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  • Cuori a Montisola

    Il momento di aggiungere altri sentimenti arrivò un giorno di maggio. Con la Vespa  revisionata, i Giorgi partirono verso est. Questa cosa dei Giorgi la spiego una volta per tutte, che tra sorrisini e sorrisoni uno ne ha abbastanza: mia nonna si chiamava Georgette, io mi chiamo Giorgio e quindi, ditemi voi se non ho ragione, mia figlia è Giorgia. Non beccammo una sola multa e nemmeno ci fermarono mai, in tre su quella Vespa, non per magnanimità degli sbirri – il cuore tenero non è una dote di cui sian colmi i carabinieri, eccetera – ma perché la nonna era così minuta da poterla tenere nei nostri cuori, a turno. In verità io custodivo anche Olimpia, mia mamma. Un viaggio con tre donne, dunque, ma a Giorgia lo dissi dopo la partenza, casomai non si fosse fidata del mezzo motorizzato o dei suoi occhiali per proteggersi dalla febbre da fieno.cuore-di-ragazza

    Tra curve e semafori insubrici, arrivammo a destinazione. Montisola ci apparve verde in mezzo al lago. Ci traghettammo e prendemmo posto all’Albergo dei Pini, camera doppia. Cenammo con la cartina spianata, indicando la cima di quell’isola inquieta e lacustre. Mamma e nonna mangiarono poco, Giorgia e io tanto.

    Visto che solo i cinici e i codardi non si svegliano all’aurora, al sorgere del sole eravamo già a metà sentiero, tra i piagnistei di Giorgia che non capiva il senso di quella fatica per andare in un posto dove c’erano solo una chiesa con santi e madonne di legno. Per il panorama e per farlo vedere anche a Olimpia e Georgette, dissi. E al che, la smise coi lamenti e con le sue gambette arrossate dall’allergia camminò orgogliosamente fin lassù.

    Mamma e nonna sospiravano, mai avrebbero pensato di avere un’altra occasione come quella, Giorgia si scolò una coca al baracchino con le cartoline e i souvenir. Io andai dietro un sasso a sentirmi le lacrime.

    In discesa, dall’altro versante, ci perdemmo in una boscaglia, come nelle ginestre sopra Bens.

    Nel viaggio di ritorno stemmo più comodi perché eravamo rimasti in due, Giorgia e io. Georgette e Olimpia si fermarono sull’isola, dato che nell’eternità nella quale si annoiavano c’era tempo per tutto, specialmente per le cose belle fatte insieme.

    Io le ho conosciute da vive, Giorgia no. Però le portiamo sempre con noi, accudite come si deve, giusto per alleviare il loro tedio e la nostra malinconia. E per il prossimo viaggio, sono aperte le iscrizioni, che i cuori dei Giorgi sono sempre più grandi.

     

    gene

     

    Postilla

    Ciò che il cuore conosce oggi, la testa comprenderà domani.
    Seneca

  • L’attesa

    Aspettava lo stipendio fermo davanti al bancomat. Con la pazienza armata da una vita clessidraintera di attese, di diventare grande, che arrivasse Natale, che la ragazza lo guardasse, che giungesse la palla buona, che piovesse, che nevicasse, che leggessero le sue storie.

    Digitò il codice, ancora niente, ritirò la tessera e rimase davanti al marchingegno, aspettando.

    Pensò all’infinità di ore passate aspettando di essere ricevuto o di vedere il suo amore, o anche solo un lavoro che gli sarebbe piaciuto. Aspettò di fianco al letto d’agonia di sua madre. Aspettò il perdono e la colpa. Aspettò che finisse qualcosa, la giornata o la punizione. Aspettò l’occasione buona, una telefonata, un treno e pure che scendesse la febbre. Aspettò i ritardi degli altri e i suoi. Giunse in anticipo al mondo, in cima al pizzo, in pizzeria.

    Digitò il codice, ancora niente, ritirò la tessera e rimase davanti al marchingegno, aspettando.

    Pensò al pericolo scampato per aver corso in avanti precedendo la morte stessa. Attese il suo turno, per votare, per mangiare, per parlare, per festeggiare e per maledire. Attese visite e convocazioni. Aspettò perfino che tutti fossero comodi e alla fine rimase in piedi solo lui. Fece la fila per il pane, per la legna e per un ciao. Aspettò che sorteggiassero il suo numero, a tombola e dal macellaio. Giunse in anticipo sul suo dolore, sulla comprensione, sulla sconfitta.

    Digitò il codice, ancora niente, ritirò la tessera e rimase davanti al marchingegno, aspettando. E si era fatta notte, senza che si arrendesse al fatto che le banche erano già chiuse e che di transazioni non ce ne sarebbero state fino al giorno dopo.

    Il mattino era di nuovo lì, attese che una donna svolgesse le sue operazioni; poi si avvicinò al bancomat, digitò il codice. Ancora niente, come ieri e probabilmente come domani. Prese la pistola e sparò allo schermo. Quando giunsero i gendarmi, alla grondante stupidità della domanda su cosa stesse facendo, rispose che li stava aspettando.

     

    gene

     

    Postilla

    Se si costruisse la casa della felicità, la stanza più grande sarebbe la sala d’attesa.
    Jules Renard

  • Economia che gira

    Con la griglia ancora incandescente e i cicitt non ancora tutti consumati, partono. Scossi bracedal pavé, i tizzoni ballonzolano come stelle a San Lorenzo. Le piccole ruote della griglia mobile non sono abituate a lunghi tragitti e soffrono. Uno spinge con mani guantate per proteggersi dall’inferno rotante, gli altri due portano assieme la cassa con gli utensili, il pane e i cicitt sopravissuti alla giornata.

    – Pecaat mia fai là – spiega uno della cassa, come a giustificare quella transumanza impensata. Gli altri due annuiscono.

    Sono in viaggio dalla piazza al baretto dove voci dicono sia in corso una castagnata, che coi cicitt si sposa bene, di sicuro. Quando comincia l’asfalto, le cose vanno meglio e con una certa speditezza. Ma c’è da attraversare la strada, intasata dal sabato. È quasi notte, e la griglia sembra una nave in fiamme al largo dei Bastioni di Orione. Eroici, fermano le auto e si apprestano ad attraversare. Un saltino giù dal marciapiede e la misera ruotina davanti si affossa, la griglia si inchina come se volesse ringraziare gli automobilisti e poi si rovescia.

    L’inferno in strada. Quello dei guanti tenta di raddrizzarla, gli altri due scalciano braci, clacson salgono altissimi, portiere si aprono, insulti fioccano. Chissà come, la griglia torna eretta, ma piantata nella carreggiata. Arriva uno, il solito praticone, e con la pala raccoglie l’inferno e lo ributta nella pancia della griglia. Appaiono altri guanti e altre mani e appena il feretro ricomposto è dall’altra parte della strada, senza ricevere compassione dagli utenti, la marcia riprende, eroica, funebre, cantata.

    Al baretto accolgono con sospetto e un certo timore, ma poi divorano castagne e cicitt, come nell’Ottocento. Il traffico rimane perturbato fino a tardi.

    Nel cuore della notte, nel deserto del sonno diffuso, sferragliano di nuovo fino in piazza con la gloriosa griglia, intiepidita, zoppa ma contenta. “Ié nai tücc”.

     

    gene

     

    Postilla

    Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi:cicitt-old

    navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione,

    e ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser.

    E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo,

    come lacrime nella pioggia.

    È tempo di morire.

    Rutger Hauer/Roy Batty

  • Il Piccolo

    Questo asino che la madre non voleva si chiama Piccolo. Lo chiamo da su, in cima al prato, asino-2e lui scorrazza scalciando fino a quando giunge e mi spinge con il suo testone punk. Gli prendo il muso sottobraccio e andiamo in giro per il prato come una coppietta. Chiaro che si aspetta un taralluccio o una carota, eppure pazienta. La madre guarda da lontano questo figliolo prima reietto e poi accolto dopo che il Rinaldo aveva ritenuto il fatto inammissibile e li aveva costretti a una convivenza forzata. Il Piccolo aveva pochi giorni, malfermo tentava di attaccarsi alla mammella e lei lo scalciava furiosa. Ma col Rinaldo c’è stato poco da fare e dopo due settimane la madre s’arrese e non lo lasciò più.

    Se ne stanno in Bavona quasi tutto l’anno, scappano dai pascoli recintati per le loro pacifiche e ostinate avventure. Per recuperarli basta un “scià”, e loro seguono docili, anche se dallo stesso recinto sono usciti almeno dieci volte nello stesso giorno, inarrestabili e seri.

    Sono asini che mangiano e pensano, non proprio animali da soma. Però provo lo stesso a salire in groppa al Piccolo e lui, all’insolito peso, cede un po’ ma fa lo stesso per partire. Smonto subito, commosso dalla sua dedizione, gli do una carota, la trita con la sua bocca cammellosa e poi parte a rotolarsi dove il prato è spelacchiato, in un nuvola di polvere che poi si porta addosso con fierezza. Lo fa per vantarsi credo, ma non ne avrebbe bisogno perché è bellissimo di suo. Per sdebitarsi, sfila gerani dai vasi e me li porta, anche se non gli piacciono e preferisce tarallucci e carote.

    Gli altri non sono d’accordo, ma io lo terrei in casa di tanto in tanto, per alleviare malinconie.

     

    gene

     

    Postilla

    Gli asini preferirebbero la paglia all’oro.

    Eraclito

  • Le parole sbranate

    Le parole sono vittime, sbranate dalle bocche stesse in cui si formano e da cui escono come poltiglia. Un parolicidio. Tutto è comunicato per slogan, come se ad ascoltare ci fossero solo menti semplici e non invece semplici cittadini. Ciò che sta perpetrando la politica, e di riflesso la sua costola che è la società civile, con la stampa a percuotere la grancassa, è amorale. Da destra frasi fatte su identità e chiusura, per mascherare il fascismo di fondo e la totale mancanza di idee che non siano legate al procacciarsi voti e favori; da sinistra piagnistei, assenza di autocritica, goffi equilibrismi, oltre a una buona dose di supponenza intellettuale. Una determinazione comune c’è: togliere valore alle parole.

    Le parole stampateparole

    Dalla comparsa del Gas (Gente che accende la Società, informazione online che cerca la rissa e non ammette dissenso), le parole stampate si sono fatte pesanti come ogive, nella rincorsa miserrima a quelle vomitate dal Mattino, ma peggiori nello scadimento umano poiché provenienti da quella parte che si picca ancora di essere progressista. Scherani dell’informazione elevati a buttafuori posticci, egocentrici, permalosi e incattiviti, inguardabili nelle loro acconciature bellico-patinate e illeggibili nelle loro retoriche velenose. Gli altri giornali storici se la devono vedere con il bilancio, quindi si schierano a gettone.

    Le parole inutili

    In Parlamento, poi, ancora parole svuotate di sentimento, pavide e acide, votate a tecnicismi e distinguo, tranne quando si tratta di scagliarsi l’uno contro l’altro per puro spirito personale. Ci sono eccezioni –idealisti della Mancia che quando salgono al pulpito granconsigliare o si espongono alla vetrinetta dei media vengono accolti da sorrisetti di compatimento o sbuffi di noia (perché i problemi veri annoiano, infastidiscono, impegnano, fanno calare l’audience) – che illuminano solo la taccagneria del dibattito.

    Le parole utili

    Un anno e mezzo è passato dalle elezioni e non è successo niente che possa indirizzare verso un’idea di futuro, positivo o almeno visibile. Forse nelle commissioni dibattono con argomenti profondi, ma al momento di comunicare il risultato delle ponderose valutazioni, esprimono i suddetti slogan ad uso dell’elettore, triti, ritriti, fastidiosi, insultanti, tendenziosi, protervi, minacciosi, strumentali, ammiccanti e aggiungete tutti gli aggettivi che volete. A volte, e sono i momenti peggiori, addirittura e pateticamente spiritosi, zeppi di metafore fruste e inappropriate, piegate allo scopo del momento e accompagnate da una soddisfazione palese che disegna maschere al posto di volti. È già partita la campagna elettorale per il 2019, saltando a piedi pari compiti e doveri annegati nel fossato di interrogazioni inutili, decisioni inapplicabili, spartizioni di torte e proclami vaneggianti. Lavoro, istruzione e salute piegati alle lune del momento, ai bisogni, alle accondiscendenze, agli interessi di bottega, all’ego microscopico e esibito di politici e portaborse mediatici. Il popolo ancora abbocca e allora avanti con le esche, che nascondono sempre un amo tagliente.

    Le parole malate

    Questa epidemia di merda che ammala le parole, si è espansa anche nei villaggi, nelle bettole, nella strada e nella piazza, addirittura nella cultura, dove si assiste ammutoliti alla scalata del nulla e del ripetuto, alla reiterazione dei proclami come passi di un breviario malefico scritto da mani tremanti e incontrollate. Questa merda che fertilizza odio e inanità, che ottenebra dirigenti e sottoposti, che produce ipocrisia, che difende il potere maledetto, che fa inchinare ai licenziamenti immotivati i cui costi sono scaricati sulle sempre più gracili spalle della socialità senza che a nessuno venga in mente di chiamare alla cassa i tagliatori di teste e i loro mandanti. Intanto, noi cittadini, possiamo solo incarnare Barabba e Cristo, mandati alla guerra civile come carne da macello senza neanche poter decidere chi salvare dei due, e dunque scannandoci a vicenda.

    Le parole ribelli

    Tutto questo in uno sputo di terra nella quale le banane non sono mai cresciute e mai cresceranno, alla faccia degli imbonitori e nonostante l’abbondanza di concime.

     

    gene

     

    Postilla

    Ci sono piatti da cui è il caso di non mangiare

  • Hurricane

    Alfred Nobel si trovò tra le mani la sua scoperta e con orrore capì che altri avrebbero usato quella dinamite per scannarsi. Ma era troppo tardi e andò avanti fino alla sua fine dei suoi giorni, ricco e maledetto. Per lenire questa colpa decise che coi proventi della sua maledizione si istituisse un premio alle persone più degne nel campo delle scienze tecniche e umane. Un premio ai buoni che non avevano fallito nel servire il mondo, non come lui, abbietto. Il Premio Nobel, simbolo di redenzione postuma e grattacapo mondiale.

    Purtroppo, le guerre evolutesi sulla sua scoperta avrebbero provocato milioni di vittime, a fronte dei pochi illuminati che una volta l’anno ricevevano il premio intitolato alla sua memoria tormentata. La lista dei meritevoli è stata lunga e in questa lista ci furono figure storiche insignite pur perseguendo la guerra come scopo e come fine. Gravi errori di valutazione da parte della giuria di Stoccolma, che non provocarono però insurrezioni e indignazione come quelle esplose (è proprio il caso di dire) nel 2016, quando il Premio Nobel per la Letteratura fu consegnato a un solitario musicista-poeta del Minnesota: Bob Dylan.dylan

    Mascherate da distinguo su legittimità e valore della sua opera, che secondo i letterati non poteva essere paragonata a quella di scrittori e poeti regolari, la verità delle proteste stava da un’altra parte, nascosta dall’ipocrisia: con Dylan si premiava un anarchico, un reietto, un cantastorie, uno straccione, un dissidente, un visionario, un maleducato, uno spinoso e inclassificabile residuo del Novecento.

    Il premiato alzò le spalle senza dire un grazie e non ritirò il premio, non perché intimorito dalle proteste delle caste culturali e politiche, ma perché gli importava di più continuare nel suo giro del mondo in trecentomila giorni con la chitarra a tracolla, senza mai salutare nessuno ma regalandosi a chiunque. Ramengo, spiegò, con la sua voce rauca tanto derisa da virtuosi, artisti e maestri della guerra: “Non voglio essere un sasso che affonda, ma una pietra che rotola”.

    A gioire, in ogni angolo del pianeta, ci pensarono tutti quelli per cui la ribellione civile è la strada maestra di un’esistenza contro discriminazioni e sopraffazioni. In quel 2016 ricominciò un mondo nuovo, fondato sulla risposta che il vento finalmente riconsegnò dopo più di mezzo secolo, più deflagrante della dinamite dell’imperdonabile Alfred Nobel.

     

    gene

     

    Postilla

    Essere giovani vuol dire tenere aperto l’oblò della speranza,

    anche quando il mare è cattivo e il cielo si è stancato di essere azzurro

    Dylan

  • Pietra che rotola

    Avatar di libertario2016libertario2016

    Una notte di ricerca per ricondurre a casa la traduzione di un’opera universale. Tra birre e dylan 2fumo, è stata un’avventura di accenti e suoni riprodotti sulla carta. La costituzione di una grammatica inesistente per vestire un capolavoro con gli abiti del cuore, quello della lingua che la mia mente applica per contare o bestemmiare. Il dialetto di Preonzo è una riserva, protetta e minacciata. Del resto, Dylan – è di lui che si tratta – produce la sua letteratura con la riservatezza di chi non vuole essere la bandiera di nessuno, ma nel contempo riuscire a parlare a tutti, senza volerlo veramente. Dylan stravolge, è tra i grandi poeti del Novecento e il più grande inventore di resistenze in musica. E ancora continua a marciare. La sua Like a rolling stone ha spezzato la diga del folk per tracimare nel mondo finora conosciuto con la forza di un’alluvione. Una canzone…

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  • Risposte nel vento

    Sostenevo Bob mentre il giorno scorreva. Gli anni gli si erano rovesciati addosso, ma da spighesotto quel peso schiacciante gli restava la parola e con quella ancora scavava trincee, innalzava bastioni, descriveva resistenze. Prima che il suo tempo mi scivolasse dalle dita, forse la sera stessa, mi restavano quesiti. Glieli porsi, per tenere risposte con me, nel fossato della solitudine che mi aspettava quando se ne sarebbe andato, la stessa che forse aveva affranto lui quando se ne andò Woody.

    Ti sei mai nascosto? Sì, per disertare da tutti quelli che usano il mio nome e le mie parole per le loro cause.

    Hai mai dovuto mentire per evitare guai? Diedi nomi falsi a giudici e poliziotti, per proteggere perseguitati.

    E le opinioni? Ne hai cambiate per convenienza? Le ho cambiate tante volte, quando capivo che non funzionavano più o che erano sdrucite. Conviene immaginare altre cose, proporre altri fatti, per non restare prigionieri di se stessi.

    Mai cambiato bandiera? Non ho più bandiere da quando ammainai e bruciai quella della mia patria, strumento della guerra. Mi hanno chiamato tante volte per sostenere chi ne sventolava altre non meno inqualificabili. Ho detto sempre no.

    Hai seguito il vento più forte? No, mi è sempre piaciuto sentirlo sulla faccia, anche se molte risposte si sono perdute alle mie spalle, trascinate via in un sussurro.

    Hai mai tradito quelli che ti amano? Quando la mia presenza mise in pericolo le loro vite, li disconobbi. Se ne andarono in salvo da altre parti. Spero stiano bene, non ne so più niente.

    Hai mai rubato? Tante volte, denaro e idee. Per il cibo e per le canzoni.

    Fingi di essere qualcuno che non sei? Mi travesto da ricco per tradire e da mendicante per capire. Mi travesto da musicista per raccontare e da poeta per suonare.

    La gente ti accusa di non salutare, di non sorridere, di non farti ritrarre, di non festeggiare, di infastidire. Sei superbo o solo maleducato? Non ho tempo per la superbia e l’educazione mi inorridisce. La mia scrittura e la mia musica salutano, sorridono, ritraggono, festeggiano, infastidiscono. In tutti i posti e in ogni tempo. Questo sono io, questo è il mio lavoro, questo è lo scopo della mia vita, non voglio altro, non offro altro.

    Ti serve un premio per essere migliore? Anche se hai carte buone, ci sarà sempre qualcuno con carte migliori. Continuare a giocare è un buon premio.

     

    gene

     

    Postilla

    Solo un fesso può credere a quello che legge sui giornali.

    Qui sono invisibile, anche a me stesso. E qui, lungo la strada

    che nessuno percorre, dove non si creano preoccupazioni,

    dove lo spettacolo deve continuare… è dove morirò.

    Dylan

  • Gàbola

    Va bene, hanno votato come volevamo noi.senato

    Ma adesso che facciamo?

    Una sottocommissione con delega funzionale, supervisione interfacciale e obiettivi intermedi?

    Oppure ci affidiamo a un sondaggio pilotato e tendenzioso sulla necessità o meno di avere un’idea?

    O a una valutazione della Supsi sui pro e i contro dell’istituzione di un comitato ad hoc che proponga ottiche e misure in cui?

    E la sede delle riunioni e dei briefing: extra-muros o in casa? Città o campagna? La caserma di Losone o la tenda di Botta? Il Lac o l’Euronotte? La caserma di Airolo o il Molino?

    Possiamo pensare a una redistribuzione delle responsabilità legislative tra, mettiamo, la commissione petizioni e la Bocciofila Dogana?

    Scaricare l’impegno sul ministero degli esteri della Bielorussia potrebbe andare?

    Convocare Argante Righetti o evocare lo spirito della buonanima di Massimo Pini, col rischio di andare per le lunghe?

    Sono il presidente, cazzo!

    Inoltre, bisognerà provvedere alla sussistenza. Catering o cicitt? Prosecchino italico o Borlandina di Astano? Risotto o paella? Vi avviso, che a me i gamberetti provocano soffocamento.

    Va bene che siamo il paese più ricco della Storia, ma un ologramma di Platone mi pare troppo. Bocciata!

    Richiamiamo Mauro Galvao o prima i nostri e quindi virare su Diego Gaffuri? O Schönwetter, appena tornato immalinconito dall’Oktoberfest?

    Non mi state aiutando, cazzo!

    Visto il peso degli accordi con l’Europa, facciamo un giro dei campeggi per reclutare olandesi, tedeschi, francesi e italiani, oltre a ex-cittadini del blocco sovietico? E qualche migrante per quella punta globale che non guasta mai?

    I migranti no, okay, capisco.

    Va bene. Allora optiamo per il pool di ricerca nostrano, esteso ai tre che stazionano al Larice dalle sette di mattina, a colpi di barbera!

    Fatta!

     

    gene

     

    Postilla

    È in un momento di indecisione che i tuoi sogni vengono distrutti.
    Marc Dassault

  • Grande Giorno

    Attenzione!, dice il Meo, mentre la sua boccia fila verso il pallino. È il debutto. È uno di bocce-22quei Grandi Giorni che rievocherà tra un carnevale e un circo. A ridosso del Monte Verità, che lui chiama Parco Verità perché un’altalena vale più dei figli imborghesiti dei Balabiott, siamo in gruppo nel mattino che apre le nubi. Col Meo, abbiamo passato l’estate istruendoci al gioco delle bocce, lui carponi e io in piedi a direzionarne l’impeto. E qui, oggi, è pronto e si sfida tutto con tattiche ardimentose e lanci non meno efficaci di quelli orbitali.

    Di qua, la Elena Claudia, il Meo e me stesso; di là il Jack, il Gas e il Flavio (Fladio, per il Meo, che ha un vocabolario suo e lo impone). La Maddalena non c’è, è dal parrucchiere a farsi di impossibile bellezza, ma ci raggiungerà sul far del desinare, preventivato a questo Grotto dove il cuoco Andrea ci guarda con invidia e occhio esperto, tra la cucina e il raffredore.

    Dunque, la prima boccia parte sottovalutata, in campo libero, ma nello stupore completo si accosta al pallino, quasi baciandolo. Gli avversari si fanno seri e ne consumano quattro, intanto che il Meo non capisce perché non possa tirare subito l’altra e si convince a fatica; il Fladio la spara via come da un cannone; la Elena Claudia, debuttante assoluta, ne rimette una perfetta; il Gas accosta, fa il punto; gliela boccio e poi accosto l’altra; segue la Elena Claudia e poi, nel tripudio, lancia il Meo, che va lungo ma ne colpisce una dimenticata contro l’asse di fondo e al pack! balza in piedi come Maradona, festeggiando se stesso. È la genesi di una vittoria per 12 a 8, della quale a lui non frega niente, l’importante sono i cozzi argillosi delle bocce colorate. Trascinato dal suo cuore immenso, scavalca se stesso e i suoi impacci e trionfa, proprio mentre arrivano la Maddalena, la Gigi e la Misc, e lo vedono lì che si stampa sorrisi sul volto.

    Nel pomeriggio, non sente ragioni e non c’è più verso di posizionarlo a carponi per gli accosti: sta in piedi con la boccia alzata a Unspunnen e poi tira, imitandoci.

    Premio? Birrino, gelatino, trenta caramello (crème caramel in origine) e pezzi musicali a richiesta, che eseguo diligentemente mentre lui si appassiona senza mezzi termini.

    Poi va a casa, fa il bagnetto e si butta a dormire senza cenare, demolito dalle emozioni. Nel sonno del campione, risogna tutto alla sua maniera, mentre il resto del mondo si affanna di vanità. Grande Giorno.

     

    gene

     

    Postilla

    Diverso, più innocente di una piuma al vento, ci offre ragioni per cui vivere.