. Poi vertigini d’anestesia, discorsi notturni nell’insonnia ottusa dalla morfina, autoironie, niente fame e poi invece fame e un brodino.

    Fili 5 dicembre 2016
    I panni stesi da un balcone all’altro incombevano come fantasmi diurni, lasciando che dietro gli scuri ombreggiassero i supplizi e il dolo. Nei pomeriggi diafani volteggiavano rondini spensierate e la prateria fischiava di maestrale. Nella stanza al terzo piano della casa rossa, Silente riposava gli occhi al buio, nell’inamovibile pensiero delle mani di Fulgencio sui suoi fianchi, appena prima dell’irreparabile.

    Bravi! 9 dicembre 2016
    Sotto il pino…
    Sì?
    Sotto il pino…
    Sotto il pino cosa, zio?
    Sotto il pino c’è il Rinaldo che suona il trombone!

    Nera 16 dicembre 2016
    L’acqua è furba, dice il Bau sollevando una pioda del tetto. Ci infila una scaglia e spiega che così si devia il corso misterioso delle sue gocce. L’acqua la incanali come la vita, la argini, la sotterri, la devii, la opprimi; poi, quello che nei giorni di sole è un rivolo, nella tempesta reagisce svellendo tutto ciò che si oppone. E più è opposizione, più è travolgimento. La furbizia dell’acqua si dissimula in mille maschere e cela catastrofe. Nella lista dei suoi travestimenti c’è la Nera, che venne di notte perché chiara e visibile non voleva essere.

    Hard Rain 19 dicembre 2016
    Cosa hai visto coi tuoi occhi azzurri?
    Uomini senza braccia
    che stringono donne
    spezzate
    con figli in grembo

    Ferraglia 23 dicembre
    Sibilavano proiettili e cadevano bombe. Un tornado di ferraglia rovente che sventrava palazzi e case e che una volta raffreddato uscivamo a spulciare, in quel momento di nulla che segue la ferocia della battaglia. Anche quella era una contesa in bilico tra furore e pazzia, addensata attorno alla confusione su chi spara a chi e chi bombarda a cosa.

    I sette samurai 31 dicembre
    In trenta minuti senza conto alla rovescia, chi stava ancora nel 2016 e chi già gustava il 2017 fu polverizzato. Da otto miliardi, l’umanità fu ridotta a trecentomila unità, sparse ovunque e senza possibilità di organizzare una resistenza seria, senza nemmeno armi efficaci.

    E ora che l’orizzonte non dà segni? Come e dove andare? Perché? Ricominciare un diario come se fosse un’altra vita, o la vita di un altro… potevi darmi un compito meno improbo, regina.

     

    gene

     

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