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  • Insulti all’arbitro

    rosso
    Studiato l’elenco con ponderazione da amaca notturna, il Netalin si era presentato in campo con le idee chiarissime: insultare l’arbitro con epiteti incodificati. Anzi, con uno solo, da tirar fuori al momento buono come l’asso di picche, con lo scopo di irridere e però farla franca. La Federazione, in un impeto di linguistica littoria, aveva diramato la lista delle cose indicibili a un arbitro, con le relative punizioni da una a cinque giornate di squalifica e oltre. Il Netalin aveva scoperto la cosa leggendo il Ravani, che a sua volta s’era impossessato del documento in qualità di infiltrato nel club ricco della città e poi l’aveva pubblicato sulla Gazzetta del Caffè, settimanale al quale lavorava scrivendo di pulsioni femminili, classifiche dei pelati con additivi, indagini sui cappelli di paglia e amenità pruriginose.
    Il Netalin, cinquantenne ala destra col sette sulle spalle in memoria dell’irregolare Meroni (quello della gallina al guinzaglio), aveva dunque scoperto alcune falle nella lista e ci aveva ragionato assai per non sprecare l’invettiva con qualche banalità. Tra formalità come Pistola o Cafone (1 giornata di squalifica), c’erano gli interessanti Picio e Culatone (2 e rispettivamente 3 giornate), gli spiazzanti Cotolengo e Talpa (2 e 1), alcune espressioni pescate chissà dove, tipo Va a cà tua (1) e perfino cose dialettali desuete come Ciful (2) o Tambur (2). Punito persino un Arbitro sii onesto (2), imperativo che fin lì era stato considerato come forma educativa di un certo livello.
    La partita contava un cazzo, roba amatoriale e senza classifica, ma si sa che la follia alberga nelle menti dei calciatori, i quali credono di rifare il mondo a pedate, anche coi menischi a brandelli. Il Netalin era il perfetto esempio della non-rassegnazione alla quiescenza, ma quella sera lì più del risultato gli interessava sfidare l’Editto.
    Per mettere in atto il piano come si deve, non degnò l’arbitro di uno sguardo: non voleva nemmeno sapere chi fosse per non farsi condizionare da qualche pietismo.
    Verso la fine, quando il tempo cominciava a stringere, si buttò in area senza vergogna simulando un abbattimento. L’arbitro non abboccò. E per fortuna, pensò il Netalin, che fu ammonito per gioco antisportivo. Gli salì alle labbra come evangelica la parola che aveva ricercato per una notte intera, e la disse con calma al Signor Arbitro, sempre senza guardarlo.
    – Lifroch!
    Con sua grande sorpresa, fu espulso.
    Il Netalin protestò per il fatto incontrovertibile che il titolo non apparisse sulla lista, ma vedendo in faccia l’arbitro per la prima volta capì di essere Fottuto (quante giornate, ndr?).
    – Mi hai insultato mille volte in quel modo, papà. Fuori!
    Gli errori dei padri ricadono su loro stessi, Minchia (1 giornata).

    gene

    Postilla
    Torleri e Raminò dala buzu sono in lista d’attesa.
    g.

  • Cronaca dal carcere

    Poca erba e tanta polvere, il campo, racchiuso per i quattro lati da un porticato, è una specie di aia incastrata tra il cemento. Potrebbe essere una qualsiasi periferia metropolitana. Solo che sopra il perimetro c’è il filo spinato, con quattro palloni infilzati come uccelli nelle reti. In mezzo al campo, nella parte spelacchiata, dentro un avvallamento da consunzione, un tombino di cemento a quattro dita sopra la terra, pronto a spaccare piedi e mani. Nessuno gioca, non è ora. Il cielo di un giorno tormentato da minacce d’acqua, con il sole prigioniero, illividisce le mura striate di muffa. La costruzione sembra una di quelle squallide degli anni Sessanta (’68, precisa un custode, e la data fa sorridere amaro). Ben tenuta, come si tiene una caserma, o una mummia. O il penitenziario di stato, meglio noto come “la Stampa”.prigioniero
    Siamo qui per una chiacchierata di sport, invitati da un amico che offre ai carcerati corsi d’arte, lingue, attività manuali e scolastiche. Dopo una visita ai laboratori di legatoria e falegnameria, alla chiesa e alla libreria, entriamo nella sala conferenze, che consiste in un locale angusto di cinque metri per dieci, con le sedie compresse per il poco posto. Vetro-cemento, velato da tendoni quando parte il video sul calcio. Poi, Gabriele parla del suo Bellinzona, di etica e di spirito, di stadio e strategie, di traguardi e sogni. Il pubblico, una trentina di detenuti, è attento e pulsante. Domande, risate, polemiche, applausi: un momento da bar sport interclassista, con avventori forse più competenti della media (e dei media).
    Dentro la saletta fa un caldo boia, anche per la potente energia che emana da questi umani reclusi. Si suda, come a un campo d’allenamento, anche se è allenamento alla diversità. Neri, bianchi, giovani, nessuno veramente vecchio, idiomi miscelati. Violenti, ladri, assassini, ma ancora e sempre uomini, che sembrano partecipanti a una qualsiasi conferenza e che invece sono prigionieri, da poco o da tanto e per chissà quanto. Questa condizione si avverte come l’aria di una grande cascata, c’è un voler divorare tutto quanto viene dal mondo esterno, per saziarsi, per trattenerlo in sé, per conoscere, per avere notizie, per sentirsi vivi, per sfuggire. Poche volte, in molte delle conferenze sentite nel mondo fuori, alcune noiosissime, con pubblico apatico e relatori inadeguati, si avverte una tale tensione vitale.
    Siamo contratti ma aperti, per lo sforzo di tenere strette, e nel contempo respingere, emozioni appuntite come spade.
    Poi, fuori dalla saletta, con gli uomini che sembrano tornare bambini grazie al cappellino dell’ACB, di nuovo il campo, senza sedas metri, con la sua polvere e i suoi palloni crocifissi lassù in alto, nel reticolato appuntito. Due parole fugaci con un paio di loro, mentre giriamo attorno al campo prima di uscire. Immaginiamo ladri e assassini con maglie raffazzonate, che schivano il tombino maledetto, che tirano e zac: il pallone inchiodato là in alto, come loro lì dentro. Non mi sembra giusto, né per il pallone, né per i ladri e gli assassini.
    Con Gabriele visibilmente scosso e il nostro amico che ci guida, giriamo quasi silenti per androni sbarrati e celle che sembrano camere e non lo sono veramente, ci fermiamo nel camminatoio scarno e deserto destinato a donne e minori, con il cielo rigato da sbarre. La gola si annoda alla vista della piccola aula scolastica, con tanto di lavagna e gessetti, immaginando bambini già disillusi che cercano di rimanere aggrappati al sapere; o quando si scorge la stanzetta dove le famiglie dei carcerati si ritrovano per un momento di visita e intimità.
    Prendiamo il caffè con alcune guardie, forse prigioniere anche loro.
    Ci lasciamo sul piazzale, fuori, nell’aria che torna a bruciare nei polmoni, abbracciandoci con gli occhi. Torno a casa in moto, sotto l’acquazzone, ed è un vano lavarsi di dosso la compassione e il malessere rabbioso, verso prigionieri e prigione. A sera inoltrata, in altro luogo, immagino ancora il tombino e le vite richiuse e penso che è tutto sbagliato, che non diventeranno uomini migliori fracassandosi dita e infilzando palloni per chissà quanti anni ancora. Non diventeremo migliori neanche noi.

    gene

    Postilla
    Da fuori non si conosce il dentro; da dentro non si dimentica il fuori.
    g.

  • Testemenn

    Neuquén, Argentina
    Capire è un inizio. Per me, la foto di una processione tutta vestita di scuro, se non nero. Solo una bambina bionda di quattro anni con la gonna rossa, le calze gialle e la camicetta bianca, risalta tra le immaginate preghiere e il solido sole di maggio. Il Pà mi fece vedere quella fotografia una sera che pioveva. Avevo sei o sette anni.
    – Erano le prove per il suo funerale, ma non si poteva immaginare. Tua sorella, nata prima di te, prima di tutto, è morta quell’agosto. Prima. Presto.
    Poi è morto anche lui, come capita a tutti e invece non dovrebbe.
    Tra due generazioni, i miei di prima e i miei di adesso, ci sto io, sballottato e senza terra, ma non sto recriminando perché so che fa parte della salvezza. È però chiaro che mi tocca rifondare ogni giorno, per non presentarmi al gran finale a mani vuote e cuore inaridito.
    Oggi, e per oggi intendo proprio questo venerdì di gennaio, che la mia coscienza è più dilatata da una sorpresa che non necessita il disvelo, sono pronto alla stesura del decalogo, che rivolgo a me stesso, ma come parlando ad altri.paine-2

    Ama quanto puoi
    Dissenti tutte le volte che senti
    Ascolta gli altri, non tutti
    Regala senza chiedere
    Non possedere, neanche il pane che mangi
    Lascia segni sul cammino, per la gioia, per farti trovare
    Stai dalla parte giusta e resta povero e generoso
    Spendi un ricordo al giorno
    Immagina un pezzo di giustizia alla volta
    Continua ad amare

    Non vado e non andrò in nessun camposanto. Come ogni luogo recintato, mi mette tristezza e rabbia. Nessuno ci dovrebbe finire mai, è una piccola riserva rispettata e scialba, come un’aula di tribunale. Voglio disperdere me stesso, quando sarà l’ora, e travalicare steccati e confini, che non si possa dire “quel coglione morto, adesso sta qua per sempre”. Per sempre non bisognerebbe stare da nessuna parte, tra l’altro, e anche il giusto dalla cui parte stare va messo nel conto delle cose che cambiano.
    Intanto però sono ancora qua, a dire ogni giorno. Le cose che mi bastano sono in aumento, ma meno imperative e necessarie. Le cose che mi servono cadono a una a una, in rovinosa ritirata, ma alcune restano urgenti e forse introvabili. Mi serve un’idea, un’immaginazione, un’utopia, cose femminili come la guerra, guarda un po’ che contraddizione. Forse.
    Mi basta, mi serve, stare qua adesso. Devo dire ancora una cosa e devo farlo ora, non posso correre il rischio di essere sorpreso dalla morte con il fiato a metà. La cosa è questa: in quel loculo del cimitero dove si quietano gli altri non voglio finire, non si sentono cicale e nemmeno i silenzi.
    Quindi, cospargetemi di vento e rugiada, tenete sul comodino qualche mia parola, mettete su canzoni e poi amatemi come non avreste mai immaginato, o come vi avrei amato io se fossi stato capace di stendere il decalogo in anticipo sulla mia disattenzione. O sulla vostra.
    In fede,
    Osvaldo Soriano

    gene

    Postilla
    L’é miou finii ala Gére ‘me ’m bòt
    che posèe in do n’a musuru da fèr
    g.

     

  • Corvi

    corvo

    La fedeltà e l’amore distrutti in quel corpo nero e lucente appeso alla porta. Giustiziata per aver portato via quattro noci da un cestello in vimini, la compagna della mia vita aveva il capo reclinato e le ali arruffate dal vento a cui stava esposta, come monito crudele per altri che avessero voluto cibarsi a quella maledetta fattoria. Il contadino lo vidi da lontano che, dopo averle sparato, l’aveva raccolta ferita ma ancora viva, che si dibatteva tra quelle mani. Il figlio del contadino l’aveva premuta contro l’uscio mentre il padre le aveva piantato due chiodi nelle ali aperte. La lasciarono lì e attesero la sua morte.
    Stavo sul ramo della quercia, senza lacrime, che i corvi non piangono mai, impotente. La mia compagna, con la quale avevamo volato in tutti i cieli e che mi aveva regalato nidiate… Fedeli a noi stessi come l’etica della nostra razza esigeva e come il nostro amore imponeva… Con lei ripopolammo boschi nel trasporto di semi, il nostro cibo che ogni tanto perdevamo e che contribuiva al ciclo della natura, mentre il contadino inaridiva terre con la sua fissazione per il grano.
    L’esecuzione avvenne di mattina, dopo che la mia compagna era caduta nella trappola di quei quattro gherigli. Passai un lungo tempo con gli artigli conficcati nel ramo e la pena conficcata nel cuore. Tornai stordito al nido, ormai vuoto, chiamai i due figli più grandi e tornammo sulla quercia di fronte alla fattoria. La mia compagna era ancora là, cibo per orrende mosche. Di fianco alla porta, stesi sulla panca, il contadino e suo figlio dormivano al sole del pomeriggio. Ci alzammo in volo e poi scendemmo sui loro visi.  Prima che capissero, artigliati i visi perversi, cavammo loro gli occhi, lasciandoli alle loro urla. La mia compagna sembrò guardarmi da oltre la morte con occhi disperati.

    gene

    Postilla
    La gente spesso parla di crudeltà “bestiale” dell’uomo, ma questo è terribilmente ingiusto e offensivo per le bestie: un animale non potrebbe mai essere crudele quanto un uomo, crudele in maniera così artistica e creativa.
    Fëdor Dostoevskij

  • Scrivo

    Nelle notti insonni, la caccia all’idea non funziona quasi mai, è tutto o troppo meccanico oscrittore troppo indolente. Quando, per sfinimento, il sonno avvinghia, ecco immagini portentose corredate da frasi e dialoghi che vanno per i fatti loro e non li raggiungi mai più. Non annoto, non ce la faccio a sgusciare dalle coltri, e nel mattino restano solo scheletri immobili e muti. Così, nello scorrere del giorno e nel travolgimento dell’impellenza, scrivo partendo da zero e sperando in una corrente misteriosa che dal foglio sappia trasportare in superficie parole e frasi. Se succede, e non è detto, oltre alla possibilità che il risultato sia deludente c’è che non sento la padronanza di ciò che ho scritto, come se fosse successo in una svogliata trance. Immeritevole, ma se è l’unica possibilità, allora tanto vale coglierla. Non posso fare altro, scrivere è una necessità e se resto tre giorni senza farlo piombo nell’inedia, dove le idee e le intuizioni disseccano peggio dell’orto abbandonato.
    Non per lamentarmi, ma davvero, immaginare è una fatica, molto più schiacciante del fare che tanto impera e giustifica frasi assurde come “prima di tutto bisogna fare, poi parlare”. Ma già… Ma quando mai. D’accordo che sono le azioni a rappresentarci, ma se non sono pensate si tratta solo di impulsi, vagamente funzionali e spesso pericolosi.
    Voglio dire: un’opera è nulla senza un concetto o una formazione. Un’azione è cieca senza un’idea. Non li vedete i coglioni che fanno e fanno e poi crolla tutto? Che montano strutture senza neanche sapere quando smettere? Che si affollano in massa anche se non c’è nulla da studiare? Che indagano senza motivo?
    Per non essere così ordinario, mi metto sotto appena ho un barlume, come adesso dopo una serie di ragionamenti birrosi, arrabbiato per le incomprensioni da bancone del bar. Mi pare che ci siano argomenti per buttar giù una bella storia, con tutti i crismi della pianificazione al servizio del mestiere. Invece, non viene niente. Ne sono sollevato. Stolido, prendo il treno, che almeno lui sa dove va e sembra pensare per me. Poi aspetto la notte che affonda col lapis in mano e la pagina immacolata.

    gene

    Postilla
    Ho scritto questo racconto più lungo del solito, semplicemente perché non ho avuto il tempo per farlo più corto.
    Blaise Pascal

  • Diluvio

    La pioggia cominciò a cadere la notte di un venerdì e l’indomani già si era indurita a grandine. Buonanotte alla vigna e ai cofani delle auto, giù al piano. Ma per noi, accasati per diletto all’alpe Gariss, nella valle di Preonzo, a quasi 1500 metri, erano problemi irrilevanti e contavamo solo i fulmini e i riali schiumanti sbucati dal nulla. I larici si piegavano indomiti, i rododendri apparivano a macchie dalla nebbia scura. Oltre i vetri delle piccole finestre della cascina, righe come da un televisore degli anni Cinquanta, sul tetto le lamiere mitragliate da milioni di gocce incazzate. L’elicottero non sarebbe mai partito verso quassù, noi non potevamo tornare laggiù. Aspettammo, pescando vivande dallo scatolone in cartone, quello con disegnate le mele verdi che il Comune vendeva a prezzo modico, reminiscenza di tempi malaugurati. Il fuoco, la birra e l’acqua corrente in cascina: si poteva resistere senza penare. Senza uscire a navigare.
    Uno squarcio di sole a metà del sabato non annunciò la resa, come pensato, ma solo una tregua umida per nuvole che si ricaricavano come bisacce inzuppate.
    – Nem da denn – disse il Dani, birra in mano e mente sgombra.
    Mentre il Denco calava il settebello a mannaia, un tuono scosse i bicchieri e le orecchie come l’urlo del gol dalla curva dell’Ambrì. Il Cicio buttò un ceppo nel focolare già incandescente.
    – Am paar apene cal – ironizzò il Dani mescolando il mazzo, mentre la trave del camino cominciava a fumare, attizzata dalle immense braci. Piovvero secchiate precipitose fino allo spegnimento. In mezzo a fumo fradicio e caligine appiccicosa, ci mettemmo ore a risanare l’ambiente. Poi pescammo dalla scatola.
    E passò così anche il sabato, con una notte di canti e lampi nella quale non chiusero occhio nemmeno i camosci, figurarsi noi quattro che dovevamo assimilare la tregenda come se fosse nostra invenzione.
    All’alba, la montagna era una muraglia di granito brillante, come ad averci passato una mano di copale. L’acqua aveva invaso la conca ai piedi della cascina, si potevano immaginare balene, e forse la Norvegia si era formata proprio così.
    – Se a rueress el pulmann di svedìis… – osservò il Dani, restando in Scandinavia.
    Il pulmann delle svedesi, intese come femmine, era un classico dell’immaginazione montana, ripetuto ogni volta che si stava più di un giorno in quegli anfratti. Le sognavamo, quelle Sirene, in discesa dalla Bocchetta dei Frati, bionde e seminude, certamente bendisposte. Ma oltre non si andava poiché sprovvisti di adeguate tattiche per eventualissimi corteggiamenti. Noi che in quattro facevamo si e no settant’anni e le sole carni che gustavamo erano la nostra e l’arrosto della mamma.
    Sul mezzogiorno della domenica, il diluvio era all’apice, da non osare nemmeno aprire la svedesiporta. Anche il pulmann delle svedesi era certamente arenato in qualche baia verso la valle di Monte Carasso. Disturbatissima, la radio trasmetteva la messa, che ascoltavamo giusto per contestare in modo fiero le scemenze del pretaccio che officiava. All’eucaristia, noi divorammo il risotto con fiasco di vino a latere; al segno della pace, ci scambiammo qualche rutto. Poi la radio, dopo un Grack! finale, si ridusse a un sommesso mugolìo di onde extraterrestri.
    – I gnirà peu a tem, o prim o dopo – fece il Cicio pregustando graditi ritardi sulla tabella di marcia settimanale, lui che vedeva il lunedì con grande ostilità.
    Non venne nessuno la domenica, e neanche il lunedì, sebbene avesse spiovuto. Dal cartone delle mele, il Denco tirò fuori un salame da finire, che la tradizione di non portare indietro niente andava onorata. In effetti, restava poco.
    Il martedì, l’acqua si era ritirata e partimmo nel pomeriggio. Potevamo far senza dell’elicottero e di tutti quelli che non pensavano a noi poveri profughi. Una discesa nell’Ade tra faggi anneriti dai fulmini e sentieri come canali. Il ponte di Ripiano era crollato e dovemmo aggirare la valle, oltre frane scivolose e sotto detriti sovrastanti pronti a rovinare sulla spinta dell’accecato Polifemo (alla tele impazzava l’Odissea, quella con Bekim Femiuh, e contagiava).
    Ma infine arrivammo al piano, o a Itaca, zuppi e sbrecciati, sporchi come il secchio del pastone per i maiali. Mettemmo su un’aria da scampati eroi, ma il primo che incontrammo, il Minio, ci chiese se i nostri stavano tutti bene, altro che compatirci.
    Salutati gli altri tre sciagurati, costeggiai guardingo i vigneti e non mi parvero in salute, con le foglie tritate come il prezzemolo e i grappoli verdastri sparpagliati a terra. A dieci metri dalla porta di casa, mia madre mi intimò di togliere stracci e scarponi prima di metter piede dentro la reggia. Non mi chiese se ero vivo e nemmeno se erano vivi gli altri.
    Il concetto di vacanza non era ancora stato elaborato bene nel club rurale e pure mio padre, che aveva esposto un’offesa reprimenda sul ritardo di due giorni e sul fatto che lui li aveva passati a mettere in salvo le piante da frutta senza il mio aiuto, non fece domande sul mio stato di forma. E nelle case degli altri tre, stessa musica, garantito.
    Adesso sarebbero intervenute le associazioni dei genitori, mobilitate colonne di soccorso e allestiti staff psicoterapeutici, con avvisi alla radio al posto della messa e dirette quotidiane condite da “ancora nessuna traccia dei quattro giovani….”  o “continuano le ricerche…” e bla e bla e bla. E qualcuno avrebbe anche avuto il coraggio di farci su una storia.
    Ma a quel tempo del diluvio era diverso, senza allarmi e senza complimenti, niente baci o domande e arrangiarsi. Decisamente meglio. Ho sempre amato la pioggia.

    gene

    Postilla
    Non essere in collera con la pioggia; semplicemente non sa come cadere verso l’alto.
    Vladimir Nabokov

  • Oblio d’Atacama

    Non si ricorda da dove viene e come sia capitato lì, tra folate di vento che alzano sabbia tra le rocce. Forse ha battuto il capo. Si tocca la nuca, dove un pizzicorìo insiste, e trova sangue rappreso che gli si sfalda sulle dita. Prosegue in canaloni deserti, dove la sola flora sono arbusti rinsecchiti, radi e però vivi. Esce da quella valle sabbiosa e affronta la distesa. Cammina e dopo ore vede il profilo di un villaggio, ma rinuncia a credere che sia una atacamatraveggola solo quando tocca con le mani le mura della prima casa. Imbocca la strada polverosa e sotto il sole del mezzogiorno, arido e tiepido, incontra gente, finalmente. Parlano spagnolo, lo salutano cortesi e distratti. Nelle piazza ritagliata tra casupole di sasso con tetti di lamiera e terra sono esposte una ventina di teche. Dentro, essicati, conservati, mummificati, preservati, gli insetti di quel posto . Che è un deserto, questo lo ha capito. Non chiede il nome del luogo, ma solo un letto e un’eventuale comida. Indugia ancora a guardare una teca con dentro un ospite straniero, il ragno più velenoso del mondo, come cita la didascalia. Brasiliano, ma morto.
    Chiede una stanza alla Casa della Señora Marta e lì gli danno il benvenuto. Dove? A San Pedro. De Atacama. Ma pensa…
    Tra galline e polpette, mangia avido e beve mate. La figlia della Señora Marta lo guarda negli occhi e poi con dita minute gli arrotola la manica sinistra della camicia. All’altezza dell’incavo del gomito, un gonfiore duro senza segni. Sei stato morso, forse un ragno, gli dice. Da dove vieni? chiede poi. Lui non sa rispondere, ha in mente l’Europa, ma è lontana e in mezzo ci sono mari e monti, lo dice la geografia che ricorda senza capire come e quando sia finito lì.
    Sei guarito, oppure sei morto e resuscitato, annuncia la ragazza.
    Esce nella sera e sono dieci gradi sotto lo zero, gelo secco. Non ricorda morsi o svenimenti, cure o dimissioni. Rientra e va a dormire immemore con l’idea che gli sia cominciata una nuova vita, piuttosto felice.

    gene

    Postilla
    Talvolta conviene dimenticare anche chi sei.
    Publilio Siro

  • La piazza di Preonzo

    prons-pascquei

    La panchina sotto il platano a nord è diventata inospitale, ma lui si piazza là come Ippocrate, provando a guarirsi.
    È bello, il Climico: alto, moro, ossa lunghe e occhi profondi, passo breve da velocista. Nel momento in cui la gioventù gli portò in dote una pena d’amore, riprese fiducia stando ore in piazza, sotto il platano settentrionale, a scrutare tutte le corse del postale dal quale sarebbe scesa la Palmazia, il suo amore fuggito. Ne approfittava per studiare Platone e per leggere Dostoevskij; dalle profondità in cui lo sospingevano si sollevava da sé, soddisfatto.
    La piazza si chiama Pascquéi, l’originale di tutte le piazze che il Climico ha attraversato nella vita. Quando arriva a Siena, nella circolare Piazza del Campo dove risuonano zoccoli, ne prende le misure e paragona. Stessa cosa per Tienanmen o Bastiglia o mille altre. Belle, sì, ma Pascquéi è meglio.
    Già, perché Pascquéi l’ha rivoltata, da lei s’è fatto proteggere, l’ha piantonata in attese, ci si è sdraiato nel tepore delle estati, ha contato le foglie dei platani e sotto di loro ha baciato e preso due di picche, ha scartato compagni col pallone ai piedi, ha bevuto alla fontana, ha aspettato il Venturini e il Giro, l’ha circumnavigata sognando e cantando. Adesso gli sembra più piccola di un tempo, e così minuta gli scioglie il sangue nelle vene, mentre pensa ai funerali che l’hanno attraversata e all’ultimo viaggio di gente sua, molto sua.
    L’erba verde, la neve, il ghiaccio, la polvere. In Pascquéi si susseguono stagioni e climi e i Platani ne parlano, gridando di dolore alle potature e vociando alla gioia quando le enormi foglie prorompono. Il Climico pensa che l’idea di sistemare la strada che gira attorno a Pascquéi sia bellissima: via l’asfalto e giù selciato, che non è comodo per giocarci a calcio o per appoggiarci i tacchi, ma è quello che serve per far circolare la linfa e dare fiato alle radici.
    Il Climico è certo che, finito il lavoro, torneranno a sedersi sotto le fronde la zia Eni, il Pà, la Mam, la Gigi, la Doni, la Gisella, Au e Ava, el Coke, tutti i festanti da Prons e perfino lui bambino. Dal postale scenderà finalmente anche la Palmazia.

    gene

    Postilla
    Preonzo si appresta a diventare borghese, ma la sistemazione della piazza sarà un fiore a primavera. Anche se alcuni sono pronti con la falce.
    g.

  • Cavalli selvaggi

    clint

    Il mio cavallo è più veloce del tuo, disse il Fonso, guardando il Delmo con un certo sprezzo. Troppi western e nessuna idea di cosa fosse una controfigura portarono a quella sfida, in quel posto dove pascolavano mucche e qualche pecora, il massimo orizzonte animale a quattro zampe di cui disporre. Poi il Delmo comprò un cavallo di quindici anni, tanto per girare in campagna al passo senza cadere di sella e immaginare la Monumental Valley. Per emulazione, ne prese uno anche il Fonso, di età indefinita, e la prima volta lo dovettero spingere sulla groppa. Stavano in sella come due sacchi di merda.
    Con pazienza, sia l’uno sia l’altro presero però dimestichezza e tutti cominciarono  a fomentarli: beh, sì, sei bravo, ma non come l’altro. I due provarono il trotto e pareva già di volare. Notare che erano poi cavalli bretoni dalle gambe marmoree, adusi al carro e meno alla sella. Ma il Delmo e il Fonso si sentivano come cavalieri della Pampa (questa sconosciuta) e la voglia di superare l’altro nacque, come un rigagnolo che s’ingrossa. E giù a vantarsi di selle, briglie e postura, anche se a dire il vero parevano entrambi alle prese con spine di riccio nel culo. Arrivare alla sfida fu solo questione di tempo, neanche tanto e di certo troppo poco perché il Delmo e il Fonso sapessero governare davvero i destrieri. Un paio di settimane condite da sporadici galoppi di una trentina di metri sancirono il destino: siamo pronti. Il giorno che il Fonso buttò lì la fatidica frase, la tensione crebbe.
    Il mio cavallo è più veloce del tuo.
    Ah sì?
    Fu approntato un percorso in linea retta, senza ostacoli, della lunghezza di un miglio marino (pareva bella l’idea esotica, anche l’improvvisata giuria misurò a occhio dopo una lunga disputa se fossero milleduecento o duemilasettecento metri). Un bambino con la bandiera alla partenza (l’idea dello sparo fu considerata esagerata) e tutto il resto del paese all’arrivo, a fregarsi le mani per la certezza dello spasso. Il Delmo si presentò con un cappello di cartone, il Fonso con distinti guanti da muratore. Tutt’e due con foulard e spolverino, che facevano molto pistoleri.
    Il bambino abbassò la bandiera e all’hop di Delmo il cavallo non rispose e quando si decise a partire, il Fonso era già avanti di una pertica, dondolando a un trotto prudente ma deciso. Il Delmo spronò e al galoppo superò il rivale esponendo la lingua, che subito si morse per un contraccolpo. E mentre si torceva dal dolore, l’altro lo passò spianato e già pregustava la vittoria quando il suo cavallo si fermò a pascolare quella bella erba giovane. Quello del Delmo fece altrettanto ed era già sera quando stavano ancora là, a dar di calcagni e sparando esortazioni che i cavalli bretoni non capivano, preferendo il pascolo. Il pubblico in fondo rumoreggiava d’impazienza. I due balzarono di sella e nel boato della folla percorsero di corsa la distanza che mancava, calcolandola male, dato che dopo un po’ si dovettero fermare col fiatone e le mani sulle ginocchia. Stremati, tagliarono il traguardo appaiati e furono riportati in piazza sudati come formagelle al sole, sul carretto del Meme trainato da due asini indolenti.
    I cavalli furono venduti e col ricavato i due cavalleggeri si presero una stinca a Cà dal Geni, giurando di non guardare più un western fino alla fine dei loro giorni.

    gene

    Postilla
    Dopo avere ingoiato la povere di mezza Arizona, una buona sciacquata di gola è la benvenuta.
    Tex Willer

  • I Tizi Bruti

    fontanella

    Guardavamo le auto passare e noi, fermi, ai bordi dello stradone nella fissità torrida dell’estate. Il Nandel estrasse quel gioco dalla sua fucina, infiammata dalla mano tremante della noia. Acqua in bocca, nel senso stretto del termine,calzoni corti, sandali di plastica e sporadici cappellini della campari, raccattati da terra dopo il lancio della carovana del Tour, di solito figli di una disputa col Iumf, vecchio vitellone che arraffava tutto ciò che poteva e a noi toccavano fughe con la refurtiva. Cioccolatini squagliati, caramelle appiccicate alla carta, barrette cementate di Omaltina e, appunto, qualche cappellino. A volte, bandierine del Toblerone o simili, che facevano al caso del gioco che il Nandel aveva procreato con tanto di nome: I Tizi Bruti.
    Lo scopo era non ridere alla vista dei guidatori di auto che passavano, in momenti di traffico intenso, al ritmo di una ogni quarto d’ora. Mani dietro la schiena, guance gonfie d’acqua e avanti, ad attendere in quella maniera che, se solo uno si grattava le palle, ci si strozzava col riso. Ma era quella la sfida: tenere l’acqua in bocca sénse ingangorass, anche di fronte al transito del Zepri o del Demarchi, allucinati nella loro deriva automobilistica e propensi all’incidente per un nonnulla.
    In un pomeriggio di gelati sciolti, al passaggio di un Tizio Bruto e forestiero, il Nandel esplose e come un geyser spruzzò sul parabrezza del Tizio. Che stincò e balzò fuori, rincorrendoci per una decina di metri, giusto lo spazio per infilare la carèe da mezz e far perdere le tracce in quel territorio conosciuto solo a noi che erano gli intraducibili gàrof del paese vecchio.
    L’estate dopo ci mandarono in colonie separate, dove si doveva pregare prima di mangiare e la libertà era un peccato. Tizi Bruti, molti. Ma acqua in bocca nemmeno una goccia.
    Il Nandel mi ha chiamato l’altro ieri. “Col traffico di adesso ne facciamo una pelle”. Abbiamo provato, ma non faceva più ridere.

    gene

    Postilla
    Il gioco è un corpo a corpo con il destino.
    Anatole France