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  • Dasédet

    Perché mi guardi così? Ti ho forse tradito? Eravamo giovani e non è vero che non si cambia, giorg-1982-2-copiasi cambia eccome. Ti ricordi del calcio, della musica, dell’amore, del lavoro, della politica? Ti ricordi di che pasta erano fatte le cose e come ronzavano incessanti i cuori? Invece di guardarmi così, hai pensato a come sei cambiato tu? Tu che ti incamminavi ingabbiato nelle forme e pensavi che si potesse essere ribelli e concilianti nello stesso momento? Tu che poi ti sposasti in chiesa per la gioia di lei, ma che dentro ribollivi di ateismo. Tu che vivesti dentro la bottega di tuo padre per anni, calpestando le tue aspirazioni e il tuo talento? Che poi, hai dovuto tradire per ritrovarti, facendo del male a chi ti voleva bene e contava su di te, ti voleva sereno, addomesticato. E adesso mi guardi in questo modo? Proprio tu? Tu che hai contribuito al mondo di merda che ci avvolge ora, con le tue istituzioni, con il tuo conformismo. Non ne ho colpa io, cazzo, se eri cieco, rassegnato. Eppure l’avresti voluto cambiare il mondo, foss’anche il tuo piccolo paese aggrovigliato di legami e parentele, invidie e bassezze. Però sei rimasti lì fin quasi a farti uccidere. E adesso mi guardi in questo modo? Dasédet, l’è oro.

     

    gene

     

    Postilla

    E non parlare d’inimicizia.

    g.

  • Sgió

    Léntele col sgióuomo-che-prega

    in bop.

    Scta su dricc

     

    Tragal su al bò

    el sgió.

    Tral sgiù da ti

     

    gene

     

    Postilla

    Statistiche dicono che ogni essere umano passa dieci anni della sua vita a inchinarsi.

    g.

  • Black Friday

    Esplosero tutti i giacimenti di petrolio, crollarono tutte le miniere di carbone. Una nuvola coprì il mondo intero per quattro giorni. Al quinto, la polvere era tutta a terra, l’aria di nuovo limpida. Popoli interi e sopravvissuti si misero in cammino, disarmati, su terre dove la cenere era soffice come neve non ancora posata. Dissodarono a mano quel che bastava, strappandolo a raffinerie abbandonate e palazzi vuoti.

    L’ordine mondiale era sparito, nessuna connessione, tutte le auto e i bus e i camion e i treni erano fermi, come scarafaggi disseccati. Il sole scaldava e la pioggia lavava. Da qualche parte, comparve di nuovo il fuoco, lampeggiante su cataste di legna d’opera inservibile. Non si combatteva più, per nessun motivo, e il solo modo per sopravvivere a inedia e atmosfera era collaborare con l’altro. Non c’era più campo e linea, lo dissero quelli che a cui ancora funzionava la batteria di un telefono. Nessuno chiamava, nessuno rispondeva.

    La comunità raffazzonata nella quale eravamo capitati si era già organizzata nel reperire carrelli-della-spesaacqua e farina. Qualcuno già raccoglieva qualche frutto da scambiare con indumenti, altri mettevano tende di stracci dove il poco nutrimento era diviso tra tutte le bocche, dato che era meglio che non morisse nessuno, visto il bisogno di braccia. Dopo un mese, ricominciarono i canti e i racconti. Alcuni provarono a sfruttare gli altri, con baratti iniqui, ma furono subito riempiti di botte e scacciati.

    Mentre stavamo tornando a sorridere, il sogno finì e ci ritrovammo in mezzo alla fiumana di gente che assaltava le promozioni natalizie del Black Friday.

     

    gene

     

    Postilla

    L’atteggiamento implicito nel consumismo è quello dell’inghiottimento del mondo intero.
    Erich Fromm

  • Bang Bum

    Spostati che non vedodivano

    Mettila via

    Non è come mettere via un’idea

    Non la sai usare

    L’idea?

    No, quella che hai in mano

    Oh sì che la so usare

    Ma se non hai mai preso neanche una bambola alle giostre

    Da questa distanza non sbaglio neanche io

    Mettila via dai

    Aspetto la vendetta

    La tua o la loro

    La mia. Eccone uno

    Non fare il cretino

    Spostati, non è affar tuo

    No

    Spostati ho detto

    Va bene. Ora la metti via?

    Stai zitto che non sento

    Dai…

    Zitto, cazzo

    BANG

    L’hai mancata, fenomeno

    Non ho mirato bene

    Hai finito?

    Ora la metto via, prometto

    E poi te ne vai?

    No, aspetto

    Che cosa?

    Che arrivini quelli là, con le loro facce finte, il finto disgusto, la finta sorpresa

    Ti soddisfa tanto?

    Sì, voglio vedere un’ultima volta i loro visi inutili, sentire le loro frasi ipocrite, osservare la stupida felicità per un credito, i biscotti, le medicine, il mulino, i bambini addomesticati, le promesse, gli appelli, lo scherno

    Scherno o schermo?

    È uguale

    Avevi promesso di metterla via

    E invece no. Eccoli. Togliti

    BANG – BUM – CRASH

    Proprio bravo. I soldi per un’altra dove li caghiamo… Sarai contento adesso

    Molto.

     

     

    gene

     

     

    Postilla

    Per avere in mano la propria vita, si deve controllare la quantità e il tipo di messaggi a cui si è esposti.

    Chuk Palahniuk

  • Ciclisti

    Lo vedevo salire con il suo peso e lo capivo, dopo la sera all’osteria a svuotare, a ritmo del bicchiere, il cuore troppo gonfio. La Cecilia l’aveva lasciato all’improvviso, come si dice sempre quando le cose non si vedono per tempo. Gli avevo anche proposto di lasciar perdere la cosa che volevamo fare l’indomani.

    – Giammai – rispose, scalciando il cane dell’oste che, ignaro dell’afflizione, strusciava il muso desiderando carezze.

    Me ne andai che erano le due e lui era ancora là a guardare le venature del tavolo come se vi scorgesse mute risposte.

    Il mattino, ai piedi del Passo delle Ginestre, lo aspettai quel tanto e poi mi incamminai a piedi da solo. Sui tornanti, gente accampata e ilare, bandierine, griglie e beveraggi. Sulla strada, scritte col gesso. A metà salita, guardai giù e lo vidi, curvo nelle sue braghe di velluto che lo invecchiavano di almeno dieci anni, se non quindici. Non lo attesi.ciclista

    Quando arrivai in cima, si vedevano solo gli ultimi metri di strada, quelli importanti e provai non pensare all’attesa, di lui e degli altri.

    Giunse prima lui, con la barba da tre giorni a dipingerne la fatica.

    – Uei.

    – Uei.

    Non scalpitavamo sui nostri sandali, ma da quella curva sarebbero spuntati comunque. Attorno a noi la gente sembrava più attenta a se stessa che a quelli che attendevano. A volte i motivi sono più importanti degli effetti e stare lì nell’aria limpida del passo bastava. Mi pareva bastasse anche a lui, che però non parlava e teneva gli occhi fissi allo stradone. Probabile che la Cecilia gli facesse male e che nelle venature del tavolo lui non avesse trovato le risposte che voleva. Si era seduto su un cippo. Non osai chiedere.

    Le moto coi fari accesi annunciarono il momento e appena passate sorse dal nulla quel ciclista slovacco coi capelli lunghi e il pizzetto da corsaro, solo e in fuga. Ci transitò davanti in volo, impennando la bici come se salutasse noi due.

    Lui s’alzò in piedi per guardarlo imboccare la discesa a folle velocità.

    – Ecco come si fa. Si parte e si lascia indietro tutto e tutti.

    – Magari senza ammazzarsi in discesa però – osservai, offrendogli un panino.

    La Cecilia tornò dopo un paio di settimane, ma lui non si fece raggiungere.

     

    gene

     

    Postilla

    È regola dell’uomo avveduto abbandonare le cose che lo abbandonano; cioè, non aspettare di essere un astro al tramonto.

    Baltasar Gracián y Morales

  • Rafudéi

    L’è na doménghe scicifilo-spiinato

    c’a vara gnan i onscéi,

    solche un torléri negro

    sense nom.

     

    Impusibul dascgarbijass

    dal discpiaséi,

    ‘na confusion in do vescpéi,

    poisgiuud canaad besctémm.

     

    Zero góro da majèe e pan da béu,

    da leisg o da vardèe fotbàl,

    gnisun in cà e gnan in sctrada,

    nei a cheghèe tucc quagn.

     

    A ciapi  el zugrétt apene morò,

    a runi i péi fin a fónn al besc-ch

    e peu ag daghi a un pòuro corér

    fin can cu sa scbrisi sanguò.

     

    Madonócio d’om criscto,

    am paar da né a buréle

    coi mè parol rafudéi

    in d’ona balordégne da voltaréll.

     

     

    gene

     

     

    Postilla

    Rifiutati

    È una domenica deperita

    che non volano nemmeno gli uccelli,

    solo un rottame nero

    senza nome.

     

    Impossibile districarsi

    dal dispiacere,

    una confusione nel vespaio,

    punture morsi bestemmie.

     

    Zero voglia di mangiare e pure di bere

    di leggere o di guardare calcio,

    nessuno in casa e neanche in strada,

    andate a cagare tutti quanti.

     

    Prendo la scure appena affilata,

    spingo i piedi fino in fondo al bosco

    e poi percuoto un povero nocciolo

    fino a quando si sbriciola dissanguato.

     

    Madonnaccia di un cristo,

    mi sembra di andare a rotoli

    con le mie parole rifiutate

    in una follia di capriole.

  • Barattoli e rose

    PremessaQuesto è un racconto rifiutato, a volte senza neanche averlo letto; dato che come scrittore non so più dove sono, siete liberi di massacrare questo racconto sprecato.biciclette

    Il Pedra aveva attaccato con una corda quattro barattoli dei pelati al portapacchi. Strisciavano e rimbalzavano sulla terra battuta della piazza con un rumore che leniva la sua timidezza. Quindici anni e sentirli tutti e belli pesanti, nel senso che gli dispiaceva non essere più bambino ma nel medesimo tempo voleva essere uomo fatto, anche se non sapeva benissimo. La ferraglia dietro la bici non ne migliorava la reputazione, ma almeno era un atto di coraggio. Quando dalla finestra al primo piano della panetteria gli venne giù una secchiata d’acqua gelida capì di averne abbastanza. Pedalò oltre l’angolo, tagliò i fili e la corda. Dietro la gelosia della casa gialla non poteva vedere il sorriso di lei, l’Anita del suo cuore, che non si sapeva se divertita o beffarda.

    Come il Colonnello Aureliano Buendìa, se ne sarebbe ricordato anni dopo, anche se solo davanti a un portone e non a un plotone. Entrando, avrebbe trovato ragnatele ghiacciate e sospiri sospesi. Maledetto il giorno che aveva deciso di partire, per andare dove nemmeno sapeva e forse non avrebbe saputo, e di certo non seppe. Strade, mare, sabbia, gente, lotte e sconfitte, dolori più durevoli delle gioie. E poi sarebbe tornato, improvviso come il rimorso, fino a quel portone, dentro quella casa. Vuota.

    Oggi, che le masserizie della vita gli ingombrano il cuore, il Pedra è tornato a cercare dietro al portone, un altro però. Non cerca l’Anita di cui si innamorava e per la quale metteva in piedi dimostrazioni eroiche trascinando barattoli per evitare parole, no: cerca e vuole altri occhi e un nuovo sorriso. Nemmeno il portone è lo stesso, forse nemmeno il paese, anzi, di sicuro è un altro posto. Ma cosa importa, in fondo. Cos’altro facciamo anche noi, non solo il Pedra, se non andare di respiro in respiro per cercare quello che ci soffia dentro la vita? Ci importa molto se il portone sia in riva al mare o in mezzo a un campo di grano? Non ci importa un cazzo.

    E neanche al Pedra.

    Lui era andato e andato, per poi rendersi conto di non essere altro che parte di un girotondo su un quadrante, una lancetta d’orologio che passava sempre per le dodici pensando a un giorno nuovo e invece no, era poi più o meno ancora ieri. Giustamente, aveva pensato che tornare alla partenza potesse essere più sicuro, con l’Anita ancora là a spasimare in silenzio, magari.

    Andata a buca, si riprova. No?

    E allora, oltre il portone nuovo di zecca coi citofoni di latta dorata, un’altra scala e la previsione di altri occhi, il Pedra si aggiusta la cravatta. Lo svantaggio della maturità è che ti viene vergogna di attaccare i barattoli alla bici e allora porti fiori o parole, un po’ allo sbaraglio, ma compunto. La speranza è sempre quella dell’attenzione, del maledetto sì al tuo amore unico e mai visto prima nell’intera storia dell’umanità. E invece, molte volte è un no, rose o non rose, barattoli o meno.

    Con questo pensiero, il Pedra si fulmina sul pianerottolo, col dito a un centimetro dal campanello. Lo ritrae all’ultimo secondo disponibile, gira su se stesso, discende le scale e esce. Insomma, se ne va.

    Domani, al prossimo giro delle dodici, ritenterà, forse con i barattoli alla bici, sempre se trova una bici e se è ancora capace di montare in sella. Perché c’è un’altra fregatura, oltre l’amore e l’incapacità di esprimersi: l’età che si fa immensa. Una cosa seccante, che impigrisce, raggrinzisce, anchilosa e fa perdere il coraggio e la poesia. Mi sa che il Pedra sulla bici non ci sale più e pazienza per i barattoli e le rose. Anita o altra possono aspettare, se lo desiderano.

    Se no, camposanto per tutti.

  • Spiragli

    solitario

    Ramon si era alzato male, dopo aver dormito male, sognato male e avuto freddo. Era uscito di casa furioso, sperando nell’acquerugiola sul cappello e nei passi necessari. Niente, non servì.

    Si era seduto al bar, aperta la mail e visto quella cosa che aspettava da un anno e passa, ma che non dimenticava nemmeno per un minuto. Ancora prima di aprirla, era certo che avrebbe spiegato un rifiuto. “Il suo manoscritto… manca qualcosa… ci spiace”. Voilà.

    Non ci volle pensare e preparò una cartella per la serata di presentazione di alcuni racconti. Nel vorticare di ruote nella rotonda accanto al bar, il mondo andava come tutti i giorni, alla cieca e il caffè si era freddato. Ma la cartella venne bene.

    Si alzò e attese il bus alla fermata, con l’intenzione di andare a tirare qualche colpo al bocciodromo, per continuare a non pensare.

    Salì cupo e si sedette in direzione contraria, tanto per coerenza. Dopo aver visto sfrecciare orrendità umane e costruzioni sciatte, volse lo sguardo al sedile accanto e vide Marco, un ex-allievo, con le solite cuffiette antisociali. Ramon gli picchiò il giornale su un ginocchio per destarlo dal rapinoso telefono, cosa che gli toccava fare spesso anche in classe. In quella classe di ragazzi e ragazze maturati in ritardo e che ancora non avevano conquistato la licenzia di scuola media, disorientati, riottosi, diffidenti, ribelli. Era stata un’impresa strapparli alla ripulsa per le nozioni e incamminarli nel piacere ostico di una lezione di italiano dopo l’altra. Marco era uno dei più scontenti della sua vita scolastica precedente e ci mise un sacco di tempo a prestare attenzione senza spezzare quella degli altri, accumulando assenze assurde per dita schiacciate, parti  e ritardi dei treni.

    Al colpo di giornale, Marco alzò la testa, sorrise tolse UNA cuffietta e al mio “come stai?” rispose: “Mi sono ripreso, la licenza, un lavoro, la vita”. Non ringraziò, giustamente, dato che alla fine il merito era stato suo.

    Ora tocca a me, pensò Ramon. Scese dal bus e al bocciodromo vinse un paio di partite.

     

    gene

     

    Postilla

    A volte ho la sensazione che il mondo intero sia contro di me, ma in fondo so che non è vero. Alcuni paesi più piccoli sono neutrali.
    Robert Orben

  • La Serta

    diroccato

    Quest’inverno cadrà, ha detto il Rinaldo la sera prima a proposito del tetto che ora sto osservando. Oggi, di ritorno dal Faedo, percorro il sentiero verso Sonlerto dopo una giornata a tagliare legna. Nel dormiveglia di novembre, che corica boschi e prati affaticati dalla loro generosità annuale, sono solo. Più su, in vista delle case di Sonlerto, dove il prato risale, solo tre cavalli normanni, o bretoni. Ma prima di arrivare lì, c’è la Serta, con quelle quattro costruzioni e, su una di quelle, quel povero tetto sellato dall’incuria. Sì, cadrà. Un profondo dispiacere per quel pezzo di terra ribelle dichiarato inagibile dal suo stare ai piedi di una parete tanto alta quanto franosa.

    Un tempo gente ci viveva, animali pascolavano, risa risuonavano, sudore gocciolava, fuochi ardevano.

    Ora è un’idea di avamposto abbandonato, con quel tetto rassegnato alla disfatta e con esso i quattro muri piegati dal peso inesorabile del tempo e dell’indifferenza. La porta di sotto è scardinata. Mi fermo in cima a questo distaccamento fantasma di quattro edifici, che sta su un piccolo rialzo nella pianura glaciale della valle.

    Poi mi lascio alle spalle le costruzioni, affranto. Ma davanti, quella campagna ancora bella nel suo torpore autunnale, giallastra con spruzzi di verde; oltre, il fiume, ontani e noccioli invasori ma confinati ai bordi della pastura; più su la verticale della Bavona con un velo di neve timida sulle guglie. Nella boscaglia sotto la parete, i sassi grandi e piccoli, proiettili sparati dalla bocca oscura della montagna, mi guardano immobili coi loro occhi scuri.

    Nessun rumore oltre il mio respiro, la luce un riflesso nuvoloso.

    È apparsa una donna, non saprei spiegare in altro modo il trovarmela di fronte.

    – Cosa fai tu qui? – mi chiede.

    – Vado a casa, cioè… non la mia… La casa dove sto quando sono qui… della Maddalena.

    – Sei un apolide.

    – No, ma lo vorrei.

    – Solo un apolide passa di qui.

    Abbasso lo sguardo alla tasca sinistra dei pantaloni e frugo in cerca del tabacco; quando trovo, rialzo la testa e sono di nuovo solo.

    Cammino fino in fondo alla pastura, attraverso il ponte di legno ed è come se avessi varcato una frontiera. Poso lo zaino, tiro fuori l’ultima birra per brindare all’infrangibile sensazione di essere sempre straniero.

    Guardo verso la Serta, le case si intravedono tra i rami sfrondati. In quell’istante precisissimo, senza aspettare l’inverno, il tetto cade, trascinando i muri. Il rumore arriva dopo un respiro e se ne va. Il silenzio torna a dominare.

     

    gene

     

    Postilla

    A un certo punto, quasi istintivamente, ci si volta indietro e si vede che un cancello è stato sprangato alle spalle nostre, chiudendo la via del ritorno.

    Dino Buzzati

  • Nessuno

    Mille sentieri a macerarsifinestra-e-muro

    frane di sole e di lune

    fischiare di vento nei sassi.

    Picchiare l’uscio, arrivare nessuno

     

    Poveri pensieri a gerle

    spallacci di solitudine

    occhi fradici come corno.

    Martellare la falce di nessuno

     

    Legare sentimenti

    inchiodare fumo

    aspettare gente.

    Adocchiare nessuno

     

    Spegnere la luce

    come d’inverno la lum

    il bosco è rado.

    Incontrare nessuno

     

    Nessuno davanti

    nessuno dietro

    nessuno sopra.

    Solo passi, i miei

     

    gene

     

    Postillla

    Tradurre è una resa anticipata

    g.