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  • La tentazione

    Ho ceduto a mille tentazioni e quella del demonio non è stata nemmeno la peggiore. Anzi, fogliemi ha aperto gli occhi sulle insidie, quelle che hanno camminato al mio fianco e che si sono mutate in tradimenti proprio quando pensavo fossero braccia nelle quali rifugiarmi e nascondere la fragilità. Mio padre, povero e deriso, intagliava tavoli e sedie con le quali faticava a mettere insieme il cibo per noi, famiglia numerosa e affamata. Quando cominciarono a commissionargli patiboli sottoforma di croci, come si usava allora per i reietti e i criminali, si rese schiavo del potere, ma in tavola c’erano sempre cibo e vino in grande quantità, al punto che parevano moltiplicazioni magiche.
    Cominciarono a odiare me, dopo che mio padre fu appeso a una delle sue stesse croci. Morì davanti ai miei occhi e per anni continuai il suo lavoro, sostituendolo nella caccia alla fame e al tradimento. Mia madre, china nelle sue preghiere, approvò muta il supplizio, questo come altri che precedettero. Poi vennero adepti, che mi addebitarono miracoli senza senso e a quel punto il potere mi diede la caccia nei deserti e sopra le acque. Senza sapere cosa stessi facendo, viaggiavo nella mia terra imprigionata, indugiando nei peccati della carne fino a quando amai una donna ripudiata. Con lei immaginavo una vita discosta, lontana da lì. Ma la torma di fedeli s’ingrossava e parlavano di me come “il figlio di Dio”. Quale dio, non sapevo e soprattutto non vedevo né volevo. Un dio con gli occhi chiusi sulle morti e le sopraffazioni? Un dio dei sacrifici e dei ricatti? Un dio che si beava delle mie vigliaccherie? La sola cosa che potevo era provare a non rispondere alla violenza con altra violenza, ma anche a me toccò impugnare coltelli per difendere la mia donna e la mia fame, per salvarla dal giudizio di chi in lei vedeva il degrado della castità.
    Un giorno arrivarono i soldati e i miei amici più cari mi tradirono più volte per salvarsi. Mi condannarono senza processo e mi appesero a una delle mie vecchie croci, forse la stessa sulla quale morì mio padre.
    Ora sono qui, i corvi aspettano la mia morte, la gente ride soddisfatta. Di me non resterà nulla e sarò consegnato ai demoni senza sapere cosa sarebbe stato se mi avessero indicato un’altra strada, se mio padre non mi avesse dato il dono avvelenato di costruire col legno la mia stessa fine. Domani festeggeranno costoro? Mi ricorderanno con odio? E della mia donna che ne sarà? E dei figli mai avuti?
    L’ultimo pensiero è che vi odio, tutti quanti, voi che avete ancora la vita mentre a me tocca l’oblio. Ero nato libero e sono morto schiavo. Da voi appeso, da voi schernito, da voi raccontato di padre in figlio, di questo ne sono certo, con una lunga sequenza di menzogne a calpestare la povera verità della mia storia. Mi chiamerete martire o salvatore, ma sulla croce mi avete lasciato solo, in nome di un Dio cattivo. Non posso che maledirvi per l’eternità, come estrema tentazione, l’ultima a cui cedere con la fermezza di una foglia.

    gene

    Postilla
    Se c’è un Dio, l’ateismo deve sembrargli un’ingiuria minore rispetto alla religione.
    Edmond de Goncourt

  • In témm

     

    Làgom ruèe apréu al murgarcia-lorca
    ao c’a gh’è amò el sóu
    da travèrs

    Làgom vardèe in la bóco
    dal sc-ciop lusénn
    c’u scpara paròll

    Chel che t’è vidù da nécc
    ca t’a scorentò iscì tan
    da voltèe vii?

    Com t’e facc a dèe sgiù
    e peu stèe su
    e véss chilé propi adess

    in témm dananz al sc-ciop?

     

    gene

     

    Postilla
    Lasciami arrivare appresso al muro / dove c’è ancora il sole /di traverso
    Lasciami guardare nella bocca / del fucile lucente / che spara parole
    Cosa hai visto di notte /  che ti ha scacciato così tanto / da girare l’angolo?
    Come hai fatto a cadere / e poi alzarti / ed essere qui proprio adesso
    in tempo davanti al fucile?

  • Altre catastrofi

    Maratona, 490 a.c.grecia
    Non morire, che altre catastrofi attendono, mi dice Sandro il persiano. Ma così mette un macigno sul mio procedere, impedendo parziali rese o ritirate. Però va bene, io quel macigno me lo porto ben bene sulle spalle e vado verso un qualche tipo di massacro con l’idea di tornare vivo. E ci torno, vivo, di sicuro, anche a costo di seppellire le mie eventuali mutilazioni sotto quel macigno. Sandro che, a leggerlo e sentirlo, di amputazioni ne ha subite, mi sorregge quell’estro che si chiama scrittura (o idea della scrittura). Lo fa dall’alto della sua conoscenza, anche se lo vedo gravato dal suo stesso sapere, che lo imbriglia e gli toglie l’aria. Eppure, anche lui attende e affronta catastrofi, passando tra il lazzaretto e la biblioteca, senza linimenti stabili, per estendere le sue poesie. Come un oplita, alza lo scudo e si protegge in attesa che passi la ferocia della battaglia. Quando mi dice di non morire, anch’io mi sento così, nel senso dell’oplita con scudo, e penso seriamente che non morirò mai, perché la morte è solo un tentativo di incantesimo che con la mossa giusta si spezza. Già successo, tra l’altro, di schivare la morte, almeno un paio di volte: una a Cnosso, per un fulmine, un’altra a cavallo scendendo dai Monti di Crono. Ora mi tocca questa cosa che non è pienamente nelle mie facoltà, ma appena mi daranno un appiglio mi ci aggrapperò con le dita e mi tirerò su. Ho ancora la forza, come spiega Francesco, e abito sempre qui da me, in questa strada che non sai mai se c’è, e al mondo sono andato e dal mondo son tornato sempre vivo. Se poi mi toccherà la revisione di alcune cose che mi sembrano certe, lo farò. Ma non morirò, e attenderò altre catastrofi, così come quando aspetto l’idea buona per contundere e contendere. E quindi non vi lascerò campo libero, cari nemici. Sono pronto. A presto.

    gene

    Postilla
    Niente è più emozionante nella vita che vedersi sparare addosso e non essere colpiti.
    Winston Churchill

  • Bravi!

    Sotto il pino… basso-tuba
    Sì?
    Sotto il pino…
    Sotto il pino cosa, zio?
    Sotto il pino c’è il Rinaldo che suona il trombone!

    Il pino consiste in due rami tagliati e appiccicati come spenta decorazione natalizia. E il Rinaldo sta suonando il basso tuba. Però, come la mette giù il Meo, è meglio, con un pino vero e il trombone, accrescitivo che rende l’idea della potenza che potrebbe essere e che certamente è nel cuore del mio impareggiabile amico.
    Col Meo ascoltiamo la banda, ma scommetto che lui, nella sua mente prodigiosa, ha trasformato un dettaglio posticcio in una cavalcata epica. Infatti, alla fine della suonata, salta in piedi e manifesta l’entusiasmo con una serie incontenibile di bravi!, che si girano tutti i disabituati alle espressioni di giubilo e passione.
    Il Rinaldo sorride proprio come quando abbatte un cinghiale. La Maddalena, invece, fa cenni di tenere calmo il Meo che la deconcentra. Ci provo. Impossibile.
    Non si può far altro che trascinarci al consumo di una birra, cosa che si esegue tra le sue proiezioni sul carnevale prossimo, venturo, interminabile.
    È fatto così, con le sue scadenze attese come mirra e i bisogni impellenti. Mi trasporta con sé nelle sue visioni, le condividiamo e quando la Maddalena ci raggiunge ci trova entrambi in una specie di infanzia imperitura, dove sotto al pino c’è il Rinaldo che suona il trombone e noi si anela a una güggen.

    gene

    Postilla
    Senza la musica per decorarlo, il tempo sarebbe solo una noiosa sequela di scadenze produttive e di date in cui pagare le bollette.
    Frank Zappa

  • Troppo breve, ci spiace

    Vedrete, un giorno, disse Amarancio a voce alta dentro la catapecchia di fango. Vituperato murodai giudizi sul suo mestiere, ancora pensava al riscatto, al muro perfetto che avrebbe occluso viste e ammutolito lingue dal tanto stupore. Il problema è che ormai non lo faceva lavorare più nessuno e hai voglia ad affannarti nel costruire esempi di ciò che sai fare. Amarancio si spellava le dita dall’alba al tramonto, ma nessuno comprava e tantomeno pagava. Gli tagliarono luce acqua e gas e rimase la casupola di fango, con l’acqua del torrente a mezzo chilometro e un focolare senza canna che faceva lacrimare allo spasimo. Nessuno chiamava, alcuni rispondevano che grazie no, non abbiamo bisogno, e si affidavano ad altri più governabili e prostrati.
    Amarancio si stufò di pillole di muri e si avviò in quello spicchio di deserto abbandonato come terra di nessuno, ne trasse le pietre, le ammonticchiò, le tagliò simmetricamente e diede il via alle operazioni. Con la malta che si seccava all’ardore del sole, in cinque mesi eresse un muro lungo dieci chilometri e alto cinque metri che divise il niente dal nulla e dal quale non passava nemmeno un raggio di luce.
    A opera finita, si appoggiò alla parte ombreggiata e attese.
    Arrivarono.
    Prima due, poi dieci, poi mille e avanti così. Finalmente, dissero, un’opera di una certa misura e non quei muretti insignificanti e ingiustificati. Amarancio sorrideva della loro stupida sorpresa di fronte a quell’opera tanto più inutile della sua mole stessa. Lo pagarono assai, come se la dimensione fosse la misura assoluta di un talento. Prese i soldi e li usò come rendita per riprendere i suoi muretti di pietre irregolari, utili solo a lui. Rifiutò commissioni e si godette fama e libertà, deridendo gli stolti che per uno sciocco muraglione nel deserto lo avevano eletto al rango di massimo artista.

    gene

    Postilla
    Come è difficile mettere in una frase soltanto la verità necessaria e nella misura che occorre!
    Joseph Joubert

  • Dipende

    A t’a gnit el balordon

    e te sa scondù dadré ala sceise

    ‘me ‘m talpin sot tere

    guersc e storn

    At tramorava i man

    veid e sgerei

    te sa setò s’om codon

    a rabutèe el fidigh

    L’é ruò ‘l Neli

    u t’a slongó ‘na boteglie

    solche ‘m truus

    e l’é pasò tut

    Te stac su smoort

    ma sense travachèe

    t’é camolò da frizi

    ‘me s’el Crot u brusasa

    gene

    Postilla
    È più facile appoggiarsi a un altro che stare in piedi da solo.
    Jack London

  • Fili

    fili-e-panni

    I panni stesi da un balcone all’altro incombevano come fantasmi diurni, lasciando che dietro gli scuri ombreggiassero i supplizi e il dolo. Nei pomeriggi diafani volteggiavano rondini spensierate e la prateria fischiava di maestrale. Nella stanza al terzo piano della casa rossa, Silente riposava gli occhi al buio, nell’inamovibile pensiero delle mani di Fulgencio sui suoi fianchi, appena prima dell’irreparabile. Il gesto di una volta sola e poi una corona di giorni e anni sopraffatta dal rimpianto, un rosario da sgranare senza pace, a interloquire con se stessa nelle voragini di una solitudine alla quale l’abbandono aveva conferito una fissità simile alla paralisi.

    Nella casa di fronte, più alta e dipinta di giallo, Ines s’inabissava nelle sue prostrazioni, faticando a salire le scale e infine sfiancata dagli amplessi che Fulgencio, suo marito, arrogava con imperio strappandole le vesti a ogni resistenza.

    La casa gialla e la casa rossa, immote nelle loro fondamenta, sembravano trattenute in quel posto solo dalla giunzione dei fili che correvano dai loro balconi. I panni stesi come irridenti bandiere. Sembrava che tranciando quei fili le due case sarebbero cadute di schiena nella prateria, riposando con le facciate al sole invece che misurare in piedi quei due dolori incomunicabili.

    Silente sapeva che Fulgencio non avrebbe mai lasciato la casa gialla e per questo digradava nella solitudine non scelta. Ines, invece, pensava alla solitudine come a una salvezza irraggiungibile. E ogni giorno stendevano i panni sui fili in comune, muto accordo di sopravvivenza, ritirando con esattezza le mutande asciutte e gli impossibili baratti che la gente non avrebbe commentato poiché in quel posto altra gente non c’era.

    Non si parlavano mai, avvinghiate nell’invidia per ciò che una aveva e l’altra no; Ines per la desiderata solitudine che pensava permeasse la casa rossa; Silente per la certezza della carne violata con piacere incontrastato quando Fulgencio saliva le scale della casa gialla. Nei pomeriggi con gli scuri chiusi, quando lui non lavorava, le reciproche angosce le stordivano e in quegli inferni maledivano le vicendevoli fortune, senza che le loro sfortune svanissero o venissero meno.

    Fulgencio morì nel campo di patate, con la bocca aperta piena di terra verminosa.

    Silente lo vide dagli scuri accostati della casa rossa e attese senza muoversi fino al giorno appresso, ascoltando il cuore che le gocciolava sui piedi.

    Ines si decise a cercarlo dopo una notte di pace inaspettata ma subito sospetta. Silente la guardò starsene immobile per lunghi minuti e poi scavare la fossa dopo aver strappato la zappa alle dita irrigidite di Fulgencio, rotolarci dentro il cadavere, riempirla con mani e piedi per poi tornare nella casa gialla, senza mettere nessuna croce. Per giorni e giorni ritirarono i panni come se non fosse cambiato niente, anche se a piangere nel ventre delle due case era solo una di loro.

    Poi il maestrale si fece insopportabile anche per le rondini e Silente decise.

    – L’ho amato.

    – Perché non l’hai detto?

    – Non mi voleva.

    – Avrei voluto io.

    Ammutolirono. Nel pezzo di strada tra la casa rossa e la casa gialla, il vento scompigliava i capelli alle due donne. Sopra di esse i panni stesi si asciugavano, dimenticati. I fili ancora trattenevano.

    gene

    Postilla

    Camolèe l’è mighi aséi

    g.

  • Nera – Incipit

    L’incipit del racconto in uscita a giorni e che stasera (venerdì 2 dicembre) presenteremo con il collettivo Arbok Group al Barbacan di Solduno. La copertina è realizzata da Gabriele Zeller, con una delle sue mirabili visioninera-copertina

    Nera che porta via, che porta via la via (F.D.A.)

    L’acqua è furba, dice il Bau sollevando una pioda del tetto. Ci infila una scaglia e spiega che così si devia il corso misterioso delle sue gocce. L’acqua la incanali come la vita, la argini, la sotterri, la devii, la opprimi; poi, quello che nei giorni di sole è un rivolo, nella tempesta reagisce svellendo tutto ciò che si oppone. E più è opposizione, più è travolgimento. La furbizia dell’acqua si dissimula in mille maschere e cela catastrofe. Nella lista dei suoi travestimenti c’è la Nera, che venne di notte perché chiara e visibile non voleva essere. Si fece sentire nelle orecchie, vibrò nelle ossa, scosse le nari con afrori di silicio e linfa, occluse sensi intorpiditi dal sonno.

    Vent’anni prima, con l’erezione della diga, il corso del Fródo fu ridotto a rigagnolo prostatico con pesci decimati, vegliato da pietre ammuffite verdi e rosse o calcinate nell’aridità protratta. Nuovi posti di lavoro alla centrale idroelettrica portarono voti freschi ai sindaci, che plebiscitati si pavoneggiarono a tutte le tavole imbandite come se lo sbarramento l’avessero progettato e costruito loro con ingegno, abilità e dominio.

    Non avevano fatto niente, invece, se non intascare prebende e appaltare a parentela. Prono, il popolo non obiettò, immaginando chissà quali briciole di ricchezza da riporre in dispensa. In realtà, la diga portò la dote venefica di prati inariditi, pascoli strangolati, bosco incolto e casette con giardino affacciato sul letto stazzonato del Fródo. Camosci e cervi se ne tennero alla larga da subito, scansando d’istinto la pastura grama. Solo il Rinaldo andò avanti a sfalciare per salvare dalla scomparsa il poco fieno e agitando sempre il medesimo dubbio: “O prim o dopo u végn da cólp”, riferendosi all’oceano artificiale trattenuto lassù per far luce.

    Nemmeno nei giorni più tumultuosi, quando il cielo si oscura di pensieri, ingrossa la voce e si strizza i panni, nemmeno in quei giorni il Fródo, incatenato e ammutolito, si scuoteva. Dalle finestre delle casette si guardava l’agitazione della natura, come si guardano le stragi al telegiornale. Uno spettacolo. Anche dalle nostre vetrate, anch’io. Poi andavamo a letto.

    Pure la notte della Nera. (…)

     

    gene

     

    Postilla

    Passano anche le camere d’aria con ruota, pensai.

    g.

  • Noia

    E tutto a un colpo, torcersi dal male, non concludere la cena, salire in auto e reclinare il sedile, arrivare a casa piegato come dal vento, stendersi sul divano e infine decidersi che è abbastanza. Poi vertigini d’anestesia, discorsi notturni nell’insonnia ottusa dalla morfina, autoironie, niente fame e poi invece fame e un brodino. Andirivieni di parenti e amici miei e d’altri, infermiere, dottoresse, donne, ragazzi. Un bordello, dove tenere la barra significa riuscire a pisciare, finalmente. Puzze, odori, consigli, imposizioni. Noia, gioia per una voce, ancora noia. Sapere che le tue budella si sono attorcigliate attorno ai resti sessantottini di un’appendicite, come dire che al riparo non sei proprio mai, eh, cazzo. E poi si esce, si uscirà, insomma. No? Ma sì.

     

    gene

     

    Postilla

    Fasctidi

  • Restauro

    Il blog è in fase di restauro assieme al titolare. Pazienti.

    Postilla

    La Medicina moderna ha fatto veramente enormi progressi: pensate a quante nuove malattie ha saputo inventare.